Archiviato in: Calabria, diritti umani., migranti | Tag: 'ndrangheta, africans, human rights, illegal immigrants, mafia, Rosarno, slavery, southern Italy
A never-ending tragedy engulfs illegal immigrants reduced to slavery as farm workers after the blaze that damaged their temporary shelter and injured many of them.
Africans in the Piana of Gioia Tauro region of Italy still live in inhuman conditions. Scattered among the villages of Rosarno, San Ferdinando and Rizziconi, they sleep in makeshift shelters or in old abandoned farmhouses, with only a sheet metal roof above their heads if they’re lucky. Otherwise, in many cases, their houses are made of plastic bags. They don’t have water, electricity or toilets. All of them arrived on Lampedusa Island by boat, after a trip of almost three years, having passed through the desert and the tortures and mistreatments of the prisons of Libya. Now they live here, surrounded by a scrap heap. Their shower is a bottle of water behind a tinplate makeshift panel. So far, there are about one hundred people stuck in this situation, but it’s difficult to know the exact number. Until two months ago the Africans used to sleep inside an abandoned industrial shed, called “the factory” by the squatters and best known in the newspapers as “Cartiera.” In July, a blaze burnt part of the building, especially the asbestos roof; after that, the local authorities closed it. During the summer, some of the African immigrants staying in Rosarno moved to another abandoned building close to a waste incinerator. Others went to the industrial zone, where fifteen of them live inside a small one-room house. Even worse places are “La Rognetta” and “La Collina” (The Hill), located in the municipalities of San Ferdinando and Rizziconi. The first is what is left of an old orange juice factory located in the middle of town; the second is simply an open field surrounded by olive trees with two old farmhouses in the middle, whose roofs are broken down. Everywhere, in this special territory of the “Piana’s Hell,” people sleep on the floor, on dirty mattresses, among flies, insects and garbage dumps. There’s no more hope in the eyes of these African workers, even if they’re just in their twenties. Still, they don’t give up. “There’s no respect for human rights,” says Steve, a 25-year-old Ghanaian. He was among the “Cartiera” Africans who last December went to the Rosarno town hall to demonstrate after two Ghanians from the camp were seriously wounded by a couple of Italians who shot them while they were walking in the street. The two young Italians, probably connected with ‘Ndrangheta, the local branch of the Mafia, were arrested and one of them was condemned to 16 years in prison for attempted murder. Adding insult to injury, though, the authorities first promised then later denied work visas to the two wounded immigrants.
Steve remembers: “We went to the town hall to ask for protection and respect.” Their request seemed fair and natural to him. But they’re staying in Piana of Gioia Tauro, where the land is under the control of the ‘Ndrine, the Mafia families of the powerful and frightening crime bosses like Pesce, Piromalli and Molè, where ambushes and acts of violence are a way of life. This is why the brave protest of the Africans was a lesson in civility and dignity for the whole of Italy. In this ‘Ndrangheta land where there is no respect for official law, “sans papiers” immigrants come every year from other parts of Italy for seasonal jobs in agriculture: the orange-picking. There’s a big business surrounding this illegal labor force. Landowners do not pay taxes and put the illegal immigrants at work for only 25 euros per day. And the illegal workers buy food in the supermarkets and discount stores around Rosarno. Authorities and police have been tolerating the phenomenon since 2003, when hundreds of Africans began sleeping in front of the town hall in protest, after being cleared out of an old public building, called the Villa Fazzari. Someone suggested that they move to the “Cartiera” and they stayed there until last July’s blaze. It is still not clear who set the fire. Maybe it was an accident caused by a camping stove or a makeshift cooker. Maybe not. Every autumn there are at
least 1,500 illegal immigrants arriving in Rosarno to work in the orange fields. They usually leave with the approach of summer. Some of them remain in the town because they are illegal immigrants and they are afraid of the new government regulations which have established “illegal immigration” as a crime. Waiting for the orange-picking of October, they sit in front of their roofless houses, surrounded by debris, wondering what will happen to them tomorrow, next month, next year. No one takes care of them; the authorities do not provide any kind of assistance or housing. Only a few people from a spontaneous association and an immigrants’ watch group provide some small help, bringing them supplies like bottles of water.
Raffaella Cosentino September, 2009




Archiviato in: Calabria, diritti umani., migranti | Tag: 'ndrangheta, cosche, immigrazione, irregolari, Peppe Sergi, permesso di soggiorno, raccolta delle arance, Rosarno, schiavitù, sfruttamento, Valarioti
Testo di Raffaella Cosentino – Fotografie di Pasquale Andreacchio
Duecento africani senza permesso di soggiorno vivono in condizioni aberranti nella Piana di Gioia Tauro. Con la stagione degli agrumi diventano più di mille e cinquecento. Un anno fa la loro rivolta contro la ‘ndrangheta.
