Archivio per gennaio 2010



Rosarno, lunedì sindacati in piazza a Bologna

15/01/2010

13.05

IMMIGRAZIONE

Presidio contro il razzismo convocato da Cigl, Cisl e Uil. Sabato a Ravenna la manifestazione “Siamo tutti cittadini”, mentre il Coordinamento migranti prepara per il 31 gennaio una “Giornata senza permesso”

BOLOGNA – In piazza per dire no al razzismo e allo sfruttamento. Dopo i fatti di Rosarno si moltiplicano in Emilia Romagna le iniziative di solidarietà ai lavoratori immigrati. Cgil, Cisl e Uil giudicano “inaccettabili” gli episodi di aggressione avvenuti in Calabria e convocano un presidio in piazza Nettuno a Bologna lunedì 18 gennaio. La manifestazione, che inizia alle 18, prevede fra gli altri gli interventi del sindaco Flavio Delbono, del direttore della Caritas Paolo Mengoli e di don Arrigo Chieregatti, oltre alle testimonianze di alcuni lavoratori immigrati. Insieme alle sigle sindacali, al presidio aderiscono anche Arci, Emergency e il Consiglio dei cittadini stranieri della provincia di Bologna. La manifestazione servirà a chiedere alle istituzioni “tolleranza zero” contro tutti i datori di lavoro che utilizzano manodopera irregolare e in particolare un pronto intervento per i lavoratori stranieri della Piana di Gioia Tauro, “costretti a vivere in situazioni indegne e intollerabili”.

Usa toni ancora più duri la Rete civile contro il razzimo e la xenofobia di Ravenna, che non esita a parlare di “pulizia etnica” in relazione a Rosarno. La rete, formata da Cigl, Cisl e Uil insieme ad altre associazioni, manifesta domani 16 gennaio davanti alla Questura di Ravenna con l’iniziativa “Siamo tutti cittadini”, al via dalle ore 10. Si muove anche il Coordinamento migranti di Bologna, che prepara per il prossimo 31 gennaio una “Giornata senza permesso”, tutta incentrata sulla domanda “La crisi non passa, che fine fanno i migranti?”. Se ne parlerà dalle 10 alle 20 inviale Papini 28, in una giornata di festa che prevede anche pranzi con menu etnici e concerti di musica marocchina e senegalese. Informazioni su www.coordinamentomigranti.splinder.com/. (ps)

© Copyright Redattore Sociale

Rosarno, spopola su youtube il video dello striscione censurato

14/01/2010

11.00

IMMIGRAZIONE

Fatto sparire nel corteo antirazzista di lunedì perché “è una manifestazione silenziosa”. Il 23 gennaio “No Mafia Day” a Rosarno, il 21 giornata della legalità a Reggio Calabria

Rosarno (Rc) – Sta facendo il giro del web un video su uno striscione contro la mafia dei ragazzi del liceo scientifico di Rosarno censurato durante la manifestazione “antirazzista” di lunedì scorso, organizzata da un comitato di cittadini. “Speriamo di poter dire un giorno: c’era una volta la mafia” erano le parole stampate in azzurro sullo striscione che, testimoniano le immagini su youtube, è stato fatto riavvolgere durante il corteo. Nelle riprese si vedono alcuni uomini di Rosarno apostrofare in malo modo i ragazzi, dicendo che “la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra non c’entrano niente”. Si avvicinano anche esponenti del cosiddetto comitato spontaneo di cittadini, protagonista delle rivendicazioni politiche e dell’occupazione del municipio venerdì scorso, mentre in città e nelle campagne scorazzavano bande armate a “caccia dei negri” con taniche di benzina, fucili da caccia e spranghe. “E’ una manifestazione silenziosa, ci deve essere la stessa linea per tutti”, dicono nel video noti esponenti del comitato che ha base presso l’Hotel Vittoria di Rosarno.

