Archivio per gennaio 2009

Immigrati irregolari denunciati dagli ospedali, lo chiede un emendamento della Lega al pacchetto sicurezza

I medici trasformati in spie che dovrebbero denunciare alle autorità i pazienti senza permesso di soggiorno.
Il prossimo 3 febbraio il Senato della Repubblica voterà un emendamento proposto dalla Lega Nord che, se passasse, darebbe discrezionalità ai medici e agli ospedali di segnalare alle autorità competenti la presenza nella struttura di immigrati senza permesso di soggiorno. Un emendamento che modifica l’articolo 35 del Testo Unico sull’immigrazione, che sancisce, finora, il DIVIETO DI SEGNALAZIONE degli immigrati irregolari da parte delle strutture ospedaliere. L’emendamento è collegato al ‘pacchetto sicurezza’. Un emendamento che viola palesemente il diritto alla salute per tutti e all’accesso alle cure mediche, costituzionalmente garantiti.
E che rischia di creare un problema sociale, perchè se gli irregolari non possono più andare nei pronto soccorso pubblici, è ovvio che si creerebbe una sanità parallela e clandestina. Sui mezzi di comunicazione italiani non se ne parla, buio assoluto.
Le associazioni e federazioni di medici e infermieri e molte associazioni, tra cui Medici Senza frontiere, hanno lanciato l’allarme, organizzato una fiaccolata per il 2 febbraio e lanciato una campagna alla quale si può aderire:

DIVIETO DI SEGNALAZIONE:
SIAMO INFERMIERI E MEDICI, NON SIAMO SPIE

si può aderire
inviando una mail a
ombretta.scattoni@rome.msf.org
e pc: presidente@simmweb.it

Per informazioni: 06/4486921 – 329/9636533
e si può visitare il sito della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni
www.simmweb.it

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Storie di donne. La Shoah e le guerre di oggi viste da Daisy Nathan

“A più di sessant’anni di distanza la guerra non posso ancora dimenticarla”. Eppure, Daisy Nathan, 103 anni compiuti da poco nella sua casa vicino Porta Pia, ne ha vissute di esperienze. Ebrea di nascita. Atea di fatto. “Forse un Dio c’è- dice dubbiosa- ma fa tante robe storte”. L’Italia della dittatura fascista e delle leggi razziali vissuta sulla propria pelle. La guerra il solco più profondo. Anche ora che un secolo è passato sotto i suoi occhi e che la vita sembra essersi divertita a farle incontrare la storia ad ogni passo. Ma non augura a nessuno di vivere così a lungo. “ Troppi ricordi dolorosi”. E certezze non ce ne sono, a vent’anni come a cento. Abita a Roma da settant’anni, ma pensa in triestino. Nata nella città austro-ungarica del primo Novecento, Daisy il melting pot, il miscuglio di culture, ce l’ha nel Dna. Padre ebreo di origini afgane, suddito inglese nato a Bombay, madre triestina e oggi nipoti sparsi per il mondo, da Edimburgo al Giappone. Ha sposato Ettore Margadonna, autore del film “Pane, amore e fantasia”. Con il marito si è trasferita nella capitale. Era il 1937. Poi il gran conflitto, e la doppiezza di un Paese che ha mandato a morte nei campi di concentramento suo fratello Arturo; ma che le ha anche salvato la vita grazie a “tante bravissime persone”. La vita di Arturo Nathan è finita a Bergen Belsen e a Biberach, deportato dopo il confino nelle Marche. Nonostante Nathan fosse un noto pittore surrealista, amico di Giorgio De Chirico e di Umberto Saba. Spinto verso l’arte come terapia antidepressiva da Edoardo Weiss, primo allievo di Freud. A Roma, durante la guerra, la situazione si fa difficile per Daisy. Lei ebrea, il marito antifascista. “Una volta sono venuti i tedeschi. Perquisivano le case, portavano via gli uomini. Mio marito si era nascosto in una botola nel pavimento. Per fortuna conoscevo bene il tedesco e mi hanno creduto quando ho detto che era andato a combattere per il duce”. Scappare, nascondersi diventa la regola. “Avevamo un’amica antifascista, a sua volta amica di un poliziotto alla questura fascista. Grazie alle sue soffiate riuscivamo a fuggire. Io, mio marito, con due bimbi piccoli e 40 bottiglie di acqua minerale. Delle famiglie ci nascondevano in casa loro. Come quella di Anna Proclemer, attrice che è stata anche compagna di Albertazzi. Era molto pericoloso nascondere ebrei e antifascisti. Eppure io ho trovato aiuto, sempre.” L’amicizia è per Daisy l’unica ancora di salvataggio nelle tempeste dell’esistenza. La guerra la più grande catastrofe. “ Colpisce tutti. Colpevoli e Innocenti. Guardi cosa succede in Libano e in Medio-Oriente”. E sulla Giornata della Memoria: “perchè ricordare solo gli ebrei e non anche rom, omosessuali e malati di mente finiti nei lager?”. Ancora tanti interrogativi. “Quello che mi stupisce di più è il cambiamento sociale che c’è stato nei miei cent’anni”. Negli occhietti vispi ancora le immagini della Trieste asburgica. Una città vivissima e internazionale, che lei scandalizzò sposando un abruzzese. Un terrone per i triestini del tempo. A lei e “alle sue domande lunghe un secolo”, l’amica scrittrice Susanna Tamaro ha dedicato il libro “Ascolta la mia voce”.

