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COOPERAZIONE Una casa per bambini abbandonati: il “miracolo” di due volontari in Kosovo

La comunità è retta da una coppia di sposi e accoglie rom, kosovari, minori disabili. Nessuno percepisce stipendio. Dal 1999 la Caritas Umbria opera a Klina, fornendo assistenza a decine di famiglie, cattoliche e musulmane

PERUGIA – Tutto comincia nel 1999, a ridosso della guerra, quando un gruppo di volontari italiani della Caritas Umbria arriva in Kosovo per fornire la prima assistenza di rito. Due di loro, undici anni dopo, sono ancora lì. Cristina e Massimo, nel frattempo, si sono sposati e hanno creato un centro di accoglienza per i bambini del villaggio di Raduloc e dintorni, prevalentemente kosovari e rom. Si tratta di una zona a maggioranza cattolica, pure se tra i 40 ospiti di Casa Zlokucane ci sono dei musulmani. Il primo bambino è arrivato nel 1999, dopo essere stato abbandonato dai genitori. Da quel momento nella frazione di Klina l’attività dei volontari della Caritas umbra ha subito un’impennata. Gli ospiti giungono tramite i servizi sociali, le famiglie, gli amici, ma anche da soli, come ha fatto Sadam nel 2008. Rimasto orfano a dieci anni ha chiesto accoglienza. Ora lo si vede tenere in braccio il figlio più piccolo di Massimo e Cristina, Lorenzino, come se fosse un fratello maggiore.

“L’80 % dei nostri ragazzi ha un età che va dai pochi mesi ai sedici anni, ma abbiamo anche altri ospiti più grandi che hanno problemi di disabilità, più o meno evidenti”, sottolinea Carlo, ingegnere trentenne, che da circa un anno si dedica a tempo pieno al volontariato. È il caso di Rusten che ha 21 anni, ma sembra ancora un bambino. L’ultimo arrivato, invece, ha tre anni e ha trascorso quasi tutta la sua vita in ospedale, dopo essere stato abbandonato dai genitori perché affetto da spina bifida. Necessita ora di trattamenti riabilitativi che probabilmente verranno forniti all’Ospedale Bambin Gesù di Roma. In casi come questi, interviene di solito la cooperazione italiana attraverso il Ministero degli Esteri che si coordina con il Cimic (Civil-Military Cooperation).

Questa piccola comunità, completamente autosufficiente, vive grazie alle donazioni e al lavoro svolto da tutti quotidianamente. Nessuno percepisce stipendio. “Abbiamo un terreno di circa 20 ettari da coltivare, che ci è stato donato dalla municipalità; legna da tagliare; una casa da gestire; i bambini da mandare a scuola e altre 250 famiglie del luogo a cui prestare assistenza”, spiega Carlo. Si capisce, quindi, perché le giornate inizino all’alba. Si comincia preparando la colazione e si va avanti con la pratica quotidiana del “Buongiorno”; un momento di riflessione collettivo che avviene a tavola, prendendo spunto da una lettura a scelta. Alle 8 ognuno inizia la propria attività, lavorativa o scolastica, a seconda dell’età, che prosegue fino alle 19 e termina con le preghiere di rito, anche questo un momento comunitario, di raccoglimento o di riflessione, che ognuno, musulmano o cattolico, vive come vuole. Distinguere nazionalità ed etnie in questo microcosmo risulta particolarmente difficile sia per l’insieme di colori e di tratti somatici, sia per l’alternarsi di nomi che portano traccia dell’influenza slava, musulmana, ma anche italiana. E così incontriamo una Driita e una Poska, ma anche un Paolino e un Besart, traduttore ufficiale e factotum della casa, definito ironicamente “un kosovaro che sembra un milanese”. (Antonella Vicini)

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INTERVISTA a Madame Dobrilla, portavoce del Patriarcato di Pec. L’indipendenza del Kosovo è un nodo tutto ancora da sciogliere. Su EDB