Rosarno (Rc) – Lo sguardo di David rotea senza centrare il bersaglio. Mentre mi parla le sue pupille vanno da un’altra parte. Forse fino in Ghana e ritorno. Scappano lontano come la sua anima. Non solo perché gli chiedo di ricordare il suo viaggio. Ho l’impressione che per lui sia diventato un modo per cercare di allargare la realtà. Per uscire dalla sua vita senza permesso di soggiorno nella Piana di Gioia Tauro. Mi tornano in mente le parole del film ‘I Cento Passi’. Tu sei Nuddu ‘mbiscatu cu nenti. Lì era una minaccia. Qui è una tenaglia che ti prende allo stomaco. Anche i discorsi di David spaziano senza un ordine apparente. “Daina. La mia mamma si chiama così”. “Davvero sei stata a Londra? Io parlo l’inglese della Regina. Queen Elizabeth is our mother, eravamo una colonia inglese”, mi dice, con una punta di orgoglio. Gli chiedo: “Come hai saputo di Rosarno…a place like Rosarno?” Non se lo ricorda più. Forse a Napoli. O a Bari. Da qualche parte, nella geografia dell’Italia clandestina, gli hanno detto che nella Piana c’era lavoro per lui. Guardiamo insieme dall’alto la ‘Cartiera’ bruciata. Seduti sul guardrail della statale che va al porto di Gioia Tauro. Io e David J. Lui ha qualche anno più di me, 31. Era soldato ed è partito. Non voleva morire. È passato dalla Libia. Da Lampedusa. Dal Cie di Foggia. Asilo politico rifiutato.
Le nostre strade si incrociano per qualche ora attorno al vecchio capannone. Sigillato dalle autorità dopo l’incendio del 20 luglio, dal 2003 aveva dato alloggio ai lavoratori stagionali della raccolta di agrumi. La cartiera è deserta. Si capisce subito. Non c’è più il muro di stoffa che costeggiava la strada. Erano i panni stesi ad asciugare sul fil di ferro della recinzione prospiciente. Siamo nel comune di San Ferdinando. Terra di nessuno, inferno, incubo? Non esiste una parola sola per raccontare il vortice di simboli che questi luoghi racchiudono. Relitto dell’industrializzazione abortita. Impianto sequestrato. Stabilimento che non ha mai aperto i battenti. L’hanno fatto e lasciato lì. Per sei anni è stato il rifugio di 600 africani. Soprattutto anglofoni. Ghanesi, sudanesi, nigeriani, maliani, ivoriani. Ragazzi del Togo, del Benin, del Burkina Faso. Per l’inverno tutta l’Africa si riparava in quel bunker. Senza luce. Con una ventina di bagni chimici Con fuochi e fornelli improvvisati. L’Africa delle Clementine. Sono gli agrumi della Piana. Con l’aspetto dei mandarini. Dolci come le arance. Frutti così belli e profumati che da queste parti l’aranceto lo chiamano ‘il giardino’. In Calabria sono prodotti a indicazione geografica protetta. Ma i lavoratori che le raccolgono in nero protetti non lo sono affatto. Circa 25 euro a giornata contro i 32 di un bracciante locale. Prelevati all’alba sulla strada dai piccoli proprietari terrieri, eredi dei contadini che nel dopoguerra lottarono per le terre.
L’Osservatorio Migranti stima che siano 1500 gli immigrati irregolari che ogni inverno arrivano a Rosarno, San Ferdinando e Rizziconi. Tre chilometri in linea d’aria. Un ritaglio di sud agricolo schiacciato tra aree industriali semidismesse e il porto di Gioia Tauro, centro degli affari e degli appetiti dei clan. Qui si consuma lo sfruttamento dei nuovi schiavi. Manodopera a bassissimo costo che compra cibo e ricariche telefoniche nei negozietti e discount della zona. Polli e galline dagli ambulanti. Le autorità hanno fatto finta di non vedere. Ora David vive con altri ghanesi in un altro stabilimento abbandonato vicino all’inceneritore. Hanno tutti tra i venti e i trenta anni. E una storia simile. Il loro viaggio in Italia è iniziato a Lampedusa ed è finito a Rosarno. “Sono passato dal Niger, da Agadez. Ho fatto tre anni in carcere in Libia, uno in Spagna. Sono in Italia dal 2006. Ho trentadue anni e non ho niente, nemmeno una fidanzata”. Il mio interlocutore allarga le braccia, come per mostrare il vuoto che lo circonda. “I have no hope” mi dice un altro. Ha solo 20 anni. “Cosa ricordi di quando sei partito?” “I forgot”, risponde. E io penso a Primo Levi. A quando racconta dei lager e della necessità di dimenticare la vita di prima per non impazzire. Se questo è un uomo. Che vive in mezzo a discariche di rifiuti. Che si lava con una bottiglia d’acqua. Che dorme in una casa di cartone foderata di sacchi di plastica. Che deve benedire il materasso lercio perchè lo divide dal pavimento. “E’ la casa del governo”, mi dice Ahmed il marocchino alla Rognetta, un ex stabilimento di trasformazione del succo d’arancia nel cuore urbano di Rosarno . Così gli hanno risposto i sei africani che si sono presi la sua capanna mentre lui era a lavorare in Toscana. Un altro marocchino vive da due anni dentro una pompa di sollevamento dell’acqua. Alla ‘Collina’, tra gli uliveti di Rizziconi, il rifugio sono due casolari con le tegole sfondate. Tra galline, fuochi all’aperto e montagne di spazzatura. Sembra un paradosso la pena di Peppe Pugliese, dell’Osservatorio, che si affanna a dire ai ragazzi di mettere all’ombra le casse di acqua da bere che gli ha procurato. La plastica sotto il sole è tossica. Fa male alla salute.