Autore:
Raffaella Cosentino

nota:questo è il resoconto di una chiacchierata avuta con Daisy quando aveva appena compiuto 101 anni. Lo scorso 16 gennaio ne ha festeggiati 103.

Storie di donne. Dalle lotte dei ‘jurnatari’ calabresi alla candidatura alle ultime elezioni comunali: Rina Trovato, 72 anni in difesa dei diritti

Gli occhi non le rendono giustizia. Sono piccoli e verdi, come li aveva mia nonna, di quella tonalità che hanno tante nonne contadine calabresi, con la carnagione scura e quegli occhi normanni, venuti da un lontano passato di dominazioni che hanno mescolato genti, culture e dna in una strana ricetta chiamata Calabria.
La devi guardare dritta nelle guance, Rina Trovato, per entrare nella sua storia. Ricamate come il maglione rosso che indossa, un solco nella pelle per ogni battaglia. Attirano l’attenzione più degli occhiuzzi incavati e quasi inespressivi, che si sono ritagliati a stento due buchi nel disegno della faccia e stanno lì a fissarti e a parlarti in dialetto.
La sua voce è ruvida come il volto. Dopo quasi 72 anni di convivenza, il corpo ormai è stanco di inseguire quello spirito ribelle di nome Rina Trovato, che gli è toccato in sorte fin dalla nascita. Ma la voce no, quella viene diretta dall’anima e ancora vibra di passione, corre, si arrampica, sferza, mentre ti accompagna nel racconto della sua vita che è come un murales di Diego Rivera, fra tradizione popolare, emancipazione e lotte contadine.
Nella prima scena la vediamo dipinta a nove anni. Ragazzina non lo è mai stata. Ce la immaginiamo che corre su e giù per le strade del paese per assistere alle riunioni politiche. La famiglia, emancipata perché impegnata, non la sgrida per queste frequentazioni adulte. È il 1946 e la piccola di casa Trovato sa che quelle discussioni sono importanti, è lì che vengono fuori “i sentimenti reali delle famiglie”. Ma i suoi ricordi possono risalire ancora all’indietro di qualche anno sull’orologio della storia. Lei che è nata alle soglie del grande incubo chiamato seconda guerra mondiale, il 18 gennaio del 1937, ha ancora nella testa e nel cuore l’impegno delle donne di Badolato durante il fascismo. Bisbigli, frasi dette a mezza voce, donnine che si muovono leste tra i vicoli per non incorrere nel coprifuoco. “L’orario è scaduto, non possiamo più farci vedere insieme” e un nome ‘Pratolongo’, che è quasi una password per entrare in questo angolo di ricordi. È il cognome di una comunista triestina mandata al confino in questo sperduto borgo del sud, che riesce a dare il là a un movimento femminile con la sola ora libera concessa durante il giorno. Donne che organizzano riunioni clandestine in casa ora dell’una ora dell’altra, col pretesto di imprestarsi il lievito o di cucire assieme. Uomini che si incontrano di nascosto fuori dal paese. La mamma, Maria Spasari, in lacrime al ritorno dalla campagna, a mani vuote dopo aver setacciato invano i dintorni alla ricerca di verdura da cuocere per i suoi figli e che si scioglie in singhiozzi perché a pranzo servirà un piatto vuoto. La pagnotta incisa con il coltello dal papà, Francesco Trovato, che fa i segni sul pane per controllare che nessuno ne prenda più dell’unica fetta al giorno concessa. Nessuno dei suoi cinque figli, tre femmine e due maschi, può fare il furbo e sforare la razione.
I viaggi dei fratelli più grandi sulla strada del grano: a piedi fino a Crotone e ritorno per recuperare sacchi di contrabbando al mercato nero, cercando di non lasciarci la pelle. È quello che è stato. Così come esce dallo scaffale impolverato della memoria di Rina alla voce ‘guerra’.