INTERVISTA A SELAY GHEFFAR. DONNE AFGHANE IN LOTTA PER LA PROPRIA LIBERTA’ su EDB

LA RICERCA DELLE PARI OPPORTUNITÀ

“Genitori separati dai figli” è un’associazione che si occupa dei diritti dei genitori separati. Dal racconto del presidente, Vincenzo Spavone, si evince un quadro molto chiaro: sono principalmente i padri a chiedere aiuto perché “discriminati” culturalmente

link:   welfare papà separati

LA NUOVA FAMIGLIA

OLTRE L’INVERNO, il documentario indipendente che racconta la resistenza alla ‘ndrangheta di una donna di Locri. Sostienila organizzando una proiezione

Guarda il Trailer su http://www.oltrelinverno.blogspot.com/

Liliana Carbone è una maestra elementare di Locri. E’ la mamma di Massimiliano, un ragazzo di 30 anni ucciso nel cortile di casa sua a colpi di arma da fuoco. Qualcuno gli ha sparato nascosto dietro un muretto di cemento la sera del 17 settembre del 2004. Massimiliano stava rientrando a casa con suo fratello da una partita di calcetto. Le ferite gravi riportate nell’agguato non gli hanno risparmiato 7 giorni di agonia prima di spegnersi in ospedale. E’ superfluo dire che Massimiliano era incensurato, amava il calcio, era un ragazzo di Locri. Aveva fondato una piccola cooperativa. Aveva una vita normale. Massimiliano Carbone era un giovane calabrese che aveva deciso di restare nella sua terra, era un italiano, un europeo. La sua fine è ancora avvolta dal mistero. A 6 anni dalla morte, non esiste una verità giudiziaria da riportare nelle cronache, da spiegare a chi si chiede perché. Non ha un volto, né un nome il sicario che ha posto fine ai suoi giorni.

In mancanza di altre piste giudiziarie, l’unico particolare di rilievo, l’unica traccia resta quella indicata da sua madre Liliana in tutte le occasioni pubbliche e istituzionali. Massimiliano aveva amato una donna già sposata, una vicina di casa. Dalla relazione è nato un bambino. Liliana Carbone ha usato tutti i suoi risparmi e tutte le sue risorse fisiche, spirituali e culturali per andare alla ricerca della verità. Per dire che la sola esistenza di Massimiliano ne faceva un testimone scomodo. Per urlare che non si può morire così in un paese civile. Dopo anni, il test del Dna e i giudici hanno riconosciuto a Massimiliano la paternità del bambino. Resta chiaro per chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire che a Locri non si uccide senza l’assenzo della ‘ndrangheta, senza il coinvolgimento di killer delle cosche, senza le armi e la mentalità delle ‘ndrine. Quella di Massimiliano potrebbe essere una storia come tante nella Locride, un delitto impunito, senza colpevoli, senza giustizia. Quella di Liliana non è una storia uguale alle altre. E’ lei la nostra differenza di calabresi che non si rassegnano, che non si chiudono nella paura e nel silenzio. Che lottano contro l’omertà, nonostante le cronache raccontino spesso il contrario. Liliana ha fatto del dolore una battaglia civile. E in terra di ‘ndrangheta se chiedi a testa alta il rispetto dei tuoi diritti di cittadina, di madre, di maestra, chiedi di cambiare le cose. La rivendicazione individuale diventa una causa collettiva. Perché qualunque delitto impunito pesa inesorabilmente sul futuro di tutta la comunità. Non solo la comunità dei locresi o dei calabresi, ma anche sulla comunità internazionale. Perché la ‘ndrangheta, temuta multinazionale dei traffici illeciti, ha la testa decisionale ancora in Calabria ed è su questa impunità che fonda il suo potere. Non lasciamo sola Liliana.L’isolamento espone al rischio di ritorsioni. Combattiamo l’idea che ci sono ‘pezzi di paese dati per persi’ dai giornali e dai politici. Come fare? Ospita nella tua città, nel tuo quartiere, nella tua scuola, una proiezione dei documentario indipendente “Oltre L’Inverno” per raccontare la storia di Liliana Carbone ai tuoi amici. Contribuisci a fare conoscere questo caso perchè quello che succede a Locri “interessa anche a te”. Organizzati e ricostruisci la memoria di questa Italia che non ha bisogno di eroi, ma solo di vivere con onestà.

