Archivio per febbraio 2010

A ISOLA CAPO RIZZUTO È GUERRA CON I «NIGRI»

IL MANIFESTO – 15 TERRITORI
26.02.2010

* APERTURA | di Raffaella Cosentino – S. ANNA DI ISOLA CAPO RIZZUTO (KR)
altra italia –
Centro AD ALTA TENSIONE

In provincia di Crotone, sorge il centro per richiedenti asilo più grande d’Europa. Una convivenza difficile in una piccola contrada. Tra disoccupazione, babele delle lingue, violenze e razzismo, rischia di esplodere un altro caso Rosarno

Autobus di linea che non si fermano se alla piazzola ci sono immigrati. Ancora discriminazioni stile Alabama degli anni Cinquanta , questa volta nel quartiere Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto. A ridosso dell’ex aeroporto militare oggi Cara – Cie (Centro di accoglienza per richiedenti asilo e Centro di identificazione e di espulsione). Dopo la tragedia degli africani della Piana di Gioia Tauro, si squarcia il velo su altri episodi di razzismo, altre Rosarno. Sempre nel ventre molle di un Calabria in cui lo Stato e l’Europa sembrano solo giganti lontanissimi. Un territorio calabrese disagiato che l’assenza delle istituzioni ha trasformato in una polveriera di incidenti e gravi episodi di intolleranza tra italiani e immigrati. Dopo la Statale 18 della Piana, teatro degli scontri e dei linciaggi degli africani delle clementine, è di nuovo una strada a raccontare l’esodo degli stranieri: la 106 jonica, la «via della morte» per i tanti incidenti automobilistici fatali. E’ stato proprio il doppio investimento di un richiedente asilo somalo, la sera del 17 ottobre scorso (mentre a Roma si svolgeva il grande corteo antirazzista), travolto da due diversi pirati della strada, a fare emergere il comportamento razzista degli autisti. Le testimonianze di tanti immigrati, tra cui l’interprete somalo della questura, sono state raccolte da Antonio Anastasi del «Quotidiano della Calabria». Il cronista ha raccontato che nei mesi scorsi gli autobus non si fermavano nel tratto da Sant’Anna a Isola Capo Rizzuto, costringendo i richiedenti protezione umanitaria ad andare a piedi per 10 chilometri su una statale buia e senza marciapiedi, percorsa dalle auto a velocità elevata. «E’ una tratta non servita dai bus navetta del Cara, che arrivano solo a Crotone», spiega Anastasi. Grazie alle sue denunce, ora gli autobus della ditta Romano si fermano. «Si configurava un’interruzione di pubblico servizio, ma la direzione delle autolinee ha richiamato gli autisti con un atto ufficiale, minacciando provvedimenti disciplinari», dice ancora Anastasi che ha raccolto sia le lamentele dei passeggeri per comportamenti indecorosi degli immigrati, sia i racconti degli stranieri sui tanti gesti razzisti di cui sono vittime sui bus. Da chi si tura il naso a chi apre il finestrino «per non sentire la puzza dello straniero».
Ma a Sant’Anna basta parlare con gli abitanti per capire che cova una rabbia pericolosa. Alimentata da incomprensione, paura, assenza delle istituzioni. I residenti si barricano in casa perché si sentono minacciati dalla presenza massiccia di gente povera e straniera. Centinaia di richiedenti asilo che di giorno vanno alla fermata dell’autobus o a comprare da mangiare in un piccolo negozio di alimentari. In autunno raccolgono lumache e le vendono sul ciglio della 106. Parcheggiati per mesi in attesa che la commissione territoriale esamini la loro richiesta di protezione umanitaria. Eccoli di nuovo sulle strade della Calabria «i nigri» (così li chiamano tutti a Sant’Anna). A 200 chilomentri da Rosarno, anche qui i cittadini si sentono «abbandonati dalle istituzioni». Mal sopportano «l’invasione degli stranieri» che dal 2007 possono possono entrare e uscire liberamente dal Centro.
Dopo la chiusura della Pertusola e della Montedison a metà degli anni Novanta, il Centro di Sant’Anna, attivo dal 1999, è diventato la nuova «fabbrica», la più grossa fonte di occupazione di tutta la provincia. Centinaia di posti di lavoro gestiti dalle Misericordie d’Italia, sede di Isola Capo Rizzuto. Il quartiere ha fame di lavoro, ma si sente esasperato. Non capisce le storie, le culture e le differenze di gente che viene dall’Iraq, dall’Afghanistan, dalla Turchia, dall’Africa. Che non parla italiano, come a S.Anna non parlano inglese o francese. «Dovremmo fare come a Rosarno, quando escono, i negri, sono pericolosi», dice Pasquale Pullano, idraulico di mezza età. Racconta che sono entrati in casa e hanno rubato la borsa a sua moglie. Motivi di tensione costante sono le violazioni della proprietà con i piccoli furti di abiti stesi ad asciugare in giardino. «Erano in cinque, sono dovuto scappare sennò gli dovevo sparare», esclama. Parole pesanti che sono di casa al circolo