Davanti ai ricoveri senza tetto si è seduta un’umanità calpestata. Ma non piegata. Steve, 25 anni, del Ghana: “Non c’è rispetto dei diritti umani”. Era tra gli africani che a dicembre 2008 marciarono verso il municipio di Rosarno per protestare contro il ferimento di due di loro in un agguato mafioso. A casa dei Pesce, dei Bellocco, dei Piromalli e dei Molè, nel cuore della ‘ndrangheta più sanguinaria, gli africani hanno alzato la testa contro i proiettili. Alla Rognetta sembra che la speranza non sia mai stata avvistata. Eppure all’ingresso mi accoglie un Corano. Lo sta leggendo Jabee, che arriva dalla Nuova Guinea. Prima mi dice che in famiglia sono scappati tutti dalla guerra e che la moglie è ancora nelle carceri di Gheddafi. “Riesci a telefonarle?” gli chiedo. A quel punto trema: “Non è vero, sono morti tutti, pure mio figlio di due anni”. Solo con la fede si può. Mi ringrazia per avergli parlato. Non capita tutti i giorni. Meno male che c’è l’officina di Peppe Sergi, il biciclettaio. “Quando eravamo piccoli ci aggiustava le bici gratis, ora fa lo stesso con gli africani”, dice Pugliese che mi accompagna. Al muro c’è un manifesto elettorale del Pci di trent’anni fa. Come quelli che una sera di giugno del 1980 stava attaccando per le strade di Rosarno con Peppe Valarioti. “Non mi lasciare da solo, già la mia famiglia ha paura che mi ammazzano” gli aveva detto. Era mercoledì. Il sabato seguente, all’uscita da un ristorante dopo la vittoria elettorale, il dirigente comunista Valarioti fu ucciso a colpi di lupara. Aveva trent’anni. Un delitto rimasto impunito. Io e Peppe Sergi piangiamo insieme. A place like Rosarno. E’ troppo anche per noi calabresi.
Di Raffaella Cosentino
Copyright MOSAICI – ottobre 2009

La Rognetta - esterno

La Rognetta - interno, rifugio-dormitorio
- La Rognetta – interno


La Collina


La Collina all'interno

Alloggio vicino all'inceneritore dei rifiuti


La vecchia Cartiera dopo l'incendio

L'incontro con David

Io e Peppe Sergi, il biciclettaio amico di Valarioti

Archiviato in: Rom, cittadinanza, diritti umani., migranti, multicultura, scuola | Tag: apolide, apolidia, balcani, clandestino, ex-Jugoslavia, immigrato irregolare, immigrazione, mediatore culturale, Ponte Galeria, Rom, roma, stranieri, teatro
Tratto dal libro “Oltre la rete”, a cura di Serenella Pesarin (Direttore generale per l’attuazione dei provvedimenti giudiziari presso il Dipartimento di Giustizia Minorile) e Raffaele Bracalenti, psicoanalista, presidente dell’Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali , Edizioni Edup, marzo 2009
Questa è la mia storia, ho 47 anni, sono venuto in Italia 28 anni fa come clandestino. Uno straniero, una persona non di cittadinanza italiana. Se però provate a chiedermi di quale Paese sono originario, a quale nazionalità appartengo, vi risponderò che è troppo difficile per me poter dire: “Io sono croato, sebo o macedone”. E’ una storia complicata, una storia che accomuna tutti coloro che vengono dalla ex-Jugoslavia e, in particolare, gli zingari. Mia madre è una gagè (una ‘non-zingara’), una bosniaca cattolica, mentre mio padre è uno zingaro di religione ortodossa. I miei nonni materni sono uno zingaro e una bosniaca musulmana, quelli paterni un ortodosso e una cattolica. A ripercorrere tutto il mio albero genealogico, si rischia di perdersi. E io chi sono? Io sono solo un mezzo zingaro, un meticcio, un miscuglio, sono come il ‘pesto’. Da ragazzo ho vissuto in Slovenia, vicino Vinkovci, nella casa dei nonni: adesso è territorio serbo, ma quando ci abitavo io era zona croata, e ho avuto anche modo di giraare un pò per il paese; poi la decisione di andare in Italia in cerca di fortuna. Era il 17 gennaio 1980: un giorno