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Afghanistan, la violenza e i sogni delle donne. Il futuro “rosa”
febbraio 2, 2010, 2:53 pm
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HERAT – Farida vuole fare l’insegnante e come lei Shafiqa, Rohsana e Anitha. E così la maggior parte delle sue compagne di classe. Una classe gremita, composta da una cinquantina di bambine, di età diverse, tutte con la divisa d’ordinanza: velo in testa, possibilmente bianco, e manto alla iraniana, scuro.

Libri nuovi forniti dall’Unicef e qualche zainetto all’occidentale, dono della cooperazione italiana e del Provincial Reconstruction team che nel 2009 ha inaugurato questa la nuova scuola di Herat, un istituto molto grande e superaffollato che ospita, dice il direttore dell’istituto, dodici mila studenti dai 6 ai 18 anni suddivisi in tre turni al giorno. Basta fare la classica domanda di rito, «cosa volete fare da grandi?», che il coro si leva unanime: «l’insegnante». Perché? «Vogliamo educare gli altri bambini; ci piace molto saper leggere e scrivere». Questa è la risposta dell’Afghanistan post 9/11 e delle nuove generazioni nate dopo il 2001 che non hanno mai conosciuto, se non forse nei racconti, il divieto di studiare imposto dai talebani alle donne e le discriminazioni dei mujahidin.

Eppure nell’Afghanistan di oggi, a otto anni dall’inizio di Enduring Freedom e della missione Nato, l’alfabetizzazione per le bambine è un obiettivo che stenta ancora a decollare, come tutte le altre questioni che riguardano l’integrazione delle donne nella società civile, nonostante alcuni passi avanti siano stati fatti, soprattutto nella grandi città. Ma l’Afghanistan non è solo Herat o Kabul, dove prima delle presidenziali in parlamento, fra l’altro, si discuteva ancora di una legge sul diritto di famiglia che offre all’uomo la possibilità di decidere del destino della proprie moglie, se non abbastanza condiscendente in tema di «doveri coniugali».

Secondo Nasima Rahmani, coordinatrice del programma ActionAid per i diritti delle donne in Afghanistan, «l’accesso all’istruzione è diventato più facile», anche se ancora oggi «meno di un terzo degli iscritti a scuola in Afghanistan è donna». E nel sud del Paese, zona roccaforte dei taliban dove gli alleati faticano vistosamente ad andare avanti, «solo il 3% delle ragazze va a scuola». Basti pensare che, soltanto lo scorso agosto, nel bel mezzo di una campagna che inneggiava ai progressi ottenuti durante la presidenza Karzai, molte delle giovani che presiedevano i seggi femminili, nella capitale, hanno raccontato chiaramente di essersi imbattute nel forte disagio della famiglia di origine per aver partecipato attivamente al voto. Najila si è recata alle urne e si è offerta come scrutatrice, ma non tutte le sue coetanee hanno potuto farlo. «A volte è tuo padre che decide per te e, un po’ per paura, un po’ perché sono cose da uomini».

C’è poi chi, come Mariam, venticinque anni, detenuta nella prigione femminile di Herat insieme a sua sorella, per essere stata denunciata dal padre per comportamenti licenziosi, dell’insegnamento sta facendo la sua attuale ragione di vita. Da quanto è stata condannata alla reclusione, ogni giorno, offre lezioni di inglese alle sua compagne: apprendere è un privilegio, ancora di più se il luogo in cui questo avviene sono le aule di un carcere. Mariam è timida, ma ha il piglio deciso e, superate le resistenze iniziali, parla, parla in una lingua che non è la sua e che sono in poche a conoscere in un Paese dove solo il 18/20 percento circa (i dati variano a seconda delle fonti) delle ragazze sa leggere e scrivere nella propria lingua madre. «Non so cosa farò quando uscirà di qua – dice, ma di sicuro – dalla mia famiglia non voglio tornare. Dio mi aiuterà». Inshallah.

Antonella Vicini
per IL TEMPO



Ong afghane contro gli aiuti: “Non vanno al paese e aumentano la corruzione”

28/01/2010
14.43
COOPERAZIONE

Sette delegate della società civile in rappresentanza di 80 organizzazioni umanitarie guidate da donne lanciano l’allarme sulla destinazione degli aiuti: “solo il 5% va ai progetti per le donne”. Selay Ghaffar di Hawca: “le nostre vite sempre a rischio”.