Uisp in piazzetta, dove si radunano i residenti. Gianfranco Leone è un altro abitante. «Solo il buonsenso ci ha salvati – dice – di spunti per scontri ce ne sono stati tanti». Un’altra analogia con Rosarno, le aggressioni a una donna e a un uomo del posto a maggio del 2009. Dell’accaduto esistono due versioni. Una pro e una contro immigrati. Pare che un gruppo di stranieri abbia chiesto un passaggio in auto per uno di loro ferito. Insultati dall’uomo alla guida, si sarebbero scagliati contro il proprietario della macchina e contro una donna venuta in suo soccorso. Ma per gli abitanti c’è stata una violenza senza motivo da parte degli immigrati. I gruppi di stranieri che camminano insieme è la cosa che più spaventa il quartiere. «Hanno messo in difficoltà la nostra contrada – spiega Leone – siamo 1500 persone su 27 chilometri quadrati, quando il centro era pieno ci siamo ritrovati pari numero con loro. Abbiamo dovuto chiudere il circolo perché arrivavano ubriachi, occupavano i campetti». Al centro delle proteste anche i bivacchi e la prostituzione delle nigeriane (con i clienti calabresi) a Villa Margherita, un parco botanico. «Il giorno stesso del ferimento dei due residenti, abbiamo bloccato la 106 in modo spontaneo – racconta – fino a una telefonata del prefetto che ci rassicurava un suo intervento con il governo». Sono seguiti un consiglio comunale all’aperto in piazza a Sant’Anna con il senatore Giuseppe Esposito del Pdl e una visita del sottosegretario Nitto Palma per il governo. La promessa fatta di dimezzare gli immigrati da 1500 a 700 è stata mantenuta con la politica dei respingimenti in mare. Quella di illuminare la strada no. Avevano chiesto qualche lampione della luce per il tratto di 106 vicino all’ingresso del Cie. Ma non hanno mai avuto risposta. «E’ pericoloso, per noi e per loro – continua Leone – ci sono stati diversi feriti in incidenti dovuti al buio».
In estate ha preso forma un tentativo di avvicinamento con una festa etnica in piazza e una partita di calcio «S.Anna contro Ospiti del centro». Leone, che aveva organizzato l’iniziativa insieme al parroco, è rimasto deluso dai suoi stessi concittadini. «La contrada non ha partecipato e nemmeno gli operatori della Misericordia sono stati presenti con le loro famiglie», dice amareggiato. Ma l’insofferenza per il Centro più grande d’Europa con 1458 posti ha raggiunto anche Crotone, a 15 chilomentri di distanza. Attualmente ci sono 682 richiedenti asilo e 50 detenuti nel Cie, riaperto a febbraio 2009 dopo la rivolta e l’incendio di quello di Lampedusa. In città i richiedenti asilo andavano a fare accattonaggio. A marzo 2009 è arrivata un’ordinanza antibivacco del sindaco Peppino Vallone, che vieta anche di «mendicare con insistenza e petulanza». Nìguri, stranieri a Sant’Anna è il film documentario uscito un mese fa, di cui è autore Antonio Martino, 32 anni, film maker originario del quartiere.
Nìguri è costruito su una lunga serie di interviste «ai bianchi e ai neri», ai calabresi e agli ospiti del centro. «Non sai a chi dare ragione – spiega Martino – sono da comprendere gli abitanti che sono stati invasi e hanno visto gli aspetti peggiori della globalizzazione, ma anche questi poveri fantasmi. Molti di loro a cui non viene accordato l’asilo politico sono quella gente rifiutata che approda nella Piana di Gioia Tauro». Un film dopo la Libia delle carceri di Gheddafi e prima di Rosarno. «La tensione, nel momento clou degli sbarchi, quando nel centro c’erano 2000 persone, è stata altissima, si è sfiorato il morto», dice l’autore calabrese. Anche lui è rimasto deluso dai vicini di casa. «Ho provato a organizzare una proiezione e un dibattito nel quartiere, ma i due comitati dei cittadini non hanno risposto – racconta – è lo stesso atteggiamento di diffidenza verso ciò che non si conosce attuato nei confronti dei migranti». Luci per la strada e un proiettore in piazza. Potrebbero bastare a illuminare il buio di Sant’Anna? «L’esasperazione degli animi deriva da una visione criminogena dello straniero fomentata da un’ondata mediatica- dice Carmen Messinetti del Coordinamento migranti Cgil provinciale – unita a un approccio emergenziale del fenomeno e all’assoluta latitanza e indifferenza delle istituzioni». Secondo Messinetti: «Dopo la giusta decisione governativa di rendere liberi l’ingresso e l’uscita dal centro di accoglienza, è mancata la creazione di centri di aggregazione e culturali, di servizi – continua la sindacalista – questo ha creato un’esplosione di rabbia della popolazione, con la destra che, cavalcando l’ottica di esclusione dello straniero, ha rafforzato a Sant’Anna il bacino di voti per la vittoria alle elezioni provinciali”.