Per organizzare una proiezione, contatta gli autori all’indirizzo di posta elettronica: oltrelinverno@gmail.com

Autori:

Massimiliano Ferraina – documentarista

Claudia Di Lullo – dialoghista

Raffaella Cosentino – giornalista freelance (Redattore Sociale/Il Manifesto)

Consulta anche il blog del documentario: www.oltrelinverno.blogspot.com

Valarioti, un libro-inchiesta invita a riaprire il caso

15/06/2010

15.01

MAFIE

L’iniziativa nasce da un libro di Alessio Magro e Danilo Chirico che fa luce sui tanti punti oscuri del processo. A 30 anni di distanza, nessun colpevole per l’assassinio del politico comunista e le dichiarazioni di un super pentito ignorate dalla giustizia

ROSARNO (RC) – Riaprire il caso Valarioti. Costituire un comitato per chiedere giustizia a 30 anni dall’assassinio del giovane segretario della sezione comunista di Rosarno, ucciso nel 1980 dalla ‘ndrangheta. E’ l’iniziativa che nasce dal libro inchiesta dei giornalisti trentenni Alessio Magro e Danilo Chirico, edito da Round Robin, intitolato “Il Caso Valarioti. Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria. Un processo a metà”. Il libro è stato presentato a Rosarno in occasione del trentennale lo scorso 11 giugno e poi a Catanzaro due giorni dopo. Nel giugno del 1980, in soli dieci giorni, la ‘ndrangheta assesta due colpi mortali al movimento antimafia, incarnato per la stagione degli anni Settanta dagli amministratori locali del Partito Comunista. L’11 giugno di 30 anni fa viene ucciso all’uscita dalla cena elettorale per la vittoria alle regionali Giuseppe Valarioti, 30 anni, insegnante precario e segretario del Pci di Rosarno. Il 21 dello stesso mese, a Cetraro, sulla costa tirrenica cosentina, in un agguato muore Gianni Losardo, segretario alla Procura di Paola e assessore comunale ai Lavori Pubblici. Losardo viene ucciso poche ore dopo essersi dimesso dalla carica in giunta. Un volume collettivo, “Non vivere in silenzio”, ne ricorda la vicenda giudiziaria. Due delitti eccellenti con cui la ‘ndrangheta segna il passaggio nella stanza dei bottoni. Due omicidi rimasti senza colpevoli. Non c’è un’unica regia dietro i due fatti di sangue, ma c’è una stagione e un contesto di lotta democratica che da quel momento non riesce più ad arginare la violenza e la forza delle ‘ndrine.

Tutto questo è ricostruito nel libro inchiesta di Magro e Chirico che hanno passato al setaccio testimonianze, archivi di giornali, carte giudiziarie. I due autori denunciano: “Nel processo bis per l’omicidio Valarioti non furono prese in considerazione le dichiarazioni del pentito Pino Scriva (del calibro di Tommaso Buscetta) che aveva indicato i mandanti e gli esecutori del delitto. Gli incartamenti di quella testimonianza per errore non furono trasmessi alla procura generale e non allegati al procedimento. Quelle carte si trovano nei sotterranei del tribunale di Palmi, introvabili tra migliaia di faldoni”. Dalle 300 pagine scritte dai due giornalisti reggini, emergono un caso  giudiziario con mille pecche, ma anche le mancanze della politica che ha rinunciato troppo presto a fare pressione per avere la verità sull’omicidio, sottovalutando l’importanza della figura di Valarioti e di quell’atto criminale per la successiva ascesa delle ‘ndrine. La fine del politico rosarnese fu decisa in modo collettivo, da un accordo tra i Piromalli, che già gestivano gli affari per la costruzione del Porto di Gioia Tauro e Giuseppe Pesce, il boss di Rosarno che dovette eseguire quanto stabilito da una sorta di ‘mandamento’ mafioso della Piana di Gioia Tauro. Reticenze, ritrattazioni, sparizioni, morti ammazzati fanno da contorno a queste trame criminali che hanno posto fine alla vita di un giovane pieno di speranze di cambiamento per la sua terra. Giuseppe Valarioti aveva una laurea in Lettere in tasca, un’origine contadina,  la passione per l’archeologia e la capacità di parlare ai giovani dei quartieri poveri, sottraendoli al controllo dei boss. Tutto questo aveva deciso di metterlo nell’azione politica e con la vittoria dei comunisti alle regionali, Valarioti avrebbe potuto denunciare le truffe e gli affari dei clan nell’economia della Piana. Una storia dimenticata che torna alla luce grazie all’interesse dell’associazione antimafia daSud onlus e alla collaborazione nella stesura del libro di Carmela Ferro, all’epoca dei fatti fidanzata di Valarioti.