Londra – Mentre la diplomazia internazionale si riunisce nella capitale inglese per finanziare con un fondo internazionale il piano di riconciliazione con i Talebani decido da Karzai e dagli Stati Uniti, le sole donne afghane presenti alla conferenza internazionale criticano la politica degli aiuti attuata dalla comunità internazionale. “Gli aiuti non stanno andando all’Afghanistan, ritornano indietro ai paesi ‘donatori’ attraverso gli stipendi corrisposti ai militari e ai contractors per la sicurezza”, denuncia Washma Frogh, esponente dell’Afghan women network, presente alla Conferenza di Londra. “E’ davvero frustrante che niente sia cambiato per noi dopo 8 anni di guerra”, dice a margine dell’incontro parlando della situazione delle donne a Kabul e nel resto del Paese. Sotto accusa il sistema dei Prt (Provincial reconstruction team), con i militari che si occupano direttamente della ricostruzione attraverso attività Cimic, di cooperazione civile e militare. “I Prt non sono adeguati alla ricostruzione, non conoscono i veri bisogni della gente e le persone li rifiutano perchè li vedono come soldati, inoltre la qualità dell’aiuto è davvero bassa”. E sulla corruzione dilagante, l’attivista afghana è lapidaria: “Il 70% del budget governativo viene dall’estero, dunque devo dire che l’aiuto internazionale ha creato maggiore corruzione”.

Sono sette le delegate della società civile che tra poco presenteranno un documento al vertice dei 60 paesi ospitato alla Lancaster House. Le attiviste dell’Afghan Women Network rappresentano 80 organizzazioni non governative guidate da donne in Afghanistan, di cui 20 più grandi e il resto titolari di piccoli progetti. Tutte operano in una situazione di grave pericolo. “Le nostre vite sono a rischio per due motivi – denuncia Selay Ghaffar dell’ong ‘Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan’ – la società civile ancora non accetta il nostro ruolo e non abbiamo un sostegno reale da parte della comunità internazionale. Basti pensare che solo il 5-7% degli aiuti è diretto a progetti per le donne, noi pensiamo dovrebbe essere almeno il 20-25%”.

Aumento degli aiuti internazionali per lo sviluppo economico oltre alla sicurezza da un lato e lotta alla corruzione del regime politico attualmente al potere sono due dei focus del vertice ospitato dal primo ministro inglese Gordon Brown. Due giorni fa, otto organizzazioni umanitarie impegnate nel Paese, Oxfam, Actionaid, Afghanaid, Care Afghanistan, Christian Aid, Trocaire, Concern e il Consiglio norvegese per i rifugiati (Nrc), hanno diramato un documento che denuncia la ‘militarizzazione’ degli aiuti. Rivolgendosi agli oltre 60 ministri degli Esteri partecipanti all’incontro di oggi, le Ong si sono espresse contro “l’utilizzo da parte delle forze militari internazionali degli aiuti come arma non letale”, con azioni umanitarie e militari di breve respiro che “forniscono una soluzione più temporanea che duratura” e sono “motivate dagli interessi politici dei donatori” e da obiettivi di sicurezza a breve termine. (vedi lanci successivi)(rc)

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La beffa di Londra. Benefici ai talebani che rinunciano alla guerriglia, le donne afghane: “Siamo disorientate”

28/01/2010
16.27
COOPERAZIONE

Poco spazio alla società civile alla Conferenza internazionale di Londra sull’Afghanistan. Il network delle ong femminili presenta un documento. Tra le richieste: destinare il 25% dei fondi che arrivano a Kabul per migliorare la condizione femminile

