Archivio per luglio 2009

L’onda è donna

peacereporter.it
30/07/2009

Neda è divenuta il simbolo della ribellione in Iran. L’anima della protesta è femminile

scritto per noi da
Antonella Vicini

I palazzoni, alti e in cemento armato; il cielo mai limpido per via dello smog; un traffico che trasforma le strade in un enorme flipper, con biglie che schizzano impazzite da un angolo all’altro della città: Teheran toglie il fiato. Soffoca. Così come soffoca l’idea di un Paese in cui le donne sono obbligate a coprire il capo e le parti del corpo che più tradiscono la femminilità, da quando, nel 1979, la rivoluzione islamica ha sovvertito il potere occidentalista dello scià Reza Pahlavi.

Contrariamente a quanto si possa pensare, però, la realtà della Repubblica Islamica va ben oltre un chador nero, caratterizzata da un grande dinamismo del sesso debole, nonostante le innegabili limitazioni. Il 65 percento degli studenti ammessi alle università è,DSC_0457 infatti, costituito da ragazze; le stesse giovani donne che nei giorni della cosiddetta “onda verde” sono scese in piazza, insieme ai loro coetanei uomini, per manifestare contro il risultato delle elezioni presidenziali. E Neda Agha-Soltan, la ventiseienne uccisa nel corso di una manifestazione da un colpo sparato con tutta probabilità da un miliziano Basij, è diventata simbolo, oltre che delle proteste contro il regime, anche di un attivismo al femminile, molto spesso messo in secondo piano di fronte agli stereotipi del roosari o del manto.

Faezeh, la politica e lo sport

Per le donne che aspirano “ad essere coinvolte in molti settori della vita pubblica e politica”, in Iran, “ci sono tetti invisibili, ma invalicabili”, spiega Faezeh Hashemi Rafsanjani, figlia dell’ex presidente Ali Akbar Rafsanjani ed esponente del fronte riformista che ha sostenuto Mir Hossein Mousavi alle discusse presidenziali di giugno. Faezeh è impegnata politicamente dai primi anni Novanta e, nelle scorse settimane, si è guadagnata un breve arresto per il cognome che porta e per essersi messa alla guida di alcune proteste di piazza.
“Gli iraniani sono andati al voto pieni di entusiasmo e voglia di decidere per il proprio futuro, ma, nonostante la maggioranze cercasse un cambiamento, le loro speranze sono state deluse e un altro nome è uscito fuori dalle urne”.
E sempre lei, che nel 1991 ha fondato la IFWS, Federazione Islamica Donne nello Sport, perché, a causa delle restrizioni in tema di abbigliamento, per le atlete islamiche era complicato “partecipare alle competizioni internazionali”.
“Abbiamo deciso, così, di affermare che lo sport è importante per gli uomini quanto per le donne, anzi, di più per le donne, il cui corpo ha una certa responsabilità”. Nel giro di alcuni anni, l’associazione che ha sede a Teheran, ma raccoglie 54 Paesi in cui si professa l’Islam, ha organizzato 4 edizioni di giochi internazionali, più una serie di tornei tra le nazioni, e ha portato le donne iraniane alle Olimpiadi di Pechino, dove “hanno vinto in alcune discipline, come il tiro con l’arco”. Faezeh Hashemi ha il piglio deciso di chi combatte con convinzione le proprie battaglie, ma non rinnega il suo mondo, le sue tradizioni, il suo Paese. Nasconde, infatti, il capo e il corpo, minuto e atletico, sotto un chador nero, da cui spuntano pantaloni bianchi e scarpe da ginnastica.
L’islam non pone restrizioni in tema di sport, anzi, prosegue, “consiglia fortemente alle donne praticarlo. Anche nei testi sacri se ne parla”. Il problema, il più del volte, è rappresentato dagli uomini e dalle interpretazioni che fanno del Corano e noi, conclude, “non dobbiamo mai smettere di fare pressione”.

Con il naso all’insù

“La Sheherazade Media International è una società fondata nel 2002, che si occupa di produzione e distribuzione di documentari su scala internazionale”.
A parlare è Katayoon Shahabi, presidente e madre di questa creatura che sforna prodotti in cui si parla della società iraniana, come Nose, iranian style (che affronta il tema della diffusione della rinoplastica tra i giovani), ma anche la questione dei rifugiati afgani in Iran (My little country) o delle donne palestinesi (Maria’s Grotto). È una mattina di giugno. Teheran è ancora scossa dai risultati delle ultime elezioni e dalle intense manifestazioni che invadono le piazze.
“Questa volta la situazione mi sembra diversa, la gente sa cosa vuole e sembra determinata ad andare avanti”, afferma.
“Quello che possiamo fare noi è continuare a pensare al futuro e lavorare, giorno per giorno”. Lavorare in un settore del genere, in un ruolo che solitamente spetta agli uomini, è complicato ovunque per le donDSC_0389ne, “ancora di più in Iran, dove ci sono spazi oltre i quali non si riesce ad andare; progredire”.
“Nei settori privati, non governativi”, prosegue Katayoon, “la situazione è, tuttavia, meno difficile”.
“Io ho avuto modo di viaggiare molto all’estero per il mio lavoro e molti si stupiscono che io viva qui e non abbia scelto di risiedere fuori. In realtà, le donne da noi cercano di fare molto, in vari settori, anche se non abbiamo modo di mostrarlo all’esterno”.

