Archivio per novembre 2008

Scatto dal Libano

Villaggio di Frun. Cerimonia di consegna di un generatore elettronico donato dallesercito italiano. Foto di Raffaella Cosentino

Villaggio di Frun. Cerimonia di consegna di un generatore elettronico donato dall'esercito italiano. Foto di Raffaella Cosentino


Ricordo del Sud del Libano da embedded con i militari italiani dell’operazione Leonte, nella missione Unifil2


Dana dagli occhi vispi, scuri, ritagliati come due mandorle all’insù nel viso costretto nel velo. A undici anni ha le idee chiare: diventerà una giornalista per raccontare la verità sul suo Libano. Parla veloce in inglese perché sa che il tempo non le basterà per chiedere tutto quello che vorrebbe. La sua faccetta sorridente buca il ricordo. Chiudere gli occhi e ripensare al sud del Libano vuol dire sentire lei, il suo entusiasmo e il suo desiderio di giustizia più forti delle gigantografie dei martiri di Hezbollah, che tappezzano le strade a casa del ‘Partito di dio’.

Sui gommoni Unifil a Naqoura. Foto di Raffaella Cosentino

Sui gommoni Unifil a Naqoura. Foto di Raffaella Cosentino

A sud di Beirut, varcato il fiume Litani, il viaggio nel cuore dell’operazione ‘Leonte’ si snoda su un fazzoletto di terra lungo meno di 40 Km. La nostra meta non è Tiro, la città dei fenici che scorgiamo da lontano stesa al sole sulle acque trasparenti del Mediterraneo. Andiamo a Tibnin, a circa 110 chilometri da Beirut. E’ il quartier generale del settore ovest, dove la Brigata Garibaldi svolge con professionalità il suo lavoro in mezzo a un nulla fatto di colline brulle, punteggiate di villaggi grigi e anonimi che sembrano senza storia. Li attraversiamo scortati da mezzi blindati su cui torreggiano bersaglieri con il mitra puntato. Le misure di sicurezza sono d’obbligo per l’esercito. Per un giornalista, però, questo vuol dire sentirsi a disagio, invadente. Provare imbarazzo perchè la colonna armata di cui facciamo parte manda in tilt il traffico in un piccolo centro, dove è sabato sera, con i negozi aperti sulla via principale e le ragazze, sempre velate, che passeggiano tenendosi a braccetto.
Facciamo su e giù per ore sulle strade sconnesse. I 34 giorni di guerra dell’estate 2006 hanno distrutto 600 km di strade, 73 ponti e l’aeroporto Rafik Hariri di Beirut. Il sistema viario messo in ginocchio a poco a poco viene ricostruito, ma i collegamenti sono ancora tortuosi. Ciò che un conflitto lascia dietro di sé, la crudeltà delle bombe a grappolo, che trasformano i campi in una roulette con la morte, seminandoli di piccoli ordigni inesplosi, ci si para davanti assieme al coraggio degli sminatori del genio militare italiano. Dopo mesi di lavoro sotto un sole cocente, vestendo tute protettive claustrofobiche, tanto pesanti da rendere difficoltoso il passo, stanno per restituire a un agricoltore la sua chance per il futuro: un bananeto bonificato dalle bombe.
Le ferite dei bombardamenti sono visibili, quelle di decenni di guerre sono sicuramente nell’anima del popolo libanese. Non c’è stato tempo per condividere la sofferenza, per saziare la nostra fame di contatto vero con la popolazione. Rimane la sensazione di guardare dall’alto di una collina e vedere l’erba del vicino israeliano sempre più verde. Di là campi arati e fertili, di qua sassi, pietre e wadi, profonde insenature nel terreno.

Al gate di Ras Naqoura, unico passaggio tra Israele e Libano. Foto di Raffaella Cosentino

Al gate di Ras Naqoura, unico passaggio tra Israele e Libano. Foto di Raffaella Cosentino

Il presidio italiano sulla Blue Line. Foto di Raffaella Cosentino

Il presidio italiano sulla Blue Line. Foto di Raffaella Cosentino

‘Blue Line’ è un nome color del cielo per chiamare la serie di 198 bidoni con la scritta UN che divide il territorio libanese da quello israeliano, che delimita la fine di un mondo e l’inizio di un altro. Quei paletti dipinti di blu non sembrano abbastanza solidi per fare da spartiacque tra la paura armata di Israele e quella del mondo arabo. Trasmettono l’idea che tutto il Libano sia un confine incerto che nessuno voleva tracciare, incancrenito dalle guerre, paralizzato nella sua danza immobile ma sempre sul punto di esplodere.
L’occasione di dare una sbirciatina al futuro del popolo libanese viene dalla Civil military cooperation, attività chiave per i militari italiani, a sostegno dei civili e del consenso necessario a una forza di interposizione. Incrociando gli sguardi curiosi dei bambini all’orfanotrofio di Tibnin si può guardare negli occhi e nel cuore di Dana. È lì che si vedono le opportunità negate da decenni di conflitti, è lì che prende forma una sensazione dal sapore amaro, che in una guerra bambini e giornalisti non siano poi così lontani, entrambi pedine di un gioco più grande di loro.
Testo di Raffaella Cosentino

Foto di Raffaella Cosentino

Foto di Raffaella Cosentino

Le storie più giuste..si parte!