LONDRA – Vorrebbero avere voce in capitolo ed essere considerate parte degli attori in gioco sullo scacchiere afghano. Ma hanno avuto solo venti minuti di tempo per presentare le loro proposte. E’ quanto la Conferenza internazionale sull’Afghanistan ha concesso a un’unica rappresentante di circa 80 ong, voce della società civile afghana. “Siamo davvero confuse, disorientate. La guerra del 2001 è stata fatta per eliminare i Talebani e ora gli si danno soldi per riportarli al governo. Il ritorno dei Talebani non dovrebbe essere nemmeno in discussione”. E’ quanto affermano le delegate afghane a margine del vertice, individuando “nella concessione degli aiuti occidentali la principale causa della guerra e del ritorno degli insorti”. In queste ore alla Lancaster House si sta presentando al mondo il sostegno Nato al piano di riconciliazione proposto dal presidente afghano Hamid Karzai in accordo con l’amministrazione statunitense di Barack Obama. Soldi e posti di lavoro dal mondo occidentale ai Talebani che rinunciano alla guerriglia. Una strategia economica di maggiori aiuti che affiancherà l’arrivo di altri trentamila soldati statunitensi e di ulteriori contingenti dei loro alleati. Secondo quanto ha scritto il quotidiano inglese Telegraph, i piani delle potenze occidentali e la exit strategy dal pantano di Kabul prevedono di pagare 12.500 combattenti talebani dandogli lavoro e convincendoli a entrare nelle forze di sicurezza afghane.

Temendo di essere scambiate come merce sul tavolo della ‘reintegrazione’ dei Talebani per restaurare la sicurezza nel Paese, l’avanguardia civile delle donne afghane ha presentato una lista di punti per indicare le priorità nella stabilizzazione del governo di Kabul. “Il governo e la comunità internazionale – scrivono le Ong – devono assicurare e monitorare i diritti delle donne in tutte le iniziative di riconciliazione nazionale così che lo status delle donne non sia svenduto in un piano a breve-termine per ottenere stabilità”. Le richieste si articolano su tre istanze: sicurezza, sviluppo e politiche internazionali. “Le donne pagano il prezzo più alto per la recrudescenza della violenza” si legge nel documento, teso “ a proteggere i risultati ottenuti dal 2001”. La rete delle ong femminili chiede l’applicazione della risoluzione 1325 del consiglio di Sicurezza dell’Onu e la piena partecipazione delle donne alle decisioni politiche e al processo di pacificazione. “La sicurezza richiede più della stabilizzazione militare – dice ancora la nota – serve protezione delle forze di polizia, libertà di movimento e accesso ai servizi di base, assistenza sanitaria e legale, istruzione, acqua pulita; un cambiamento sociale ampio nella vita pubblica e privata; stupri tra le mura domestiche, abusi in famiglia e violenze contro le donne sono esarcebati dal conflitto e sono le principali cause di insicurezza per la vita delle donne”. Sul versante della sicurezza, si chiede una rappresentanza femminile almeno al 25% in tutte le fasi del processo di pace e nel Consiglio di Sicurezza nazionale del Presidente Karzai. Un’altra proposta è quella di recrutare donne afghane per i servizi di sicurezza, nella polizia nazionale e tra i peacekeepers internazionali.
Una richiesta importante arriva per quanto concerne gli aiuti. “Dovrebbero essere monitorati per vedere se sono efficaci nel promuovere l’uguaglianza di genere. I Donatori dovrebbero assicurare che almeno il 25% dei fondi sia dedicato specificamente alla parità femminilie”. Se la situazione delle donne in Afghanistan non cambierà, non ci sarà pace per il Paese e non si arresterà il traffico di esseri umani che coinvolge tantissimi minori soli nei loro viaggi ‘up to Europe’. E’ la risposta delle rappresentanti afghane ai piani messi in atto dalle diplomazie occidentali anche in loro nome ma senza consultarle. (raffaella cosentino)
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Orzala Nemat: “L’Italia e l’Ue devono dare sostegno ai minori afghani soli”

L’attivista dell’Afghan Women Network che coinvolge 80 ong guidate da donne a Kabul interviene a margine della conferenza di Londra. L’altra faccia della guerra: cresce la violenza, aumentano orfani e profughi. Una rete di sfruttamento che coinvolge molti