Maral, il rock e la canzone per Neda

C’è, invece, chi per lavorare deve andare periodicamente fuori dal proprio Paese. Per poi ritornare.
“Naturalmente io ho pensato di abbandonare l’Iran, ma non è quello che voglio”, esordisce Maral, ventiquattro anni, sopracciglia e naso all’occidentale e un piercing, fatto in Turchia, tra il labbro inferiore e il mento. Lei è una cantante di musica pop-rock che, nonostante il divieto di suonare questo genere di musica, ha deciso di portare avanti la sua passione. Ma con dei limiti.
“Se dovessi andarmene via da qui per il mio lavoro non lo farei. Non perché ami particolarmente l’Iran, ma perché qui c’è la mia famiglia e la mia famiglia è la cosa più importante”.
Il suo sogno le è costato un arresto e tre giorni di detenzione, in una prigione vicino Karaj, poco fuori Teheran, per essere stata sorpresa con gli altri componenti della band, The plastic wave, durante un concerto clandestino.
“Ci hanno accusato di fare musica satanista e ci hanno portato via. Ma, in quel momento, ho potuto capire quanto tengo a questo lavoro e quanto sarei pronta a rischiare di nuovo”.
Il rischio le piace. “Sono stata due settimane a Kabul, lo scorso settembre, per suonare con una band afgana, ma non ho avuto paura. È stata una nuova esperienza e anchDSC_0485e se non è un posto sicuro, è stato eccitante”.
“A me piace correre rischi”, continua. E, infatti, si fa fotografare senza velo, jeans attillati e conottierina nera.
Non ha paura neanche di mettersi contro il regime. Una delle canzoni incisa, in farsi, la sua lingua, pochi giorni prima del voto del 12 giugno, s’intitola proprio Azadi, cioè Libertà. Un’altra, più recente, è Neda, ed è uno struggente omaggio all’eroina di questa onda verde, giovane come lei, che come lei studiava musica, prima di vedere cancellare in un attimo i propri sogni.

Libano, dopo le bombe la ricostruzione parte dai giovani.

Tiro (Libano) – Si sono fatti carico di ricostruire quello che le bombe gli avevano portato via. Apparentemente strutture di mattoni e cemento che ospitavano  centri di incontro per i giovani. Molto di più, in realtà. La possibilità di avere voce in capitolo, di essere una comunità, di esprimersi, la speranza per il futuro. Il domani del Libano si vede nello sguardo di Wissam, Mohammad, Hassan, Diana e Lamis. 

 

I ragazzi dei villaggi del Sud del Libano che partecipano ad Art Gold  
 

I ragazzi dei villaggi del Sud del Libano che partecipano ad Art Gold

 

 

 

 

 

 Hanno dai 20 ai 26 anni. Studiano o lavorano. Vivono nei villaggi del sud, a pochi chilometri dal confine con Israele, dalla Linea Blu che divide l’esercito delle Lebanese Armed Forces e i caschi blu dell’Onu dalle postazioni militari  israeliane. Le loro famiglie hanno conosciuto la guerra e i massacri confessionali come la normalità e la pace come l’eccezione. “Io sono libanese”, rispondono alla domanda sulla fede di appartenenza, dopo avere dichiarato di credere in Dio o in Allah. La loro battaglia è diversa. Da sei anni lottano solo per potersi incontrare. Per avere uno spazio e delle attività con gli altri giovani rimasti nei paesi, con quelli che non sono emigrati alla ricerca di un mondo diverso. Fanno parte di un progetto dell’Undp partito nel 2000. Nel 2006 la guerra ha bloccato l’Onu. Ma non è riuscita a fermare questi giovani che hanno continuato a incontrarsi anche senza le Nazioni Unite.

In seguito, il programma “Art Gold”, che ha lo scopo di costruire partnership tra le comunità locali, ha ripreso in mano la situazione, ritrovando spesso le stesse persone “allevate” anni prima. È il caso di Lamis Hijari, 20 anni, di Dibbine. Ha cominciato a 11 anni, ora dice che il cambiamento in lei è notevole. Prima era molto timida, oggi è la responsabile del suo gruppo. È la più decisa. Questo traspare dal sorriso aperto e dai grandi occhi chiari messi in risalto dal velo. “Il centro giovanile ce l’ha distrutto la guerra, ancora aspettiamo che il governo ce lo ricostruisca”, racconta. “I nostri problemi sono due: il lavoro e il fatto di essere pochi. Prima del conflitto nel gruppo c’erano 30 persone. Dopo siamo rimasti in dieci”. In tanti sono scappati dal villaggio, raso al suolo all’80%. “Puliamo le strade del villaggio, piantiamo gli alberi, facciamo i campi estivi per i più piccoli, organizziamo festival e celebrazioni, prepariamo fiori per la festa della mamma”. È lo scrupoloso elenco di attività snocciolato all’istante. Wissam Abed Alhay, del villaggio druso di Ayn Jarfa, ventenne e futuro ingegnere, ci tiene a dire che nel suo “Giving Youth Group” si fanno anche le tessere. Ha preparato una scheda al computer delle strutture a disposizione del centro: sala pc, una libreria, vari corsi. “Gli altri abitanti si fidano di noi perché sanno che lavoriamo per il villaggio e per rimettere in sesto il centro”, dice.  

