Libano: Il Paese più inquieto per ora resta calmo, per Il Riformista

Intervista sulla situazione libica a Karim Mezran, per Il Messaggero

Kenya, decine di migliaia di rifugiati somali vivono in condizioni inaccettabili

I rifugiati si trovano a 10 km dal campo Ifo II, vuoto a causa del blocco dei negoziati per la sua apertura. Ogni giorno arrivano più di 400 rifugiati.

Nairobi/Roma, 20 gennaio 2011 – Il campo rifugiati “Ifo II” doveva esser il punto di accoglienza per migliaia di persone in fuga dalla Somalia dove imperversano guerra e siccità. Invece, due mesi dopo la data prevista per ricollocare i rifugiati (2 novembre), il campo Ifo II è ancora vuoto mentre migliaia di rifugiati vivono in condizioni umanitarie spaventose nei dintorni del già sovraffollato campo di Dagahaley a Dadaab.

Nelle sole prime due settimane di gennaio, circa 6mila rifugiati hanno compiuto il pericoloso viaggio dalla Somalia a Dadaab. Invece di trovare l’assistenza e la protezione necessarie, a causa dei negoziati che ritardano l’apertura del nuovo campo, vengono lasciati fuori, in condizioni inaccettabili e indegne.

“Non sono rispettati i minimi standard umanitari internazionali – dichiara Elena Estrada, operatrice umanitaria di Medici Senza Frontiere (MSF) – i rifugiati hanno scarso accesso ad acqua, cibo, ripari e beni di prima necessità. Non sono presenti latrine, pertanto, per queste persone già martoriate da anni di guerra, aumenta il rischio di diffusione delle malattie attraverso le feci”.

A novembre, MSF aveva già espresso preoccupazione per la situazione dei rifugiati negli accampamenti spontanei sorti fuori da Dagahaley, dove i ripari temporanei e i depositi di cibo sono stati distrutti dalle forti piogge, peggiorando ulteriormente le già squallide condizioni di vita e di salute dei rifugiati.

Un altro problema per i rifugiati è quello dell’insicurezza. La maggior parte dei nuovi arrivati sono bambini, donne e anziani. Vivere fuori dai campi significa essere esposti a ulteriori violenze e avere poca o nessuna protezione.

Le agenzie umanitarie stanno aspettando di ricollocare a Ifo II i rifugiati per sistemarli in un’area con accesso all’acqua potabile, in condizioni di sicurezza e con servizi igienico-sanitari e scuole. Un’equipe medica di MSF è in stand-by da fine ottobre per assistere i pazienti in una struttura sanitaria temporanea, mentre si sta costruendo un ospedale con 45 posti-letto.

Creati nel 1991, i campi di Dadaab dovevano ospitare 90mila rifugiati. Nel 2008 i tre campi sono stati dichiarati pieni e inadeguati per accogliere altri rifugiati. A Dadaab attualmente sono presenti più di 308mila rifugiati . Dopo le trattative con la comunità locale, i leaders eletti, l’amministrazione provinciale e i membri del Parlamento, nel dicembre 2009, l’UNHCR ha ampliato l’Ifo camp per accogliere 80mila rifugiati. A luglio 2010, MSF si è impegnata a garantire assistenza sanitaria a Ifo II. MSF nonostante l’impegno e lo stanziamento di risorse, non ha ancora potuto assistere i rifugiati, dal momento che il campo Ifo II non è ancora operativo.
MSF chiede urgentemente alle parti coinvolte nei negoziati di autorizzare l’immediata ricollocazione dei rifugiati dal Dagahaley camp di Dadaab al campo Ifo II.

MSF, che assiste la popolazione somala dal 1992, ha cominciato a lavorare nel campo di Dagahaley nel marzo 2009, fornendo assistenza medica, chirurgia e servizi di ostetricia, in un ospedale con 110 posti-letto. Le quattro strutture sanitarie garantiscono assistenza pre-natale, vaccinazioni e assistenza psicologica con una media di 10mila pazienti visitati ogni mese.