Londra – “Non ci sono scuse per l’Italia e per gli altri governi europei che hanno firmato i trattati internazionali. Devono rispettare i fondamentali diritti umani e dare sostegno ai minori afghani soli e a coloro che arrivano per chiedere asilo politico”. E’ quanto dichiara a Redattore Sociale Orzala Ashraf Nemat dell’Afghan Women’s Network di Kabul, a margine della Conferenza internazionale di Londra. “Il fatto che le famiglie si assumano il rischio di mandare ragazzini di 14 anni da soli fuori dal paese, passando per i trafficanti di esseri umani, dimostra che la guerra in Afganistan sta peggiorando”, continua l’attivista per i diritti umani. “A spingerli a fuggire non sono solo le violenze dei Talebani – spiega Orzala Nemat – sono anche migranti economici, che a casa loro non vedono futuro” . E’ attraverso le parole delle rappresentanti della società civile afghana che si comprendono le cause geopolitiche di drammi come ‘la buca’ all’air terminal della stazione Ostiense di Roma. A Kabul, Herat, Kandahar comincia il viaggio, a causa di una guerra di cui non si vede la fine.
“Abbiamo più orfani e più profughi perché è aumentata la violenza”, racconta un’altra giovane attivista, Washma Frogh, che dipinge un quadro agghiacciante dei traffici di minori e delle reti di sfruttamento che coinvolgono organizzazioni criminali in tanti paesi dell’area. “Le ragazze vengono portate in Pakistan per la prostituzione e i ragazzi finiscono a lavorare come schiavi in Arabia Saudita nelle fabbriche. Non hanno passaporto, sono fantasmi che non esistono e restano segregati nei luoghi in cui vengono schiavizzati”, dice ancora Frogh.
“Ogni anno la situazione a Kabul e nelle altre aree si va deteriorando, la condizione dei minori è quella di essere doppiamente vittime del conflitto, a causa della mancanza di istruzione, dei rapimenti per la strada, degli abusi sessuali e dei traffici” spiega Selay Ghaffar, 26 anni, lei stessa rifugiata per gran parte della sua vita in Iran e in Pakistan. E’ membro di Hawca, una ong che dal 1999 si occupa di assistenza a donne e bambini. “Sia il governo di Karzai sia la comunità internazionale sono responsabili della tragedia dei profughi – dice ancora Ghaffar – Non c’è democrazia e, dunque, la responsabilità sta nella strategia sbagliata che è stata usata in Afghanistan”. (vedi lanci successivi) (raffaella cosentino)
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Conferenza di Londra. Fiducia a Karzai e riconciliazione

Da quest’anno sicurezza alle forze afghane ma per controllare tutto il Paese ci vorranno almeno cinque anni. Sostegno militare e aiuti internazionali per altri dieci anni.

Un tipico cielo plumbeo, compatto, spezzato solo delle pale degli elicotteri che sorvolano ritmicamente le zone più centrali, per motivi di sicurezza. Questa è Londra, nel giorno della Conferenza sull’Afghanistan. Una città distratta, come cornice di un appuntamento senza troppi scossoni. L’esito di questa giornata era stato annunciato da giorni e Karzai, del resto, lo aveva chiesto da mesi. Unione Europea, Stati Uniti e Onu hanno ufficialmente aperto ai talebani, quelli moderati, «persone facili da dividere», perchè, secondo il premier britannico Gordon Brown, avrebbero «le ragioni più disparate per prendere parte alla insurrezione». Eppure, la sensazione è che ci sia poco spazio per l’ottimismo, nonostante Hillary Clinton abbia voluto chiarire che «non si tratta di una exit strategy».

Difficile distinguere quali siano gli estremisti e i moderati, spiega bene Selay Gheffar, dell’Hawca (Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan), presente a Londra, con altre donne, come rappresentante della società civile per portare avanti richieste in un mini summit a latere che si svolge mentre, nella sala stampa, due ufficiali Isaf si aggirano per spiegare ai giornalisti le mille difficoltà sul terreno per sconfiggere i talebani. Nell’edificio a pochi passi da Buckingham Palace, dove sono radunate le delegazioni di circa settanta Paesi, la parola che si pronuncia di più è «unità», per realizzare quella transizione che dovrebbe iniziare già a partire dal 2010. Anche se, le forze di sicurezza afghane non saranno in grado di prendere il controllo delle aree più difficili del Paese prima di cinque anni, ha ammesso Karzai, sottolineando che l’aiuto straniero, inteso non solo in termini economici, sarà necessario per altri dieci o quindici anni.

L’obiettivo della comunità internazionale, ricorda Brown sulla scia della dottrina Mc Chrystal, è quella di sconfiggere gli estremisti non solo sul campo, ma anche «nelle menti e nei cuori della gente». Vietato nominare il termine «fallimento» o fuga: Hamid Karzai è il nuovo deus ex machina. Prossimo appuntamento tra qualche mese a Kabul per valutare la realizzazione dei suoi sei obiettivi: reintegrazione e riconciliazione, governance, sicurezza, lotta alla corruzione, sviluppo economico e cooperazione regionale.