dopo il mio diciannovesimo compleanno. Un bel modo di festeggiare! Non sono venuto con una carretta del mare: ho attraversato la frontiera a piedi, attraverso i boschi. Da Capo d’Istria ho raggiunto Trieste e da lì, in treno, sono arrivato a Roma. Per quasi sette mesi ho dormito nei treni o nelle stazioni della metropolitana, quasi sempre da solo, senza alcun punto di riferimento nella città. L’inserimento è stato molto lento e faticoso, finchè non ho iniziato a lavorare come restauratore di mobili presso un vecchio artigiano dei Parioli, che però morì solo qualche mese dopo. Per alcuni anni ho continuato a tirare avanti tra un lavoretto e l’altro. Non rubavo all’inizio, ma poi, quando non hai la possibilità di lavorare, di sopravvivere, non hai niente..devi per forza cominciare, e sono stato anche incarcerato. All’inizio degli anni Novanta sono rientrato in Jugoslavia per i fatti della guerra. Da che parte? Non importa più ormai, è storia passata. Comunque, mi sono fatto cinque anni di guerra. Poi, quando ho capito che ra una guerra inutile, che si moriva solo per avere due o tre metri quadrati di terra in più, che tutto sarebbe rimasto come prima, ho deciso di tornare in Italia. Così ho ripreso quella vita di espedienti e piccoli lavoretti.
Poi ho cominciato a stringere i rapporti con gli zingari di Roma e nona vendo la casa avevo deciso di trasferirmi nel campo Casilino 700. “Mi sono subito reso contyo dlele condizioni in cui vivono gli zingari in Italia e ho detto ragazzi svegliamoci, non si può viver così, dobbiamo fare qualcosa!”. Così ho iniziato a impegnarmi nell’associazionismo: facevo parte della A.R.G. ( Amicizia tra Rom e Gagé) ma non avevamo una sede ed era difficili trovare appoggi per le nostre iniziative. Comunque facevamo quel che potevamo, e per un bel pò ho tirato avanti. Finchè un bel giorno, nel 2000, mi hanno preso e mi hanno portato al Centro di permanenza temporanea di Ponte Galeria vicino Roma. Ricordo un impiegato che mi diceva: “Tu devi essere espulso, devi andare via, devi tornare al tuo Paese!” e io: “Scusa, se mi sai dire qual’è il mio paese, io ci torno volentieri!”. Il mio Paese, in realtà, non esiste più: prima si chiamava Jugoslavia, ora si chiama Croazia, Macedoonia, Montenegro…
E’ difficile dirlo esattamente quante persone eravamo all’interno del campo. C’era un continuo via vai; in media direi circa 80-90 persone, quando più, quando meno. Gli uomini dormivano da una parte, le donne e i bambini dall’altra. All’internod el centro operavano diversi corpi dello Stato: Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, e a fianco delle forze dell’ordine operava anche un gruppo di volontari della Croce Rossa Italiana. Proprio tra questi volontari ho conosciuto quella che sarebbe diventata la mia compagna. Le giornate nel centro trascorrevano senza uno scopo apparente. Ogni tanto, due o tre immigrati, quelli dalla situazione giuridica più complessa, venivano portati presso diverse ambasciate, per capire in quale paese avrebbero dovuto essere rimpatriati. Io, lo zingaro jugoslavo, dovevo peregrinare per tutte le sedi diplomatiche dei paesi balcanici: Macedonia, Croazia, Bosnia, Romania..Da ogni parte dicevano: ” No, questo non è nostro, non possiamo riprendercelo noi!”. Un girono, per sbaglio, mi hanno portato pure in quella di Algeria, insieme ad un ragazzo nordafricano! Al campo ho conosciuto anche un mio compaesano, trasportatod a Rimini a Ponte Galeria, per essere espatriato. Dopo qualche giorno, viene messo sull’aereo e portato a Sarajevo. A quanto pare hanno combinato qualche pasticcio con l’ambasciata perchè dopo poche ore l’hanno rimandato in Italia, a Ponte Galeria, dicendo che non era cittadino bosniaco! [...]