Storie e diritti. Facce e battaglie. Vite spese per affermare la dignità umana o semplicemente esistenze condotte alla ricerca di opportunità troppo spesso negate. Qui, nelle nostre città, nel nostro Sud Italia, in periferia o nella Capitale. Oppure un pò più in là, sulle sponde del Mediterraneo, in Asia, in Africa, ovunque nel mondo dilatato dai confini sempre più incerti, dove ciò che era lontano te lo ritrovi all’improvviso dietro l’angolo. Perchè viviamo tutti in relazione, siamo una cosa sola e le separazioni sono artifici di una mentalità logico-razionale.
Sono queste le storie che vogliamo raccontare, diffondere, seminare nel vasto campo della conoscenza globale. Con la fiducia di potere contribuire a fare nascere solidi alberelli sulla strada della difesa dei diritti umani.

E adesso una storiella che sicuramente piacerà ai giovani.

IL CANCELLO DEL DRAGO
“In Cina c’è una cascata chiamata il Cancello del Drago. Le sue acque precipitano da un’altezza di cento piedi, più rapide di una freccia scagliata da un forte arciere. Si dice che migliaia di carpe si raccolgano nel bacino sottostante sperando di risalire la cascata e che quella che riuscirà nell’impresa si tramuterà in un drago. Tuttavia, non una sola carpa su cento, su mille o anche su diecimila riesce a risalire la cascata, nemmeno dopo dieci o venti anni. Alcune sono trascinate via dalle forti correnti, altre cadono preda di aquile, falchi, nibbi e civette, e altre ancora vengono catturate, pescate o perfino colpite con frecce dai pescatori che si allineano su entrambe le rive della larga cascata. Tale è la difficoltà per una carpa di diventare un drago…”

Questo blog è dedicato a tutte quelle carpe che aspirano a diventare draghi.

Guardando Rightstories dritto negli occhi:

Raffaella Maria Cosentino

Si vede che siamo destinati a rimaner nelle nuvole. Meglio pero’ le nuvole che la melma. (Gaetano Salvemini)

Giornalista professionista. Freelance. Con due passioni: la cronaca e i diritti umani.
Ho scelto il giornalismo perchè per me dovrebbe essere un’alta forma di dialogo e di umanesimo, vale a dire: interesse per le storie, i sogni, i fallimenti, le aspirazioni e l’illimitato potenziale degli esseri umani.
Il primo ‘pezzo di carta’ l’ho preso all’Università La Sapienza: laurea in Scienze della Comunicazione. Il secondo ‘pezzo di carta’ all’Università Luiss Guido Carli: Master in giornalismo. Modulo 5 +2 = 7 anni di studi appassionati.
Esperienze professionali in Rai, in emittenti private come Radio Città Futura, all’Agi (redazione esteri) e con E-polis Roma. Da ‘piccola’ mi sono cimentata con alcuni corsi da freelance alla National Union of Journalists e alla London School of Journalism di Londra.
Da ‘grande’ il primo corso “Maria Grazia Cutuli” per inviati in aree di crisi , con il Corriere della Sera, l’omonima Fondazione e l’università di Tor Vergata, partecipando a una missione come embedded in Libano e Kosovo con le missioni Unifil e Kfor.
A mia volta ho tenuto corsi di giornalismo per i detenuti nel carcere di Regina Coeli e incontri sul tema della legalità in alcune scuole medie e licei calabresi.
Sono socia fondatrice dell’associazione Metasud di Soverato (Cz) per la quale ho curato l’organizzazione della manifestazione “Cento Passi per il Sud liberato dalle mafie” in ricordo di Peppino Impastato e delle vittime delle mafie.
Segno zodiacale: acquario, ma l’unico oroscopo che leggo è quello di Rob Brezny su Internazionale. Nata il 31 gennaio 1980
Sogno nel cuore: creare valore con il mio mestiere.

Elisa Natalucci
Nome in codice: Lizreporter

Elisa Natalucci, 30 anni, Zagarolo ( RM)
laureata in Sociologia e appassionata di fotografia si è lasciata coinvolgere dalla sua amica Raffaella a giocare alla fotoreporter e ci ha preso gusto!
Onorata di far parte di un blog serio e impegnato sui diritti umani spera che questa sensibilità si diffonda il più possibile.

http://www.flickr.com/photos/lizreporter

Antonella Vicini(Vic.), giornalista professionista, attualmente freelance.
Ho scoperto, nei miei diari adolescenziali, che essere giornalista è sempre stato quello che volevo. Un desiderio che avevo cancellato nei miei ricordi e che, però, è riaffiorato e ha preso forma concreta sin dai primi anni dell’Università.
Fare giornalismo ha a che fare con la verità, con la vita, con la sofferenza e per questo ha un valore morale molto alto; un fardello forse troppo grande. Infatti questa è la teoria.
Questo è quello che raccontano ai corsi e nelle scuole, quando si parla di deontologia e di imparzialità.
Quello che impari lavorando, sia in una redazione,sia da battitore libero, è che il tuo pensiero ha un prezzo e che la tua libertà ha un costo.
Nella pratica spesso è necessario un blog per essere sé stessi, o almeno provarci.

La fantasia è la figlia diletta della libertà”


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