Fonte: comunicato stampa di MSF

L’alpino Sanna ucciso da una divisa “amica”. Su Il Riformista

Il generale Camporini lascia e polemizza. Il Riformista

http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/328016_intervista_il_generale_camporini_lascia_e_polemizza_di_antonella_vicini/

Prima pagina/intervista
Il generale Camporini lascia e polemizza

di Antonella Vicini
Il capo di Stato maggiore lascia oggi l’incarico al generale Abrate e abbozza un bilancio dei tre anni trascorsi alla guida delle Forze armate. Con La Russa «si è montato un caso inesistente. Non c’è stata nessuna mancanza di informazioni da parte dell’esercito. La vera sfida è la Difesa europea. Ma non dipende dai militari».

Con una cerimonia presso il Museo dell’Aeronautica Militare, sul lago di Bracciano, il generale Vincenzo Camporini, dopo tre anni a capo dello Stato Maggiore della Difesa, passerà questa mattina il testimone al generale Biagio Abrate.
Sono trascorse meno di due settimane dall’attacco del ministro della Difesa Ignazio La Russa ai vertici militari, accusati di poca chiarezza sulla morte del caporal maggiore Matteo Miotto, e l’atmosfera in Via XX Settembre sembra essersi rilassata. Resta forte però la sensazione dell’inutilità di una simile polemica, tanto più gratuita di fronte all’evidenza che le informazioni provenienti dai teatri operativi arrivano sia allo Stato maggiore della Difesa, sia al gabinetto del ministro attraverso percorsi paralleli.
Ma non è certo per le nubi di fine mandato che verrà ricordato il generale Camporini, quanto per alcune aperture sorprendenti, come la scelta di parlare direttamente al mondo dei pacifisti.

Lo strappo tra vertici politici e quelli militari si è ricomposto, dopo il caso Miotto?
Non c’è stato nessuno strappo. In realtà si stava facendo una questione su qualcosa che non esisteva. Può esserci a volte qualche problema di comprensione dovuto all’impiego di termini tecnici, ma non c’è stata assolutamente nessuna mancanza di comunicazione da parte militare nei confronti del vertice politico. Il problema non sussiste. La trasparenza delle Forze armate nei confronti di ciò che avviene è una delle nostre regole, anche perché è funzionale alla nostra attività e al rapporto con l’opinione pubblica. Se il Paese sa cosa facciamo e come, noi possiamo continuare a chiedere le risorse e i sacrifici necessari per conseguire determinati obiettivi.

Sinteticamente, quando avvengono fatti del genere, qual è il percorso che seguono le informazioni?
Per eventi di carattere urgente, come può essere un incidente, le notizie arrivano in Italia tramite due catene: quella della pubblica informazione (P.I.) e quella operativa. Nel primo caso, il portavoce del contingente italiano avverte con ogni sollecitudine il capo ufficio P.I. dello Stato Maggiore della Difesa, che ne dà immediata comunicazione a me e, nel contempo, al gabinetto del ministro. Una volta confermata, la notizia viene diramata con immediatezza dall’ufficio P.I. tramite comunicato stampa ai media, in osservanza del principio di massima trasparenza.

A proposito di chiarezza della comunicazione. Si fa ancora molta confusione sull’Afghanistan. Cosa fanno lì i militari italiani?
Noi stiamo compiendo una missione di stabilizzazione in un’area dove la stabilità manca. L’attività che svolgono le forze Isaf in Afghanistan e in particolare gli italiani, responsabili della regione Ovest, è quella di creare le condizioni di sicurezza necessarie alla crescita della società civile.

In che modo?

Con un contrasto diretto con le parte più attive e indomite che vogliono assicurarsi il controllo del territorio con la forza. Ma che indirettamente, aiutando gli afghani a gestire da soli la propria sicurezza. Questa parte addestrativa credo sia cruciale per consentire l’avvio della transizione della responsabilità della sicurezza dalle forze occidentali a quelle locali.