La manifestazione, molto partecipata dai rosarnesi, era stata indetta per mostrare all’Italia che la città non è razzista, come protesta alle accuse rivolte dai media e dai politici dopo le violenze e l’esodo di duemila immigrati africani, braccianti agricoli stagionali, in soli tre giorni. Alla fine del corteo, i ragazzi del liceo scientifico mostrano alle telecamere uno striscione con la scritta di colore rosso: “No al razzismo, si all’integrazione”. Una giovane, la stessa che ha letto un breve documento sempre per rifiutare l’etichetta di razzisti, sostiene davanti ai giornalisti che lo striscione sia quello riavvolto a inizio della manifestazione. Ma le immagini provano che non è così.

Intanto si mobilitano i giovani calabresi contro la ‘ndrangheta, dopo i fatti di Rosarno e la bomba alla procura di Reggio Calabria. Dopo una manifestazione dei no global della rete antirazzista di Cosenza, prima annunciata e poi annullata a Rosarno, è in programma un “No mafia day” per il 23 gennaio proprio nella cittadina della Piana di Gioia Tauro. In questo caso, la protesta, che vuole essere nazionale, ha il suo centro virtuale in un gruppo Facebook dallo stesso nome. Il 21 gennaio, in occasione della visita del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Reggio Calabria, le Consulte Provinciali degli Studenti hanno indetto la Giornata della Legalità “Insieme per non dimenticare”. (rc)

© Copyright Redattore Sociale

NOI DENUNCIAMO

02 CONTROPIANO 13.01.2010 * APERTURA | di Raffaella Cosentino – CROTONE CALABRIA

«Noi denunciamo» Dieci immigrati portati nel «Centro di accoglienza» di Crotone pronti a fare i nomi di sfruttatori e mafiosi. A rischiare ora sono le cosche. Ma altri dieci vengono arrestati, saranno espulsi. Sit-in di solidarietà. Gli abitanti locali: «Qui si rischia un’altra Rosarno»

Vogliono denunciare i datori di lavoro per le condizioni di sfruttamento e per la mancata retribuzione. È la volontà espressa dagli ultimi dieci africani di Rosarno rimasti nel centro di S.Anna di Isola Capo Rizzuto (Kr). A riferire le intenzioni di un gruppo di ragazzi ghanesi è stato Domenico Talarico, consigliere regionale di Sinistra Democratica, che ha guidato all’interno del centro di Crotone una delegazione composta anche da un interprete e dalla portavoce della rete antirazzista di Cosenza, Enza Papa. «Nessuno ha percepito il misero salario di questi mesi quando è scappato da Rosarno – ha detto Talarico – la notizia buona è che nonostante tutto quello che è avvenuto, queste persone non credono che i calabresi siano razzisti. C’è anche una Calabria che vuole cancellare al più presto l’onta che ha fatto il giro del mondo». Le condizioni di salute dei lavoratori africani sono buone, anche se qualcuno ha chiesto accertamenti di tipo medico e tra loro c’è ancora paura per le violenze subìte. «Si è parlato di tolleranza nei confronti dei migranti, la tolleranza c’è stata invece nei confronti di chi li ha sfruttati, ora cerchiamo di