Archivio per 12 gennaio 2010

Rosarno. Una pagina nera della nostra storia

La caccia al nero con i fucili a pallini

Dal suo letto d`ospedale Ayiva Saibou mostra i jeans insanguinati all`altezza della cerniera lampo. Ne indossava due paia, uno sull`altro. Il pallino di piombo sparato da una pistola ad aria compressa li ha forati entrambi e si è conficcato nella carne. Lì resterà a vita. Ha mirato ai genitali chi gli ha sparato da una jeep Volkswagen scura sulla statale 18, giovedì 7 gennaio intorno all`una.

L`agguato con il ferimento del ragazzo del Togo e di un altro suo compagno è stato l`episodio che ha dato il via all`inferno di Rosarno. La rivolta degli africani e la reazione degli abitanti con i linciaggi da Ku Klux Klan, che vanno avanti da due giorni. I rosarnesi raccontano una storia da «se la sono cercata», secondo la quale gli immigrati urinavano sotto il balcone di una casa. «Perché avremmo dovuto farlo? Io ho due figli, non sono un bambino e alla fabbrica abbiamo i bagni chimici», dice Ayiva, che ha il permesso di soggiorno in scadenza a febbraio.

Della rivolta non ha visto nulla, se non la sua stanza all`ospedale di Gioia Tauro riempirsi di compagni africani, lavoratori stagionali come lui. L`ultimo arrivato, due giorni dopo la prima aggressione contro gli africani, è un ragazzo che non riesce a parlare. È stato colpito con proiettili da caccia all`avambraccio sinistro e alla gamba destra. Le ronde dei calabresi lo hanno scovato mentre cercava di scappare da Rosarno, dalla `fabbrica`, lo stabilimento ex Opera Sila dove alloggiavano in mille tra gli stenti, il freddo e il degrado. Si chiama Dabre Moussa, 37 anni, del Burkina Faso. Nei letti di fronte ci sono i due giovani ventenni gambizzati per strada a laureana di Borrello venerdì sera. Non sono in pericolo di vita, ma hanno entrambe le gambe bendate e sanguinanti, piene di pallini da caccia.

«Un numero imprecisato, forse una sessantina», dice il chirurgo Domenico Giannetta. La “caccia al nero” nella Piana di Gioia Tauro si fa con i fucili da caccia, con le cartucce che si usano per gli uccelli ed esplodono dentro la pelle come piccole bombe a grappolo. Oumar Sibisidibi e Manden Musa Traorè vengono dalla Guinea Conakry e anche loro si terranno per sempre nelle gambe questo ricordo di piombo. I pallini non saranno estratti. Per tutti loro il questore di Reggio Calabria, Carmelo Casabona, ha deciso il rinnovo del permesso di soggiorno per motivi umanitari, ai sensi dell`art.18 della legge Bossi-Fini. Gli africani feriti continuano ad arrivare.

Al piano terra c`è anche Godwin, nigeriano con la testa fasciata e un braccio ingessato. «Venerdì ero andato a prendere i soldi dal datore di lavoro perché volevo andare via – racconta – sulla statale mi hanno aggredito e picchiato a sangue. Sono riuscito a scappare, mi hanno raccolto i poliziotti». Sono tanti i racconti terrorizzati dei ragazzi della “fabbrica”, che oggi hanno lasciato scortati dalla polizia i tuguri in cui vivevano. «Italy doesn`t like black», dicono. E hanno scritto su un muro «Avoid shooting black». Charles Ousu, ghanese in Italia dal 2004, passato per il Sahara, la Libia e Lampedusa, ha il permesso di soggiorno fino al 2011.

