Le ronde armate dei «bravi» rosarnesi

APERTURA | di Raffaella Cosentino – ROSARNO (RC) SCHIAVI DA MORIRE

Sprangate, barricate, agguati a colpi d’arma da fuoco. Dopo la rivolta dei migranti, la risposta degli abitanti di Rosarno: due africani feriti a pistolettate, cinque investiti da auto, due linciati e in gravi condizioni. E il governo soffia sul fuoco dell’intolleranza

Una città impazzita che si accende al falò della rabbia. Comincia la lunga notte di Rosarno all’insegna della caccia all’africano e il rischio di nuove rivolte degli immigrati. Gli ultimi episodi di violenza hanno per vittime due africani gambizzati sulla strada per Laureana di Borrello. Un altro è stati colpito a sprangate sulla statale 18 e versa in gravi condizioni. È stato sottoposto a un intervento chirurgico ed è ricoverato con codice rosso nel reparto di neurochirurgia all’ospedale di Reggio Calabria. Le condizioni di salute dei due immigrati gambizzati non destano invece preoccupazioni. Trentasette feriti, diciannove tra i migranti, diciotto tra le forze dell’ordine. Le prime ventiquattro ore del caos di Rosarno sono passate così. Dietro il bollettino da guerra della prefettura di Reggio Calabria una giornata di guerriglia, segnata soprattutto dallo scorrazzare delle ronde armate dei cittadini di Rosarno. Almeno un centinaio di uomini si sono radunati nei pressi dello stabilimento “ex Opera Sila”, in località Bosco di Rosarno. Hanno formato una barricata con le carcasse delle auto incendiate e i copertoni. Al di là c’è un cordone di forze dell’ordine che presidia l’accesso alla vecchia fabbrica dove alloggiano circa mille lavoratori stagionali africani, dormendo anche dentro i silos dell’olio in disuso. I rosarnesi, armati di spranghe, hanno acceso un fuoco ed esploso petardi per illuminare la zona, altrimenti completamente buia. Aspettano nell’ombra «per difendere la città da eventuali assalti», dicono. Molti sono giovanissimi. È il linciaggio degli immigrati la risposta degli abitanti ai cassonetti ribaltati, le auto incendiate e i negozi devastati da parte degli africani. La miccia della violenza è stata innescata. Nessuno sa dire chi potrà spegnerla. Difficile anche tenere sotto controllo tutto il territorio. Non ci sono solo i tre grandi insediamenti dell’Opera Sila di Gioia Tauro, della Rognetta di Rosarno e della Collina di Rizziconi, ex fabbriche abbandonate e casolari diroccati dove vivono in totale circa duemila persone. Tutte le campagne della Piana sono costellate di piccoli insediamenti minori che le forze dell’ordine non riescono a presidiare, come dimostrano le gravi aggressioni avvenute in serata. Un uomo di Rosarno è stato denunciato a piede libero per aver sparato in aria con il fucile nel corso delle proteste e un altro di 72 anni, Giuseppe Bono, arrestato perché aveva cercato di aggredire africani e militari con il suo escavatore. A nulla sembra essere valso l’appello alla calma e alla pazienza rivolto ai cittadini dal neo-prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta, accorso in municipio. Il palazzo di città è un altro dei luoghi di tensione. L’ingresso presidiato fino a sera da un cordone di agenti contro cui in diversi momenti si è scagliata una folla inferocita. «L’equilibrio tra Rosarno e gli immigrati si è rotto per sempre, devono andare via subito e a noi devono essere risarciti i danni», sono le richieste del comitato spontaneo di cittadini. Sui muri del municipio sono comparsi molti striscioni che inneggiano alla liberazione di Andrea Fortugno, condannato per il tentato omicidio di due africani il 12 dicembre 2008. Anche allora era scoppiata una rivolta pacifica contro la ‘ndrangheta. In marcia, africani senza permesso di soggiorno e senza diritti della Piana. A un anno di distanza è bastato molto meno per fare esplodere, questa volta nel sangue, una situazione di degrado, con migliaia di africani che vivevano da mesi in emergenza umanitaria e sanitaria assoluta. Condizioni aberranti alleviate solo da un presidio mobile di Medici senza frontiere e dal volontariato di associazioni come l’Osservatorio Migranti Africalabria. Già alle due del pomeriggio un ragazzo africano giace disteso con le braccia aperte a croce sulla via nazionale, nel cuore urbano e commerciale di Rosarno. Per alcuni lunghi minuti nessuno lo aiuta. Intorno è un via vai di bande di ragazzini in scooter senza casco che danno la caccia ‘al nero’. La loro vittima non ha perso conoscenza, rialza la testa, cerca di sollevarsi, barcolla. Nel delirio collettivo, si fa avanti,tremante e atterrita, solo una signora di mezza età con una bottiglia di acqua fresca. Mimma M. abita lì vicino ed è stata colpita in prima persona dalla rivolta degli africani della notte precedente. La sua auto, una punto, è andata distrutta. Ma lei pensa non sia giusto massacrare di botte per questo ogni africano che si incontra per la strada. Mentre presta soccorso, si avvicinano dei ragazzi e le intimano: «Fatevi i fatti vostri». Dal balcone il marito, i parenti e i vicini di casa le urlano: «Ma non hai paura?». Un commerciante di abiti da sposa esce dal negozio infuriato e iveisce contro l’africano aggredito. «Vattene via di qua, mi avete distrutto un insegna da duemila euro!». Mimma accompagna il ragazzo su altri gradini, più lontano. La bottiglia d’acqua cade di mano, il ragazzo è in stato confusionale. Non parla italiano. Le altre donne hanno paura di stare in strada, mentre dai balconi la gente urla: «Ammazzateli tutti». Mimma rimane. Nonostante il terrore negli occhi e il tremore delle gambe. Resta con l’africano fin quando non arriva una pattuglia dei vigili urbani a prenderlo in consegna. «Se li uccidono ce li abbiamo sulla coscienza, è carità cristiana», balbetta prima di rientrare in casa. Rosarno ha perso la testa sulla statale 18. La via che la collega a Gioia Tauro e che è diventata il simbolo dell’esplosione di rabbia collettiva. La strada è un susseguirsi di cassonetti ribaltati, auto incendiate e negozi con le saracinesche abbassate. A otto chilometri dal centro abitato c’è l’ex oleificio Arrssa o “Opera Sila”. Pochi chilometri in cui si deciderà la notte di Rosarno e un pezzo di storia dello stato. I cittadini, ancora asserragliati davanti al municipio chiedono lo sgombero forzato di tutti gli africani. Il prefetto ha detto «no, qui non faremo come a San Nicola Varco, decide la task force in prefettura inviata dal ministro Maroni».

Il Manifesto – 09/01/2010

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