A luglio dovrebbe iniziare il disimpegno statunitense e nel 2014 la transizione dovrebbe essere conclusa. Agenda politica e agenda militare coincidono?
Noi siamo persone concrete che devono guardare la realtà, per operare e pianificare. Qualsiasi pianificazione che si fa in ambito militare viene rispettata se a quella data si sono realizzate le condizioni attese. Io credo che parlare del 2014 sia molto realistico, non solo auspicabile, ma possibile e estremamente probabile.

Lo scorso maggio, lei ha partecipato a un incontro della Tavola della Pace. Una scelta inconsueta, che ha suscitato molto scalpore. Da dove è nata l’esigenza di questo confronto?
Deriva certamente dal cambiamento del quadro strategico rispetto al passato e al mondo della guerra fredda. Le Forze armate non sono più impegnate a vincere la battaglia sul terreno, ma a generare situazioni di stabilità. Questo risultato non lo si può ottenere solo con l’impiego della forza, ma con il coinvolgimento di tutti coloro che hanno qualcosa da fare o da dire in merito. Quindi, credo che quell’incontro sia stato un passo nella giusta direzione.

Questa apertura è stata condivisa dai vertici politici?
Non credo si possa parlare di “iniziative improvvide” o di “valutazioni non convergenti”. Questa evoluzione è nella natura delle cose. E il vertice politico in modo bipartisan ha dato dei riscontri naturali. Il problema non si pone.

Lei aveva detto che la politica non può pensare che i militari risolvano i problemi della politica stessa.
Sì, ma qui io vorrei distinguere tra la politica del Paese, cioè la gestione del potere attraverso le istituzioni, e la grande politica internazionale – che sovente non ha le idee molto chiare sui risultati che deve conseguire e quindi non utilizza gli strumenti che ha a disposizione, militari o civili, nel modo più efficace. Tutto ciò genera una difficoltà nel passare da uno stato di crisi a uno stato di stabilità. Vorrei citare il caso dei Balcani, che sembra ormai risolto. Ma noi siamo in Kosovo dal 1999 e la presenza militare internazionale è ancora necessaria, anche se in forma ridotta, per garantire quel minimo di sicurezza che consenta uno sviluppo democratico del Paese.

I tagli alle Forze armate influiscono sulla nostra sicurezza?

Le strategie militari che stanno vivendo questa fase di ristrettezze ci hanno costretto a definire una serie di priorità. Oggi la priorità è la partecipazione dei nostri reparti alle missioni internazionali, ovviamente a scapito di altre componenti del mondo militare che potrebbero divenire necessarie se cambiasse la situazione strategica. È un rischio che stiamo correndo. In questo senso esiste un problema che dovrà essere affrontato per non farci trovare impreparati di fronte a situazioni che si possono realizzare anche in tempi molto rapidi.

Quali sfide troverà il suo successore?
Quello che mi lascia anche un pochino frustrato è il non essere riuscito a far progredire, con la velocità che ritengo necessaria, il processo di integrazione fra le Forze armate, in modo da poter utilizzare al meglio le risorse.

E sul piano internazionale?
La sfida che non possiamo perdere è quella della progressiva integrazione degli strumenti militari dei Paesi dell’Unione. Ma questo ha come prerequisito irrinunciabile la convergenza delle politiche estere dei singoli Paesi. Quando mi si chiede a che punto siamo con l’esercito europeo, la mia risposta è sempre: noi siamo pronti già da oggi. È una sfida che noi vogliamo vincere, ma che non dipende da noi.

lunedì, 17 gennaio 2011


foto di Antonella Vicini

STORIE DA UN EX-AMBASCIATA Roma: le testimonianze dei rifugiati somali a Via dei Villini