Lavorava a Vicenza in una fabbrica, ma è stato licenziato ad agosto del 2008. Da allora vaga per l`Italia delle campagne. Aveva trovato lavoro a Gioia Tauro come bracciante agricolo ma ora vuole solo scappare. Il suo datore di lavoro è venuto a salutarlo e dargli l`ultima paga attraverso il cordone della polizia. Non è il solo. Molti altri proprietari terrieri si sono avvicendati nel corso della giornata per fare la stessa cosa. «Non abbiamo mai avuto problemi con loro – dicono – le nostre donne lavorano tranquille nei campi con gli africani, che sono instancabili»

di Raffaella Cosentino per Il Manifesto

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Agguati e botte, pulizia è fatta

CONTROPIANO

10.01.2010
  • APERTURA   |   di Raffaella Cosentino – ROSARNO (RC)
    LA CACCIATA
    Agguati e botte, pulizia è fatta
    La polizia scorta i migranti
    Una vera e propria pulizia etnica, al termine della quale a Rosarno resteranno solo gli autoctoni. In fiamme i casolari diroccati dove si rifugiavano i lavoratori stagionali della Piana di Gioia Tauro. Il fuoco è la soluzione che molti a Rosarno vorrebbero anche per l’ex oleificio sulla Statale 18, noto come «la fabbrica» degli africani. Continua la caccia all’immigrato da parte delle bande di rosarnesi, con giovani del posto fermati e identificati dalle pattuglie mentre si aggirano nelle campagne. Mentre spunta l’ombra delle cosche, che potrebbero aver cavalcato la protesta per affermare il proprio dominio sul territorio. A lasciarlo pensare, tra le altre cose, è il nome di uno dei tre fermati (due per violenza e resistenza a pubblico ufficiale, un terzo per aver sparato contro un immigrati), figlio di un affiliato importante della cosca Bellocco, che con i Pesce «governa» la zona.
    È il terzo giorno di guerra allo straniero e il bilancio dei feriti continua a salire tra i migranti: sono una trentina quelli finiti in ospedale a Gioia Tauro. Agguati, pestaggi, fucilate contro quelli che cercano di allontanarsi da Rosarno da soli. Ieri mattina altri due agguati: il primo contro un immigrato regolare del Burkina Faso, Dabrè Moussa, di 29 anni, colpito con una fucilata caricata a pallini; nel secondo invece gli assalitori hanno bloccato un auto con tre stranieri, due dei quali sono riusciti a fuggire mentre il terzo è stato preso a sassate. Meglio è andata a dieci immigrati del Ghana, ma solo perché sono riusciti a dare l’allarme: nel cortile del loro casolare si sono presentati alcuni cittadini di Rosarno, con spranghe e taniche di benzina, che hanno dato fuoco alla struttura. I ragazzi africani sono però riusciti a fuggire e a chiamare la polizia, che li ha prelevati e portati all’ex Opera Sila da dove sono partiti con i pullman assieme agli altri. In serata in centinaia si sono riversati alla stazione ferroviaria di Gioia Tauro alla volta di Napoli e Torino. Per tutta la giornata è continuato l’esodo dei lavoratori stagionali con la pelle nera. Dopo lo sgombero della Rognetta nella notte di venerdì, nel cuore di Rosarno, sabato le operazioni dirette dal primo dirigente della questura Benedetto Sanna si sono concentrate sulla «fabbrica», l’ex oleificio Opera Sila. Dai silos e dalle tende in cui dormivano, molti di loro si sono allontanati come hanno potuto, su vecchie automobili e furgoni. Gli altri sono stati fatti salire su autobus dalle forze dell’ordine. Nessuno poteva andare via a piedi per salvaguardare l’incolumità. Molti di quelli che ci hanno provato sono stati feriti a fucilate dalle bande degli italiani.
    Tanta barbarie è stata giustificata dai rosarnesi con i danni a negozi ed automobili distrutte dagli africani in rivolta giovedì pomeriggio. E con il ferimento di alcune donne di Rosarno, di cui una, Antonella Bruzzese, è stata intervistata dalle tv nazionali con una ferita al volto. Ma negli ospedali della Piana e nei bilanci della prefettura non risultano feriti civili italiani. È stata soprattutto la leggenda metropolitana di una donna incinta che aveva perso il bambino per un’aggressione a incendiare gli animi nelle prime 24 ore. Una notizia infondata. Eppure tutti nella Piana di Gioia Tauro continuano a ripeterla e a diffonderla.
    Le forze dell’ordine sono state mobilitate ieri soprattutto per difendere gli africani. «Sono stati trasferiti al Cara di Isola Caporizzuto (Kr) 430 africani dalla Rognetta di Rosarno e 180 dall’ex Opera Sila – ha detto il commissario prefettizio Domenico Bagnato – dall’oleificio a Bari sono andate ale 180 persone». Molti dei duemila immigrati della Piana si sono dunque dispersi e si stanno allontanando in queste ore. Il rischio è quello di ulteriori incidenti. L’ex stabilimento La Rognetta verrà raso al suolo, al suo posto forse un mercato. Nei prossimi due giorni i vigili del fuoco provvederanno alla demolizione.
    L’ex Opera Sila sulla statale 18 è ancora presidiata dalle forze dell’ordine contro i propositi incendiari della popolazione locale, che non accenna a calmarsi. La task force del Viminale ha finanziato con un milione e 900mila euro l’utilizzo di un terreno confiscato alla ‘ndrangheta per un centro di aggregazione con corsi di formazione professionale per gli immigrati e ha incontrato gli operatori agricoli per dire basta al lavoro nero degli irregolari. Ha anche intimato di abbandonare queste politiche di sfruttamento del lavoro immigrato minacciando controlli rigidi. «Il progetto del centro per gli stranieri – ha detto ancora Bagnato – deriva da un disegno presentato dal comune di Rosarno nel 2008 e ora finanziato dai ministeri dell’Interno e del Welfare». Una soluzione che arriva quando ormai il sangue è stato abbondantemente versato sulle strade della Piana.
    All’incontro era presente anche Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, che si è detta inorridita per le violenze subite dai migranti. Ma la campagna delle clementine, gli agrumi del reggino, quest’anno è conclusa. Come l’anno scorso nel sangue. L’anno prossimo potrebbe arrivare altra carne da macello da sfruttare. Di fabbriche abbandonate da occupare Rosarno è piena, relitti dell’industrializzazione fallita e delle truffe ai fondi europei.

