Archivio per dicembre 2009

IMMIGRAZIONE Sbarcano in Calabria 41 migranti, 21 sono minori: le testimonianze

14/12/2009 17.55 Sono turchi di etnia curda e afgani. Si sono imbarcati su una nave portacontainer in Turchia, i trafficanti li hanno fatti scendere con i gommoni. Viaggio costato fino a 18 mila dollari. I minori raccontano di essere scappati dalle torture dei talebani

Badolato (Cz) – Sono sbarcati ieri sera sulla costa ionica calabrese, tra i comuni di Santa Caterina sullo Ionio e Guardavalle 41 profughi, di cui 21 minori e due donne. Sono turchi di etnia curda e afghani, che si sono imbarcati su una nave portacontainer in Turchia, forse a Istanbul. I minori sono tutti afghani, diciotto sono arrivati in Italia da soli. Secondo la ricostruzione fatta dai migranti e dai carabinieri, la nave che li trasportava si è avvicinata alla costa, navigando da nord verso sud. Per non dare nell’occhio, i trafficanti hanno fatto sbarcare i profughi con un gommone, a più riprese, con una serie di sbarchi, a pochi chilometri di distanza. I migranti sono stati intercettati dalle forze dell’ordine mentre camminavano a piedi sulla strada statale jonica 106. Erano tutti in buone condizioni di salute. Della nave si erano perse le tracce. Accolti nel presidio della Croce Rossa di Badolato (Cz) e dagli operatori del Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir), le 41 persone hanno passato la notte sul pavimento, senza materassi, con il solo conforto di stufe elettriche e coperte. Per gli adulti, c’è già all’ingresso del presidio sanitario un autobus in attesa di portarli al centro di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo (Cara) di Sant’Anna a Isola Capo Rizzuto (Kr). I minori soli, secondo quanto previsto dalla legge italiana, restano nel comune di Badolato. Nella zona non esistono, però, strutture di accoglienza per minori non accompagnati. E’ in corso un vertice tra la prefettura, la questura, i carabinieri e il comune per allestire un centro di emergenza, all’interno di un agriturismo privato. “In Calabria c’è un solo centro per minori stranieri soli, si trova ad Acri, in provincia di Cosenza, e su dieci posti totali, otto sono già occupati”, spiega Daniela Trapasso, responsabile della sede Cir di Badolato. Dietro il viaggio dei profughi, durato anche tre mesi in molti casi, c’è al solito un’organizzazione internazionale ramificata in molti Stati. E’ quanto emerge dal racconto dei ragazzi afghani, che parlano di cifre molto alte pagate per arrivare in Europa. Dai 15mila ai 18mila dollari a persona. Sono partiti da Kabul, Herat, Kandahar, Mazar i Sharif, viaggiando con ogni mezzo, dalle automobili ai cavalli. “Abbiamo cavalcato tra le montagne, camminato a piedi anche dentro l’acqua”- racconta Suleiman. Il tragitto passava per l’Iran e la Turchia, dove poi si sono imbarcati “up to Europe”, senza sapere in quale stato europeo sarebbero arrivati. Vogliono raggiungere la Germania, l’Olanda, la Norvegia, dove hanno fratelli, cugini, parenti. “Le guide cambiavano di paese in paese e parlavano quattro o cinque lingue, farsi, inglese, turco e altre”, spiegano. L’ultimo tratto del viaggio, chiusi all’interno dei container di una nave nel Mediterraneo, è durato nove giorni. Dicono che i trafficanti non erano italiani. “Ci davano pochissimo cibo, giusto per non morire – dice Zahir – poi ci hanno fatti sbarcare con delle piccole barche, il viaggio fino alla riva è stato di cinque, dieci minuti, e ci hanno detto di andare fino alla stazione del treno e che sarebbe stato facile andare dove volevamo parlando in inglese”. La sua espressione è piena di speranza e sollevata, per essere arrivato vivo fin qui. Per essersi lasciato alle spalle le violenze della guerra, anche se non sapeva di venire in Italia. Delle storie tragiche che raccontano, i giovani afghani portano la testimonianza sulla pelle. Suleiman ha 22 anni, e faceva l’elettricista. “Lavoravo per Isaf ma quando i talebani hanno scoperto che ero al servizio degli americani mi hanno rapito sulla strada da Kabul a Farah”, dice. Sulle braccia mostra i segni delle ferite di coltello. Il suo racconto è un fiume in piena: “Mi hanno torturato, sono riuscito a scappare, ho venduto la macchina, un piano della casa di famiglia, altri amici mi hanno prestato soldi e sono partito perché mi avrebbero ucciso”. Ma questo è stato soprattutto lo sbarco dei minori soli. Sayd, 15 anni, è al suo secondo viaggio fuori dalla trappola afghana e di quello precedente porta sulla gamba destra la cicatrice molto grande di un proiettile. Dice che i talebani gli hanno sparato, dopo che era stato rimpatriato a Herat dalla Turchia. Un anno fa, era partito per la prima volta, ma in Turchia, subito dopo la partenza, l’imbarcazione è affondata. Nel naufragio sono morte quattro persone. Sayd racconta di essere stato catturato dalla polizia turca, rispedito a Herat e punito dai Talebani che l’hanno gambizzato. E’ arrivato a Badolato portandosi dietro un fratello di 13 anni, Alì. Un altro fratello vive in Olanda e gli ha mandato i soldi per il viaggio. (rc) © Copyright Redattore Sociale

