Roma, catena umana per Gaza

Foto di Elisa Natalucci

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Diamo una mano alla pace: l’11 gennaio centinaia di persone al Circo Massimo per fermare la guerra.

A Roma una catena umana per Gaza

Automobilisti distratti: lite con alcuni manifestanti per passare al semaforo

Arriviamo a fatica a Piazza San Marco. La catena umana è già partita, diretta a passo lento verso il Circo Massimo e la sede della Fao. Ancora più affannosamente la raggiungiamo all’altezza della bocca della verità. Mi porto addosso il peso dei resoconti sui giornali e delle immagini che documentano il massacro di Gaza. E forse di più mi tormenta ciò che non ho visto. Gaza è off limits. Mi hanno bendato e non posso vedere cosa succede. Mi hanno legato le mani e non posso agire. Mi hanno chiuso la bocca togliendomi la capacità di raccontare e di capire, perché io forse non ho un lessico abbastanza forbito, ma davvero scavando nella memoria mi pare di non riuscire a trovare nel vocabolario un termine adatto a descrivere quello che sta succedendo. “Massacro”, “guerra”, “strage”, “conflitto”: sono parole abusate, svuotate dalla ripetizione nel cicaleccio mediatico. Dobbiamo inventare vocaboli nuovi e più atroci? Quelli vecchi mi sembrano freddi, scollegati da quel sentimento caldo di ingiustizia, impotenza e rabbia che ha occupato il mio cuore dal momento in cui le prime bombe sono piombate su Gaza.
L’inferno deve essere così. Una scatola chiusa, con dentro migliaia di esseri umani, bombardata da tre direzioni: cielo, terra e mare. Operazione Piombo fuso. Per una volta hanno chiamato le cose con il loro nome. Non come la missione ‘Pace in Galilea’ che nel 1982 significò : invasione militare del sud del Libano. Non come Bush che trasformò ‘shock and awe’ , colpisci e terrorizza, in Iraqi freedom. Ma ritorna l’accostamento assurdo di parole opposte: è una guerra d’attacco per difesa, per difendere i civili israeliani dal terrorismo, dai razzi di Hamas.
Ci hanno piombato il cuore con una colata d’odio proprio al passaggio dal 2008 al 2009, quando avevamo bisogno di speranza per voltare pagina dopo un anno segnato dalla crisi economica e ambientale. L’alba del nuovo anno è stata affogata nel sangue umano. I botti veri sono stati quelli di un orrore senza fine.

Foto di Elisa Natalucci

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Il diritto alla sicurezza umana e la responsabilità di proteggerla. Da qualche parte, nelle scartoffie, l’Onu ha scritto che questo principio esiste e va tutelato. In questi giorni sempre l’Onu ci dice che in un edificio sono stati reclusi 110 palestinesi e il giorno dopo bombardati dall’esercito israeliano, con almeno 30 morti ammazzati.
Ora abbiamo 900 morti palestinesi in sole due settimane di guerra, di cui 300 sono bambini, e migliaia di feriti. Anche alcuni soldati israeliani hanno perso la vita negli attacchi.
Potevo esserci nata io a Gaza. Potevo essere una bambina palestinese di sei anni. Potevo essere morta dissanguata per la strada per la mancanza di soccorsi. O spappolata in casa da un ordigno venuto giù dal cielo.
Quando penso così, ho il fiato della morte sul collo e mi è difficile andare a una manifestazione per la pace tra israeliani e palestinesi senza sentire il peso insostenibile della retorica. Funzionano in questo modo oggi i messaggi di morte rivolti al mondo, dagli eserciti o dai terroristi, dai governi che decidono le guerre a tavolino o dai kamikaze. Ti uccidono la speranza dentro. Ma se non ti lasci ammazzare anche a distanza col telecomando mediatico, ti alzi e vai a dire la tua. E scopri che ci sono altri che la pensano come te. Che non si auto-assolvono. Che si sentono coinvolti e capaci di lanciare un contro-messaggio…

Foto di Elisa Natalucci

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Cinque dita per dire basta al massacro di Gaza. Anzi dieci dita, quelle di due mani che si stringono contro l’odio e le divisioni. Guanti nei guanti per vincere il gelo di questo gennaio che però ha regalato una domenica mattina piena di luce, con il sole forte e il cielo terso.

