Storie di donne. Dalle lotte dei ‘jurnatari’ calabresi alla candidatura alle ultime elezioni comunali: Rina Trovato, 72 anni in difesa dei diritti

Gli occhi non le rendono giustizia. Sono piccoli e verdi, come li aveva mia nonna, di quella tonalità che hanno tante nonne contadine calabresi, con la carnagione scura e quegli occhi normanni, venuti da un lontano passato di dominazioni che hanno mescolato genti, culture e dna in una strana ricetta chiamata Calabria.
La devi guardare dritta nelle guance, Rina Trovato, per entrare nella sua storia. Ricamate come il maglione rosso che indossa, un solco nella pelle per ogni battaglia. Attirano l’attenzione più degli occhiuzzi incavati e quasi inespressivi, che si sono ritagliati a stento due buchi nel disegno della faccia e stanno lì a fissarti e a parlarti in dialetto.
La sua voce è ruvida come il volto. Dopo quasi 72 anni di convivenza, il corpo ormai è stanco di inseguire quello spirito ribelle di nome Rina Trovato, che gli è toccato in sorte fin dalla nascita. Ma la voce no, quella viene diretta dall’anima e ancora vibra di passione, corre, si arrampica, sferza, mentre ti accompagna nel racconto della sua vita che è come un murales di Diego Rivera, fra tradizione popolare, emancipazione e lotte contadine.
Nella prima scena la vediamo dipinta a nove anni. Ragazzina non lo è mai stata. Ce la immaginiamo che corre su e giù per le strade del paese per assistere alle riunioni politiche. La famiglia, emancipata perché impegnata, non la sgrida per queste frequentazioni adulte. È il 1946 e la piccola di casa Trovato sa che quelle discussioni sono importanti, è lì che vengono fuori “i sentimenti reali delle famiglie”. Ma i suoi ricordi possono risalire ancora all’indietro di qualche anno sull’orologio della storia. Lei che è nata alle soglie del grande incubo chiamato seconda guerra mondiale, il 18 gennaio del 1937, ha ancora nella testa e nel cuore l’impegno delle donne di Badolato durante il fascismo. Bisbigli, frasi dette a mezza voce, donnine che si muovono leste tra i vicoli per non incorrere nel coprifuoco. “L’orario è scaduto, non possiamo più farci vedere insieme” e un nome ‘Pratolongo’, che è quasi una password per entrare in questo angolo di ricordi. È il cognome di una comunista triestina mandata al confino in questo sperduto borgo del sud, che riesce a dare il là a un movimento femminile con la sola ora libera concessa durante il giorno. Donne che organizzano riunioni clandestine in casa ora dell’una ora dell’altra, col pretesto di imprestarsi il lievito o di cucire assieme. Uomini che si incontrano di nascosto fuori dal paese. La mamma, Maria Spasari, in lacrime al ritorno dalla campagna, a mani vuote dopo aver setacciato invano i dintorni alla ricerca di verdura da cuocere per i suoi figli e che si scioglie in singhiozzi perché a pranzo servirà un piatto vuoto. La pagnotta incisa con il coltello dal papà, Francesco Trovato, che fa i segni sul pane per controllare che nessuno ne prenda più dell’unica fetta al giorno concessa. Nessuno dei suoi cinque figli, tre femmine e due maschi, può fare il furbo e sforare la razione.
I viaggi dei fratelli più grandi sulla strada del grano: a piedi fino a Crotone e ritorno per recuperare sacchi di contrabbando al mercato nero, cercando di non lasciarci la pelle. È quello che è stato. Così come esce dallo scaffale impolverato della memoria di Rina alla voce ‘guerra’.
Oggi che quella famiglia per i tre quinti ha preso le vie del mondo, che si chiamano Florida, Argentina e Bologna, Rina sa che il senso della comunità, faro della sua vita, le viene proprio da lì, dai suoi genitori che “vedevano le cose in modo sempre diverso dalla maggioranza”, dalla nonna contadina che sui campi piegava la schiena ma non lo spirito. A 91 anni, la signora Francesca Piperissa, se ne andò sulla terrazza di casa, da cui si dominava tutto il paese, e si mise a urlare a squarciagola per la vittoria comunista alle elezioni del 1974. E diceva: “finalmente ho visto che nei palazzi dei baroni abita gente come me, in quei palazzi dove ci dovevamo inchinare quando passavamo ‘buongiorno signore, buongiorno signora…” Nel grido della nonna, Rina respira ancora tutta la sua libertà e dalla sua voce riprende l’orgoglio per raccontare cos’era la vita a Badolato quando il barone assieme alle terre possedeva anche il destino dei braccianti, i jurnatari.
Con poche, semplici parole, ci porta a vedere con gli occhi dei suoi ricordi la maledizione delle vite dei contadini, vite in affitto come gli ulivi da cui dipendeva la loro sopravvivenza. Il barone concedeva il raccolto a un prezzo fisso, solitamente alto, stabilito all’inizio della stagione. Era una tariffa in quintali di olive, e doveva essere ripagata a qualunque costo. Poco importava se il maltempo avesse rovinato il raccolto. Chi non restituiva il pattuìto rischiava la casa o, peggio, i figli. Quante volte, una serva era stata mandata dai più disgraziati ad annunciare la pretesa del padrone: “se non puoi pagare, mi devi portare tua figlia”. Si può togliere ben più del pane, si può cancellare la dignità e la speranza.