Noi zingari in questo siamo speciali, perchè prendiamo queste cose come un destino . e contro il destino non puoi combattere, l’unica cosa è accettarlo e prendere da ogni evento, da ogni luogo, quel poco di buono che ti può insegnare. So di essere fortunato ad avere questo carattere e questa storia. ma se penso a molti ragazzi, venuti per esempio dall’Africa, che si sono venduti le quattro cose che avevano per poter andare in quello che ritenevano un Paese civile, per costruire qualcosa. Dopo un paio d’anni devono tornare a casa senza un soldo, senza neanche i vestiti addosso, umiliati, senza il coraggio di presentarsi davanti alla propria famiglia. E’ per questo che alcuni immigrati di Ponte Galeria avevano le braccia fasciate, perchè si ferivano intenzionalmente con i vetri delle bottiglie, come estremo gesto di autolesionismo e disperazione.
Una volta uscito dal campo, scaduti i trenta giorni massimi di detenzione, sono tornato alle ambasciate jugoslave “Nons ei dei nostri – mi ripetevano tutti – non sei iscritto nel registro dei cittadini!” allora mi sono impuntato “Se è così scrivetemelo nero su bianco, metteteci un timbro e facciamola finita!”. Così, con questi documenti, sono andato al tribunale di Civitavecchia e ho presentato un ricorso scritto di mio pugno: “Sentite – ho detto – io sono un signor nessuno, sono un fantasma che vive da 22 anni in Italia. Mi volete mettere in regola o no?”. All’inizio pensavano che scherzassi, ma poi hanno capito che facevo sul serio e nel giro di poco tempo mi hanno dato lo status di apolide. Allora sono andato al comune di Anguillara dove risiedevo: ho dovuto raccontare all’impiegata la storia della mia vita, ma tre giorni dopo mi hanno convocato per darmi la carta d’identità. Quando ho preso questo pezzo di carta, me lo sono guardato, me lo sono rigirato tra le mani e ho pensato: “tutto qua? e ora che diavolo devo farci con questa?”
la mia storia di Toni è probabilmente una storia atipica, estrema, quella di un immigrato che nessuno voleva e che quindi nessuno ha potuto espatriare. Una delle poche storie di Ponte galeria conclusesi con un lieto fine. Dopo neppure una settimana dal mio rilascio ho partecipato a una manifestazione di protesta, davanti a Ponte Galeria. Poi mi sono iscritto a un partito politico, ma anche lì, dopo un pò, preferisco non andare nei particolari. “non so, per noi zingari queste cose non funzionano mai in questo paese”. Ora lavoro come mediatore culturale presso le scuole che frequentano i bambini rom. L’attività in cui però metto più passione è quella di attore in compagnia teatrale autodidatta. I monologhi in cui racconto la mia storia, delle mie origini, di questo groviglio di nazionalità che la vostra burocrazia ha deciso di chiamare “apolidia”, sono i momenti più applauditi.
Nota: lo status di apolide è regolato dalla legge e viene concesso nei casi in cui una persona abbia perso la sua cittadinanzadi origine, senza poterne acquisire una nuova; è una procedura molto difficile da ottenere, spesso perchè l’ambasciata del paese di nascita non riconosce la persona come proprio cittadino, ma non rilascia un documento scritto di diniego, necessario per l’Italia ai fini del riconoscimento delllo status di apolide. In molto casi si ricorre quindi al giudizio in tribunale.
Archiviato in: appuntamenti, diritti umani., migranti, multicultura | Tag: corteo, discriminazioni, manifestazione, marcia, multicuturale, razzismo, respingimenti, roma 17 ottobre


No al razzismo, No al pacchetto (In)Sicurezza, No ai respingimenti in mare, No ai rimpatri forzati e alle deportazioni dei migranti, No ai Centri di identificazione e di espulsione, No alle discriminazioni e No alle violazioni dei diritti umani nel nostro paese.
Grazie agli organizzatori, perchè oggi a Roma ho visto un’Italia diversa, ho visto migliaia di studenti e migranti marciare e ballare insieme. E ho pensato che questa è la Capitale dello Stato multiculturale in cui voglio vivere.
Grazie agli immigrati sans papiers e senza identità di Rosarno e di Caserta. Ai richiedenti asilo in attesa a S. Anna di Crotone. Grazie a tutti gli immigrati che oggi erano in piazza e per le strade. Perchè loro sono gli unici che stanno davvero mettendo in gioco le loro vite per cambiare il mondo.











Archiviato in: Uncategorized | Tag: Afghanistan, autobomba, Camp Arena, Camp Invicta; Nato, Davide Ricchiuto, Herat, Isaf, Kabul, lince, Matteo Mureddu, militari italiani
Io che su quel lince c’ero.
Non so se è lo stesso lince, ma so che tra i sei militari italiani della Folgore, ieri, c’erano Matteo Mureddu e Davide Ricchiuto che, giorno dopo giorno, hanno vegliato sui miei spostamenti da Camp Invicta al centro di Kabul.