Passaggio a Sud – Pensieri per uscire dalla crisi

Quattro giorni di libri, film, fotografie, testimonianze, assemblee, dibattiti

25/28 febbraio 2010

Spazio daSud

Via Gentile da Mogliano, 170 – Pigneto – Roma

Giovedì 25 febbraio – ore 19,30

Crisi e giustizia – Le mafie del Sud e la Quinta Mafia nel Lazio

Il libro. “Ius Sanguinis” di Paola Bottero

Il film. “La guerra di Mario” di Vincenzo Caricari

La testimonianza Mario Congiusta, presidente ass. Gianluca Congiusta

L’inchiesta. La quinta mafia di Alessio Magro

Venerdì 26 febbraio ore 20,30

Crisi e democrazia

Il fumetto. Anteprima della graphic novel sulla storia del giornalista Pippo Fava della collana Libeccio di daSud e Round Robin Editrice

L’evento. Roma si mobilita per il No Mafia day a Reggio Calabria: incontro con i promotori della manifestazione nazionale del 13 marzo

L’assemblea. Dal Caso Calabria al No Mafia day: Rosarno, Ponte, Bombe, Elezioni Regionali

Incontro con Claudio Fava

Sabato 27 febbraio 2010 ore 20,30

Crisi ed emergenza

Quando la storia d’Italia si scrive in deroga a legalità e trasparenza

Il libro. “Potere assoluto – La protezione civile al tempo di Bertolaso” con Emanuele Bonaccorsi
Le videoinchieste. Anteprima di “Comando e controllo” (sul terremoto in Abruzzo) con Alberto Puliafito
e “I furbetti della vasca” (sui mondiali di nuoto a Roma) con Vittorio Romano

Le immagini. “C.a.s.e.” – Proiezione degli scatti di Arianna Catania e Pietro Guglielmino

Le testimonianze.
I comitati aquilani raccontano – con Angelo Venti, Antonio Musella / No discarica Chiaiano

Domenica 28 febbraio 2010 ore 19

Crisi e identità – Da Rosarno a Roma. E ritorno. Verso il primo marzo nella Capitale

Il concerto. Musiche migranti per raccontare il sud e la contaminazione delle identità

Nino Foresteri unplugged

Il racconto. Come nasce e cresce un progetto musicale, la musica come spazio di intercultura.

Il dossier. Arance insanguinate di daSud e Stopndrangheta.it

Da giovedì 25 a domenica 28 dalle 17

La mostra. “Per amore del mio popolo” – il fumetto su Don Peppe Diana

Tutte le sere cenaperitivo

Raccolta fondi in beneficienza per i lavoratori migranti di Rosarno che vivono a Roma

“MODENA CITY RAMBLERS” PER ROSARNO

MARTEDI 23 FEBBRAIO ORE 20 E 30
SPAZIO DASUD

Reading e sound insieme a Franco D’Aniello

Accompagnamento musicale Gianluca Spirito dei Ned Ludd

Diretta web a partire dalle 20 e 30 sul sito nella sezione live

Spazio daSud – via Gentile da Mogliano 170 – Pigneto Roma
http://www.dasud.itinfo@dasud.it – facebook: daSud onlus – tel. 06. 83603427

Volontari dell’Operazione Colomba a Castel Volturno: “Specchio dell’Italia”

16/02/2010
13.53
IMMIGRAZIONE
Marco Ramigni ed Erica Scalfi sono il primo presidio italiano del corpo non violento di pace dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Tra le attività un doposcuola con i comboniani e una scuola di calcetto