Oggi che quella famiglia per i tre quinti ha preso le vie del mondo, che si chiamano Florida, Argentina e Bologna, Rina sa che il senso della comunità, faro della sua vita, le viene proprio da lì, dai suoi genitori che “vedevano le cose in modo sempre diverso dalla maggioranza”, dalla nonna contadina che sui campi piegava la schiena ma non lo spirito. A 91 anni, la signora Francesca Piperissa, se ne andò sulla terrazza di casa, da cui si dominava tutto il paese, e si mise a urlare a squarciagola per la vittoria comunista alle elezioni del 1974. E diceva: “finalmente ho visto che nei palazzi dei baroni abita gente come me, in quei palazzi dove ci dovevamo inchinare quando passavamo ‘buongiorno signore, buongiorno signora…” Nel grido della nonna, Rina respira ancora tutta la sua libertà e dalla sua voce riprende l’orgoglio per raccontare cos’era la vita a Badolato quando il barone assieme alle terre possedeva anche il destino dei braccianti, i jurnatari.
Con poche, semplici parole, ci porta a vedere con gli occhi dei suoi ricordi la maledizione delle vite dei contadini, vite in affitto come gli ulivi da cui dipendeva la loro sopravvivenza. Il barone concedeva il raccolto a un prezzo fisso, solitamente alto, stabilito all’inizio della stagione. Era una tariffa in quintali di olive, e doveva essere ripagata a qualunque costo. Poco importava se il maltempo avesse rovinato il raccolto. Chi non restituiva il pattuìto rischiava la casa o, peggio, i figli. Quante volte, una serva era stata mandata dai più disgraziati ad annunciare la pretesa del padrone: “se non puoi pagare, mi devi portare tua figlia”. Si può togliere ben più del pane, si può cancellare la dignità e la speranza.
Ma dalla lunga stagione dei diritti negati venne fuori anche quella delle battaglie per ri-conquistarsi la vita. Cambiamo scena.
Siamo nel dopoguerra, quando la sera la Camera del Lavoro è affollata di braccianti che al ritorno dai campi, dopo essersi dati una ripulita, passano di qui per discutere, per organizzarsi, per sapere cosa scrivono i giornali di politica. Chi sa leggere spiega gli articoli agli analfabeti.
Tra il 1944 e il 1945, con i governi della coalizione antifascista composta da democristiani, socialisti e comunisti, è ministro dell’agricoltura il comunista calabrese Fausto Gullo, che emana decreti per migliorare le condizioni di vita dei contadini. Viene cambiata la divisione dei prodotti nei contratti di mezzadria, con il 60 % ai coltivatori e il 40 % ai concedenti e stabilita la concessione delle terre incolte alle cooperative di agricoltori. Sono anni in cui i terreni diventano campi di battaglie per l’affermazione dei diritti base, come quello dell’orario di lavoro. Fino a quel momento, la giornata lavorativa del bracciante coincideva con quella del sole, dall’alba al tramonto.
Così, quella sera, alla Camera del Lavoro di Badolato, Peppe Samà ha deciso: “domani dobbiamo imporre l’orario di lavoro”. La mattina seguente, i braccianti arrivano all’alba sui campi, ma invece di prendere la zappa, tirano fuori un orologio. Poi si siedono, si stendono davanti un fazzoletto e fanno colazione. Alle sette in punto Samà dà il via per cominciare a lavorare. Alle quattro e mezzo del pomeriggio da lo stop. Il disappunto del barone è grande. Minaccia di pagare solo mezza giornata. Ma i lavoratori sono compatti e non riuscendo a trovare nessuno disposto più a sottostare alle vecchie condizioni, anche lui dovrà adeguarsi. O per lo meno, questa è la forma che quella lotta ha preso nella memoria di Rina.