Io su quel lince c’ero. Perché ogni lince è uguale all’altro. E ogni volta che si fa rientro nella base, che sia Camp Invicta o Camp Arena, ad Herat, quello che si pensa è: anche questa volta è andata.
Alcuni soldati lo dicono apertamente, altri sdrammatizzano e ci scherzano su mentre scaricano le armi e si slacciano l’elmetto, ma il pensiero è sempre quello.
Non è un’idea fissa, altrimenti sarebbe impossibile trascorrere anche otto ore all’interno di un blindato che, fino a ieri, veniva definito tra i militari «santo lince», perché tanti ne aveva salvati, da esplosione su Ied ai bordi delle strade o posizionati sotto il manto stradale, che nel selvatico Afghanistan, è un lusso poco diffuso. Ma contro un’autobomba imbottita di decine e decine di chili di esplosivo non c’è molto da fare. L’unico antidoto alla paura è il fatalismo.
Il fatalismo e, allo stesso tempo, la consapevolezza che trapela da ogni singolo gesto, fatto con metodo. Sono questi gesti che hanno reso più sereno anche «il mio primo lince», grazie alla sicurezza, mista a gentilezza, di Matteo e degli altri ragazzi che, lo scorso agosto, mi hanno iniziato al rituale del blindato: giubbotto, elmetto, cinque cinture di sicurezza, per non rischiare di essere sballottati in caso di qualche scoppio, e sportelli sigillati con la chiusura antimine.
«Nessuno di noi sarà mai avvolto da uno scudo spaziale», aveva detto ironizzando uno di loro. Il rischio è messo in conto e accettato perché sono soldati. Lo sono anche se ti aiutano nella contrattazioni con i venditori afgani che gestiscono gli spacci nelle basi, come se fossi in un suk di una qualunque località turistica, o se ti mostrano la foto della figlia al mare. Sono soldati anche se hanno il volto di ragazzi di vent’anni o poco più e se ti dicono, come Davide, «appena vengo via da qui, se Dio vuole, mi spendo metà della missione in una vacanza di un mese a Santo Domingo. Perché me lo merito». Se Dio vuole… Sono militari e quello che è successo, ieri, fa parte del «gioco». E forse, in fondo, lo stavano aspettando.
È per questo che ogni auto che non rallenta al passaggio dei blindati o che sorpassa e finisce sulla corsia opposta, in contromano, viene interpretata come una potenziale minaccia. E, allora, lì ad interpretare ogni cambiamento del tono della voce per valutare il livello della tensione, con la sensazione di poter controllare o incidere sugli eventi. La maggior parte delle volte si tratta di un falso allarme. Non sempre. Matteo e Davide, li avevo chiamati, titolando una foto afghana sulla mia pagina Facebook, «gli angeli custodi del lince». Li saluto così.
(Davide Ricchiuto e Matteo Mureddu, all’aeroporto di Kabul, agosto 2009)
Antonella Vicini (IL TEMPO)
18/09/2009
Archiviato in: diritti umani. | Tag: diritti, donne, Faezeh, Iran, Katayoon, Maral, onda verde
peacereporter.it
30/07/2009
Neda è divenuta il simbolo della ribellione in Iran. L’anima della protesta è femminile
scritto per noi da
Antonella Vicini
I palazzoni, alti e in cemento armato; il cielo mai limpido per via dello smog; un traffico che trasforma le strade in un enorme flipper, con biglie che schizzano impazzite da un angolo all’altro della città: Teheran toglie il fiato. Soffoca. Così come soffoca l’idea di un Paese in cui le donne sono obbligate a coprire il capo e le parti del corpo che più tradiscono la femminilità, da quando, nel 1979, la rivoluzione islamica ha sovvertito il potere occidentalista dello scià Reza Pahlavi.
Contrariamente a quanto si possa pensare, però, la realtà della Repubblica Islamica va ben oltre un chador nero, caratterizzata da un grande dinamismo del sesso debole, nonostante le innegabili limitazioni. Il 65 percento degli studenti ammessi alle università è,
infatti, costituito da ragazze; le stesse giovani donne che nei giorni della cosiddetta “onda verde” sono scese in piazza, insieme ai loro coetanei uomini, per manifestare contro il risultato delle elezioni presidenziali. E Neda Agha-Soltan, la ventiseienne uccisa nel corso di una manifestazione da un colpo sparato con tutta probabilità da un miliziano Basij, è diventata simbolo, oltre che delle proteste contro il regime, anche di un attivismo al femminile, molto spesso messo in secondo piano di fronte agli stereotipi del roosari o del manto.
