Archivio per febbraio 2010



Una mobilitazione nazionale a Rosarno dietro lo striscione censurato


Dossier “Arance insanguinate”. Una grande protesta civile che unisca cittadini calabresi, associazioni antirazziste, movimento antimafia, forze politiche e sindacali, la chiesa e il volontariato. Associazione daSud: “La ‘ndrangheta protagonista dei fatti

Reggio Calabria – Una mobilitazione nazionale verso Rosarno, dietro lo striscione censurato “Speriamo un giorno di poter dire: c’era una volta la mafia”. Dalla Piana di Gioia Tauro a Roma e ritorno. Una grande protesta civile che unisca cittadini calabresi, associazioni antirazziste, movimento antimafia, forze politiche e sindacali, la chiesa e il volontariato. A lanciare la proposta è il documento di analisi “Arance Insanguinate – Dossier Rosarno”, presentato dall’associazione calabrese antimafie daSud onlus. L’iniziativa parte da un editoriale dell’ex sindaco Giuseppe Lavorato, dal titolo “Rosarnesi aprite gli occhi: è la ‘ndrangheta che ci infanga”, con un appello alla maggioranza onesta del paese. L’analisi dell’ex primo cittadino racconta del crollo del mercato agricolo dagli anni Settanta in poi, causa dei meccanismi di sfruttamento. Dalla caduta del prezzo delle arance sul mercato europeo per l’ingresso di altri paesi produttori alle politiche errate che hanno incentivato le truffe, alla mancanza di controlli e allontanamento violento dei commercianti onesti che compravano gli agrumi a un prezzo equo per i produttori. “Con intimidazioni e minacce li allontanò la ‘ndrangheta per rimanere unica acquirente e imporre un prezzo sempre più basso al produttore – scrive Lavorato – E nel corso degli anni si è impossessata di tutta la filiera agricola. Dalle campagne ai mercati: deruba tutti”.

Il dossier è “Un punto di partenza per ricordare e per capire che a macchiare l’immagine di Rosarno non sono i media, ma le cosche della ‘ndrangheta”, dice il giornalista Danilo Chirico. Una raccolta di documenti a sostegno di una mobilitazione per affermare che anche Rosarno fa parte dell’Europa, che non può esistere “un pezzo di territorio off limits e non attraversabile”. All’insegna di un concetto semplice che nella provincia di reggio Calabria si scontra con il muro dell’omertà: “Le strade e le piazze di Rosarno sono territorio libero in un paese libero”. L’associazione sottolinea che “la deportazione di una razza in stile Shoah è qualcosa di grave che non ha paragoni in Italia”. Da oltre un mese, la sede romana di daSud è aperta a un’assemblea permanente con associazioni, partiti, movimenti, centri sociali, artisti per tenere alta l’attenzione sul caso. Tutta la campagna ha preso il nome “Arance insanguinate”, da un sit in di protesta contro il ministro dell’Interno Roberto Maroni davanti al senato.

“La ‘ndrangheta è stata protagonista dei fatti di Rosarno. Chi lo nega è in malafede o non capisce nulla di ciò che accade in Calabria – dicono Celeste Costantino e Danilo Chirico – La ‘ndrangheta ha stracciato la democrazia: è questo che rende Rosarno un caso nazionale”. Secondo gli attivisti antimafie, le cosche hanno guidato la ‘caccia al negro’ “e la manifestazione del comitato civico, nella quale non ha avuto cittadinanza lo striscione antimafia degli studenti, ne è solo una conferma”. Per questo l’associazione di calabresi emigrati, ha riportato in piazza a Roma lo stesso striscione. E daSud smentisce chi dice che a Rosarno il razzismo non c’entra. La verità non sono “venti anni di accoglienza”, ma venti anni di soprusi, come emerge dall’inchiesta di daSud, che afferma: “Il razzismo c’è , è forte e rappresenta la benzina su cui divampa il fuoco della subcultura mafiosa”. (rc)
© Copyright Redattore Sociale