dare un minimo segnale di risposta per una Calabria diversa e per la restituzione della legalità». Sono le parole di Enza Papa, che ha sottolineato il valore simbolico della denuncia verso chi riduce esseri umani in schiavitù. «Al contrario degli italiani, gli africani sono pronti ad alzare la testa contro la mafia – ha detto – continuano ad avere questa forza dopo quello che è successo, speriamo il loro coraggio possa essere contagioso». La rete antirazzista darà sostegno legale agli immigrati per portare in tribunale «alcuni mafiosi che hanno sfruttato e schiavizzato queste persone». Ieri pomeriggio cinquanta ragazzi cosentini e alcuni immigrati della rete hanno fatto un sit-in con striscioni e cori “Fuori i migranti, dentro i razzisti”. Hanno bloccato la statale jonica 106, davanti ai cancelli del centro di Isola Capo Rizzuto, fino a quando una delegazione è stata fatta entrare. Poche ore prima, 20 persone di varie nazionalità, Niger, Costa D’Avorio, Burkina Faso, Senegal e Nigeria, arrivate sabato da Rosarno, erano state trasferite in altri Cie: 10 a Bari, 1 a Ponte Galeria a Roma e 9 a Lamezia Terme. Altri 9 che si trovavano a Sant’Anna sono stati arrestati da agenti della squadra mobile di Crotone per inottemperanza all’espulsione e trasferiti nel Cie che si trova all’interno della stessa struttura. Sono un marocchino, quattro ghanesi, tre mauritani e un liberiano. Tre di loro sono finiti in carcere domenica sera, sei nella giornata di lunedì. Il Sant’Anna è il più grande centro d’Europa con una capienza di 1492 posti. È gestito dalle “Misericordie d’Italia”, con gli operatori della sede locale. Al suo interno ci sono sia il Centro di identificazione ed espulsione, con dentro 50 persone al momento e il Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), che ospita in questi giorni 682 persone, in gran parte iracheni, afghani e turchi sbarcati sulle coste. Dei 428 africani arrivati da Rosarno, solo una decina sono rimasti. Gli altri sono andati via subito, percorrendo a piedi la statale 106, nota come la strada della morte per i numerosi incidenti, fino alla stazione di Crotone. Un serpentone umano per 14 km, tanto dista la città. La web Tv Crotonews ha documentato come tra loro ci fossero anche dei feriti. Un ivoriano con la caviglia rotta ha detto: «Mi sono fatto male mentre correvo per fuggire da Rosarno». È stato l’ennesimo esodo su una strada battuta quotidianamente da centinaia di ospiti del Cara. La presenza del centro crea incidenti con gli abitanti del quartiere Sant’Anna. «Per due giorni sulla 106 non vedevi altro che neri», dice Pasquale Pullano, un residente, che racconta di aver subìto furti da parte degli immigrati del Cara. Nel 2009, dopo un’aggressione subita da due residenti sulla strada, la gente ha bloccato la 106 per protesta. «Capisco quello che è successo a Rosarno, qui è stato solo il nostro buonsenso a far sì che non succeda. Per non rischiare un’altra Rosarno lo Stato deve essere presente».