Faezeh, la politica e lo sport
Per le donne che aspirano “ad essere coinvolte in molti settori della vita pubblica e politica”, in Iran, “ci sono tetti invisibili, ma invalicabili”, spiega Faezeh Hashemi Rafsanjani, figlia dell’ex presidente Ali Akbar Rafsanjani ed esponente del fronte riformista che ha sostenuto Mir Hossein Mousavi alle discusse presidenziali di giugno. Faezeh è impegnata politicamente dai primi anni Novanta e, nelle scorse settimane, si è guadagnata un breve arresto per il cognome che porta e per essersi messa alla guida di alcune proteste di piazza.
“Gli iraniani sono andati al voto pieni di entusiasmo e voglia di decidere per il proprio futuro, ma, nonostante la maggioranze cercasse un cambiamento, le loro speranze sono state deluse e un altro nome è uscito fuori dalle urne”.
E sempre lei, che nel 1991 ha fondato la IFWS, Federazione Islamica Donne nello Sport, perché, a causa delle restrizioni in tema di abbigliamento, per le atlete islamiche era complicato “partecipare alle competizioni internazionali”.
“Abbiamo deciso, così, di affermare che lo sport è importante per gli uomini quanto per le donne, anzi, di più per le donne, il cui corpo ha una certa responsabilità”. Nel giro di alcuni anni, l’associazione che ha sede a Teheran, ma raccoglie 54 Paesi in cui si professa l’Islam, ha organizzato 4 edizioni di giochi internazionali, più una serie di tornei tra le nazioni, e ha portato le donne iraniane alle Olimpiadi di Pechino, dove “hanno vinto in alcune discipline, come il tiro con l’arco”. Faezeh Hashemi ha il piglio deciso di chi combatte con convinzione le proprie battaglie, ma non rinnega il suo mondo, le sue tradizioni, il suo Paese. Nasconde, infatti, il capo e il corpo, minuto e atletico, sotto un chador nero, da cui spuntano pantaloni bianchi e scarpe da ginnastica.
L’islam non pone restrizioni in tema di sport, anzi, prosegue, “consiglia fortemente alle donne praticarlo. Anche nei testi sacri se ne parla”. Il problema, il più del volte, è rappresentato dagli uomini e dalle interpretazioni che fanno del Corano e noi, conclude, “non dobbiamo mai smettere di fare pressione”.
Con il naso all’insù
“La Sheherazade Media International è una società fondata nel 2002, che si occupa di produzione e distribuzione di documentari su scala internazionale”.
A parlare è Katayoon Shahabi, presidente e madre di questa creatura che sforna prodotti in cui si parla della società iraniana, come Nose, iranian style (che affronta il tema della diffusione della rinoplastica tra i giovani), ma anche la questione dei rifugiati afgani in Iran (My little country) o delle donne palestinesi (Maria’s Grotto). È una mattina di giugno. Teheran è ancora scossa dai risultati delle ultime elezioni e dalle intense manifestazioni che invadono le piazze.
“Questa volta la situazione mi sembra diversa, la gente sa cosa vuole e sembra determinata ad andare avanti”, afferma.
“Quello che possiamo fare noi è continuare a pensare al futuro e lavorare, giorno per giorno”. Lavorare in un settore del genere, in un ruolo che solitamente spetta agli uomini, è complicato ovunque per le don
ne, “ancora di più in Iran, dove ci sono spazi oltre i quali non si riesce ad andare; progredire”.
“Nei settori privati, non governativi”, prosegue Katayoon, “la situazione è, tuttavia, meno difficile”.
“Io ho avuto modo di viaggiare molto all’estero per il mio lavoro e molti si stupiscono che io viva qui e non abbia scelto di risiedere fuori. In realtà, le donne da noi cercano di fare molto, in vari settori, anche se non abbiamo modo di mostrarlo all’esterno”.
Maral, il rock e la canzone per Neda
C’è, invece, chi per lavorare deve andare periodicamente fuori dal proprio Paese. Per poi ritornare.
“Naturalmente io ho pensato di abbandonare l’Iran, ma non è quello che voglio”, esordisce Maral, ventiquattro anni, sopracciglia e naso all’occidentale e un piercing, fatto in Turchia, tra il labbro inferiore e il mento. Lei è una cantante di musica pop-rock che, nonostante il divieto di suonare questo genere di musica, ha deciso di portare avanti la sua passione. Ma con dei limiti.
“Se dovessi andarmene via da qui per il mio lavoro non lo farei. Non perché ami particolarmente l’Iran, ma perché qui c’è la mia famiglia e la mia famiglia è la cosa più importante”.
Il suo sogno le è costato un arresto e tre giorni di detenzione, in una prigione vicino Karaj, poco fuori Teheran, per essere stata sorpresa con gli altri componenti della band, The plastic wave, durante un concerto clandestino.