Ladri di Sabbia

Il relitto di un barcone della speranza accasciato su un fianco all’imboccatura di un porticciolo fantasma. In questo scenario di desolazione senza tempo si intrecciano le tante anime di Badolato, uno dei comuni calabresi scelti dal regista Wim Wenders per girare il suo nuovo cortometraggio sull’accoglienza ai richiedenti asilo. Del ritratto fanno parte un borgo medievale sempre in lotta per uscire dall’abbandono che ospita la sede calabrese del Consiglio italiano per i rifugiati. E la determinazione della squadra di pallamano femminile arrivata in serie A allenandosi al buio in piazzetta, senza un palazzetto dello sport, né uno straccio di campetto. Infine, quell’ammasso di ferraglia del mare, approdato anni fa con il suo carico di migranti. In attesa di essere demolito, è rimasto sine die nella darsena che condivide lo stesso destino di abbandono.

Ma a morire di incuria è un intero tratto di costa mediterranea. Un sito di interesse comunitario, uno dei rari luoghi in Calabria scelti dalle tartarughe Caretta Caretta per deporre le uova, devastato dalla costruzione di un porto inutile. La struttura “Bocche di Gallipari” doveva essere l’unico approdo turistico nel raggio di 150 chilometri. In realtà ha funzionato solo per pochi mesi nell’arco di quasi dieci anni dall’inizio dei lavori, dopo essere stato al centro di un caso giudiziario del pm Luigi De Magistris. Da miraggio dello sviluppo economico, con la concessione a suo tempo di un contributo europeo di oltre un milione di euro, a eco-mostro responsabile della distruzione della spiaggia. I conti della spesa comunitaria sono già saliti di altri 800mila euro di fondi per interventi di salvaguardia ambientale. Si prevede di arrivare a chiederne due milioni e mezzo in totale. Questo paradosso dello sperpero europeo ha per casa il litorale della provincia di Catanzaro. Vittima dei danni economici e ambientali causati dal porto è il comune di Isca sullo Ionio, che condivide con Badolato il tratto di costa e il torrente Gallipari, confine naturale tra i due paesi.