Il 21 dicembre scorso Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha rivolto un appello alle istituzioni (Comune, Provincia, Regione, Ministero dell’Interno) affinché si individuassero con urgenza soluzioni di accoglienza dignitose e percorsi di integrazione per i numerosi rifugiati somali costretti a vivere in condizioni disumane presso l’ex-ambasciata somala di Via dei Villini a Roma. In un edificio fatiscente, infestato dai topi e sprovvisto dei servizi più elementari (luce, riscaldamento, bagni, servizi igienici) continuano a vivere ammassate 140 persone allo stremo, tutte in possesso di un regolare permesso di soggiorno per protezione internazionale.
A un mese di distanza, in attesa che arrivino soluzioni concrete ( vedi documentazione fotografica sulla situazione attuale STORIE DA UN EX-AMBASCIATA), MEDU continua l’azione di supporto socio-sanitario ai rifugiati attraverso la propria unità mobile. Le operatici e gli operatori di Medici per i Diritti Umani hanno inoltre iniziato a raccogliere le testimonianze dei pazienti e degli altri rifugiati. Oltre l’anamnesi medica, storie di vita indispensabili per comprendere il disagio e la sofferenza di persone che, private di ogni prospettiva di integrazione, combattono quotidianamente per conservare la propria dignità. Testimonianze utili – forse – a far si che questa vicenda non torni ad essere una storia dimenticata di esclusione.

La storia di A.
A. ha meno di trent’anni e ci racconta la sua storia un martedì sera. Siamo con l’unità mobile di Medici per i Diritti Umani davanti all’ex ambasciata somala, nell’esclusivo quartiere a ridosso di Porta Pia. Dopo la visita medica trova del tutto naturale la nostra richiesta di ascoltare e raccogliere la sua testimonianza. A. è un fiume di parole, ma il ritmo del suo narrare è lento, placido. Sembra aver raccontato cento volte la sua storia a sé stesso e mai a nessun altro.
Vengo dalla Somalia, Mogadiscio. Lì facevo il giornalista radio televisivo. Ero un corrispondente, poi…Da venti anni in Somalia si combatte una guerra civile iniziata nel ‘90-‘91. Anche molti miei amici erano giornalisti ma poi con la guerra e la violenza non si poteva più parlare, non si poteva più scrivere la verità. Molti giornalisti sono stati uccisi. Per questo sono fuggito dalla Somalia. Sono stato minacciato di morte perché dicevo la verità. Si, solo per questo sono fuggito. A Mogadiscio avevo tutto ciò di cui avevo bisogno, solo la paura mi ha fatto andare via e ora qui non ho niente. Quando ti chiamano ti uccidono di sicuro.
Ho lasciato la Somalia a novembre del 2007. Lì ci sono i miei genitori, mio fratello , mia sorella e mia moglie. O meglio, quella che era mia moglie perché quando sono venuto qui abbiamo divorziato. Come potevamo restare insieme? Io non posso tornare in Somalia e lei non può venire qui. Quando chiamo a casa mi dicono che la situazione è sempre peggiore, che uccidono sempre di più, ogni giorno. Ci sono persone che si fanno esplodere per strada…La mia famiglia ora vive a circa trenta chilometri da Mogadiscio. Lì è meno pericoloso, c’è meno violenza.