Il doppio volto di Rosarno: razzismo mafioso e il volontariato che accoglie

15/02/2010
14.58
IMMIGRAZIONE
Dossier “Arance insanguinate”. Già alla fine degli anni Novanta i migranti si appellavano al sindaco: “Per paura la brava gente rifiuta di affittarci le loro case, quindi siamo obbligati a dormire in modo disumano nei ghetti senza acqua e senza elettricita’”

Reggio Calabria – Dal dossier Arance Insanguinate emerge anche il doppio volto di Rosarno. Violenza xenofoba da un lato, reazioni del volontariato laico e cattolico dall’altro. L’impegno di pochi volontari per l’accoglienza dei migranti che ad ogni stagione invernale arrivavano a raccogliere le clementine della Piana. “Rosarno è anche tra i primissimi paesi calabresi ad avere progettato politiche di sostegno ai migranti già nel 1995”, si legge nel documento. Nel 1994 viene eletto sindaco di Rosarno Peppino Lavorato, comunista da sempre impegnato nella lotta alle cosche. Lavorato mostra sensibilità umana e istituzionale verso gli immigrati. Le ‘ndrine non tardano a presentare il conto. La notte di Capodanno lanciano un’offensiva a colpi di mitragliatore contro il Comune e gli edifici scolastici. La risposta è una festa dei popoli che dal 6 gennaio del 1995, per tutti gli anni del doppio mandato del sindaco Lavorato, ogni Epifania distribuirà pasti caldi agli immigrati sulla piazza intitolata al giovane dirigente comunista Giuseppe Valarioti, trucidato dalla ‘ndrangheta a Rosarno nel 1980.

Le violenze ovviamente non si fermano. A ottobre del 1996 il rinvenimento del cadavere senza volto nelle campagne di Laureana di Borrello. Nel gennaio del 1997 un raid punitivo ferisce a sprangate tre marocchini. E ancora, un’altra sparatoria il 9 novembre del 1999 lascia sul terreno tre feriti gravi. “Non tutti i rosarnesi sono razzisti e mafiosi, ma tutti i mafiosi rosarnesi sono razzisti” è il commento del giornalista Alessio Magro di daSud Onlus, a conclusione del lungo elenco di crimini contro gli africani. Tra cui le aggressioni con le spranghe in motorino agli immigrati che passano sulla via Nazionale. Ma un altro aspetto che emerge chiaramente è quello delle rivendicazioni dei migranti, stanchi di subire angherie. Negli anni si sono susseguiti gli appelli e le lettere dei lavoratori stagionali al sindaco. Già nel lontano 1999, all’indomani dell’ennesimo agguato nelle bidonville, gli africani denunciano il clima di terrore scrivendo: “ Per paura la brava gente rifiuta di affittarci le loro case, quindi siamo obbligati a dormire in modo disumano nei ghetti senza acqua e senza elettricità”. Il 15 novembre del 1999 il consiglio comunale vara un pacchetto di misure pro immigrati, corsi di lingue e una mensa. “Nel 2003 finisce l’era del sindaco antimafia”, conclude Magro. Il problema cresce a dismisura, il comune viene commissariato per le infiltrazioni della criminalità. Nessuno riesce a dare attenzione ai migranti, se non pochi generosi volontari e Medici senza frontiere. (vedi lanci successivi) (raffaella cosentino)
© Copyright Redattore Sociale

La verità su Rosarno: i primi morti vent’anni fa

15/02/2010
14.49
IMMIGRAZIONE

Le aggressioni iniziate nel 1990 e riportate alla luce dal giornalista Alessio Magro nel dossier Arance Insanguinate di daSud Onlus. “Colpire i neri diventa un rito di iniziazione per i giovani aspiranti ‘ndranghetisti della Piana”