Castel Volturno – Dal Nord-est a Castel Volturno per capire cosa succede in terra dei casalesi e aiutare a ridurre la violenza e creare momeni di condivisione tra italiani e immigrati. Marco Ramigni ed Erica Scalfi sono due giovani partiti da Padova e da Trento, che hanno dato la disponibilità a vivere sulla via Domiziana per almeno un anno. Volontari, non retribuiti, solo con le spese coperte per vitto, alloggio e trasporti. Sono loro il primo presidio italiano dell’Operazione Colomba, un corpo non violento di pace dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi. L’Operazione Colomba è nata nel 1992 da alcuni obiettori di coscienza sull’esperienza della guerra nella ex-Jugoslavia. Da allora, i volontari hanno vissuto accanto ai rifugiati, promuovendo il dialogo tra persone divise dai conflitti in Sierra Leone (1997), in Kossovo e Albania (dal 1998), a Timor Est (1999), in Chiapas-Messico (1998-2002), in Cecenia-Russia (2000-2001), nella Repubblica Democratica del Congo (2001) e nella Striscia di Gaza in Israele-Palestina (dal 2002) e in Nord Uganda (dal 2005).

Marco è stato nei territori palestinesi, Erica ha prestato la sua opera in Kossovo. “L’immigrazione e il pacchetto sicurezza hanno coinciso con l’apertura della prima presenza in Italia – spiega Ramigni – per questo c’è stato un viaggio esplorativo a marzo qui a Castel Volturno e poi io mi sono trasferito stabilmente da luglio scorso”. Vivere con le vittime delle guerre e come loro, nelle stesse condizioni quotidiane, con un atteggiamento di ‘equi-vicinanza’ alle parti in conflitto per sviluppare una proposta neutrale non violenta. E’ questa la ‘mission’ dei volontari sparsi in tutto il mondo. Ma farlo in Italia è, paradossalmente, più difficile. “Per noi riuscire a capire veramente come vive un immigrato senza permesso di soggiorno è complicato perché noi abbiamo i documenti – dice Erica – è un territorio pieno di problematicità. Non solo violenza e camorra, come si è visto dalla strage del commando dei casalesi nel settembre del 2008, ma anche abusivismo e questione ambientale sono decisivi”. Uno dei pilastri dell’attività è la condivisione dei disagi prima della mediazione. Atteggiamento che, ad esempio, ha portato ottimi risultati nel presidio in Kossovo tra serbi e kossovari albanesi, fino a permettere a entrambi di uscire dalle rispettive enclave. “Ma qui davvero ci sentiamo stranieri”, dicono.

Infatti nei tanti mesi trascorsi a Castel Volturno hanno cercato di comprendere il contesto in cui si sviluppa tanta violenza e hanno stretto legami con le altre realtà già operative. Dal Centro Caritas Fernandes, all’associazione Jerry Essan Masslo, dedicata all’attivista immigrato sudafricano ucciso a Villa Literno nel 1989 durante una rapina, dopo aver cercato rifugio in Italia dal regime di apartheid sudafricano. I volontari dell’Operazione Colomba partecipano alle attività del coordinamento antirazzista casertano e tutti i mercoledì vanno all’ex canapificio a Caserta per l’assemblea del movimento migranti e rifugiati. Da tempo aiutano i padri Comboniani alla Casa del Bambino per il doposcuola ai figli degli immigrati. Si tratta di una struttura colorata e accogliente che stride con il paesaggio grigio della via Domiziana. La Casa del bambino è uno specchio della variegata realtà migratoria presente in zona. Dai figli degli africani senza permesso di soggiorno, a quelli di famiglie integrate e residenti sul territorio da anni. Alcuni di questi ragazzi e ragazze frequentano le scuole superiori, anche i licei e si prestano a fare il doposcuola ai più piccoli. Ma ci sono pure donne africane che portano i bambini legati sulla schiena come nelle loro culture tradizionali.

“La difficoltà qui è proprio leggere la realtà, perché non c’è un conflitto esploso ad alta intensità, ci sono tanti conflitti a bassa intensità che si intrecciano tra loro. E non solo gli immigrati sono le vittime. Anche tanti italiani qui sono da annoverare tra chi subisce il degrado dell’inquinamento e della violenza”. Le parole di Marco Ramigni, dopo tanti mesi trascorsi in un territorio così diverso dal suo, la dicono tutta sul bisogno di un cambiamento innanzitutto culturale a Castel Volturno. Conoscere le persone una a una, al di là della maschera del problema sociale che le investe. Hanno anche seguito gli africani fino a Rosarno lo scorso dicembre, verificando di persona il loro dramma umanitario. E’ questa la pratica dell’azione non violenta messa in atto dai luogotenenti dell’ ‘esercito disarmato’. La loro esperienza viene raccontata sul sito di Operazione Colomba. “Castel Volturno non è un caso particolare, è uno specchio dell’Italia, per vedere tutta la polvere che finisce sotto il tappeto di casa nostra”, scrivono. Non un pezzo d’Africa in Italia, ma un concentrato dei nostri problemi, amplificati alla massima potenza: disoccupazione giovanile all’80%, inquinamento, un intero villaggio abusivo, il famoso Villaggio Coppola, costruito distruggendo parte della Pineta.