Dieci anni fa, a Isca, nessuno avrebbe immaginato che si potesse rubare un’intera spiaggia. Sostene Ferraiolo, operatore turistico, non se ne capacita. Suo padre ha aperto il primo stabilimento balneare del paese negli anni Settanta. “Nel 2007 sulla spiaggia avevamo una passerella di 30 metri, cui seguivano 12 metri di ombrelloni disposti su 4 file e infine c’erano 8 metri di fascia di rispetto tra la prima fila di ombrelloni e la battigia, il totale fa 50 metri”, dice Sostene, che di professione fa il commercialista. Ma in questo caso i conti non tornano. Della distesa interminabile di sabbia bianca finissima che si immergeva dolcemente nello specchio d’acqua blu cristallino dello Jonio, oggi non rimane che una sottile lingua di terra. La gravità del problema si è vista con le ultime mareggiate primaverili, che hanno portato via parte degli stabilimenti balneari lasciando a riva un dislivello anomalo. I dati in possesso dell’ufficio tecnico del comune restituiscono in cifre esatte la portata del disastro ambientale. La riva è arretrata di oltre 50 metri negli ultimi 5 anni. E’ stata divorata “con una progressione allarmante per intensità ed estensione”. Ed è solo l’inizio di un effetto domino, “ormai destinato a interessare anche il litorale dei comuni limitrofi”. L’erosione avanza fino al retrospiaggia, intaccando anche le infrastrutture balneari. Lo dice uno studio ambientale redatto da un pool di ingegneri guidati da Paolo Contini, che ha progettato l’intervento per la difesa del litorale. La relazione individua chiaramente le responsabilità: “il marcato fenomeno erosivo è facilmente riconducibile al porto turistico realizzato a partire dal 2001- argomenta lo studio – Le strutture portuali sono state realizzate in assenza di una visione generale del problema”. Una “drastica variazione della linea di riva” ha compromesso la spiaggia e le Dune di Isca, che si sollevano parallele al litorale. Sono collinette di sabbia tenute insieme da una vegetazione pioniera, abituata a vivere in condizioni climatiche difficili. Ci sono piante ormai rare come l’efedra e la porcellana di mare. O il papavero delle sabbie, che resiste caparbio dispiegando al sole i suoi splendidi fiori gialli. Le dune stanno conducendo una guerra impari per la sopravvivenza. Si sono sacrificate perché hanno alimentato la spiaggia in erosione, assolvendo al compito di fare da barriera naturale tra il mare e l’abitato. I cambiamenti sono visibili dal 2002. Il porto non l’avevano ancora tirato su tutto che già il tratto a nord dell’imboccatura (Isca), detto tecnicamente sottoflutto, iniziava ad arretrare. Contemporaneamente, il tratto a sud, quello badolatese (sopraflutto rispetto al porto), era avanzato di oltre 60 metri rispetto al 1998 “fino ai valori massimi di quasi 100 metri” negli anni a seguire. A Isca la spiaggia e le dune si sono progressivamente consumate di circa 10 metri l’anno. Persa questa ‘protezione’ naturale, oggi le mareggiate ordinarie causano ingenti danni. Al contrario, alle spalle del porto, nel comune di Badolato, la sabbia si è accumulata progressivamente, formando una distesa di centinaia di metri fino alla battigia. La spiaggia ‘scomparsa’ si è andata a nascondere dietro al molo del porto, nel territorio di Badolato. Tanto che alla fine, con il finanziamento di 800mila euro, il sindaco di Isca Pier Francesco Mirachi, ha mandato le ruspe a riprendersene una parte per fare il ripascimento, quasi rivendicandone la proprietà al suo comune. L’intervento ha visto anche la costruzione di due scogliere artificiali a forma di T, poste a circa un chilometro e mezzo l’una dall’altra. In gergo tecnico si chiamano ‘barriere soffolte’ perché sono in gran parte sommerse o a pelo d’acqua. Il finanziamento è nell’ambito di un accordo di programma quadro, per cui l’amministrazione di Isca pensa di richiedere successivi contributi Ue fino a due milioni e mezzo di euro complessivi, per realizzare almeno altre due barriere semisommerse. L’operazione serve soltanto a “mantenere la situazione ai livelli attuali”, ammette l’ing. Maurizio Benvenuto, capo dell’ufficio tecnico del Comune di Isca. La sabbia continuerà ad accumularsi alle spalle del braccio di avamporto.