Il Tempo
Antonella Vicini

29/01/2010



Vite di cartone

Dalle baracche nel parco di Centocelle al prato di Villa De Sanctis. Da un ex deposito di birra occupato alla sala consiliare del municipio. La diaspora a tappe di quasi 500 rom rumeni, dopo il primo sgombero eclatante del Piano Nomadi. Nei prossimi sei mesi dovrebbero essere trasferite migliaia di persone e centinaia di bambini.

Ottanta baracche si accasciano al suolo, afflosciate come scatole di cartone. La pala meccanica della ruspa si abbatte sul tetto. Legno e lamiere contorte crollano senza opporre resistenza. Le casette se ne vanno senza fare troppo rumore, come i loro proprietari qualche ora prima. Tra i cumuli di macerie e la vegetazione, un vecchio e sua moglie ritornano spingendo un passeggino vuoto. Vorrebbero riprendere le cose lasciate al momento della fuga. Gli agenti di polizia glielo impediscono. Niente può essere portato via. Non si può rientrare nel fosso. La ruspa è al lavoro. A mezzogiorno è tutto finito. In quattro ore il campo rom del Parco di Centocelle è stato abbattuto. Altrettanto velocemente sui giornali questo diventa “lo sgombero del Casilino 700”. In realtà un campo con questo nome non esiste da anni. Da quando fu raso al suolo per volere delle amministrazioni di centro-sinistra. Ma la parola “Casilino” fa effetto. E’ un fantasma che riporta alla memoria della gente il “Casilino 900”, il campo rom più grande d’Europa, da quarant’anni a poche centinaia di metri di distanza. Il parco di Centocelle confina con il Casilino 900 e con degli sfasciacarrozze. Gli atti vandalici sono stati numerosi.



Per due anni, 500 rom romeni hanno vissuto in due campi nel parco. Fino all’alba dell’11 novembre scorso. All’irruzione della polizia, le famiglie rom fuggono, lasciando le baracche deserte e portandosi dietro quello che possono. 69 persone vengono identificate e 19 denunciate per reati ambientali e di costruzione abusiva. Sei finiscono al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. Uomini dell’Ama e del corpo forestale vengono chiamati per la bonifica, che avrà tempi lunghi. Le operazioni sono guidate dal dirigente della Questura Raffaele Clemente e seguite dal vice capo di gabinetto del sindaco Alemanno, Tommaso Profeta. Ai rom offrono il rimpatrio assistito in Romania o l’accoglienza per sole donne e bambini. Le famiglie rifiutano entrambe le proposte e soprattutto si oppongono all’idea di dividersi.

Florin è uno di loro. Ha 14 anni, è esile e con il braccio sinistro malato. Lo tiene appeso al collo con un pezzo di stoffa, come se fosse rotto. Ma non ha ingessature. Dopo la distruzione della sua baracca, insieme agli altri si è accampato a Villa De Sanctis. Ovunque, a vista, sul prato, ci sono pacchi, valigie, donne con bambini piccoli. “Perché ci fai le foto?” mi domanda Florin da lontano, mentre il mirino della mia macchina fotografica inquadra una bicicletta rosa e un uomo sullo sfondo. E’ suo padre, mi dice. Si avvicina e cominciamo a parlare.”Dove dormiamo stanotte?”, chiede. Prima che faccia buio, molte delle persone sgomberate occupano un ex deposito di birra. Florin mi accompagna dentro. Lo stabile è composto da alcuni edifici e magazzini disposti a quadrato attorno a un grande cortile interno. Le strutture non hanno porte. Saliamo le scale. In ogni stanzone fatiscente c’è già qualcuno. Tutti si affrettano ad accaparrarsi un posto. Qualcuno cerca di fare pulizia con una vecchia scopa. Ci affacciamo dalla finestra senza vetri. Nel cortile di sotto è appena arrivato un camion carico di materassi. C’è l’assalto, uomini e donne si lanciano alla conquista. “Sono dei poveretti. Non vedi come si battono?”, mi dice Florin. Povertà e dignità hanno fatto a pugni. Chi non ha una casa non può vivere da essere umano.