Ma dalla lunga stagione dei diritti negati venne fuori anche quella delle battaglie per ri-conquistarsi la vita. Cambiamo scena.
Siamo nel dopoguerra, quando la sera la Camera del Lavoro è affollata di braccianti che al ritorno dai campi, dopo essersi dati una ripulita, passano di qui per discutere, per organizzarsi, per sapere cosa scrivono i giornali di politica. Chi sa leggere spiega gli articoli agli analfabeti.
Tra il 1944 e il 1945, con i governi della coalizione antifascista composta da democristiani, socialisti e comunisti, è ministro dell’agricoltura il comunista calabrese Fausto Gullo, che emana decreti per migliorare le condizioni di vita dei contadini. Viene cambiata la divisione dei prodotti nei contratti di mezzadria, con il 60 % ai coltivatori e il 40 % ai concedenti e stabilita la concessione delle terre incolte alle cooperative di agricoltori. Sono anni in cui i terreni diventano campi di battaglie per l’affermazione dei diritti base, come quello dell’orario di lavoro. Fino a quel momento, la giornata lavorativa del bracciante coincideva con quella del sole, dall’alba al tramonto.
Così, quella sera, alla Camera del Lavoro di Badolato, Peppe Samà ha deciso: “domani dobbiamo imporre l’orario di lavoro”. La mattina seguente, i braccianti arrivano all’alba sui campi, ma invece di prendere la zappa, tirano fuori un orologio. Poi si siedono, si stendono davanti un fazzoletto e fanno colazione. Alle sette in punto Samà dà il via per cominciare a lavorare. Alle quattro e mezzo del pomeriggio da lo stop. Il disappunto del barone è grande. Minaccia di pagare solo mezza giornata. Ma i lavoratori sono compatti e non riuscendo a trovare nessuno disposto più a sottostare alle vecchie condizioni, anche lui dovrà adeguarsi. O per lo meno, questa è la forma che quella lotta ha preso nella memoria di Rina.
Le storie, i racconti, a volte si accavallano, altre volte procedono in fila come quei contadini e quelle contadine schierati a fine giornata per ricevere la ricompensa di un bicchiere di vino, o in attesa che il barone misuri il sacco di olive che portano. Anche qui quanti imbrogli, con l’eccedenza della misura sempre a favore del proprietario!
E i gabelloti, o massari, i guardiani messi dal padrone, erano i peggiori perché, dice Rina, “si sentivano padroni senza esserlo”. In Sicilia la mafia nacque così, dai soprusi dei gabelloti, i primi capo-clan. E a Badolato? Le chiedo. “No, qui la ‘mafioseria’ è nata con il sequestro del giudice Scuteri, sempre negli anni Cinquanta”, risponde. “Se lo portarono con un asino verso la montagna…ma queste cose non appartenevano ai lavoratori. Sono affari di chi, al contrario, non vuole lavorare”. Te la immagini sfuocata, color seppia, questa ‘ndrangheta contadina a bordo di un somarello. La ‘mafioseria’, come la chiama Rina. E capisci il vuoto enorme di attenzione che in cinquant’anni le ha permesso di diventare una multinazionale del crimine.
Poi ti balzano alla mente i sindaci imprenditori di oggi, che ormai spopolano nei nostri comuni del sud, così diversi da quel sindaco La Rocca, marito di Rina, “morto senza un vestito buono da indossare nella bara, e che in vita non aveva mai avuto 2 paia di scarpe nella scarpiera”. L’ideale era così grande da riuscire nell’impresa di chiudere lo stomaco. “Ci bastava mangiare una volta al giorno, noi non ci siamo venduti”, dice più convinta che mai.
“Con i miei sentimenti, potevo sposare solo lui, se tornassi indietro lo rifarei”. E questa è forse la rivoluzione più grande che questa grande donna ha compiuto, sposando per amore un uomo di 16 anni più grande, affrontando le critiche generali per la differenza di età. Ha scelto il suo compagno per la vita in una società che difficilmente chiedeva il parere delle donne soprattutto quando si trattava di mettere su famiglia. “Non è stato facile camminare come donna”, mi dice candidamente. “Fino a 50 anni fa, a Badolato, se un uomo, per vincere l’opposizione della famiglia di lei, baciava con la forza una ragazza in pubblico, lei era costretta a sposarlo, perché nessuno l’avrebbe più presa in moglie”. Scivoliamo nel ricordo delle battaglie con il movimento femminile. Nel ’52, con Carmelina Amato fonda la sezione badolatese dell’Unione donne italiane. Dal 1959 al 1970 si trasferisce a Catanzaro e anche lì fonda il movimento femminile e fa parte del direttivo. Poi il ritorno a Badolato e le lotte per avere l’asilo, la scuola a tempo pieno e quelle per il divorzio e l’aborto. Sono passati oltre cinquant’anni da quando le donne di Badolato erano in prima linea, sempre davanti ai loro uomini negli scioperi e nelle manifestazioni, chiedendo “pane e lavoro e la difesa dell’articolo 1 della Costituzione: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Non avevano imparato l’italiano, ma parlavano di partecipazione, condivisione, rispetto della dignità umana. Oggi Rina è preoccupata. Le sembra che quel diritto al lavoro sia ancora il problema principale “per i nostri giovani laureati che devono partire”. Ma non le sembra che la gente sia più capace di salire sulle barricate per difenderlo.