Sono fuggito all’improvviso, verso il confine con l’Etiopia. Allora i miei genitori hanno venduto la casa dove vivevano per pagare il mio viaggio. Non avevo documenti perché non esisteva un governo in Somalia, per questo ho dovuto pagare moltissimi soldi per ottenere il passaporto. Dall’Etiopia sono andato in Sudan e poi in Libia. Ho impiegato tre mesi, ma appena arrivato i soldati libici mi hanno arrestato perché allora non avevo ancora i documenti. Sono stato in carcere sette mesi. Il carcere in Libia è duro, durissimo. Non hai un letto, si dorme sul pavimento, si mangia una volta al giorno e spesso picchiano con i manganelli. Sono riuscito ad uscire dal carcere solo pagando mille dollari al comandante dei soldati e sono fuggito in fretta verso l’Italia perché se fossi rimasto lì e mi avessero messo di nuovo in prigione, non ne sarei più uscito. Sono venuto in barca con altre 140 persone. Una sola barca, tre giorni e tre notti nel Mediterraneo. Poi la barca ha iniziato a spaccarsi, allora ci siamo spogliati e abbiamo cercato di tappare le crepe con i nostri vestiti…perché la vita è importante, si…
In Sudan e Libia abbiamo attraversato 3000 chilometri di deserto. Se si fermava la macchina, morivamo tutti, tutti.
Così siamo arrivati in Sicilia, a Pozzallo, dove ci hanno preso le impronte digitali e poi trasferito per sei mesi in un centro in Sicilia in attesa dei documenti. Dopo sei mesi ho ottenuto la protezione sussidiaria (permesso di soggiorno per protezione internazionale, ndr) e mi hanno mandato via dal centro. Era il maggio 2009. E’ così che sono arrivato qui, a Roma, nell’ambasciata. Ma qui è impossibile vivere. Appena ho visto le condizioni ho chiamato la mia famiglia che mi ha mandato dei soldi e sono partito per la Svezia dove sono rimasto per sei mesi. Lì le condizioni sono molto migliori. Ti danno da mangiare e un posto dove dormire. Stavo anche imparando la lingua ma poi hanno scoperto che avevo le impronte in Italia e mi hanno rimandato indietro (il Regolamento di Dublino, in vigore nei paesi dell’Ue, stabilisce che si può richiedere asilo una sola volta e che è il primo paese europeo in cui si entra a dover vagliare la domanda, ndr). Tornato in Italia, sono subito ripartito per la Finlandia. Non potevo restare in queste condizioni e poi dovevo lavorare per mandare soldi alla mia famiglia che ha speso tutto per me. In Finlandia mi davano 500 dollari al mese, molti, no? Lì la vita era molto, molto migliore. Dopo sei mesi però hanno scoperto di nuovo che avevo le impronte qui e mi hanno detto: “Tu sei Dublino”…e di nuovo mi hanno mandato in Italia. Dopo altri due mesi in Italia, sono ripartito. Olanda questa volta, ma ero malato, avevo una fistola e mi hanno operato d’urgenza. Poi sono rimasto altri sei mesi in un centro ma anche in Olanda hanno scoperto le mie impronte, mi hanno arrestato e sono stato un mese in carcere e quando mi hanno liberato mi hanno rimandato qui. Era il 23 dicembre 2010 quando sono arrivato, solo 19 giorni fa. Ora ho deciso di restare qui, devo restare per forza qui. Non mi muoverò più. Ora ho vissuto tutti i problemi di essere un Dublino e non me ne andrò più. Ora basta. Se potessi, tornerei a casa, se ci fosse la pace, ma la pace non c’è.
Qui nell’ambasciata, di notte non riesco a dormire. Penso, penso, penso sempre…non si fermano mai i pensieri. Penso sempre a questa vita difficile , al mio futuro, ogni giorno e ogni notte, ma penso che qui il mio futuro non esiste. Io ora sto studiando l’italiano. Già lo parlo un po’ e capisco tutto perché l’ho studiato in Somalia. Se avessi una casa, un posto dove stare, sono sicuro che potrei ottenere tutto….