Anche i tre giovani di Tibnine, Mohammed Tawaz, Hassan Khoroual e Diana Berri hanno tanta voglia di fare. “Organizziamo attività estive di uno o due giorni per i bambini, i giovani e le donne e corsi di lingue come inglese e francese”. Il loro centro “Al ghad” (il buon futuro) non aveva più una sede, portata via dai caccia israeliani. Con la mediazione di Artgold hanno ottenuto di poter usare una volta al mese un piccolo appartamento di tre stanze su concessione del sindaco. Il loro obiettivo è di essere registrati ufficialmente. Come ente riconosciuto dal governo potrebbero fare progetti con le ong. E magari passare da un’attività volontaria a un vero e proprio lavoro per la comunità. A Tibnine c’è il quartier generale italiano che comanda tutto il settore Ovest del sud del Libano, su cui sono dispiegati 4 mila uomini e donne delle forze multinazionali, di cui oltre 2 mila soldati italiani. I ragazzi vogliono chiedere anche l’aiuto del contingente italiano di Unifil. Sognano corsi di lingua tenuti da insegnanti italiani e un campetto di calcio in paese. Per qualcuno di loro un’ambizione più grande è poter lavorare per l’Onu.

“Il valore aggiunto sta nel rapporto che si crea tra le comunità locali”, dice a chiare lettere Lucia Maddoli, responsabile Art Gold nell’area. Art Gold si occupa di recepire i bisogni che emergono dalle comunità a cui si rivolge e cercare poi altre comunità che finanzino e supportino le iniziative. In questo caso, il sostegno viene dalla rete nazionale degli Enti locali per la Pace (Cnelp) e dalla sua componente regionale del Friuli, il Crelp. Con il finanziamento delle provincie di Gorizia, Venezia, Milano Trieste e Riccione, si sta dando vita a un progetto cinematografico. Nove ragazzi libanesi sono stati a Gorizia per un workshop interculturale sulla costruzione di un cammino di pace. Il risultato della riflessione comune è uno “short movie” dal titolo “Pic –Nic” sulle mine e le bombe nei conflitti in generale, anche se l’idea è partita dalla situazione libanese. A breve, sarà girato anche un documentario come backstage del video, e le riprese saranno nei loro villaggi. In attesa di rivedersi su un grande schermo nell’inquadratura di una videocamera, Lamis saluta con due parole: “I hope”. (rc)

 

 

 

 © Copyright Redattore Sociale 

LUniversità islamica a Tiro

L'Università islamica a Tiro

 

«In Iran soffocate le voci di dissenso» Lahidj, vice presidente della FIDH

Nei giorni scorsi, la International Federation for Human Rights (FIDH), attiva dal 1922 in tutto il mondo nel campo dei diritti umani, ha lanciato un allarme sul numero degli arresti in Iran dall’inizio delle proteste: circa 2000. Il vice presidente della FIDH e presidente dell’Iranian League for the Defence of Human Rights (LDDHI), Karim Lahidj racconta cosa sta accadendo in Iran.

«La situazione è drammatica. La popolazione ilahidji k5-1raniana è stata presa in ostaggio di un regime autoritario, dai suoi agenti e dai servizi segreti che rispondono con una repressione violenta alle richieste di trasparenza e di democrazia. La società civile viene messa a tacere: i difensori dei diritti umani sono scomparsi e i cittadini normali sono vittime di arresti arbitrari».

Scendendo più nel dettaglio e parlando di numeri.
«In Iran c’è un clima di terrore, perché il regime porta avanti i suoi obiettivi politici soffocando le voci di dissenso. Le libertà fondamentali sono ampiamente ignorate e le manifestazioni di protesta a Teheran, e nelle altre città, vengono represse col sangue. Più di 2000 persone sono state arrestate e sono attualmente detenute. Secondo Reporters sans Frontieres, al momento, sarebbero circa 34 i giornalisti in prigione. I Basiji hanno preso il sopravvento sulle forze di sicurezza e esercitano le funzioni di Stato con arresti e raid nelle case».

Chi è responsabile di questo?
«È ovvio che il regime e la Guida Suprema in persona abbiano deciso di imporre l’elezione di Ahmadinejad agli iraniani, senza considerare la conseguente perdita di credibilità e di legittimità. Queste elezioni sono state segnate dalla frode e dalla repressione violenta. Il Consiglio dei Guardiani, da parte sua, ha accettato un riconteggio parziale solo per mantenere la facciata. Non potrebbe nascere un governo legittimo da queste elezioni e, dal momento che loro lo sanno bene, hanno incaricato la famosa milizia Basiji di eliminare le voci di dissenso e le proteste».

Chi, invece, esegue gli ordini?
«I Guardiani della Rivoluzione, la polizia e i Basiji si dividono la responsabilità di repressione e violazioni dei diritti umani. Loro agiscono durante le dimostrazioni e conducono raid notturni, terrorizzando la popolazione».

Oltre agli attivisti, chi è stato arrestato?
«Naturalmente gli attivisti, gli avvocati nel campo dei diritti umani, i giornalisti e le figure prominenti nel fronte dell’opposizione sono stati il bersaglio principale. Ogni cittadino che proclama il rispetto dei propri diritti, per le strade, attraverso internet o i social network rischia di essere arrestato. Il Ministero dell’Informazione in Iran, infatti, riesce ad identificare con successo chiunque sfidi le autorità».

Alcune persone che vivono in Iran hanno raccontato di maltrattamenti nei confronti di chi è stato arrestato…
«Conoscendo il modo in cui sono stati trattati gli attivisti nelle prigioni iraniane nel passato, non mi sorprenderei se queste accuse fossero vere. Le Nazioni Unite hanno chiesto già da tempo alla FIDH di fare dei controlli in loco, ma l’Iran non coopera. I casi di tortura sono stati ampiamente documentati, già prima dell’attuale ondata di repressione, e probabilmente continueranno in futuro».

Antonella Vicini

(Il Tempo O5/07/2009)

Il Coraggio di rifiutare*

refusenik01Cosa significa rifiutare di svolgere il servizio militare o di servire l’esercito del proprio Paese in uno Stato in cui il legame tra sfera politica e sfera militare e tra sfera militare e civile è strettissimo? In cui la dimensione militare è profondamente sentita e accettata dalla popolazione e in cui il cursus honorum degli studenti termina obbligatoriamente con la formazione militare?