Florin e la sua comunità sono profughi nella periferia della città. Una diaspora a tappe, con l’esodo delle famiglie rom, forzatamente nomadi, da un angolo all’altro del VI, VII e X municipio. La mattina seguente un cordone di agenti e furgoni della polizia sbarra l’accesso a via dei Gordiani. Al di là c’è l’ex deposito di birra occupato.

E’ il secondo sgombero in 24 ore nei confronti delle stesse persone. Davanti agli agenti ci sono gli insegnanti e la preside della scuola elementare Iqbal Masih. Circa 40 bambini frequentavano regolarmente negli istituti del quartiere, accompagnati dai genitori. “Questa comunità di romeni è la più attenta alla scolarizzazione che abbiamo mai avuto – dice la preside Simonetta Salacone – sono bambini pulitissimi e costanti a scuola, i genitori facevano un grandissimo sforzo nonostante vivessero nelle baracche. Non rubano, riciclano i materiali che trovano nei cassonetti. Sono come i nosti immigrati meridionali di cinquant’anni fa che si spostavano per sfuggire alla povertà e vivevano nelle baraccopoli”. La preside cerca di fare filtrare attraverso i poliziotti una lista con dei nomi. E’ quella dei genitori dei bambini che sono a scuola. Non si sa che fine abbiano fatto le loro famiglie, né se qualcuno verrà a riprenderli. Quando un autobus su cui sono stati fatti salire alcune decine di rom tenta di partire, il vicepresidente del VI municipio Antonio Vannisanti, alcuni consiglieri e i ragazzi dell’associazione Popica provano inutilmente a bloccarlo. Momenti di tensione, ma il bus se ne va e nessuno sa dire dove è diretto.

Florin intanto si è disperso nei campi adiacenti a Villa De Sanctis. Lo ritrovo il giorno seguente. Dorme con altre trenta persone nella sala consigliare del municipio, alla Marranella. Lo incontro per l’ultima volta. Non sono più riuscita a sapere che fine abbia fatto. Non è tra quelli che hanno trovato alloggio a Metropoliz, uno stabile occupato sulla via Prenestina. Potrebbe essere tra i cento portati dal comune sulla via Salaria. “E’ una struttura protetta e segreta, non identificabile”, mi dice al telefono lo staff dell’assessore alle Politiche Sociali Sveva Belviso. I giornalisti non possono visitarla. In realtà è un’ex cartiera sgomberata a settembre. Una soluzione temporanea che arriva solo dopo l’appello mondiale lanciato da Amnesty International sulle violazioni dei diritti umani commesse ai danni dei rom, ai quali non era stato notificato lo sgombero e che dovrebbero essere risarciti dei beni perduti. Giorni dopo, quando una delegazione di politici riesce a entrare, Daniele Ozzimo, consigliere Pd in Campidoglio racconta: “Anche se dormono in due grandi ambienti riscaldati in condizioni dignitose tutto lo stabile circostante cade a pezzi, con le vetrate spaccate e i muri semidistrutti”. Secondo il consigliere Pd, “è un’accoglienza non prevista che l’amministrazione ha concesso obtorto collo. Con due sgomberi in 24 ore l’intento era quello di disperdere ed esasperare quella gente al punto di portarli ad accettare il rimpatrio assistito”. E’ stata la prima operazione eclatante del Piano Nomadi del prefetto Giuseppe Pecoraro, commissario straordinario per l’emergenza rom. Pochi giorni prima era finito sui giornali un documento riservato dei consiglieri Pdl che sollecitavano il sindaco ad accelerare la chiusura del Casilino 900. Con La Martora e Tor De Cenci dovevano essere i tre campi da dimezzare entro ottobre 2009 e chiudere nei primi sei mesi del 2010. Significa trasferire 1500 persone, di cui almeno 500 bambini. Ma secondo il piano, nei prossimi sei mesi dovrebbero essere sgomberate altre duemila persone da 80 baraccopoli ‘abusive’. Un esodo interno alla città, per arrivare a 13 campi attrezzati, vigilati e videosorvegliati, chiamati ‘villaggi’.