“Ci hanno accusato di fare musica satanista e ci hanno portato via. Ma, in quel momento, ho potuto capire quanto tengo a questo lavoro e quanto sarei pronta a rischiare di nuovo”.
Il rischio le piace. “Sono stata due settimane a Kabul, lo scorso settembre, per suonare con una band afgana, ma non ho avuto paura. È stata una nuova esperienza e anch
e se non è un posto sicuro, è stato eccitante”.
“A me piace correre rischi”, continua. E, infatti, si fa fotografare senza velo, jeans attillati e conottierina nera.
Non ha paura neanche di mettersi contro il regime. Una delle canzoni incisa, in farsi, la sua lingua, pochi giorni prima del voto del 12 giugno, s’intitola proprio Azadi, cioè Libertà. Un’altra, più recente, è Neda, ed è uno struggente omaggio all’eroina di questa onda verde, giovane come lei, che come lei studiava musica, prima di vedere cancellare in un attimo i propri sogni.
Archiviato in: Medioriente, diritti umani., multicultura | Tag: Art Gold, Ayn Jarfa, centri giovanili nel sud del Libano, Cooperazione decentrata, giovani, Libano, ricostruzione, Tibnine, Tiro, Undp, università islamica di Tiro, villaggi del sud del Libano
Archiviato in: Uncategorized | Tag: diritti umani., elezioni, Iran, Karim Lahidj, proteste
Nei giorni scorsi, la International Federation for Human Rights (FIDH), attiva dal 1922 in tutto il mondo nel campo dei diritti umani, ha lanciato un allarme sul numero degli arresti in Iran dall’inizio delle proteste: circa 2000. Il vice presidente della FIDH e presidente dell’Iranian League for the Defence of Human Rights (LDDHI), Karim Lahidj racconta cosa sta accadendo in Iran.
«La situazione è drammatica. La popolazione i
raniana è stata presa in ostaggio di un regime autoritario, dai suoi agenti e dai servizi segreti che rispondono con una repressione violenta alle richieste di trasparenza e di democrazia. La società civile viene messa a tacere: i difensori dei diritti umani sono scomparsi e i cittadini normali sono vittime di arresti arbitrari».
Scendendo più nel dettaglio e parlando di numeri.
«In Iran c’è un clima di terrore, perché il regime porta avanti i suoi obiettivi politici soffocando le voci di dissenso. Le libertà fondamentali sono ampiamente ignorate e le manifestazioni di protesta a Teheran, e nelle altre città, vengono represse col sangue. Più di 2000 persone sono state arrestate e sono attualmente detenute. Secondo Reporters sans Frontieres, al momento, sarebbero circa 34 i giornalisti in prigione. I Basiji hanno preso il sopravvento sulle forze di sicurezza e esercitano le funzioni di Stato con arresti e raid nelle case».
Chi è responsabile di questo?
«È ovvio che il regime e la Guida Suprema in persona abbiano deciso di imporre l’elezione di Ahmadinejad agli iraniani, senza considerare la conseguente perdita di credibilità e di legittimità. Queste elezioni sono state segnate dalla frode e dalla repressione violenta. Il Consiglio dei Guardiani, da parte sua, ha accettato un riconteggio parziale solo per mantenere la facciata. Non potrebbe nascere un governo legittimo da queste elezioni e, dal momento che loro lo sanno bene, hanno incaricato la famosa milizia Basiji di eliminare le voci di dissenso e le proteste».
Chi, invece, esegue gli ordini?
«I Guardiani della Rivoluzione, la polizia e i Basiji si dividono la responsabilità di repressione e violazioni dei diritti umani. Loro agiscono durante le dimostrazioni e conducono raid notturni, terrorizzando la popolazione».
Oltre agli attivisti, chi è stato arrestato?
«Naturalmente gli attivisti, gli avvocati nel campo dei diritti umani, i giornalisti e le figure prominenti nel fronte dell’opposizione sono stati il bersaglio principale. Ogni cittadino che proclama il rispetto dei propri diritti, per le strade, attraverso internet o i social network rischia di essere arrestato. Il Ministero dell’Informazione in Iran, infatti, riesce ad identificare con successo chiunque sfidi le autorità».
Alcune persone che vivono in Iran hanno raccontato di maltrattamenti nei confronti di chi è stato arrestato…
«Conoscendo il modo in cui sono stati trattati gli attivisti nelle prigioni iraniane nel passato, non mi sorprenderei se queste accuse fossero vere. Le Nazioni Unite hanno chiesto già da tempo alla FIDH di fare dei controlli in loco, ma l’Iran non coopera. I casi di tortura sono stati ampiamente documentati, già prima dell’attuale ondata di repressione, e probabilmente continueranno in futuro».
Antonella Vicini
(Il Tempo O5/07/2009)