Significa essere ‘refusnik’.

Questo è il nome che indica gli obiettori di coscienza israeliani che per le loro caratteristiche, e soprattutto per le Forze Armate cui appartengono, si differenziano dai giovani di altre n

azioni che scelgono semplicemente il servizio civile a quello militare.

I ‘refusnik’, infatti, non hanno opzioni davanti a sé. O decidono di servire il proprio esercito o sono dei traditori. Traditori di una patria, di un ideale, di un’intera società.

La scelta acquista ancora più significato se si considera Israele, uno stato in cui la leva è obbligatoria per uomini e donne (tre anni per gli uni, due per le altre), in cui i cittadini di sesso maschile sono tutti riservisti, fino al 50simo anno di età, tenuti

a prestare servizio presso Tsahal, un mese ogni anno, e dove non esiste un servizio alternativo a quello militare.

Obiettare, quindi, significa non solo incorrere nella condanna della corte marziale, ma incappare in quella, forse più pesante, dell’intera collettività che vive la scelta di ‘disobbedire’ come un tradimento di ideali patri e di valori ben radicati nell’educazione di ognuno.

È questo il quadro di riferimento in cui inserire i civili o i soldati che per motivazioni etiche e morali decidono di non servire, o di servire solo in parte, palestine-flag-tshirtl’IDF -Isreali Difense Forces.

Alla fine del 2002 quelli che avevano opposto il loro ‘no’ erano circa 1000. Attualmente queste cifre sono salite. Forse 1400 o 1500 coloro che si dichiarano ‘refusnik’. Altri 600 sono formalmente impegnati a rifiutare qualsiasi obbligo nel caso e quando sarebbero stati chiamati. Per non parlare di quelli (si calcola il 10 % circa) che si dichiarano ‘mentalmente inabili’ per evitare la leva.

In questo panorama multiforme, alcuni sono inquadrabili come pacifisti, contrari al ricorso alle armi; altri, la maggior parte, sono invece riservisti o ufficiali che non sopportano più il peso della guerra e decidono di venir meno ad uno dei doveri sacri per ogni israeliano, quello di servire l’esercito.

Per i primi il percorso è forse meno tortuoso, perché la Commissione di coscienza – l’apposita corte incaricata di valutare le motivazioni dei refusnik –  accoglie con minor ostilità le richieste di coloro che aborrono il concetto di guerra tout court Il ‘rifiuto selettivo’, cioè il rifiuto di partecipare a tutte quelle operazioni che non siano strettamente di difesa, come le incursioni nei campi

profughi, gli attacchi nei Territori e le uccisioni di civili, cui si appellano i refusnik è, invece, interpretato dalla Commissione come una scelta ideologizzata. Stando a quanto dichiarato da una rappresentante dell’ambasciata di Tel Aviv presso il Parlamento europeo durante un’audizione sul tema , “l’obiezione di coscienza in Israele è riservata a quelli che sono pacifisti davvero, mentre noi pensiamo che le organizzazioni di refusnik siano politiche, perché la loro scelta non è antimilitarista in generale bensì contro quella che chiamano occupazione”.

In generale, è vero che gli obiettori portano avanti anche un discorso politico, reclamando la costituzione di due stati indipendenti lungo i confine del 1967 (la Guerra dei Sei Giorni, ndr) e protestando contro una forma di difesa all’ennesima potenza che, soprattutto ora, ha scatenato una spirale di violenza ottenendo l’effetto opposto a quello

che si prefiggeva, cioè la sicurezza di Israele.

Il fenomeno, ha avuto origine sin dagli anni Settanta, tra la fine della Guerra dei Sei giorni e quella dello Yom Kippur (1973), passando poi per la guerra contro il Libano (1982) e rafforzandosi nel corso della prima Intifada (1987-1992), ma è soltanto dal 2000, con lo scoppio della seconda Intifada che i gruppi di obiettori hanno preso forma più definita. Attualmente, i ‘refusnik’ si distinguono in quattro organizzazioni principali che raccolgono le diverse anime del movimento: ‘Yesh Gvul’, il più antico, ‘The Shministim’, formatosi nel 2001 su iniziativa studentesca, ‘Courage to refuse’, nato nel 2002 da un gruppo di soldati israeliani, e ‘New Profile’, di matrice femminista.

La novità rispetto al passato consiste non solo nella maggiore consapevolezza politica, ma anche nella capacità di utilizzare gli

strumenti messi a disposizione dalle nuove tecnologie della comunicazione. E così, quello che prima era interpretato come gesto donchisciottesco del singolo, adesso ha assunto rilevanza a livello sociale. Sebbene, stando ai dati in possesso, i refusnik rappresenterebbero oggi solo il 3% circa degli idonei al servizio militare, ogni volta che uno degli obiettori viene arrestato e incarcerato le organizzazioni che sono alle spalle tentano di fornire al fatto una degna cassa di risonanza. Yesh Gvul, ad esempio, rende pubblica la sua protesta, promuove manifestazioni, raccoglie firme. E lo stesso accade anche con i gruppi formatisi successivamente. Esemplare fra tutti è il caso dei 50 soldati israeliani che nel gennaio 2002 hanno scelto le telecamere di una tv commerciale, leggendo, di spalle, il testo con cui comunicavano al governo Sharon e all’esercito la decisione di difen

dere Israele solo all’interno dei suoi confini. Il massimo riconoscimento internazionale l’ha ottenuto Courage to refuse nel 2004, quando tutto il movimento e il suo fondatore, il capitano riservista dell’IDF David Zonshein, hanno ricevuto la nomina per il Premio Nobel per la pace 2004.