Le storie, i racconti, a volte si accavallano, altre volte procedono in fila come quei contadini e quelle contadine schierati a fine giornata per ricevere la ricompensa di un bicchiere di vino, o in attesa che il barone misuri il sacco di olive che portano. Anche qui quanti imbrogli, con l’eccedenza della misura sempre a favore del proprietario!
E i gabelloti, o massari, i guardiani messi dal padrone, erano i peggiori perché, dice Rina, “si sentivano padroni senza esserlo”. In Sicilia la mafia nacque così, dai soprusi dei gabelloti, i primi capo-clan. E a Badolato? Le chiedo. “No, qui la ‘mafioseria’ è nata con il sequestro del giudice Scuteri, sempre negli anni Cinquanta”, risponde. “Se lo portarono con un asino verso la montagna…ma queste cose non appartenevano ai lavoratori. Sono affari di chi, al contrario, non vuole lavorare”. Te la immagini sfuocata, color seppia, questa ‘ndrangheta contadina a bordo di un somarello. La ‘mafioseria’, come la chiama Rina. E capisci il vuoto enorme di attenzione che in cinquant’anni le ha permesso di diventare una multinazionale del crimine.
Poi ti balzano alla mente i sindaci imprenditori di oggi, che ormai spopolano nei nostri comuni del sud, così diversi da quel sindaco La Rocca, marito di Rina, “morto senza un vestito buono da indossare nella bara, e che in vita non aveva mai avuto 2 paia di scarpe nella scarpiera”. L’ideale era così grande da riuscire nell’impresa di chiudere lo stomaco. “Ci bastava mangiare una volta al giorno, noi non ci siamo venduti”, dice più convinta che mai.
“Con i miei sentimenti, potevo sposare solo lui, se tornassi indietro lo rifarei”. E questa è forse la rivoluzione più grande che questa grande donna ha compiuto, sposando per amore un uomo di 16 anni più grande, affrontando le critiche generali per la differenza di età. Ha scelto il suo compagno per la vita in una società che difficilmente chiedeva il parere delle donne soprattutto quando si trattava di mettere su famiglia. “Non è stato facile camminare come donna”, mi dice candidamente. “Fino a 50 anni fa, a Badolato, se un uomo, per vincere l’opposizione della famiglia di lei, baciava con la forza una ragazza in pubblico, lei era costretta a sposarlo, perché nessuno l’avrebbe più presa in moglie”. Scivoliamo nel ricordo delle battaglie con il movimento femminile. Nel ’52, con Carmelina Amato fonda la sezione badolatese dell’Unione donne italiane. Dal 1959 al 1970 si trasferisce a Catanzaro e anche lì fonda il movimento femminile e fa parte del direttivo. Poi il ritorno a Badolato e le lotte per avere l’asilo, la scuola a tempo pieno e quelle per il divorzio e l’aborto. Sono passati oltre cinquant’anni da quando le donne di Badolato erano in prima linea, sempre davanti ai loro uomini negli scioperi e nelle manifestazioni, chiedendo “pane e lavoro e la difesa dell’articolo 1 della Costituzione: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Non avevano imparato l’italiano, ma parlavano di partecipazione, condivisione, rispetto della dignità umana. Oggi Rina è preoccupata. Le sembra che quel diritto al lavoro sia ancora il problema principale “per i nostri giovani laureati che devono partire”. Ma non le sembra che la gente sia più capace di salire sulle barricate per difenderlo.