Il Manifesto – 10/01/10

Le ronde armate dei «bravi» rosarnesi

APERTURA | di Raffaella Cosentino – ROSARNO (RC) SCHIAVI DA MORIRE

Sprangate, barricate, agguati a colpi d’arma da fuoco. Dopo la rivolta dei migranti, la risposta degli abitanti di Rosarno: due africani feriti a pistolettate, cinque investiti da auto, due linciati e in gravi condizioni. E il governo soffia sul fuoco dell’intolleranza

Una città impazzita che si accende al falò della rabbia. Comincia la lunga notte di Rosarno all’insegna della caccia all’africano e il rischio di nuove rivolte degli immigrati. Gli ultimi episodi di violenza hanno per vittime due africani gambizzati sulla strada per Laureana di Borrello. Un altro è stati colpito a sprangate sulla statale 18 e versa in gravi condizioni. È stato sottoposto a un intervento chirurgico ed è ricoverato con codice rosso nel reparto di neurochirurgia all’ospedale di Reggio Calabria. Le condizioni di salute dei due immigrati gambizzati non destano invece preoccupazioni. Trentasette feriti, diciannove tra i migranti, diciotto tra le forze dell’ordine. Le prime ventiquattro ore del caos di Rosarno sono passate così. Dietro il bollettino da guerra della prefettura di Reggio Calabria una giornata di guerriglia, segnata soprattutto dallo scorrazzare delle ronde armate dei cittadini di Rosarno. Almeno un centinaio di uomini si sono radunati nei pressi dello stabilimento “ex Opera Sila”, in località Bosco di Rosarno. Hanno formato una barricata con le carcasse delle auto incendiate e i copertoni. Al di là c’è un cordone di forze dell’ordine che presidia l’accesso alla vecchia fabbrica dove alloggiano circa mille lavoratori stagionali africani, dormendo anche dentro i silos dell’olio in disuso. I rosarnesi, armati di spranghe, hanno acceso un fuoco ed esploso petardi per illuminare la zona, altrimenti completamente buia. Aspettano nell’ombra «per difendere la città da eventuali assalti», dicono. Molti sono giovanissimi. È il linciaggio degli immigrati la risposta degli abitanti ai cassonetti ribaltati, le auto incendiate e i negozi devastati da parte degli africani. La miccia della violenza è stata innescata. Nessuno sa dire chi potrà spegnerla. Difficile anche tenere sotto controllo tutto il territorio. Non ci sono solo i tre grandi insediamenti dell’Opera Sila di Gioia Tauro, della Rognetta di Rosarno e della Collina di Rizziconi, ex fabbriche abbandonate e casolari diroccati dove vivono in totale circa duemila persone. Tutte le campagne della Piana sono costellate di piccoli insediamenti minori che le forze dell’ordine non riescono a presidiare, come dimostrano le gravi aggressioni avvenute in serata. Un uomo di Rosarno è stato denunciato a piede libero per aver sparato in aria con il fucile nel corso delle proteste e un altro di 72 anni, Giuseppe Bono, arrestato perché aveva cercato di aggredire africani e militari con il suo escavatore. A nulla sembra essere valso l’appello alla calma e alla pazienza rivolto ai cittadini dal neo-prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta, accorso in municipio. Il palazzo di città è un altro dei luoghi di tensione. L’ingresso presidiato fino a sera da un cordone di agenti contro cui in diversi momenti si è scagliata una folla inferocita. «L’equilibrio