La postfazione del volume è stata scritta da Giuseppe Lavorato, ‘maestro’ politico di Valarioti ed ex sindaco antimafia di Rosarno da sempre al fianco dei migranti. L’omicidio arrivò al termine di una campagna elettorale infuocata. I manifesti elettorali dei comunisti venivano girati al contrario dagli squadroni mafiosi che seguivano i giovani della sezione come delle ombre. L’automobile di Lavorato fu incendiata. Stessa sorte toccò alla sezione del Pci. Per rispondere alle intimidazioni, i comunisti tennero un comizio in piazza, nello stesso giorno in cui metà del paese partecipava ai funerali della madre del boss Pesce. Dal palco Valarioti lanciò la sua sfida “ i comunisti non si piegheranno”. La risposta arrivò a colpi di lupara e il momento dell’agguato fu scelto con cura: Peppe doveva morire davanti ai compagni fra le braccia di Lavorato, a futuro monito. “Facevamo i comizi casa per casa per dare coraggio a quella gente la cui casa è spesso attaccata a quella del boss – ricorda Lavorato – le rivelazioni di Pino Scriva indicano chiaramente che le cosche di Rosarno furono indotte a partecipare a quell’omicidio per avere voce nella spartizione del bottino di miliardi che ha fatto della ‘ndrangheta quello che è adesso”. Secondo l’ex sindaco: “la ‘ndrangheta colpì a Rosarno perché a Rosarno vi fu lo scontro più duro, aperto, porta a porta. Fu un delitto politico mafioso contro l’unica seria opposizione allo strapotere della mafia”. Lavorato indica la via giudiziaria da percorrere: “Sono da mettere sotto la lente di ingrandimento gli interessi del porto e del comune”. Ma sottolinea: “Le attività economiche furono il fine dell’assassinio ma la causa scatenante fu lo scontro politico elettorale che la ‘ndrangheta lesse come una sfida pericolosa al suo potere”. Anche la rivolta dei migranti di Rosarno insegna cosa possono fare le ‘ndrine quando vedono messo in dubbio il loro controllo sul territorio. (rc)

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Commemorazione di Valarioti, Angela Napoli (Pdl): “Rosarno assente, assurdo e grave”

15/06/2010

14.58

MAFIE

La parlamentare, all’assemblea per i 30 anni dall’omicidio del giovane politico comunista ucciso dalla ‘ndrangheta, critica la mancanza di partecipazione: “La lotta alla mafia non ha colore politico”. Minniti (Pd): “L’omicidio fu atto di terrorismo politico