Gli atti di insubordinazione dei ‘refusnik’ non restano impuniti. Circa 300 tra gli obiettori sono in carcere.

Le pene vanno dai quattro mesi ai due anni, rinnovabili ogni qual volta si opponga nuovamente il rifiuto alle chiamate dell’esercito. Caso esemplare a riguardo è quello di Yoni Ben-Yartzi, nipote del ministro delle Finanze Benjamin Netanyahu (paradossalmente tra i più tenaci avversari nel governo del piano di ritiro unilaterale dai Territori

no war patch

voluto da Ariel Sharon), che sta scontando la condanna di un anno e quattro mesi; o ancora quello di  Sergio Yahni, attivista del gruppo ‘Yesh Gvul’, che ha subito una condanna a tre anni di detenzione.

La durezza delle pene è direttamente proporzionale al significato che il reato assume in un Stato detentore di uno tra gli eserciti più compatti e ideologizzati al mondo, formatosi sulle ceneri dell’Olocausto e intimamente convinto di doversi difendere e di dover lottare per la propria sopravvivenza.

Antonella Vicini

*tesina esame di stato 2005.  I dati non sono aggiornati

Elezioni in Iran, esplode la rabbia Moussavi chiede l’annullamento

E’ una bufera,un’esplosione di rabbia e di dissenso e una dura repressione,  il vero risultato delle decime elezioni presidenziali in Iran.

La riconferma del presidente Mohamoud Ahmadinejad alla guida della Repubblica islamica, sorprendente per la percentuale bulgara di voti, il 62,63%, pari a circa 24 milioni di persone, ha scatenato ieri a Teheran

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un’ondata di proteste che si è andata gonfiando nel corso di tutta la giornata.

Migliaia di giovani iraniani hanno sfilato nelle piazze e nella strade, inizialmente in modo pacifico, per manifestare contro l’esito delle urne che ha penalizzato in modo netto, e dubbio, il candidato dell’area riformista dato per favorito, Mir Hossein Moussavi, uscito dallo spoglio con il 33,75 % dei voti, circa 13 milioni su un totale di 39 milioni di elettori. Agli altri due, Mohsen Rezai e Mehdi Karroubi sono andate le briciole:  1,73%  a uno e lo  0.85 % all’altro.

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Dura la risposta delle forze dell’ordine che già dalla sera prima erano state allertate e sistemate a presidio  dei punti di possibile raduno. Per ordine del capo della Polizia, infatti, ogni assembramento era stato vietato nel corso delle ore successive alla chiusura delle urne; provvedimento confermato ieri dal  Mi

nistero dell’Interno che ha dato via libera a una repressione che ha causato decine di feriti. Chiuso anche il giornale di Karroubi.

Ieri, da Vanak Square fino a Valiasr Square, dal nord al centro della capitale, passando per la via principale, cariche delle forze dell’ordine hanno accolto le manifestazioni che dalla tarda mattinata fino alla sera si sono susseguite senza interruzione.

“Allah Akbar”,  “Meglio morire, piuttosto che essere umiliati” e “ Morte al regime che inganna” risuonavano per le strade;  gli stessi motti che trent’anni fa venivano intonati contro lo scia’.

I giovani hanno chiamato all’unita’ tutti gli altri iraniani, “Non abbiate paura; restiamo uniti”, scoperchiando un pentola tenuta per troppo tempo sotto pressione.

Il timore che la festosa onda verde che nei giorni precedenti al voto ha intasato Teheran si trasformi in un’ondata di protesta difficilmente gestibile ha spinto il governo alla repressione militaresca. In molti, qui, temono che la situazione degeneri.

Ieri mattina, prima che scoppiasse il caos, a Teheran si respirava un’atmosfera quasi irreale: mesta e raggelata. Una calma, preludio di quello che sarebbe accaduto poche ore dopo, aggravata dal silenzio delle comunicazioni telefoniche bloccate da quasi quarantotto ore. Ai brevi festeggiamenti dei sostenitori del presidente rieletto la sera prima, ha risposto l’amarezza di volti ancora increduli.

“Non e’ possibile! E matematicamente impossibile!” ripetevano alcuni: “Tutti i miei amici, gli amici degli amici, i miei familiari hanno votato per Moussavi. E ora?” facevano eco altri.

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“Dov’è il mio voto?” e’ la frase che ricorre anche sulla rete, attraverso network come Facebook che a differenza di altri siti, come quello della Bbc e o blog che pubblicano notizie su possibili brogli, ha funzionato per gran parte della giornata, pr

ima di subire lo stesso blocco degli altri.

Sulla community più utilizzata del momento, moltissimi giova

ni iraniani, nel Paese e all’estero, hanno postato video delle manifestazioni di ieri mattina, degli scontri con la polizia e messaggi di protesta contro le elezioni,  mettendo in dubbio con varie argomentazioni tutte le operazioni di voto.

“Where is my vote?”, “Liar, Liar”,  “Cheaters” gli status più diffusi.

Una delle ipotesi che sta prendendo piede tra la gente comune e’ che i conteggi siano stati falsati dal Ministero dell’Interno, che si sarebbe occupato direttamente dello spoglio delle schede. Ma si tratta di voci che rimbalzano senza tregua e difficilmente controllabili, in un momento in cui la delusione di molti rischia di trasformarsi in contro-propaganda. A confortare queste  accuse e’ stato, comunque, lo stesso candidato sconfittoche, ieri mattina, nel corso di una conferenza stampa, ha lanciato un messaggio chiaro al popolo iraniano, infiDSC_0730dammando gli animi già carichi di rabbia.