Foto di Elisa Natalucci

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Calore e colore per la pace. Fasciati nelle bandiere arcobaleno, con le biciclette, i bambini nel passeggino, i palloncini, qualche bandiera palestinese e diverse kefiah al collo. Palestinesi, ebrei, cattolici, buddisti, attivisti e semplici cittadini e cittadine, di tutte le età, insieme a formare una catena umana, una serpentina irregolare lunga alcune centinaia di persone.
Ci sono mani assassine, che imbracciano un mitra, che pilotano un caccia militare da cui piovono bombe, che firmano ordini di attacco con una costosa Montblanc, su una scrivania di legno laccato dentro un ufficio ai piani alti di un ministero arrogante, che decide sulla vita e sulla morte di tanta gente. Mani insensate quanto la disperazione, che si fanno saltare in aria con un detonatore, affogando il futuro in una lunga scia di sangue.

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Eppure, sono sempre di più le mani che costruiscono il dialogo. “I pacifisti sono la maggioranza nel mondo” ricorda don Tonino dell’Olio, di Libera, all’arrivo al Circo Massimo. Tuttavia, “in questo conflitto, i pacifisti hanno perso completamente la parola”, dice Ali Rashid, ex vice-ambasciatore della Palestina a Roma. C’è anche il gruppo ‘ebrei contro l’occupazione’, che si è costituito nel 2002 dopo la seconda intifada. La portavoce Marina Del Monte, pronuncia queste parole: “ebraismo e israele non sono la stessa identica cosa e ci sono anche quegli israeliani che combattono quotidianamente per il loro diritto al dissenso”. Uno striscione raccoglie i pacifisti targati facebook. Un attore legge una lettera di un soldato israeliano che rifiuta la guerra. Poi l’adunata, non molto numerosa, si scioglie. Ognuno prende le vie assolate della capitale.

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Noi ritorniamo al punto di partenza. Piazza San Marco. Di fronte, al museo del Vittoriano c’è la mostra sulle leggi razziali del 1938 “Una tragedia italiana”. In fondo è cominciato tutto da lì. Le persecuzioni degli ebrei e la shoah. L’incapacità del mondo occidentale di proteggerli e la compensazione del dopoguerra, con la concessione di costituire in Palestina lo Stato di Israele. Da allora, sessantuno anni di guerre. All’interno del museo c’è la riscostruzione dei binari di Auschwitz e ammassate nella penombra le valige di chi è ‘passato per il camino’, le fotografie straziate dei sommersi, dei bimbi che non sono mai tornati, delle famiglie sterminate; i giornali con gli ebrei demonizzati e le campagne d’odio. Vedendo tutto questo, leggendo la storia, dovresti capire il presente. E invece ti risulta ancora più incomprensibile. Come può, un popolo che ha l’orrore ancora tatuato sulla pelle dei suoi anziani, avere un governo che agisce con tanta violenza? Ma, in fondo, forse è il fiore d’odio dell’olocausto che alla fine sta dando ancora i suoi mostruosi frutti. Il cervello, se lo metti in funzione, ti dice che anche questa volta la colpa originaria è dell’occidente, è nostra. Di nuovo la storia si ripete: non stiamo facendo niente. Mi torna in mente una scena di qualche ora prima. A via dei Cerchi, con il verde brillante del prato del Circo Massimo sullo sfondo, la maggiorparte dei manifestanti aveva attraversato l’incrocio. Stava sfilando la coda del corteo. Gli automobilisti bloccati al semaforo suonavano i clacson davanti a vigili urbani e carabinieri impegnati a dirigere il traffico. Una signora bionda è scesa dalla macchina, avvicinandosi al vigile: “ma non si può interrompere la catena e farci passare?” chiedeva. C’è stato un alterco tra automobilisti e manifestanti. Gli uni non capivano le ragioni degli altri. La Capitale è distratta, Gaza è lontana e per molti non vale l’attesa a un semaforo di domenica mattina.

Testo di Raffaella Cosentino

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