ROSARNO (RC) – C’era anche l’onorevole Angela Napoli, Pdl, membro della commissione parlamentare Antimafia, a commemorare il trentennale della morte del giovane segretario di sezione del Pci Giuseppe Valarioti, ucciso dalla ‘ndrangheta a Rosarno dopo la vittoria alle elezioni regionali del giugno 1980. “La lotta alla mafia non ha schieramento politico”, ha ribadito la deputata che è stata vittima di numerosi atti intimidatori per le sue denunce  anche contro il Pdl per le infiltrazioni della criminalità nelle liste elettorali presentate alle scorse elezioni regionali. “A 30 anni di distanza cosa è cambiato? – ha detto nell’auditorium del liceo Piria di Rosarno – anche le sedie vuote di questa sala mi portano al pessimismo”. All’assemblea e alla posa di una targa in Piazza Valarioti lo scorso 11 giugno erano presenti politici, amministratori locali, alcuni studenti e giornalisti (anche stranieri) ma è mancata la partecipazione dei rosarnesi. “Trovo assurdo che una realtà come Rosarno drammaticamente scossa non mostri la volontà di reagire – ha continuato Angela Napoli – è grave non essere qui presenti a ricordare un proprio concittadino che si è sacrificato nella lotta alla ‘ndrangheta”. Più volte, nel corso dell’incontro è stato ricordato un episodio di quegli anni, quando nel 1978, il procuratore di Palmi Agostino Cordova nel processo a 60 boss mafiosi convocò 33 sindaci della Piana di Gioia Tauro e 31 di loro negarono l’esistenza della ‘ndrangheta. “Oggi ci sono sindaci che dicono che c’è la mafia nel loro territorio ma poi sanno benissimo di conviverci insieme”, ha affermato la deputata Pdl e ha lanciato un duro monito. “Tutto il mondo politico è obbligato a fare un esame di coscienza, non è più possibile fare finta di niente e tacere sui connubbi che ci sono. Oggi la ‘ndrangheta è molto più pericolosa di 30 anni fa per quella sua capacità di non apparire. La ‘ndrangheta non fa scorrere solo sangue, fa scorrere tutte le vie della nostra regione di complicità e collusioni, vincola lo sviluppo del territorio”.

Un intervento condiviso da Marco Minniti, Pd, ex viceministro dell’Interno con il governo Prodi, anche lui presente a Rosarno. “Non sfuggono a nessuno i colpi militari inferti alla ‘ndrangheta – ha detto in riferimento agli ultimi arresti – ma la caratteristica principale della mafia calabrese è la sua capacità di condizionare e occupare la politica con un rischio elevatissimo in provincia di Reggio Calabria”. Secondo Minniti “ va tenuta alta e viva l’iniziativa militare ma per assestare un colpo mortale alle cosche si deve colpire il legame mafia-politica-istituzioni. Trent’anni fa come oggi il tema è lo stesso”. L’ex viceministro dell’Interno ha poi ricordato che “dopo 30 anni, anche se le ‘ndrine hanno subito colpi militari i nomi dei mafiosi sono sempre quelli denunciati da Peppe Valarioti, al nonno è seguito il figlio e il nipote”. Minniti ha definito l’omicidio Valarioti “un atto di terrorismo politico mafioso per segnare il controllo sulla società, per indebolire il fronte democratico nella Piana di Gioia Tauro, che da quell’assassinio non si è più ripreso”. (rc)

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Joy esce dal Cie. Aveva denunciato la tratta e un ispettore di polizia per tentato stupro

17/06/2010

13.30

Dopo un anno passato tra Cie e carcere e aver rischiato il rimpatrio, è stata trasferita in una località protetta la  nigeriana che durante un’udienza accusò un ispettore capo di polizia di avere tentato di violentarla nel Centro di identificazione e di espulsione di via Corelli a Milano