Mir Hossein Moussavi, pare, dalle ultime frammentarie notizie, bloccato in casae assediato dalla polizia o da milizie paramilitari, si e’ rivolto al popolo iraniano: “so che hanno tradito il vostro voto”, ma “secondo  ciò che mi impone il mio ruolo e la mia religione, io non cederò”.

L’ex primo ministro, prima, e la moglie Zahra Rahnavard, poi, nelcorso di un’intervista telefonica alla Bbc Persian, hanno minacciato di svelare i meccanismi nascosti che hanno portato ai risultati elettorali.

Nessuno dubbio sulla regolarità delle  operazioni di voto, ne’ sullo spoglio elettorale, invece, sia per il Ministero dell’Interno, sia per la Guida Suprema Ali Khamanei che ha benedetto l’esito delle urne, proclamando Ahmadinejad “presidente di tutta la nazione” e invitando alla calma i sostenitori dei candidati sconfitti.

“La partecipazione di più dell’ottanta per cento degli iraniani al voto e i 24 milioni di preferenze sono motivo di festa e simbolo della volontàdi Dio. Tutto questo assicurerà il progresso e la sicurezza del Paese”.

Celebrazioni che però non si sono viste, sopraffatte dal suono dei clacson, da grida di protesta e dagli scontri nelle strade.

Antonella Vicini

(Il Tempo, 15/06/2009)

E’ una bufera, un’esplosione di rabbia e di dissenso e una dura repressione, il vero risultato delle decime elezioni presidenziali in Iran.

La riconferma del presidente Mohamoud Ahmadinejad alla guida della Repubblica islamica, sorprendente per la percentuale bulgara di voti, il 62,63%, pari a circa 24 milioni di persone, ha scatenato ieri a Teheran un’ondata di proteste che si è andata gonfiando nel corso di tutta la giornata.

Migliaia di giovani iraniani hanno sfilato nelle piazze e nella strade, inizialmente in modo pacifico, per manifestare contro l’esito delle urne che ha penalizzato in modo netto, e dubbio, il candidato dell’area riformista dato per favorito, Mir Hossein Moussavi, uscito dallo spoglio con il 33,75 % dei voti, circa 13 milioni su un totale di 39 milioni di elettori. Agli altri due, Mohsen Rezai e Mehdi Karroubi sono andate le briciole: 1,73% a uno e lo 0.85 % all’altro.

Dura la risposta delle forze dell’ordine che già dalla sera prima erano state allertate e sistemate a presidio dei punti di possibile raduno. Per ordine del capo della Polizia, infatti, ogni assembramento era stato vietato nel corso delle ore successive alla chiusura delle urne; provvedimento confermato ieri dal Ministero dell’Interno che ha dato via libera a una repressione che ha causato decine di feriti. Chiuso anche il giornale di Karroubi.

Ieri, da Vanak Square fino a Valiasr Square, dal nord al centro della capitale, passando per la via principale, cariche delle forze dell’ordine hanno accolto le manifestazioni che dalla tarda mattinata fino alla sera si sono susseguite senza interruzione.

“Allah Akbar”, “Meglio morire, piuttosto che essere umiliati” e “ Morte al regime che inganna” risuonavano per le strade; gli stessi motti che trent’anni fa venivano intonati contro lo scia’.

I giovani hanno chiamato all’unita’ tutti gli altri iraniani, “Non abbiate paura; restiamo uniti”, scoperchiando un pentola tenuta per troppo tempo sotto pressione.

Il timore che la festosa onda verde che nei giorni precedenti al voto ha intasato Teheran si trasformi in un’ondata di protesta difficilmente gestibile ha spinto il governo alla repressione militaresca. In molti, qui, temono che la situazione degeneri.

Ieri mattina, prima che scoppiasse il caos, a Teheran si respirava un’atmosfera quasi irreale: mesta e raggelata. Una calma, preludio di quello che sarebbe accaduto poche ore dopo, aggravata dal silenzio delle comunicazioni telefoniche bloccate da quasi quarantotto ore. Ai brevi festeggiamenti dei sostenitori del presidente rieletto la sera prima, ha risposto l’amarezza di volti ancora increduli.

“Non e’ possibile! E’ matematicamente impossibile!” ripetevano alcuni: “Tutti i miei amici, gli amici degli amici, i miei familiari hanno votato per Moussavi. E ora?” facevano eco altri.

“Dov’è il mio voto?” e’ la frase che ricorre anche sulla rete, attraverso network come Facebook che a differenza di altri siti, come quello della Bbc e o blog che pubblicano notizie su possibili brogli, ha funzionato per gran parte della giornata, prima di subire lo stesso blocco degli altri.

Sulla community più utilizzata del momento, moltissimi giovani iraniani, nel Paese e all’estero, hanno postato video delle manifestazioni di ieri mattina, degli scontri con la polizia e messaggi di protesta contro le elezioni, mettendo in dubbio con varie argomentazioni tutte le operazioni di voto.

“Where is my vote?”, “Liar, Liar”, “Cheaters” gli status più diffusi.

Una delle ipotesi che sta prendendo piede tra la gente comune e’ che i conteggi siano stati falsati dal Ministero dell’Interno, che si sarebbe occupato direttamente dello spoglio delle schede. Ma si tratta di voci che rimbalzano senza tregua e difficilmente controllabili, in un momento in cui la delusione di molti rischia di trasformarsi in contro-propaganda. A confortare queste accuse e’ stato, comunque, lo stesso candidato sconfitto che, ieri mattina, nel corso di una conferenza stampa, ha lanciato un messaggio chiaro al popolo iraniano, infiammando gli animi già carichi di rabbia.