tra Rosarno e gli immigrati si è rotto per sempre, devono andare via subito e a noi devono essere risarciti i danni», sono le richieste del comitato spontaneo di cittadini. Sui muri del municipio sono comparsi molti striscioni che inneggiano alla liberazione di Andrea Fortugno, condannato per il tentato omicidio di due africani il 12 dicembre 2008. Anche allora era scoppiata una rivolta pacifica contro la ‘ndrangheta. In marcia, africani senza permesso di soggiorno e senza diritti della Piana. A un anno di distanza è bastato molto meno per fare esplodere, questa volta nel sangue, una situazione di degrado, con migliaia di africani che vivevano da mesi in emergenza umanitaria e sanitaria assoluta. Condizioni aberranti alleviate solo da un presidio mobile di Medici senza frontiere e dal volontariato di associazioni come l’Osservatorio Migranti Africalabria. Già alle due del pomeriggio un ragazzo africano giace disteso con le braccia aperte a croce sulla via nazionale, nel cuore urbano e commerciale di Rosarno. Per alcuni lunghi minuti nessuno lo aiuta. Intorno è un via vai di bande di ragazzini in scooter senza casco che danno la caccia ‘al nero’. La loro vittima non ha perso conoscenza, rialza la testa, cerca di sollevarsi, barcolla. Nel delirio collettivo, si fa avanti,tremante e atterrita, solo una signora di mezza età con una bottiglia di acqua fresca. Mimma M. abita lì vicino ed è stata colpita in prima persona dalla rivolta degli africani della notte precedente. La sua auto, una punto, è andata distrutta. Ma lei pensa non sia giusto massacrare di botte per questo ogni africano che si incontra per la strada. Mentre presta soccorso, si avvicinano dei ragazzi e le intimano: «Fatevi i fatti vostri». Dal balcone il marito, i parenti e i vicini di casa le urlano: «Ma non hai paura?». Un commerciante di abiti da sposa esce dal negozio infuriato e iveisce contro l’africano aggredito. «Vattene via di qua, mi avete distrutto un insegna da duemila euro!». Mimma accompagna il ragazzo su altri gradini, più lontano. La bottiglia d’acqua cade di mano, il ragazzo è in stato confusionale. Non parla italiano. Le altre donne hanno paura di stare in strada, mentre dai balconi la gente urla: «Ammazzateli tutti». Mimma rimane. Nonostante il terrore negli occhi e il tremore delle gambe. Resta con l’africano fin quando non arriva una pattuglia dei vigili urbani a prenderlo in consegna. «Se li uccidono ce li abbiamo sulla coscienza, è carità cristiana», balbetta prima di rientrare in casa. Rosarno ha perso la testa sulla statale 18. La via che la collega a Gioia Tauro e che è diventata il simbolo dell’esplosione di rabbia collettiva. La strada è un susseguirsi di cassonetti ribaltati, auto incendiate e negozi con le saracinesche abbassate. A otto chilometri dal centro abitato c’è l’ex oleificio Arrssa o “Opera Sila”. Pochi chilometri in cui si deciderà la notte di Rosarno e un pezzo di storia dello stato. I cittadini, ancora asserragliati davanti al municipio chiedono lo sgombero forzato di tutti gli africani. Il prefetto ha detto «no, qui non faremo come a San Nicola Varco, decide la task force in prefettura inviata dal ministro Maroni».

Il Manifesto – 09/01/2010


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