Autore: Raffaella Cosentino

la più bella fin qui…

Segnalato da : Vic

“Intermundia” diventa “Fratelli d’Italia”, la multiculturalità cambia nome nelle scuole romane

Una chicca linguistica dalla Capitale. Si sa che i nomi che diamo alle cose sono importanti. Servono a definire la realtà. E’ curioso vedere come le idee e i progetti possano essere chiamati in modo diverso, a seconda di chi governa.
Così, si scopre, che i progetti finalizzati all’inserimento dei ragazzi migranti nelle scuole romane, con l’ausilio, ad esempio, di mediatori culturali, che negli anni passati ricadevano sotto la dicitura ‘Intermundia’, oggi, con la giunta Alemanno si chiamano:
“Scuole dei Fratelli d’Italia-Scuole di Solidarietà”. Arrivano le scuole dei Fratelli d’Italia, con un tocco di tricolore linguistico in più. Il bando, reperibile sul sito del comune di Roma, scadeva il 15 dicembre 2008 e prevede un contributo di massimo 3000 euro a ogni istituto che abbia presentanto un progetto valido e abbia almeno il 5% degli iscritti stranieri.
Continuando a scorrere il sito del Campidoglio, si scopre anche che per maggio 2009 ai giardini di Piazza Vittorio è prevista la prima edizione della manifestazione “Scuola in festa”. Avrà soppiantato la tradizionale “Festa Intermundia”, la festa dell’Intercultura che nel 2008 era arrivata all’unidicesima edizione? Il luogo è lo stesso, piazza Vittorio, il periodo dell’anno anche (maggio) e l’invito alla partecipazione delle scuole pure.
Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra? Cantava uno che aveva senso dell’umorismo…

Autore: Raffaella Cosentino

A conti fatti

L’ONU fa il conto dei morti palestinesinella Striscia di Gaza: 1.315. I feriti sono 5.320 nelle tre settimane di offensiva israeliana. È l’ultimo bilancio fornito alle Nazioni Unite dal sottosegretario con delega agli Affari Umanitari dell’Onu, John Holmes, in una conferenza stampa tenuta al Palazzo di Vetro. Sulla base dei dati forniti all’Onu dal ministero della Sanità palestinese, si apprende che tra i 1314 morti si contano 416 bambini, mentre tra i 5320 almeno 1855 sono bambini e 725 sono donne. Holmes ha inoltre aggiunto che l’offensiva israeliana ha costretto almeno 55.000 palestinesi a sfollare e ad abbandonare la propria abitazione. Dal lato israeliano, ha aggiunto il funzionario Onu, si contano quattro morti e 84 feriti. “Non è chiaro chi ha vinto il conflitto – ha detto Holmes, rilanciato dall’agenzia spagnola Efe – ma è certo chi lo ha perso: la popolazione civile”.