Mir Hossein Moussavi, pare, dalle ultime frammentarie notizie, bloccato in casa e assediato dalla polizia o da milizie paramilitari, si e’ rivolto al popolo iraniano: “so che hanno tradito il vostro voto”, ma “secondo ciò che mi impone il mio ruolo e la mia religione, io non cederò”.

L’ex primo ministro, prima, e la moglie Zahra Rahnavard, poi, nel corso di un’intervista telefonica alla Bbc Persian, hanno minacciato di svelare i meccanismi nascosti che hanno portato ai risultati elettorali.

Nessuno dubbio sulla regolarità delle operazioni di voto, ne’ sullo spoglio elettorale, invece, sia per il Ministero dell’Interno, sia per la Guida Suprema Ali Khamanei che ha benedetto l’esito delle urne, proclamando Ahmadinejad “presidente di tutta la nazione” e invitando alla calma i sostenitori dei candidati sconfitti.

“La partecipazione di più dell’ottanta per cento degli iraniani al voto e i 24 milioni di preferenze sono motivo di festa e simbolo della volontà di Dio. Tutto questo assicurerà il progresso e la sicurezza del Paese”.

Celebrazioni che però non si sono viste, sopraffatte dal suono dei clacson, da grida di protesta e dagli scontri nelle strade.

12 giugno 2009: La sfida di Teheran

C’è chi lo ha definito Super Friday, guardando al Super Tuesday statunitense. È indubbio cheDSC_0032 il venerdì elettorale in Iran, il decimo dalla nascita della Repubblica islamica, abbia portato con sè qualcosa di grande. A partire dai numeri. Più di quarantasei milioni gli iraniani con dirtto di voto; quasi quarantaseimila le urne elettorali in tutto il Paese, un’affluenza che, stando al Ministero dell’Interno, ha superato il 70 per cento. Dalla mattina alle 8, ieri, fuori dai seggi, costituti da scuole, moschee, banche e postazioni mobili, si sono formate lunghe file che hanno costretto il Comitato speciale per le elezioni a rimandare di volta in volta la chiusura delle urne. Tra i primi a votare i quattro candidati: il presidente in carica Mahmoud Ahmadinejad; l’ex primo ministro, Mir-Hossein Moussavi, accompagnato dalla immancabile moglie con cui si è presentato mano nella mano; l’ex speaker del Majlis Mehdi Karroubi e il segretario del Consiglio degli esperti, capo storico dei Guardiani della Rivoluzione, Mohsen Rezaei. Insieme a loro, il presidente del Parlamento e la Guida Suprema Ali Khamanei, il quale ha lanciato un appello alla partecipazione, chiedendo di votare la persona «migliore e più competente». «Chiamo tutta la popolazione iraniana a esercitare il diritto di voto e a giocare il loro ruolo determinante nella scelta della più alta carica politica del Paese», ha sottolineato l’ayatollah Khamanei, evitando quella presa di posizione che gli era stata chiesta, invece, da Hashemi Rafsanjani. Nei giorni precedenti al voto sui telefonini cellulari erano circolati sms che raccomandavano ai sostenitori di Moussavi di non recare con sé nessun segnale distintivo, come nastrini verdi, spillette e simili, che potessero far intuire le loro intenzioni di voto. Alcuni messaggi consigliavano anche di portare una penna per il timore che quelle fornite ai seggi fossero cancellabili. Una serie di accorgimenti al fine di evitare i brogli che, nelle precedenti elezioni, potrebbero aver aiutato il presidente in carica ad ottenere la poltrona che ora cerca di difendere. Da ieri mattina, però, le linee telefoniche quasi bloccate hanno impedito ulteriori comunicazioni. Secondo alcDSC_0642uni si tratterebbe di una precisa strategia governativa per frenare nuovi tam tam su cui il Ministero delle Telecomunicazioni ha annunciato che verrà fatta chiarezza. Gli sms hanno rappresentato, in queste settimane, una forma di comunicazione al di fuori dei canali ufficiali molto intensa e difficilmente controllabile con cui i sostenitori di Moussavi, e non solo, hanno monitorato le affermazioni di Ahmadinejad e si sono dati appuntamento nelle principali piazze della città. Anche ieri sera avevano in programma di riunirsi sotto il Ministero dell’Interno, ma la pioggia e i controlli di polizia intensificati non hanno facilitato i loro progetti. Agli allarmi su eventuali brogli, ha fatto eco nei giorni scorsi il Comitato speciale per elezioni, assicurando che tutto si sarebbe svolto sotto gli occhi di osservatori imparziali, grazie anche alla presenza di rappresentanti esterni, uno per ogni candidato, in 368 seggi. Nel corso di un’intervista, però, Moussavi ha denunciato che ad alcuni suoi rappresentati è stato impedito di fare ingresso nei seggi. Poco prima, dal quartier generale dello stesso candidato e da quello di Karroubi era giunta la notizia della fine delle schede elettorali, ancor prima che finissero le operazioni di voto, in alcune località fuori Teheran e nel sud della capitale, a Shahre Rey. Per votare in Iran basta presentarsi ad uno dei tanti seggi distribuiti un po’ ovunque nelle città e registarsi lasciando la propria impronta digitale. Non esistono cabine elettorali chiuse. Il voto è un momento comunitario, a partire dalle file – una per gli uomini e una per le donne – durante le quali gli elettori continuano a scambiarsi le impressioni dell’ultimo minuto, fino all’atto del voto che avviene nella stessa stanza in cui si è ritirata la scheda, poggiati su un tavolo insieme ad altri elettori e scambiandosi le penne all’occorrenza. In questo contesto un controllo capillare delle operazioni di voto sembra difficile. I risultati dovrebbero arrivare già nella serata di oggi, ventiquattro ore dopo la chiusura dei seggi. Ma già ieri sera c’è stata la corsa alla proclamazione: a seggi ancora aperti Moussavi dichiarava d’aver ottenuto il 65% dei voti, mentre l’agenzia di stampa ufficiale Irna annunciava la vincita di Ahmadinejad. A notte inoltrata la commissione elettorale iraniana ha affermato che, con quasi la metà delle schede scrutinate, il presidente Ahmadinejad risultava vincitore nelle elezioni presidenziali con circa due terzi dei voti. Un distacco spiegato, in quel momento dagli osservatori esteri, con il fatto che a essere scrutinate per prime fossero le schede di collegi in aree rurali, dove l’attuale capo dello stato Ahmadinejad è considerato più forte di Mousavi. Questi, a metà dello spoglio, era accreditato del 30% dei voti. Un risultato immediatamente contestato. Nella centrale Piazza Fatimi si sono subito registrati i primi tafferugli tra la polizia e i sostenitori di Moussavi.