“Bocche di Gallipari” è ancora chiuso al pubblico. I sigilli alla darsena scattarono il 4 agosto del 2004, quando l’attività della ditta S.AL.TE.G. finì sotto inchiesta con l’accusa di avere ospitato nel bacino d’ormeggio numerose imbarcazioni senza l’autorizzazione tecnica e il collaudo. Successivamente le indagini si allargarono, fino alla richiesta da parte del pm De Magistris, titolare dell’inchiesta, del rinvio a giudizio di 11 persone. Tra loro amministratori pubblici del comune di Badolato, il direttore dei lavori e progettista Gianfranco Gregorace e il presidente della Salteg Srl, Mario Grossi. Tra i capi di imputazione, truffa, estorsione, falso ideologico, distruzione di bellezze naturali. Al centro del’indagine c’era l’erogazione alla Salteg di fondi europei. Oltre un milione di euro (pari al 45% della spesa ritenuta ammissibile) del Piano operativo plurifondo (Pop) 1994-1999, che la Salteg aveva ottenuto dopo essersi costituita come associazione temporanea di imprese calabresi e dell’Emilia Romagna. Gli amministratori dell’azienda hanno sostenuto che solo una prima parte del finanziamento fu effettivamente erogata. L’accusa di estorsione era motivata, fra l’altro, per avere imposto la concessione dei sub-appalti a ditte riconducibili alla criminalità organizzata, per la guardiania affidata a Vincenzo Gallelli, alias “Macineddu”, presunto “braccio operativo” della cosca Gallace-Novella di Guardavalle. L’ex pm di Catanzaro accusava Gregorace e Gallelli di aver fatto pressioni sul personale del comune di Badolato per rilasciare la concessione edilizia e tutta la documentazione necessaria. Il 14 novembre 2007, mentre sui giornali e in procura infuriava il caso De Magistris, gli imputati furono tutti prosciolti per i reati di truffa ed estorsione “perché il fatto non sussiste”, su richiesta del pm Alessia Miele, a cui nel frattempo era passata l’indagine. Un altro filone del processo, stralciato da quello principale, riguarda le violazioni sulle concessioni demaniali ed edilizie e i vincoli paesaggistici del comune di Badolato. Per queste imputazioni che riguardano 7 persone, la prossima udienza è prevista per il 13 novembre. Per la distruzione dell’ecosistema della spiaggia di Isca marina, per i danni incalcolabili al patrimonio ambientale e all’economia di un’intera comunità, nessuno ha pagato e non ci sono processi aperti né imputati. Anche dopo il dissequestro, l’odissea del porto non ha risparmiato colpi di scena. Nel 2007 il braccio di ferro tra Gregorace e la nuova amministrazione comunale di Badolato ha portato infine al rilascio della concessione edilizia in variante al Piano regolatore. Dopo il commissariamento del comune, nel 2008 si è insediato un altro sindaco. Nell’estate del 2008 è stata un’esecuzione di stampo mafioso a macchiare la nuova apertura del porto, sotto la gestione della “Ranieri Boats Service”. Il 12 agosto Cosimo Ierinò, ruspista 39enne incensurato di Stignano (Rc), viene freddato in un agguato con due fucili caricati a pallettoni al termine del suo turno di lavoro, nel parcheggio del porto. Nessuno per ora ha messo in relazione l’omicidio di Ierinò con le vicende legate alla darsena. A febbraio 2009, Gregorace ha rinunciato all’incarico di direttore dei lavori.

L’ultimo atto della vicenda “Bocche di Gallipari” è una diffida del sindaco di Badolato nei confronti della Salteg, in cui si intima alla ditta di effettuare i lavori per la messa in sicurezza del porto e presentare la Dia necessaria, pena la revoca della concessione entro tre mesi. Per la prima volta il comune di Isca è stato coinvolto in un incontro. I tecnici chiedono di modificare l’imboccatura del porto, facendone una “a moli convergenti”, che però potrebbe solo diminuire l’erosione, non risolvere il problema. Intanto l’eco-mostro aspetta di conoscere la sua sorte, mentre una doppia ordinanza della Capitaneria di Porto e del comune di Badolato ne vietano l’accesso per questioni di sicurezza, sia dal mare, sia via terra.

Di Raffaella Cosentino

Copyright “Il Manifesto”, pubblicato l’11 agosto 2009


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