* dal forum palestina

Inserito da Vic

Assisi e Roma per Gaza

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi.Foto di Elisa Natalucci

Assisi.Foto di Elisa Natalucci

Chiedevano giustizia, anzi Giustizia. Sotto lo stesso cielo. Come diceva uno striscione ad Assisi. La città della marcia per la pace vestita di un velo di nebbia, che la rendeva forse più vicina all’aria di Gaza, ma di sicuro mai cupa quanto una città ininterrottamente sotto le bombe per tre settimane.
Così la processione di bandiere arcobaleno sembrava smarrita, incerta, attutita in un passo lieve, mentre arrivava alla sua meta: la basilica di San Francesco, solida pietra chiara che punta al cielo, riferimento certo in mezzo alla nebbia.
A Roma invece il cielo era terso, l’aria pungente, il tramonto limpido e netto. Il crepuscolo ha accolto il corteo all’arrivo su via dei Fori Imperiali e ne ha reso più accesi i colori. Anche qui la pietra è maestosa e lo scenario rende qualunque protesta solenne.
Assisi e Roma, due luoghi simbolo per l’Italia e per il mondo. Il 17 gennaio prestati a chi gridava ‘basta’ alla violazione della vita.
Una protesta raccolta quella umbra, più arrabbiata quella nella capitale. Con i cartelli sulle spalle che invitavano a boicottare i prodotti israeliani riconoscibili dalle prime cifre del codice a barre (729), cifre insanguinate disegnate sulla schiena dei manifestanti di Assisi. O con bambolotti in croce e orsacchiotti insanguinati, bambini che urlavano al megafono ‘Bush, Barak assassini’ e fotografie della Livni e di Barak che bruciavano sotto al cartello stradale di ‘Via del Tempio della Pace’ a Roma.
La marcia laica nella città di San Francesco è finita davanti alla basilica del poverello di Assisi.
Il corteo politico, civile, ma anche partitico e sindacale di Roma ha avuto il suo momento clou nella preghiera islamica spontanea davanti al Colosseo.
Perché, se la guerra di Gaza è un conflitto politico e non religioso, con fredde motivazioni elettorali e non di ‘fede’, tuttavia, quando non sembrano esserci azioni politiche ‘capaci’, ‘efficaci’, ‘sensate’ che prevalgano sulla ‘ragione armata’, in tanti si rivolgono a Dio.

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Si sono rivolti al cielo, per ‘restare umani’. Così i due cortei, coscientemente o no, hanno cercato anche al di fuori e al di sopra della terra quella responsabilità per i destini del mondo che solo a noi esseri umani appartiene.
Nella ricerca di Giustizia e nel disperato tentativo di trasformare l’inferno in paradiso, il dolore in rispetto per l’altro, i luoghi hanno un senso profondo. Innanzitutto la Basilica, edificio dove duemila anni fa i romani già amministravano la giustizia e vi tenevano riunioni pubbliche. I cristiani ne fecero la casa della volontà divina per i secoli a venire. Quella di Assisi sorge dove fu sepolto il santo della fratellanza e della non violenza. Sulla collina inferiore della città, che era il Collis Inferni, dove venivano interrati i ‘senza legge’, i condannati, gli ultimi. Dopo San Francesco, quello divenne il Collis paradisi.
Anche il Colosseo nacque come arena di morte, divenne poi per i cristiani il luogo sacro in memoria dei martiri, e infine il monumento della Via Crucis. Negli ultimi anni è stato illuminato a sostegno dell’impegno italiano per la moratoria dell’Onu contro la pena di morte. Si è ‘acceso’ come simbolo di vittoria quando per un qualsiasi condannato la pena di morte veniva commutata in ergastolo. All’interno del Colosseo, nel 2002, alti dirigenti israeliani e palestinesi si sono stretti la mano e le fiaccolate per le torri gemelle e in ricodo della strage di bambini nella scuola di Beslan si sono concluse proprio lì davanti.
Ecco perché quei due cortei del 17 gennaio erano importanti: marciavano sulle strade della storia e dello spirito universale.

Testo di Raffaella Cosentino

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi.Foto di Elisa Natalucci

Assisi.Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

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