Via gli immigrati, non i finanziamenti

POLITICA & SOCIETÀ

12.01.2010
  • TAGLIO MEDIO   |   di Raffaella Cosentino – ROSARNO (RC)
    GOVERNO
    Via gli immigrati, non i finanziamenti
    Due milioni già stanziati
    Dopo la fuga degli africani, Rosarno si ritrova più ricca grazie a loro. Milioni di euro sono stati stanziati lo scorso dicembre dal ministero dell’Interno e del Welfare per creare centri di aggregazione per gli immigrati. Ma la Piana di Gioia Tauro in tre giorni si è svuotata di duemila lavoratori africani, braccati come animali nelle campagne con i fucili da caccia. I fondi erano stati destinati (ma ancora sono da erogare) prima delle violenze della settimana scorsa. L’origine di tutto va cercata un anno fa. Il 12 dicembre 2008 due lavoratori stagionali ivoriani furono feriti in un agguato. Esplose una rivolta pacifica dei migranti che marciarono verso il municipio per chiedere il rispetto dei diritti umani. Anche grazie alle testimonianze rese dagli africani un giovane del posto, Andrea Fortugno, fu arrestato e condannato in primo grado a sedici anni di carcere.
    La protesta degli immigrati contro la ‘ndrangheta creò attenzione sulle condizioni disumane e sullo sfruttamento in cui hanno vissuto per dieci anni migliaia di lavoratori stagionali. All’inizio del 2009 il comune di Rosarno ha presentato un progetto per un centro di aggregazione e di accoglienza per immigrati in regola con il permesso di soggiorno. «È pensato come una struttura con alloggi e corsi di formazione professionale e di avviamento al lavoro», specifica il commissario prefettizio Domenico Bagnato, alla guida del comune sciolto per infiltrazioni mafiose. «Lo scorso dicembre è stato approvato un finanziamento con il Pon sicurezza di un milione e novecentomila euro per l’utilizzo di alcuni terreni confiscati alla famiglia dei Bellocco», continua. Su questi beni della ‘ndrina che con i Pesce si spartisce il territorio dovrebbe sorgere il centro per gli stranieri. Anche lo smantellamento della “Rognetta”, l’ex fabbrica di trasformazione del succo d’arancia vicino alla scuola media, ricovero di circa 500 africani, era già deciso. A dicembre sono stati previsti 930mila euro per costruire al suo posto «un’area mercatale attrezzata e accanto un centro di aggregazione per stranieri», secondo quanto afferma Bagnato. Un piccolo manufatto è già stato demolito domenica. Era la casa rimediata dai maghrebini. Sotto il coordinamento del comando provinciale dei vigili del fuoco oggi si aprirà il cantiere per buttare giù l’edificio in muratura e le assi di ferro.
    Ci sono poi 200mila euro di un decreto del ministro dell’Interno Maroni per l’emergenza dell’anno scorso. Andavano utilizzati entro il 31 dicembre. Pochi giorni prima della scadenza si è conclusa una gara per l’acquisto di 7 container – servizi igienici con doccia allacciati alla rete idrica e fognaria, ognuno dotato di una pluralità di toilet. Dovevano essere impiantati nei siti di raccolta degli africani, all’ex Opera Sila, alla Rognetta e alla ‘Collina’ di Rizziconi, entro fine mese. «Sono già stati appaltati, quindi arriveranno e rimaranno nella disponibilità del comune», prosegue il commissario di Rosarno. Anche se ormai gli africani per cui erano stati richiesti sono lontani centinaia o migliaia di chilometri. Contrariamente a quanto sembrava in un primo momento, non sarà rasa al suolo l’ex Opera Sila, l’oleificio in disuso con i silos in cui dormivano tantissimi ghanesi. A differenza della Rognetta, non è un rudere da abbattere, può essere riqualificato. L’ente proprietario è la Regione Calabria, territorialmente sta nel comune di Gioia Tauro. I cittadini di Rosarno che hanno subìto danneggiamenti vorrebbero essere risarciti dalle istituzioni. In questi giorni è stato un leit motiv della loro protesta. Non sanno chi beneficerà di questi fondi e tanti sono convinti che non arriveranno mai. Cosa assolutamente smentita dal commissario Bagnato.
    A marzo si potrebbe votare per eleggere il sindaco, a meno che il governo non prolunghi il commissariamento per il pericolo di infiltrazioni mafiose. I dormitori lager della vergogna sono ancora presidiati dalle forze dell’ordine. Giganteschi fantasmi vuoti di persone, ma ancora pieni di cose. Pentole con la pasta cotta dentro, mestoli sporchi di sugo poggiati sui coperchi, zainetti appesi al muro, migliaia di scarpe, pantaloni da lavoro. In un angolo c’è anche il cimitero delle biciclette, sporche di terra, tutte raccolte dai vigili del fuoco nelle operazioni di bonifica. Sembra che i proprietari possano tornare da un momento all’altro a riprenderle. «Nous sommes des etres humaines, pas des eclaves», hanno lasciato scritto gli africani. «Ma per la prossima stagione delle clementine non serviranno più così tanti braccianti – dice lo scrittore calabrese Domenico Gangemi – il contributo europeo si darà a misura di ettari del terreno non a quantità di agrumi raccolti. Con la crisi del mercato converrà lasciarli marcire sugli alberi».
  • copyright Il MANIFESTO

Rosarno. Una pagina nera della nostra storia

La caccia al nero con i fucili a pallini

Dal suo letto d`ospedale Ayiva Saibou mostra i jeans insanguinati all`altezza della cerniera lampo. Ne indossava due paia, uno sull`altro. Il pallino di piombo sparato da una pistola ad aria compressa li ha forati entrambi e si è conficcato nella carne. Lì resterà a vita. Ha mirato ai genitali chi gli ha sparato da una jeep Volkswagen scura sulla statale 18, giovedì 7 gennaio intorno all`una.