Nel tentativo di creare spazi di dialogo, i volontari dell’Operazione Colomba hanno lanciato l’iniziativa di una scuola di calcetto per i bambini immigrati e italiani, che è partita ieri all’interno del centro Fernandes della Caritas. Intanto cercano anche di coinvolgere giovani locali e di allargare la cerchia dei volontari. Servono volontari a breve termine cioè da uno a tre mesi di disponibilità che saranno formati con un corso di cinque giorni. Ma anche giovani disposti a fermarsi uno due anni, per i quali esiste un corso di formazione di lungo periodo. “E’ richiesto di credere nella non violenza”, spiegano. Unico requisito per lavorare per la pace in terra di camorra. (RAFFAELLA COSENTINO) (vedi lancio successivo)
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Centro sociale ex Canapificio: “Su 130 audizioni per le richieste di asilo, 94 dinieghi”

16/02/2010
16.00
IMMIGRAZIONE
Nel centro sociale di Caserta, che è anche gestore di progetti Sprar e sportello Cir, la Camera di commercio vorrebbe fare sorgere un centro commerciale. Ma il collettivo ha ricevuto l’approvazione regionale per la ristrutturazione

CASERTA – “Da maggio a ottobre del 2009, su 130 audizioni della commissione territoriale per i richiedenti asilo, 94 sono stati i parei negativi, solo tredici positivi e altri sono ancora in attesa”. In queste cifre riportate da Giampaolo Mosca del centro sociale ex Canapificio c’è tutto il muro legislativo con cui si scontra l’umanità proveniente dall’Africa Subsahariana parcheggiata sine die nell’area di Castel Volturno. Una situazione di illegalità che alimenta a dismusura lo sfruttamento e il caporalato a giornata. “Noi facciamo da filtro tra queste persone schiavizzate e le istituzioni, sperando nella protezione umanitaria, ma riceviamo tantissimi dinieghi”, dice Mosca. Come questa assoluta carenza di diritti civili e sul lavoro risulti utile ai clan è evidente a Caserta. “Senza permesso non accedono al contratto regolare e sono facilmente sfruttabili”, sottolinea l’avvocato Daria Storia dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni che da metà gennaio ha esteso il progetto ‘Praesidium’ a Castel Volturno. Un primo intervento sperimentale fino a fine febbraio per prendere contatto con le associazioni sul campo. “Abbiamo notato la necessità di assistenza legale che c’è – continua – ma la nostra permanenza qui dipende dal rifinanziamento del progetto da parte del ministero”. L’Oim sta anche monitorando il post-Rosarno collaborando con l’ex Canapificio.
A ridosso della stazione ferroviaria, nell’ex fabbrica occupata, ogni mercoledì si riunisce un’assemblea informativa del movimento auto-organizzato di immigrati e rifugiati, con uno staff di 30 immigrati e 10 italiani. Il centro sociale ne è parte integrante e da circa quindici anni porta avanti le rivendicazioni e le vertenze con le istituzioni, dalla questura alla provincia, alla regione. “Abbiamo iniziato nel 1995 con le vertenze di lavoro dei senegalesi, allora eravamo cinque- sei persone, oggi il collettivo ne conta 25 – spiega Mosca – dal 2000 seguiamo anche ghanesi, togolesi, nigeriani e africani in genere, concentrandoci su richiedenti asilo e rifugiati”.
Fino al 2007 il problema principale erano i tempi di attesa fino a due-tre anni per accedere alla commissione nazionale, prima dell’istituzione di quelle territoriali. A Caserta è sempre stata molto alta la presenza di richiedenti asilo. “Rispetto a dieci anni fa, la forza di questo movimento è stata la crescita educativa degli immigrati, sull’idea che le vertenze si vincono solo lottando insieme, per questo si fanno gli incontri settimanali e una volta al mese visite nelle case”.
Sono tantissime le attività pro-migranti svolte in questo centro sociale. Uno sportello informativo di assistenza legale, l’accompagnamento nei rapporti con la questura per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno, un appuntamento settimanale in questura per cinquanta persone. E ancora, audizioni di preparazione per la commissione territoriale, corsi di italiano. L’ex canapificio è anche ente gestore del progetto di Accoglienza richiedenti asilo tramite lo Sprar con la provincia e il comune di Caserta per un totale di 15 posti con progetti biennali. Da ottobre scorso, ha anche un progetto Sprar per persone vulnerabili di cinque posti, riservati a vittime di torture, violenze e schock migratorio. Inoltre il centro sociale è sportello Cir (Consiglio italiano per i rifugiati) per il progetto ‘Domus’, di sostegno economico e burocratico nell’affitto di una casa per beneficiari di protezione umanitaria, sussidiaria o status di rifugiato. Per dieci persone sono disponibili alcune migliaia di euro per avviare l’affitto di una casa, ad esempio per la caparra e le prime mensilità o per l’acquisto dei mobili.
E’ l’unico centro sociale a partecipare al tavolo nazionale asilo con Cgil, Arci, Acnur e Cir. E’ spesso convocato in audizioni con il ministero dell’Interno, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati e con il presidente della commissione nazionale per le richieste di asilo politico. Come componente della rete antirazzista ha partecipato all’organizzazione delle manifestazioni nazionali a Roma nel 2004, 2005, 2006 e l’ultima a settembre del 2009. Attualmente fa parte del coordinamento per il primo marzo. Nell’estate del 2008 ha presentato alla regione Campania un progetto per la riqualificazione della struttura, che necessita interventi soprattutto sul tetto. Il progetto è stato approvato dalla regione ed è in attesa dei successivi step burocratici. Ma anche altri interessi si muovono sull’ex canapificio. Recentemente, Tommaso De Simone, neo-presidente della locale Camera di Commercio ha dichiarato di voler proporre alla regione, ente proprietario dell’immobile, un comodato d’uso di 99 anni per farci un centro commerciale e una sala congressi, in cui solo una parte dovrebbe essere destinata com’è oggi all’assistenza agli immigrati.
Il centro sociale ha operato anche sul quartiere disagiato di Acquaviva e sta lottando con il movimento studentesco per la destinazione a parco pubblico dell’ex deposito militare Macrico. Oltre trenta ettari in centro dove dovrebbero sorgere invece un residence e un polo commerciale.
Tante anche le attività culturali, come la nascita, dopo la strage degli immigrati del 2008, dei Kalifoo Ground, una band reggae che si chiama come le rotonde stradali dove si va al caporalato. Il gruppo è composto da un irregolare e due richiedenti asilo che abitano a Castel Volturno e da Gianluca Castaldi, un ex padre comboniano che gestisce il centro di accoglienza Caritas ‘La tenda di Abramo’.Gli altri tre sono Kwadwo e Ben del Ghana e Zongo del Burkina Faso, dove era sindacalista in fabbrica. Dicono: “Sembra che in questo paese se sei nero non puoi fare niente, non puoi avere idee. Noi vogliamo dire che non è così ed esprimere il nostro desiderio di giustizia”. (raffaella cosentino)
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Castel Volturno, la paura degli africani per i blitz delle forze dell’ordine