La storia di I.
Gennaio, ex-ambasciata di Via dei Villini. E’ già notte e un gruppo di rifugiati ha appena terminato una giornata di lavoro per ripulire di ingombri alcuni locali dell’edificio, per rendere un po’ meno invivibile questo posto. Ci troviamo in una delle disastrate sale che doveva essere luogo di rappresentanza diplomatica; forse lo studio stesso dell’ambasciatore. I. ci accoglie con amicizia insieme ad altri ragazzi offrendoci le seggiole meno mal ridotte. Accanto a lui O. ha appena ottenuto un appuntamento al centro diabetologico del policlinico Umberto in seguito alle indicazione dell’unità mobile. O. è affetto da diabete scompensato ed è iperteso. Nonostante sia titolare di un permesso di soggiorno per protezione sussidiaria non è ancora iscritto al servizio sanitario nazionale poiché non sapeva di averne diritto. In un’atmosfera surreale, illuminati da un’unica candela, I. ci racconta la sua storia.
Fino a pochi anni fa vivevo nel mio paese, la Somalia, nella città di Mogadiscio, anche se non sono nato lì ma in una piccola città che si chiama Baardheere. Poi dal 1988 la mia famiglia si è trasferita a Mogadiscio.
Nel 2006 è iniziata la guerra tra il governo e le corti islamiche, l’UCI (Unione delle Corti Islamiche, ndr). Ancora non c’era Al Shabaab (“La Gioventù”, gruppo insurrezionale islamico comparso dopo la sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche da parte del Governo Federale di transizione, ndr). Poi sono entrati in Somalia anche i soldati Etiopi. In questo momento venivano uccise molte persone, la guerra peggiorava. Io mi trovavo con la mia famiglia a Mogadiscio; volevamo andare via, avevamo troppa paura. Io ho pensato di fuggire in Italia dove sono arrivato a febbraio del 2008. Sono partito dal mio Paese in macchina fino al confine con l’Etiopia, poi in pullman fino ad Addis Abeba. Sono stato lì due mesi e poi ho preso un altro pullman fino al confine con il Sudan. Molte persone pagano tanti soldi per arrivare in Sudan, io no, sono andato in pullman ma poi dal confine ho camminato, da solo, per undici giorni, mi davano da mangiare delle persone che incontravo, dei contadini…
Dopo undici giorni sono arrivato ad Al Kadarif e ci sono restato 7 giorni. Poi ho preso un altro pullman fino a Kartoum e da lì c’è il deserto. Ho pagato molti soldi per attraversare il deserto per nove giorni. Ho iniziato la traversata il 28 dicembre quindi ho passato il primo gennaio nel deserto, con il sole, senza acqua. Abbiamo passato l’anno nuovo nella sabbia. Qualcuno cadeva dalla macchina, qualcuno veniva buttato, qualcuno moriva e poi nel deserto vedevamo tante persone morte di sete o lasciate nel deserto… tante.
Non c’è acqua. Quella che c’è sulla macchina finisce subito e dopo quelli che guidano ti danno massimo mezzo bicchiere d’acqua al giorno. Se la macchina si ferma o si rompe, la gente muore nel deserto. Altre volte quando si svegliano la mattina non c’è più la macchina e allora restano lì finché muoiono. Ci sono etiopi, somali… .Noi siamo rimasti gli ultimi quattro giorni senza mangiare.
Il 9 gennaio sono arrivato a Tripoli, in Libia, poi il 21 febbraio ho provato ad attraversare il mare, ma il motore della barca si è rotto e siamo rimasti in mare 5 giorni. Sono morte 5 persone, una ragazza e quattro ragazzi…abbiamo dovuto lasciarli in mare. Avevo pagato 1000 dollari e mi sono ritrovato di nuovo in Libia dove sono riuscito a scappare ai soldati. Siamo tornati vicino Tripoli e dopo due giorni ho ritentato la via del mare pagando di nuovo. Un giorno del febbraio 2008 alle 10 di sera sono entrato a Lampedusa, per fortuna. Sono rimasto lì 5 giorni e poi ci hanno mandato al CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo, ndr) di Crotone dove sono rimasto sei mesi fino ad agosto quando mi hanno dato la protezione sussidiaria.