Raffaella Cosentino

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nota: l’articolo si riferisce allo sgombero del campo rom del parco di Centocelle (Roma) a novembre 2009



Rosarno, la protesta si allarga. A Roma le comunità migranti presentano le loro istanze
gennaio 25, 2010, 1:08 pm
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19/01/2010
18.11
IMMIGRAZIONE

Sono state ricevute in prefettura e hanno ottenuto di far arrivare a Maroni le loro richieste: permesso di soggiorno per motivi umanitari, interpretazione estensiva dell’art.18 della Bossi-Fini, monitoraggio sui fondi per l’accoglienza

ROMA – Hanno chiesto il permesso di soggiorno per motivi umanitari per tutti i migranti di Rosarno. Una interpretazione estensiva dell’articolo 18 della legge Bossi-Fini sulla base di una direttiva europea che prevede il permesso di soggiorno per lavoro a chi denuncia gli sfruttatori. Un monitoraggio sui meccanismi dei fondi per le politiche di accoglienza. Sono le istanze presentate da una delegazione delle comunità migranti e associazioni antirazziste al vice capo gabinetto della prefettura di Roma, Paolo Vaccaro, che si è impegnato a portarle al titolare del Viminale, Roberto Maroni.
Circa 200 manifestanti hanno dato vita a un sit-in di fronte a Palazzo Valentini, sede della prefettura di Roma. Contemporaneamente, proteste e manifestazioni si sono svolte in molte altre città italiane, all’insegna dello slogan “Troppa intolleranza e nessun diritto, sanatoria per i migranti”.

Le associazioni antirazziste hanno attuato presidi anche a Treviso, Padova, Potenza, Bari, Castelvolturno e Reggio Calabria. “Per dire che quello di Rosarno è un caso nazionale”, sottolinea un comunicato diffuso nelle piazze.
“Abbiamo chiesto una verifica sull’interpretazione estensiva dell’art. 18, ancora inapplicata. E’ chiaro che chi è sfruttato nei campi dalla mafia, chi è ridotto in schiavitù nei cantieri e nelle metropoli, con tante situazioni simili in tutta Italia, dovrebbe poterne usufruire”, ha dichiarato Alessio Magro dell’associazione anti-ndrangheta calabrese “daSud”, membro della delegazione ricevuta in prefettura.

Presenti in piazza anche tante associazioni di lotta per la casa con striscioni del tipo: “Rosarno, chi semina sfruttamento raccoglie tempesta”. I manifestanti hanno esposto anche uno striscione che ricalca quello censurato a Rosarno. “Speriamo di poter dire un giorno: c’era una volta la mafia”, è la frase incriminata durante il corteo di Rosarno di una settimana fa e riproposta oggi dall’associazione “daSud” e dai rappresentanti degli studenti romani. Il sit-in segue altre iniziative e mobilitazioni pro immigrati di Rosarno, come la distribuzione di arance insanguinate al Senato, durante l’audizione del ministro Maroni.

copyright Redattore Sociale
autore: raffaella cosentino



Gli africani tornano a Rosarno, richiamati dai caporali
gennaio 22, 2010, 10:51 am
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19/01/2010

14.35
IMMIGRAZIONE
La testimonianza di un ghanese con regolare permesso di soggiorno che ha rifiutato di rientrare. Sarebbero alcune decine, e vivrebbero all’interno di case nel paese. Per loro la promessa dell’incolumità