16/02/2010
12.15
IMMIGRAZIONE

Dopo Rosarno si sono intensificati i controlli verso gli irregolari. Autobus fermati per chiedere i documenti, retate: i racconti degli immigrati e delle associazioni. Viaggio sulla Domiziana, tra business degli alloggi e caporalato

CASTEL VOLTURNO – Blitz delle forze dell’ordine, controlli sui documenti, retate alla ricerca degli stranieri senza permesso di soggiorno. Le operazioni contro gli irregolari intensificate dopo i fatti di Rosarno. Autobus di linea fermati per controllare i documenti dei passeggeri, tra cui ci sono molti lavoratori stagionali africani. Operazioni anche nelle case private in cui alloggiano, spesso in nero, gli africani. Sono le testimonianze frequenti che si raccolgono in questi giorni sulla via Domiziana. Con la statale 18 degli scontri della Piana di Gioia Tauro e la 106 jonica dell’esodo dei rifugiati del Cara di Sant’Anna a Crotone, un’altra strada dei fantasmi con la pelle nera. Ma qui gli invisibili sono una moltitudine. Un vero popolo che nessuno sa quantificare. Si stima dai seimila ai tredicimila senza permesso di soggiorno, spalmati su 27 chilometri di Domiziana. Un nome arrivato dall’antica roma degli imperatori che fa a pugni con il degrado ambientale e sociale di oggi nell’area di Castel Volturno. L’abusivismo edilizio, l’inquinamento dei fiumi e della costa, lo strapotere dei clan della camorra hanno reso questi luoghi una polveriera dell’ennesima guerra tra poveri. Hanno paura gli africani di Castel Volturno. Basta parlare con loro alla fermata degli autobus per sentire le storie dei blitz continui delle pattuglie. Testimonianze raccolte frequentemente da tante associazioni di volontariato e di assistenza legale che prestano la loro opera in zona. Ma anche dall’ex Canapificio di Caserta, ai cui sportelli si rivolgono migliaia di immigrati e rifugiati. Tantissimi hanno raccontato degli autobus di linea fermati per strada dalle forze dell’ordine per controllare chi è senza documenti. Questo soprattutto spaventa gli stranieri, perché, dicono, non era mai successo prima.