L`agguato con il ferimento del ragazzo del Togo e di un altro suo compagno è stato l`episodio che ha dato il via all`inferno di Rosarno. La rivolta degli africani e la reazione degli abitanti con i linciaggi da Ku Klux Klan, che vanno avanti da due giorni. I rosarnesi raccontano una storia da «se la sono cercata», secondo la quale gli immigrati urinavano sotto il balcone di una casa. «Perché avremmo dovuto farlo? Io ho due figli, non sono un bambino e alla fabbrica abbiamo i bagni chimici», dice Ayiva, che ha il permesso di soggiorno in scadenza a febbraio.

Della rivolta non ha visto nulla, se non la sua stanza all`ospedale di Gioia Tauro riempirsi di compagni africani, lavoratori stagionali come lui. L`ultimo arrivato, due giorni dopo la prima aggressione contro gli africani, è un ragazzo che non riesce a parlare. È stato colpito con proiettili da caccia all`avambraccio sinistro e alla gamba destra. Le ronde dei calabresi lo hanno scovato mentre cercava di scappare da Rosarno, dalla `fabbrica`, lo stabilimento ex Opera Sila dove alloggiavano in mille tra gli stenti, il freddo e il degrado. Si chiama Dabre Moussa, 37 anni, del Burkina Faso. Nei letti di fronte ci sono i due giovani ventenni gambizzati per strada a laureana di Borrello venerdì sera. Non sono in pericolo di vita, ma hanno entrambe le gambe bendate e sanguinanti, piene di pallini da caccia.

«Un numero imprecisato, forse una sessantina», dice il chirurgo Domenico Giannetta. La “caccia al nero” nella Piana di Gioia Tauro si fa con i fucili da caccia, con le cartucce che si usano per gli uccelli ed esplodono dentro la pelle come piccole bombe a grappolo. Oumar Sibisidibi e Manden Musa Traorè vengono dalla Guinea Conakry e anche loro si terranno per sempre nelle gambe questo ricordo di piombo. I pallini non saranno estratti. Per tutti loro il questore di Reggio Calabria, Carmelo Casabona, ha deciso il rinnovo del permesso di soggiorno per motivi umanitari, ai sensi dell`art.18 della legge Bossi-Fini. Gli africani feriti continuano ad arrivare.

Al piano terra c`è anche Godwin, nigeriano con la testa fasciata e un braccio ingessato. «Venerdì ero andato a prendere i soldi dal datore di lavoro perché volevo andare via – racconta – sulla statale mi hanno aggredito e picchiato a sangue. Sono riuscito a scappare, mi hanno raccolto i poliziotti». Sono tanti i racconti terrorizzati dei ragazzi della “fabbrica”, che oggi hanno lasciato scortati dalla polizia i tuguri in cui vivevano. «Italy doesn`t like black», dicono. E hanno scritto su un muro «Avoid shooting black». Charles Ousu, ghanese in Italia dal 2004, passato per il Sahara, la Libia e Lampedusa, ha il permesso di soggiorno fino al 2011.

Lavorava a Vicenza in una fabbrica, ma è stato licenziato ad agosto del 2008. Da allora vaga per l`Italia delle campagne. Aveva trovato lavoro a Gioia Tauro come bracciante agricolo ma ora vuole solo scappare. Il suo datore di lavoro è venuto a salutarlo e dargli l`ultima paga attraverso il cordone della polizia. Non è il solo. Molti altri proprietari terrieri si sono avvicendati nel corso della giornata per fare la stessa cosa. «Non abbiamo mai avuto problemi con loro – dicono – le nostre donne lavorano tranquille nei campi con gli africani, che sono instancabili»