Reggio Calabria – Rosarno e gli immigrati africani: una scia di sangue, feriti e morti lunga vent’anni. E’ su queste vittime dimenticate che fa luce il Dossier Arance Insanguinate, pubblicato dall’associazione contro la ‘ndrangheta daSud Onlus, che dal 2005 lavora per riportare alla luce le storie delle vittime delle ‘ndrine. Si chiamavano Abdelgani Abid e Sari Mabini. Avevano vent’anni nel 1992, quando la loro vita si fermò in un agguato mafioso a Rosarno. Erano algerini. Veniva invece dalla Costa d’Avorio Mourou Kouakau Sinan, ucciso in una sparatoria due anni dopo, nel 1994. E nel 1996 un africano tra i 25 e i trent’anni viene ritrovato nelle campagne di Laureana di Borrello in avanzato stato di decomposizione. Milite ignoto di questa guerra dello sfruttamento mafioso del lavoro immigrato, per cui nessuno ha eretto un monumento. “Era un fantasma, lo è anche da morto”, scrive il giornalista calabrese Alessio Magro, autore dell’articolo “Vent’anni fa i primi morti. Dimenticati”. Il documento fa parte dell’archivio online Stopndrangheta.it e ricostruisce il passato del razzismo mafioso nella Piana di Gioia Tauro. Il dossier, presentato oggi nel palazzo della Provincia di Reggio Calabria e il 18 febbraio a Roma al Nuovo Cinema Aquila nel corso di un’assemblea cittadina verso il Primo marzo, raccoglie materiale eterogeneo, a partire dai primi articoli del 2006. Notizie, fotografie, video e approfondimenti, online e in versione cartacea, con all’interno anche i reportage di Redattore Sociale che lanciavano l’allarme sull’emergenza umanitaria di Rosarno. Il documento sarà portato oggi alla commissione parlamentare antimafia in visita nella città dello Stretto e domani a una delegazione del Parlamento europeo, che incontrerà le associazioni a Lamezia Terme.

“Le aggressioni ai neri iniziano nel 1990 – si legge nel dossier- la sera del 10 settembre a subire una gambizzazione a colpi di pistola è il giovane 28enne Mohamed El Sadki. Stessa sorte tocca un anno dopo, il 23 dicembre del ’91, all’algerino 24enne Mohammed Zerivi”. Un mese dopo, il 27 gennaio del ’92 due giovani algerini Malit Abykzinh, di 24 anni e Boumtl Rabah, di 27 anni, finiscono in ospedale. Il primo con ferite gravissime all’addome, il secondo con una mano trapassata dai proiettili. Rientrando a casa avevano sopreso dei ladri che cercavano di forzare la porta e che gli avevavo sparato contro. Furti senza logica, perché prendono di mira case poverissime, sparatorie continue verso gli ultimi arrivati, che sono i più deboli. Negli archivi è rimasta traccia degli episodi più tragici, ma tantissime altre violenze e forse altri morti mai rivendicati da nessuno, cadaveri senza identità, sono nascosti nel passato di Rosarno. E’ questa l’ipotesi che prende corpo nel dossier. “Colpire i neri diventa quasi un rito di iniziazione per i giovani aspiranti ‘ndranghetisti della Piana”.
A fine gennaio del 1992 viene arrestato un giovane rosarnese per le rapine agli africani. In paese il clima diventa ancora più difficile per gli immigrati. Nella notte dell’11 febbraio, tre algerini vengono fermati per le strade e fatti salire in auto con la promessa di un lavoro in campagna. E’ un agguato. In località Scattareggia, una zona isolata, vengono colpiti a pistolettate. Due muoiono. Si tratta di Abid e Mabini. Il terzo, un diciannovenne di nome Murad Misichesh fugge ferito al collo. Con una fucilata al petto muore Mourou Kouakau Sinan, 41 anni, ivoriano. E’ il 18 febbraio del 1994 e nella sparatoria difronte a un casolare diroccato restano feriti anche due ragazzi del Burkina Faso, Bama Moussa, di 29 anni e Homade Sare, di 31. Ancora una volta teatro dell’agguato è un rifugio di fortuna in cui dormono in 15. (vedi lancio successivo) (raffaella cosentino)
© Copyright Redattore Sociale

Intervista a Bahman Ghobadi e Roxana Saberi

Roma: al Pigneto 15 giorni di musica, arte e sport per gli africani di Rosarno

E’ l’iniziativa “Bloody Oranges”, i cui fondi raccolti saranno devoluti agli immigrati ospitati nei centri sociali. Anche le associazioni in campo per dare un sostegno economico per le spese legali