La rivolta di Rosarno e le violenze contro i lavoratori stagionali prima e dopo le proteste, con la successiva deportazione dei migranti, hanno avuto una eco profonda anche qui. Sia per le notizie diffuse dalla televisione, sia per i racconti di tanti ragazzi in fuga che hanno trovato rifugio a Castel Volturno ospitati dai connazionali. Gli africani sono convinti che almeno dieci o quattordici di loro siano morti a Rosarno. Una leggenda metropolitana che alimenta il clima di paura in chi ha una vita totalmente precaria.

L’ american palace, Pescopagano, destra Volturno sono alcuni dei luoghi in cui abita l’esercito dei nuovi schiavi. A differenza della Piana di Gioia Tauro, sulla Domiziana non c’è un’emergenza abitativa assoluta, né una concentrazione di lavoratori stagionali nelle bidonville. Anche chi è senza permesso di soggiorno riesce ad affittare una casa. Si tratta di migliaia di villette e palazzi costruiti vicino al mare inseguendo la chimera del turismo di massa. Il miraggio del polo turistico si è infranto con la devastazione ambientale, i rifiuti, gli scarichi industriali e i traffici dei clan. Ruota dunque un grande business dietro la presenza di migliaia di africani che dormono a Castel Volturno e poi vanno a lavorare nell’hinterland Casertano, come stagionali agricoli, magazzinieri sottopagati o nei cantieri. Case fatiscenti e umide, senza riscaldamento e non ristrutturate, che altrimenti non avrebbero mercato, vengono affittate a stranieri senza permesso di soggiorno per 300 o 500 euro al mese. Un posto letto costa dai 120 ai 150 euro. Anche i commercianti guadagnano tutto l’anno per la presenza di questa popolazione ‘aggiuntiva’, non registrata dalle statistiche ufficiali che parlano di circa 23mila abitanti e duemila stranieri regolari. Tantissimi africani sono approdati nel casertano dopo la stagione degli sbarchi a Lampedusa. Altri si sono stabiliti da molti anni e hanno famiglia e bambini piccoli che frequentano le scuole. Molti non parlano la lingua italiana e sono lontanissimi dall’ integrazione. Il territorio su cui insistono le tante comunità e nazionalità è lo stesso, ma ognuno tende a fare gruppo a sé. Sono nati anche tanti piccoli negozietti africani. Alcuni sono sulla strada, altri sono spacci improvvisati nelle case in cui si concentrano gli stranieri. Ad esempio all’American Palace, un palazzone con decine di appartamenti affittati ad africani, una signora che vive in Italia da circa sei anni, con un figlio di otto, aveva aperto uno spaccio. Racconta che ha dovuto chiudere per le denunce fatte ai vigili urbani da un negoziante italiano.
Gli uomini lavorano a giornata con il caporalato. Alle quattro di mattina prendono gli autobus di linea fino alle rotonde stradali che sono fuori dal paese e che loro stessi hanno ribattezzato ‘Kalifoo Ground’, il terreno dove si trovano gli schiavi a giornata (i kalifoo). Lì ci sono i caporali ad attenderli. Va avanti così da anni, sotto gli occhi di tutti, nella terra di nessuno. E’ per questo che qui l’idea di uno sciopero il primo marzo sembra un paradosso lontano e improponibile. (raffaella cosentino)
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Castel Volturno, centro Caritas “Fernandes”: “Siamo un capro espiatorio”

16/02/2010
14.44
IMMIGRAZIONE

Dopo le petizioni per chiudere la struttura di accoglienza, il direttore Casale parla di strumentalizzazioni elettorali sul problema degli africani per sviare dal racket dello sfruttamento, dall’abusivismo edilizio e dal giro d’affari degli affitti