di Raffaella Cosentino per Il Manifesto

Agguati e botte, pulizia è fatta

CONTROPIANO

10.01.2010
  • APERTURA   |   di Raffaella Cosentino – ROSARNO (RC)
    LA CACCIATA
    Agguati e botte, pulizia è fatta
    La polizia scorta i migranti
    Una vera e propria pulizia etnica, al termine della quale a Rosarno resteranno solo gli autoctoni. In fiamme i casolari diroccati dove si rifugiavano i lavoratori stagionali della Piana di Gioia Tauro. Il fuoco è la soluzione che molti a Rosarno vorrebbero anche per l’ex oleificio sulla Statale 18, noto come «la fabbrica» degli africani. Continua la caccia all’immigrato da parte delle bande di rosarnesi, con giovani del posto fermati e identificati dalle pattuglie mentre si aggirano nelle campagne. Mentre spunta l’ombra delle cosche, che potrebbero aver cavalcato la protesta per affermare il proprio dominio sul territorio. A lasciarlo pensare, tra le altre cose, è il nome di uno dei tre fermati (due per violenza e resistenza a pubblico ufficiale, un terzo per aver sparato contro un immigrati), figlio di un affiliato importante della cosca Bellocco, che con i Pesce «governa» la zona.
    È il terzo giorno di guerra allo straniero e il bilancio dei feriti continua a salire tra i migranti: sono una trentina quelli finiti in ospedale a Gioia Tauro. Agguati, pestaggi, fucilate contro quelli che cercano di allontanarsi da Rosarno da soli. Ieri mattina altri due agguati: il primo contro un immigrato regolare del Burkina Faso, Dabrè Moussa, di 29 anni, colpito con una fucilata caricata a pallini; nel secondo invece gli assalitori hanno bloccato un auto con tre stranieri, due dei quali sono riusciti a fuggire mentre il terzo è stato preso a sassate. Meglio è andata a dieci immigrati del Ghana, ma solo perché sono riusciti a dare l’allarme: nel cortile del loro casolare si sono presentati alcuni cittadini di Rosarno, con spranghe e taniche di benzina, che hanno dato fuoco alla struttura. I ragazzi africani sono però riusciti a fuggire e a chiamare la polizia, che li ha prelevati e portati all’ex Opera Sila da dove sono partiti con i pullman assieme agli altri. In serata in centinaia si sono riversati alla stazione ferroviaria di Gioia Tauro alla volta di Napoli e Torino. Per tutta la giornata è continuato l’esodo dei lavoratori stagionali con la pelle nera. Dopo lo sgombero della Rognetta nella notte di venerdì, nel cuore di Rosarno, sabato le operazioni dirette dal primo dirigente della questura Benedetto Sanna si sono concentrate sulla «fabbrica», l’ex oleificio Opera Sila. Dai silos e dalle tende in cui dormivano, molti di loro si sono allontanati come hanno potuto, su vecchie automobili e furgoni. Gli altri sono stati fatti salire su autobus dalle forze dell’ordine. Nessuno poteva andare via a piedi per salvaguardare l’incolumità. Molti di quelli che ci hanno provato sono stati feriti a fucilate dalle bande degli italiani.
    Tanta barbarie è stata giustificata dai rosarnesi con i danni a negozi ed automobili distrutte dagli africani in rivolta giovedì pomeriggio. E con il ferimento di alcune donne di Rosarno, di cui una, Antonella Bruzzese, è stata intervistata dalle tv nazionali con una ferita al volto. Ma negli ospedali della Piana e nei bilanci della prefettura non risultano feriti civili italiani. È stata soprattutto la leggenda metropolitana di una donna incinta che aveva perso il bambino per un’aggressione a incendiare gli animi nelle prime 24 ore. Una notizia infondata. Eppure tutti nella Piana di Gioia Tauro continuano a ripeterla e a diffonderla.
    Le forze dell’ordine sono state mobilitate ieri soprattutto per difendere gli africani. «Sono stati trasferiti al Cara di Isola Caporizzuto (Kr) 430 africani dalla Rognetta di Rosarno e 180 dall’ex Opera Sila – ha detto il commissario prefettizio Domenico Bagnato – dall’oleificio a Bari sono andate ale 180 persone». Molti dei duemila immigrati della Piana si sono dunque dispersi e si stanno allontanando in queste ore. Il rischio è quello di ulteriori incidenti. L’ex stabilimento La Rognetta verrà raso al suolo, al suo posto forse un mercato. Nei prossimi due giorni i vigili del fuoco provvederanno alla demolizione.
    L’ex Opera Sila sulla statale 18 è ancora presidiata dalle forze dell’ordine contro i propositi incendiari della popolazione locale, che non accenna a calmarsi. La task force del Viminale ha finanziato con un milione e 900mila euro l’utilizzo di un terreno confiscato alla ‘ndrangheta per un centro di aggregazione con corsi di formazione professionale per gli immigrati e ha incontrato gli operatori agricoli per dire basta al lavoro nero degli irregolari. Ha anche intimato di abbandonare queste politiche di sfruttamento del lavoro immigrato minacciando controlli rigidi. «Il progetto del centro per gli stranieri – ha detto ancora Bagnato – deriva da un disegno presentato dal comune di Rosarno nel 2008 e ora finanziato dai ministeri dell’Interno e del Welfare». Una soluzione che arriva quando ormai il sangue è stato abbondantemente versato sulle strade della Piana.
    All’incontro era presente anche Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, che si è detta inorridita per le violenze subite dai migranti. Ma la campagna delle clementine, gli agrumi del reggino, quest’anno è conclusa. Come l’anno scorso nel sangue. L’anno prossimo potrebbe arrivare altra carne da macello da sfruttare. Di fabbriche abbandonate da occupare Rosarno è piena, relitti dell’industrializzazione fallita e delle truffe ai fondi europei.