Autore: Raffaella Cosentino

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2 Responses to “Storie di donne. Dalle lotte dei ‘jurnatari’ calabresi alla candidatura alle ultime elezioni comunali: Rina Trovato, 72 anni in difesa dei diritti”


  1. 1 alfredo badolato novembre 27, 2009 alle 6:23 am

    A che cosa è servita la rivoluzione del ’99, i Carbonari, la Cassa Del Mezzogirno e quant’altro, se ancora oggi ci dobbiamo sentir dire dal Ministro Tremonti che l’Italia è divisa in due : il centro -nord , che si può considerare fra le aree più ricche d’Europa( e quindi del mondo)e un Sud che la trascina invece verso le aree più depresse , pricipalmente per colpa della Delinquenza Organizzata ?
    Oppure questa è generata dalla causa che l’ha indotta?
    In entrambi i casi la colpa è sempre nostra , i meridionali , che non abbiamo mai avuto quella spinta d’orgoglio tesa a risollevarci.

  2. 2 rightstories novembre 27, 2009 alle 7:58 am

    sono d’accordo. il futuro della calabria dipende dalle azioni che facciamo oggi. Se ci si rassegna il futuro sarà sempre più il declino e l’imbarbarimento. Se si alza la testa e si oppone la partecipazione all’assenteismo civile e morale, allora il presente e il domani saranno diversi. La vittoria risiede nello sforzo al miglioramento, è una verità della vita.


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