All’uscita del centro avevo l’indirizzo di dove avrei trovato alloggio a Roma: Via dei Villini numero 9. Allora sono venuto a Roma ma le condizioni dell’ambasciata non mi piacevano e allora ho preso il treno per Firenze dove c’era una casa dei Somali. Lì vivevano un mio amico con il padre e mi hanno consigliato di andare a cercare lavoro a Catanzaro, in un circo. Così sono partito e ho iniziato a lavorare in nero come operaio. Pulivo, sistemavo gli animali…lama, cammelli, serpenti. Ho lavorato con loro quasi 5 mesi girando per la Calabria e la Sicilia. Poi a settembre del 2008 è arrivata la mia moglie attuale. Lei era la moglie di un mio cugino che è morto e aveva già un figlio. L’hanno mandata in un centro vicino Siracusa, io andavo sempre e ci siamo sposati. Poi ha avuto il documento e siamo andati subito in Svizzera perché ora eravamo una mamma con un bambino e io …era troppo difficile vivere nel circo con la carovana. Siamo andati tutti in Svizzera in treno, fino a Zurigo dove siamo rimasti nove mesi da gennaio a settembre. Ricordo bene perché è stato un bel periodo che resta sempre nel mio cuore. Ero con la mia famiglia, mi davano un po’ di soldi, andavo sempre a scuola così speravo di trovare un lavoro, i documenti, un buon futuro e di poter vivere bene, ma poi hanno scoperto che avevamo le impronte in Italia e dicevano che non potevamo restare lì. Mia moglie in quel momento era incinta. Il mio figlio piccolo è nato lì in Svizzera.
Quando alla fine ci hanno rimandato in Italia, siamo finiti in un altro centro qui a Roma. Avevamo una stanza di tre metri e ci vivevamo in 4. Lì mangiavamo e dormivamo, ma mia moglie ha iniziato a star male per problemi psichiatrici perché lì la vita era troppo difficile, ed è stata ricoverata in ospedale. Dopo più di un mese è uscita dall’ospedale e gli assistenti sociali hanno trovato per lei un posto nell’emergenza freddo, ma di giorno doveva stare fuori e non era possibile perché doveva prendere tante medicine, stava male, non riusciva a dormire bene, a camminare, a stare seduta… e’ stato un momento difficilissimo. Io ho cercato per lei un altro centro ma era solo per la notte anche questo. Alla fine ho trovato il centro “Dono di Maria”, delle suore, dove poteva restare anche di giorno e adesso è ancora lì. Questa vita è troppo difficile, non va bene. Io da una parte, i miei figli da un’altra, mia moglie da un’altra ancora. Penso però a quelli che sono nel nostro Paese, la mia famiglia…io sono andato via sperando di trovare un futuro. Nel mio paese continuano a uccidere molte persone. Ora in Somalia la situazione è terribile.
Per le persone più povere che fuggono adesso dalla Somalia l’unica possibilità è di arrivare in Yemen attraversando il mare con dei barconi ma è molto pericoloso oppure alcuni passano dall’Egitto per arrivare in Israele ma anche qui è molto pericoloso perchè i soldati egiziani (alla frontiera del Sinai, ndr) gli sparano. La mia famiglia si aspetta che io mandi dei soldi. Dieci giorni fa è morto mio zio e mi hanno chiesto di mandare i soldi per il funerale, per comprare il riso, i cammelli…ma io come faccio? Di soldi non ne ho! Io sono l’unico in Europa. Anche per loro è difficile, ma stanno meglio di me perché loro muoiono una sola volta se li uccide un ladro o un sicario, hanno paura della morte una volta sola. Io invece sono sempre morto, anzi ora non sono né morto né vivo, sono a metà.
Adesso vorrei studiare l’italiano, cercare un lavoro. Da quattro giorni vado a scuola…è la prima volta qui in Italia. In Somalia facevo tanti lavori. Mia madre ha un negozio grande che vende tante cose, poi lavoravo come gommista, agricoltore, affittavo i camion per trasportare i prodotti nella nostra città di prima, Baardheere, dove si producono soprattutto tabacco e cipolle.
Qui nell’ambasciata la maggior parte delle persone se ne va perché qui non trovano niente…un lavoro, un corso, un posto dove stare…così vanno in altri paesi, anche se sanno che li rimanderanno indietro perché hanno le impronte qui, ma fino ad allora passeranno sei mesi e allora qui farà caldo e non sarà così duro dormire fuori…c’è un mio amico che si è bruciato le mani, 4 mesi fa, per cancellare le sue impronte così è riuscito ad andarsene e ad ottenere i documenti in un altro paese. Ora è in Svezia. Un altro, per fare questo ha perso le dita delle mani che sono andate in cancrena . Ora è in Inghilterra, ha i documenti, ma non ha più le mani.