Il Manifesto – 10/01/10

Le ronde armate dei «bravi» rosarnesi

APERTURA | di Raffaella Cosentino – ROSARNO (RC) SCHIAVI DA MORIRE

Sprangate, barricate, agguati a colpi d’arma da fuoco. Dopo la rivolta dei migranti, la risposta degli abitanti di Rosarno: due africani feriti a pistolettate, cinque investiti da auto, due linciati e in gravi condizioni. E il governo soffia sul fuoco dell’intolleranza

Una città impazzita che si accende al falò della rabbia. Comincia la lunga notte di Rosarno all’insegna della caccia all’africano e il rischio di nuove rivolte degli immigrati. Gli ultimi episodi di violenza hanno per vittime due africani gambizzati sulla strada per Laureana di Borrello. Un altro è stati colpito a sprangate sulla statale 18 e versa in gravi condizioni. È stato sottoposto a un intervento chirurgico ed è ricoverato con codice rosso nel reparto di neurochirurgia all’ospedale di Reggio Calabria. Le condizioni di salute dei due immigrati gambizzati non destano invece preoccupazioni. Trentasette feriti, diciannove tra i migranti, diciotto tra le forze dell’ordine. Le prime ventiquattro ore del caos di Rosarno sono passate così. Dietro il bollettino da guerra della prefettura di Reggio Calabria una giornata di guerriglia, segnata soprattutto dallo scorrazzare delle ronde armate dei cittadini di Rosarno. Almeno un centinaio di uomini si sono radunati nei pressi dello stabilimento “ex Opera Sila”, in località Bosco di Rosarno. Hanno formato una barricata con le carcasse delle auto incendiate e i copertoni. Al di là c’è un cordone di forze dell’ordine che presidia l’accesso alla vecchia fabbrica dove alloggiano circa mille lavoratori stagionali africani, dormendo anche dentro i silos dell’olio in disuso. I rosarnesi, armati di spranghe, hanno acceso un fuoco ed esploso petardi per illuminare la zona, altrimenti completamente buia. Aspettano nell’ombra «per difendere la città da eventuali assalti», dicono. Molti sono giovanissimi. È il linciaggio degli immigrati la risposta degli abitanti ai cassonetti ribaltati, le auto incendiate e i negozi devastati da parte degli africani. La miccia della violenza è stata innescata. Nessuno sa dire chi potrà spegnerla. Difficile anche tenere sotto controllo tutto il territorio. Non ci sono solo i tre grandi insediamenti dell’Opera Sila di Gioia Tauro, della Rognetta di Rosarno e della Collina di Rizziconi, ex fabbriche abbandonate e casolari diroccati dove vivono in totale circa duemila persone. Tutte le campagne della Piana sono costellate di piccoli insediamenti minori che le forze dell’ordine non riescono a presidiare, come dimostrano le gravi aggressioni avvenute in serata. Un uomo di Rosarno è stato denunciato a piede libero per aver sparato in aria con il fucile nel corso delle proteste e un altro di 72 anni, Giuseppe Bono, arrestato perché aveva cercato di aggredire africani e militari con il suo escavatore. A nulla sembra essere valso l’appello alla calma e alla pazienza rivolto ai cittadini dal neo-prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta, accorso in municipio. Il palazzo di città è un altro dei luoghi di tensione. L’ingresso presidiato fino a sera da un cordone di agenti contro cui in diversi momenti si è scagliata una folla inferocita. «L’equilibrio tra Rosarno e gli immigrati si