ROMA – Joy, l’ex prostituta nigeriana che ha denunciato un tentativo di stupro nel Cie di Milano da parte di un ispettore di polizia, ha ottenuto il permesso di soggiorno secondo quanto previsto dall’art.18 perché ha denunciato anche la rete dei suoi sfruttatori. Joy è dunque uscita dal Cie di Modena dove era detenuta ed è stata trasferita in una località segreta perché è entrata in un percorso di “protezione sociale”. Come previsto nei casi delle vittime di tratta, la ragazza vivrà in una casa protetta per due anni e accederà a un percorso di borse lavoro per il reinserimento sociale. Anche la sua amica e compagna di cella nel Cie, Hellen, che aveva confermato le accuse di Joy nei confronti dell’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso, ha ottenuto il permesso di soggiorno. Nel caso di Hellen la commissione territoriale ha concesso l’asilo politico. Lo status di rifugiata di solito non viene accordato alle donne nigeriane, in questo caso si è tenuto conto della particolare complessità della situazione e della storia personale di Hellen rispetto alle minacce dei trafficanti. E’ quanto ha reso noto la cooperativa sociale “Be Free”, contro tratta, violenze e discriminazioni, che gestisce uno sportello per le donne vittime di tratta nel Cie di Ponte Galeria a Roma. Il caso è stato seguito in squadra con gli avvocati dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione). A mobilitarsi per Joy ed Hellen anche le reti antirazziste e il gruppo “noinonsiamocomplici”. Un movimento di sole donne che a Redattore sociale dichiara: “hanno allungato la detenzione nei Cie a sei mesi con il pacchetto sicurezza sull’onda mediatica degli stupri commessi dagli stranieri, ora in nome della nostra sicurezza, si agisce così nei confronti delle donne straniere molestate nei centri di identificazione e di espulsione. Una storia paradigmatica, ma per proteggere Joy lei non deve diventare un simbolo”.

L’incubo giudiziario di Joy inizia un anno fa in una città della Lombardia, a giugno del 2009, quando viene fermata al supermercato per un controllo dei documenti e trasferita al Cie di via Corelli a Milano. Qui, ad agosto del 2009 scoppia una rivolta contro la proroga della detenzione a sei mesi appena entrata in vigore con il pacchetto sicurezza. Per quella rivolta, Joy ed Hellen vengono processate per direttissima assieme ad altre due donne nigeriane, Debby e Priscilla, e a cinque uomini di varie nazionalità. Durante l’udienza, Joy accusa pubblicamente l’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso di molestie sessuali, cioè di aver tentato di usarle violenza all’interno del Centro di identificazione e di espulsione. Hellen conferma le accuse della sua compagna di stanza ed entrambe vengono denunciate per calunnia. Nel frattempo arriva la condanna a sei mesi di carcere per la rivolta di agosto e finiscono tutte in carcere, da cui escono a febbraio, scontata la pena. A quel punto Joy rientra nel Cie, questa volta a Modena e a marzo viene trasferita a Ponte Galeria, in attesa di un imminente rimpatrio su un volo Frontex, nonostante fossero già state avviate le procedure per l’art.18. Grazie alle mobilitazioni anche internazionali attorno al caso, il rimpatrio è stato bloccato e ora Joy è uscita dal circuito Cie – carcere – Cie. Ma la vicenda giudiziaria non si è conclusa, perché restano in piedi sia il procedimento per la tentata violenza sessuala subita sia le indagini per identificare gli sfruttatori della prostituzione che Joy ha denunciato secondo le modalità previste dall’art.18.

“Se la vicenda di Joy non fosse diventata “pubblica”, dando vita a mobilitazioni di piazza in tante città italiane, molto probabilmente sarebbe già stata rimpatriata” scrive il gruppo “noinonsiamocomplici” sul blog del movimento. Intanto sono state trasferite dal Cie di Corso Brunelleschi a Torino, dove erano state traferite dopo i 6 mesi in carcere, le altre due donne nigeriane coinvolte nella rivolta di agosto a Milano, Debby e Priscilla. Sono dirette a Ponte Galeria per il rimpatrio in Nigeria. In loro sostegno, gli attivisti hanno indetto una manifestazione di protesta per oggi alle 14 a Torino, davanti all’ingresso del Cie in via Mazzarello. Una seconda protesta per chiedere la chiusura dei Cie con un corteo è prevista per sabato 19 giugno alle 15.30 a Modena. (rc)

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Matite contro la mafia, Giuseppe Fava e I Siciliani diventano un fumetto

04/06/2010

16.10

MAFIE

“Pippo Fava, lo spirito di un giornale” è stato presentato alla Fnsi nell’ambito delle iniziative contro il ddl Alfano. Abbate, simbolo dei giornalisti minacciati al Sud: “Con le intercettazioni scoperte le azioni della mafia contro di me”