Castel Volturno – “Fare la guerra agli africani è un’ingiustizia oltre che una stupidità, qui si risolve il problema recuperando l’ambiente, riscattando il territorio, per gli italiani e per gli stranieri”. Antonio Casale, direttore del centro Caritas “Fernendes” di Castel Volturno parla apertamente. “Con una popolazione di diecimila immigrati su ventimila abitanti italiani, se gli africani dovessero essere tutti delinquenti, qui sarebbe un bronx, invece tutto sommato si vive tranquillamente”, continua. Il centro che dirige da quando è stato inaugurato nel 1996 è prima di tutto un simbolo a Castel Volturno. Da ex casa mare per minori orfani gestita dai frati e poi abbandonata, nei primi anni Ottanta l’edificio era diventato un dormitorio degradato e senza servizi igienici per i primi africani arrivati in zona. Dopo lo sgombero delle forze dell’ordine, divenne un centro privato della Caritas della diocesi di Capua. Rispetto alle migliaia di africani che vivono nelle case abusive affittate in nero, al Fernandes l’ospitalità riguarda un numero esiguo di persone: 60 posti letto a rotazione per circa due mesi, occupati da ghanesi, ivoriani, togolesi, nigeriani, maliani, burkinabè. Altri cinque posti sono riservati alle donne e c’è una mensa aperta a 150 persone a pranzo e a cena. Con quattro operatori assunti e venti volontari, medici, avvocati e immigrati, il Fernandes è il centro di raccordo di tutte le attività dell’associazionismo di Castel Volturno, dagli ambulatori medici con i dottori dell’associazione Jerry Masslo due volte a settimana ai convegni sul tema migratorio. Anche per questo viene continuamente preso di mira a ogni tornata elettorale da petizioni e campagne per farlo chiudere. Nel comune commissariato si vota a marzo per eleggere il sindaco.

“Siamo un capro espiatorio per le continue sottoscrizioni contro il centro – dice Casale – il problema dell’immigrazione qui è stato strumentalizzato politicamente. Si cavalca la paura della gente e l’oggettiva difficoltà di convivenza dicendo che ci sono tutti questi immigrati perché c’è il centro di accoglienza”. Il direttore spiega che “si gioca addirittura sulla confusione con il centro di accoglienza statale, ex cpa, cara. La gente di Castel Volturno è convinta che lo Stato porti qui gli immigrati di proposito”. Secondo Casale, è più facile prendere di mira la Caritas: “Così si sposta l’attenzione dai fitti e dallo sfruttamento sul lavoro, senza ledere gli interessi di nessuno. Se un politico dicesse: dobbiamo buttare giù tutte le case abusive e fare pagare le tasse a chi affitta, non lo voterebbe nessuno”.

Così Antonio Casale risponde alla petizione popolare per liberare Caserta dagli immigrati lanciata a gennaio dall’ex sindaco Antonio Scalzone, del Pdl. “Noi, come gli immigrati, siamo vissuti come un corpo estraneo – continua il dirigente – non abbiamo collaborazione locale, l’aiuto viene sempre dall’esterno. Il comune non si fa carico degli immigrati, soffre solo la presenza. Le istituzioni e le persone del posto rimuovono il problema, non lo gestiscono”. Eppure il business che c’è dietro la presenza degli africani è sotto gli occhi di tutti. “Qui c’è un turismo molto popolare d’estate, proveniente dai quartieri poveri napoletani. Ma questa massa di stranieri assicura un indotto tutto l’anno, ai commercianti e ai proprietari di casa”. Tuttavia il problema è diverso nella percezione degli abitanti. “L’idea diffusa è che il degrado del territorio sia dipeso dagli stranieri. E’ ovvio che è il contrario, ci sono gli stranieri perché il territorio è degradato”, spiega ancora Casale.

L’elemento distintivo è la facilità di trovare casa. Abitazioni, seconde case per il mare, in cui vivono anche molti italiani disagiati, arrivati trent’anni fa dopo il terremoto di Napoli e il bradisismo di Pozzuoli. “La casa è un ammortizzatore sociale per gli africani – sostiene il direttore del Fernandes – inoltre sono senza documenti e senza diritti, quindi il vantaggio per i padroni di case è di poterli mandare via quando vogliono”. Niente accampamenti e baraccopoli, tante cattedrali nel deserto: dai campi da golf più grandi d’Europa agli Hotel di lusso. “Spaccio di droga, prostituzione e mafia nigeriana sono presenti – racconta Casale – l’integrazione difficile, i corsi d’italiano non hanno successo perché si viene solo pensando che sia un modo per uscire dalla clandestinità. La tipologia di immigrati è varia: dalle famiglie residenti alle migliaia di passaggio, rifugiati, richiedenti asilo, respinti. Siamo il frutto di problemi che stanno a monte. Va eliminata la causa del male. Qui continuiamo solo a fasciare le ferite”. (raffaella cosentino)
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