di Antonella Vicini

segnali segreti fuori le urne..sud di Teheran

segnali segreti fuori le urne..sud di Teheran

(Il Tempo, 13/06/2009)

9 giugno 2009… – 3 al voto

DSC_0460Finiti i confronti televisivi, in Iran le ultime parole di questa campagna elettorale sono rimaste alle piazza e alle citta’ di provincia, battute a tappeto dagli avversari di Ahmadinejad.

Mousavi e la moglie Zahra hanno raggiunto il Lorestan, nel nord ovest, supportati dall’ex presidente Khatami ad Isfahan, mentre il conservatore Mohsen Rezai si e’ spostato da Ahvaz, in Khuzestan, a Shiraz.

Le regole elettorali impongono che da oggi cali il silenzio su questa accesa competizione, fino alla chiusura delle urne. Stessa regola per i media a cui gia’ da alcuni giorni e’ stato proibito di fare propaganda pro o contro i candidati, mentre ieri il Consiglio dei Guardiani ha fatto appello agli osservatori elettorali di restare neutrali. Accorgimenti che non sono riusciti a mettere a tacere le voci di dissenso nei confronti dell’attuale presidente, soprattutto da parte dei giovani sostenitori di Mir Hossein Moussavi, in giro per il centro della capitale fino a notte fonda affollano, addobbati di verde e urlanti “Ahmadi Bye Bye” o “Morte al governo che inganna il popolo”. Anche ieri, la città e’ rimasta bloccata, dal vecchio aeroporto Meharabad fino a Azadi Square e Enghelab Square, luoghi simbolo della Rivoluzione islamica.

Ma non c’e aggressivita’ negli atteggiamenti di chi scende in piazza a Teheran,  piuttosto voglia di sfogare il malcontento trattenuto in questi quattro anni, in un momento in cui alla polizia o ai gruppi paramilitari e’ stato chiesto di lasciare la briglia piu’ sciolta. Incidenti, invece, potrebbero essere avvenuti a Shiraz, ma, come spesso accade in Iran, e’ difficile avere notizie certe.

La rivalita’, che nelle strade ha assunto una forma quasi carnevalesca, ha un significato ben piu’ serio tra le alte sfere e tra gli stessi i contendenti.

Le pesanti accuse di Ahmadinejad dei giorni scorsi hanno spinto, infatti, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani (ex presidente dal 1989 al 1997 e attualmente a capo del Consiglio per i pareri di Conformita’, che dirime le controversie tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani, e membro del Consiglio degli Esperti, nonche’ uno degli uomini piu’ ricchi in Iran) a scrivere, martedi, una lettera aperta all’ayatollah Ali Khamanei, chiedendogli di esprimerDSC_0434dsi in merito al quadro politico attuale, prima del voto.

Rasfanjani, che insieme a Mohammad Khatami appoggia Moussavi, ha definito le affermazioni del presidente in carica “infondate e irresponsabili”, richiamando alla memoria gli stessi atteggiamenti dei gruppi  anti-rivoluzionari tra il 1978 e il 1979.

La scelta di tirare in ballo Khamanei rappresenta un gesto dal valore politico piuttosto chiaro se si considera che il leader iraniano e’ uno degli sponsor, forse non troppo convinto, di Ahamdinejad e che queste elezioni vanno interpretate  anche come una lotta per la spartizione del potere fra due personaggi storici nella Repubblica islamica, ai vertici del Paese sin dai tempi di Khomeini, e cioe’ proprio Ali Khamanei e Hashemi Rasfanjani.

Ma il timore della perdita di sostegno da parte della Guida Suprema non ha convinto Ahmadinejad a moderare i toni, al punto che ieri, nel corso dell’ultimo discorso pubblico all’universita’ Sharif di Teheran, ha alzato nuovamente il tiroDSC_0426d.

“Nessuno ha il diritto di insultare il presidente e loro lo hanno fatto. Questo e’ un crimine e la punizione dovrebbe essere la prigione”, ha dichiarato, senza mezzi termini, in merito alle smentite dei suoi dati relativi all’economia che gli sono fruttate non poche critiche dagli avversari e una serie di caricature per le strade che lo ritraggono come un Pinocchio che non sa far di conto.

di Antonella Vicini (Il Tempo 10/06/2009)


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