Saccheggi a Tunisi, notte di terrore

Bande di sciacalli assaltano negozi e abitazioni, anche se ci sono le persone all`interno.I cittadini provano a difendere la città ma l`esercito intima di non uscire di casa. I vandali sarebbero milizie fedeli al dittatore in fuga Ben Ali. Un gruppo di italiani denuncia `l`ambasciata non ci aiuta`. Molti avvocati e giornalisti ancora in carcere.

saccheggi a tunisi

Sabato 15 gennaio ore 2.40 am
Notte di terrore a Tunisi. Dopo la fuga del dittatore Ben Ali (al potere ininterrottamente dal 1987 con un golpe ‘italiano’ appoggiato anche da Craxi), squadre di sciacalli stanno andando casa per casa compiendo saccheggi e violenze. In questo momento gli unici racconti in diretta arrivano da internet e dai social network, tramite i quali siamo in contatto con persone che si trovano nella capitale tunisina. Il cielo della città è pieno di fumo e ci sono scontri in atto tra gli sciacalli e l’esercito. Gli elicotteri sorvolano i tetti delle case e al megafono i militari hanno intimato alla gente di non uscire di casa, di chiudere le finestre e di spegnere le luci. Ma le persone rimangono collegate a internet per avere informazioni. Alcune famiglie italiane del quartiere residenziale di El Menzah fanno sapere di essere spaventati e si lamentano del fatto che l’ambasciata italiana non ha dato la necessaria assistenza e li ha informati in ritardo di tre ore del coprifuoco. “La situazione sta degenerando, siamo in stato d`emergenza, non si puo` uscire più dalla tunisia , porto e aereoporto sono chiusi e l`ambasciata non fa niente” afferma un gruppo di italiani di Tunisi. Intanto gli sciacalli hanno saccheggiato anche i centri commerciali come “Carrefour” e “Geant”. Alcuni cittadini si erano organizzati in squadre per difendere le case e le loro famiglie ed erano scesi in strada nonostante il coprifuoco, ma l’ordine dell’esercito è “nessuno fuori, non cercate di proteggere le città. L’esercito se ne occupa. Coprifuoco, altrimenti spariamo a vista”. Il coprifuoco è stato esteso dalle ore 17 alle 7 del mattino. Dal quartiere “Bardo”( dove c’è il museo dei mosaici romani) arriva la notizia che i vandali si spostano su fuoristrada bianchi di marca Toyota. Sarebbero le milizie spia dell’RCD, il partito di Ben Ali, gli stessi che hanno acclamato ben ali dopo il suo discorso di ieri “viva l’eroe”.
Secondo blogger e dissidenti, gli sciacalli che stanno devastando Tunisi sono in realtà truppe miste composte di poliziotti, criminali e uomini fedeli al vecchio dittatore lasciate da Ben Ali per dimostrare che senza di lui il paese è nel caos. Domani la Tunisia sarà da ricostruire, mentre è ancora in vigore lo stato di emergenza. “Ora che Ben Ali ha lasciato il paese, chiediamo ai nuovi governanti tunisini di togliere immediatamente lo stato di emergenza che pone limiti alla libertà di espressione e di liberare tutti i detenuti che sono in carcere per le loro idee” dice l’Ifex (International freedom of expression change). L’ong chiede anche al governo di mantenere le promesse fatte giovedì 13 gennaio dall’ex presidente di alleggerire le restrizioni sulla stampa e su internet e di assicurare i diritti umani di base. L’appello chiede anche di permettere la libera pubblicazione dei quotidiani d’opposizione, due dei quali sono stati confiscati nelle scorse settimane. Nonostante siano stati rilasciati i blogger arrestati nei giorni scorsi, il monitoraggio dell’Ifex ricorda tutti quelli che ancora si trovano in carcere. Fahem Boukadous, in prigione da luglio per i suoi racconti delle proteste di Gafsa nel 2008. Poi due giornalisti di radio Kalima : Nissar Ben Hassen e Moez Jemai. Mancano ancora all’appello un attivista politico dissidente Ammar Amroussia, arrestato il 29 dicembre a Gafsa per avere incitato le proteste e un avvocato Mohamed Mzem. Gli avvocati hanno annunciato che continueranno la protesta fino a quando non verrà raggiunta l’autonomia giudiziaria. Nelle settimane scorse sono stati spesso picchiati durante le manifestazioni e ieri (venerdì 14, ndr.) sono stati dispersi con la violenza dalle forze di polizia mentre tenevano un sit in pacifico davanti al ministero dell’Interno. Sono state censurate anche la pagina facebook e il sito dell’Ifex tunisino. (raffaella cosentino)


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