Roma – Una finestra verso i giovani per raccontare a fumetti la storia dell’antimafia e di chi ha dato la vita per opporsi alle cosche, non perché fosse un eroe, ma solo facendo quotidianamente il proprio mestiere. Esce il secondo volume delle graphic novel nate dalla collaborazione dei reporter di daSud onlus con la casa editrice Round Robin. “Pippo Fava, lo spirito di un giornale” del giornalista Luigi Politano e del disegnatore Luca Ferrara segue il primo volume della collana “Per amore del mio popolo” su don Peppe Diana, ucciso dal clan dei casalesi. 70 tavole illustrate raccontano la storia di Giuseppe Fava, direttore del giornale antimafia “I Siciliani”,assassinato a Catania dalla mafia il 5 gennaio del 1984, con contributi scritti, tra gli altri, di Riccardo Orioles, Claudio Fava (figlio del giornalista ucciso) e Roberto Morrione.

E’ stato presentato nella sala Tobagi della Federazione nazionale della stampa italiana nell’ambito del calendario di eventi della Fnsi contro il ddl Alfano. “Un giornale come I Siciliani con la legge sulle intercettazioni sarebbe fuori legge” ha dichiarato Claudio Fava. “Grazie alle intercettazioni la magistratura e le forze dell’ordine sono arrivate prima che la mafia compiesse azioni contro di me” ha detto il giornalista Lirio Abbate, presente per ricordare che ancora oggi in Italia ci sono tantissimi cronisti che pagano per avere raccontato verità nascoste o semplicemente per il lavoro che fanno. “Quello che succedeva al tempo di Fava e di mio fratello Giovanni succede ancora oggi in Calabria, in Sicilia e in Campania, dove la grande informazione si gira dall’altra parte”, ha sottolineato Alberto Spampinato direttore di Ossigeno per l’informazione, l’osservatorio della Fnsi e dell’ordine dei giornalisti sui cronisti minacciati dalle mafie. “In Italia sono almeno 50 – ha detto Spampinato – la situazione più grave è in Calabria, dove abbiamo registrato 16 colleghi intimiditi in 4 anni, 8 nell’ultimo anno di cui 6 in sole tre settimane”.

Giuseppe Fava, personaggio scomodo e controcorrente, è stato ricordato nei tanti interventi. “Il suo giornale non aveva alle spalle un editore, né un partito, quindi dava fastidio perché era un uomo libero che voleva fare il suo mestiere fino in fondo senza piegarsi al sistema” ha detto la figlia Elena.  Per Nando Dalla Chiesa, “ Fava era un intellettuale di rottura, poliedrico, capace di produrre teatro, libri e giornalismo”. Roberto Morrione, presidente di Libera Informazione, ha sottolineato che il fondatore dei Siciliani “si è rivolto direttamente e indirettamente ai giovani, come Don Diana a Casal Di Principe, con insegnamenti contro il potere e contro le mafie, per questo il linguaggio del fumetto è adatto a raccontarlo”.  Enrico Fierro, del Fatto Quotidiano, si è soffermato sul suo valore di esempio per chi fa lo stesso mestiere: “ha insegnato a una generazione di giornalisti quello che si doveva fare nel Sud”.

L’iniziativa “Matite contro la mafia” non sarà l’ultima. “Parleremo anche di Giancarlo Siani, di Natale De Grazia e delle navi dei veleni, di Jerry Masslo” ha annunciato Raffaele Lupoli per l’associazione daSud riguardo ai prossimi fumetti della serie. L’idea è quella di legare un linguaggio accessibile ai giovani con temi importanti per raccontare i territori. L’associazione Stampa Romana ha acquistato 500 copie del volume da diffondere nelle scuole. “Questo lavoro è un omaggio al giornalismo italiano, purtroppo proprio Catania ha dimenticato uno dei suoi figli migliori e uno degli esempi più alti di giornalismo nel nostro paese” ha concluso Luigi Politano, co-autore che ha raccolto le testimonianze per scrivere il racconto. (rc)

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