è rotto per sempre, devono andare via subito e a noi devono essere risarciti i danni», sono le richieste del comitato spontaneo di cittadini. Sui muri del municipio sono comparsi molti striscioni che inneggiano alla liberazione di Andrea Fortugno, condannato per il tentato omicidio di due africani il 12 dicembre 2008. Anche allora era scoppiata una rivolta pacifica contro la ‘ndrangheta. In marcia, africani senza permesso di soggiorno e senza diritti della Piana. A un anno di distanza è bastato molto meno per fare esplodere, questa volta nel sangue, una situazione di degrado, con migliaia di africani che vivevano da mesi in emergenza umanitaria e sanitaria assoluta. Condizioni aberranti alleviate solo da un presidio mobile di Medici senza frontiere e dal volontariato di associazioni come l’Osservatorio Migranti Africalabria. Già alle due del pomeriggio un ragazzo africano giace disteso con le braccia aperte a croce sulla via nazionale, nel cuore urbano e commerciale di Rosarno. Per alcuni lunghi minuti nessuno lo aiuta. Intorno è un via vai di bande di ragazzini in scooter senza casco che danno la caccia ‘al nero’. La loro vittima non ha perso conoscenza, rialza la testa, cerca di sollevarsi, barcolla. Nel delirio collettivo, si fa avanti,tremante e atterrita, solo una signora di mezza età con una bottiglia di acqua fresca. Mimma M. abita lì vicino ed è stata colpita in prima persona dalla rivolta degli africani della notte precedente. La sua auto, una punto, è andata distrutta. Ma lei pensa non sia giusto massacrare di botte per questo ogni africano che si incontra per la strada. Mentre presta soccorso, si avvicinano dei ragazzi e le intimano: «Fatevi i fatti vostri». Dal balcone il marito, i parenti e i vicini di casa le urlano: «Ma non hai paura?». Un commerciante di abiti da sposa esce dal negozio infuriato e iveisce contro l’africano aggredito. «Vattene via di qua, mi avete distrutto un insegna da duemila euro!». Mimma accompagna il ragazzo su altri gradini, più lontano. La bottiglia d’acqua cade di mano, il ragazzo è in stato confusionale. Non parla italiano. Le altre donne hanno paura di stare in strada, mentre dai balconi la gente urla: «Ammazzateli tutti». Mimma rimane. Nonostante il terrore negli occhi e il tremore delle gambe. Resta con l’africano fin quando non arriva una pattuglia dei vigili urbani a prenderlo in consegna. «Se li uccidono ce li abbiamo sulla coscienza, è carità cristiana», balbetta prima di rientrare in casa. Rosarno ha perso la testa sulla statale 18. La via che la collega a Gioia Tauro e che è diventata il simbolo dell’esplosione di rabbia collettiva. La strada è un susseguirsi di cassonetti ribaltati, auto incendiate e negozi con le saracinesche abbassate. A otto chilometri dal centro abitato c’è l’ex oleificio Arrssa o “Opera Sila”. Pochi chilometri in cui si deciderà la notte di Rosarno e un pezzo di storia dello stato. I cittadini, ancora asserragliati davanti al municipio chiedono lo sgombero forzato di tutti gli africani. Il prefetto ha detto «no, qui non faremo come a San Nicola Varco, decide la task force in prefettura inviata dal ministro Maroni».

Il Manifesto – 09/01/2010


Mail

rightstories@yahoo.it
gennaio: 2010
L M M G V S D
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
25262728293031

Pagine