Roma – Sono tornati a Rosarno alcune decine di immigrati africani che erano fuggiti o erano stati sgomberati e allontanati dalla polizia dopo i disordini e le violenze ai loro danni della settimana scorsa, richiamati nella Piana da chi li sfruttava per raccogliere le clementine. Uno dei ragazzi africani, che chiede di rimanere anonimo, racconta a Redattore Sociale di essere stato contattato lui stesso per rientrare e di essersi rifiutato a causa del pericolo. Si tratta di un ghanese con regolare permesso di soggiorno per motivi umanitari, sbarcato due anni fa a Lampedusa. “I capi italiani, quelli che possiedono le terre – afferma – hanno chiamato i caporali ghanesi, quelli che ci portavano con le macchine sui campi e gli hanno detto di ritornare a lavorare portando con sé altri africani”. Secondo la testimonianza, alcune decine di africani sarebbero già tornati a Rosarno e vivrebbero all’interno di case nel paese. Altri sarebbero in procinto di tornare. I capi della rete di sfruttamento che li sta richiamando sui campi avrebbero promesso l’incolumità. Una situazione che li vedrebbe ancora più schiavi di prima, intimiditi dopo i linciaggi della folla, le violenze delle ‘ndrine, le deportazioni e le identificazioni delle forze dell’ordine. Il testimone ghanese, ancora visibilmente scosso per le condizioni disumane in cui viveva e per la fuga precipitosa, afferma che i braccianti agricoli africani di ritorno nella Piana provengono da Castel Volturno, il primo posto dove si sono diretti molti dei duemila immigrati di colore sgomberati da Rosarno.
A spingerli tra le braccia degli sfruttatori, ancora una volta le condizioni di massima indigenza in cui vivono. E il fatto che molti di loro, pur regolari o con protezione umanitaria, non riescono a trovare un alloggio dignitoso né un’occupazione. Per questo, molti hanno trovato rifugio a Castel Volturno, altri ingrossano le fila della gente che dorme per strada nei pressi della stazione Termini. Intanto a Roma, tra l’emergenza freddo e il sovrannumero di richieste, i posti letto segnano il tutto esaurito tra le strutture del Comune e quelle delle associazioni umanitarie. Il ragazzo africano che ha reso la testimonianza a Redattore Sociale, dopo aver chiesto aiuto a tutti i punti di raccolta e i centri che hanno offerto assistenza agli immigrati di Rosarno, è stato costretto a dormire alla stazione Termini. L’odissea di una singola persona è quella di duemila braccianti stagionali immigrati, indispensabili all’agricoltura del meridione. Quando i riflettori dei media si sono spenti sull’emergenza Rosarno, i fantasmi dello sfruttamento hanno ripreso a vagare per l’Italia. (Raffaella Cosentino)

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la diffcile situazione delle donne in Afghanistan
gennaio 18, 2010, 2:08 pm
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Antonella Vicini
GRAZIA dic 2009



Rosarno 1980, l’omicidio di Peppe Valarioti

E’ la notte tra il 10 e l’11 giugno del 1980, Giuseppe Valarioti, giovane professore di lettere con la passione per l’archeologia e la tessera del Pci di Rosarno in tasca (è il segretario di sezione) è al ristorante con i compagni: il partito ha vinto le amministrative e c’è da festeggiare. Finita la cena esce dal locale, arriva una pioggia di fuoco: Peppe Valarioti muore tra le braccia del suo compagno (e padre politico) Peppino Lavorato. E’ la conclusione drammatica di settimane ad alta tensione, di minacce e intimidazioni, miste ad entusiasmo e, a volte, incoscienza. Si va avanti, anche se di notte gli ‘ndranghetisti tentano di incendiare la sezione del partito e distruggono le auto dei militanti. Anche se i manifesti elettorali vengono capovolti. Non strappati o coperti, capovolti. Non è la stessa cosa. Il Pci para i colpi: comizi e manifestazioni, volantinaggi e porta a porta. Dopo la batosta del 1979 il Pci non si può permettere di perdere ancora. Le cosche però non possono accettare che si parli apertamente dei loro traffici e affari. Peppe e Peppino, i compagni della sezione lo sanno e vanno avanti: condannano i tentativi della mafia di controllare le cooperative agricole, difendono il territorio dalla ‘ndrangheta, dalla speculazione edilizia e dalle infiltrazioni. Peppe è un passo avanti agli altri e non smorza i toni nonostante i compagni di partito, i parenti, la fidanzata gli chiedano prudenza. Lui ascolta ma va avanti e organizza un comizio contro gli ‘ndranghetisti, nella piazza principale di Rosarno, proprio il giorno in cui si svolgono i funerali della madre del boss Giuseppe Pesce. Da una parte Peppe e i suoi, dall’altra il boss e i suoi uomini: in mezzo la gente di Rosarno. Un affronto mai visto, a pochissimi giorni dalle elezioni. La sfida finale. Vince il Pci, gli uomini dei clan non vengono eletti. La ‘ndrangheta reagisce e lo uccide. Durante la festa, perché sia chiaro per tutti. Peppino Lavorato terrà aperta la sezione del Pci di Rosarno. E dieci anni dopo diventerà sindaco del paese. Nel nome di Valarioti. Che non ha avuto giustizia.

da. Il manifesto e Unical.