ROMA – Quindici giorni di musica, arte, teatro, sport e performance multiculturali in sostegno ai lavoratori africani fuggiti da Rosarno. E’ l’iniziativa culturale “Bloody Oranges” organizzata da daSud Onlus, associazione calabrese contro la ‘ndrangheta, per raccogliere fondi per gli immigrati ospitati al momento in alcuni centri sociali, nel quartiere romano del Pigneto. Il lancio ufficiale è previsto per stasera nella sede di daSud, in via Gentile da Mogliano 170, con la performance di Christian Muela che presenta il suo nuovo album, dal titolo “L’albero”. Seguiranno, fino al 28 febbraio, molti altri eventi nei locali della zona, dal Fanfulla al Dal Verme. Alle iniziative di solidarietà hanno aderito anche alcuni esponenti della band dei Modena City Ramblers, che si esibiranno nella sede dell’associazione il 23 assieme ai Ned Ludd. Musiche africane, readings, raccolte fondi con varie serate fino all’evento conclusivo: un torneo di calcetto nel VI municipio. “Calci solidali, un gol per l’accoglienza, presso l’impianto Pro-Roma calcio.

La vasta realtà associativa del Pigneto si è mobilitata per dare un sostegno economico ad alcune centinaia di immigrati provenienti dagli scontri di Rosarno, che sono stati ospitati dai movimenti di lotta per la casa, come Action o presso il centro sociale ex Snia. “Una proposta culturale e di beneficenza che serve anche a tenere alta l’attenzione sul dopo Rosarno e sulla condizione di indigenza e mancanza di diritti che si trovano a vivere gli stagionali africani fuggiti o deportati dalla Piana di Gioia Tauro”, afferma Alessio Magro, giornalista calabrese e tra i fondatori dell’associazione daSud, che cura l’archivio online “Stopndrangheta”. L’associazione ha anche curato un dossier in fase di pubblicazione dal titolo “Arance Insanguinate”, con lo stesso nome di una campagna in favore dei diritti dei migranti africani che da oltre un mese ha portato sulle piazze la protesta per il permesso di soggiorno a tutti i lavoratori stagionali vittime dello sfruttamento. (rc)

Copyright Redattore Sociale

“Alla scoperta del tuo paese”. Scuole gemellate in gita

E’ arrivato alla seconda edizione su tre anni sperimentali, il progetto “Alla Scoperta del Tuo Paese” , nato da un’intesa tra il Ministero dell’Istruzione e quello delle Attività Culturali, che hanno approvato un progetto dell’associazione Mecenate 90. L’iniziativa è rivolta alle scuole secondarie di I e II grado, per favorire gli scambi culturali e soprattutto gemellaggi e gite scolastiche sul territorio italiano. Alla base c’è la decisione di due scuole, ognuna delle quali organizza la visita dell’altra nella propria città. L’idea nasce dal Manifesto “Italia, Paese della cultura e della bellezza”, promosso da Mecenate 90 e dalla Fondazione Rosselli nell’aprile del 2008. Una riscoperta dell’Italia a partire dalle giovani generazioni in vista dei 150 anni dell’Unità d’Italia. “Per scoprire le radici comuni”, si legge in un comunicato, e “stimolare gli studenti e i docenti a riconsiderare le città italiane quali mete privilegiate dei loro viaggi di istruzione”. Secondo l’Osservatorio sul Turismo Scolastico del Touring Club ad oggi, infatti, i viaggi più gettonati sono quelli all’estero che raggiungono il 59,7% del totale, contro il 51,3% dei viaggi in Italia, nonostante rispetto al 2006-2007 il costo medio del viaggio è rimasto stabile a 195 € se la destinazione è italiana ed è invece aumentato a 348 € contro i 332 € se la meta è estera. Nel 2009 sono stati selezionati 101 progetti di viaggio tra le 167 candidature presentate dalle scuole, per un totale di 10.040 studenti. I gemellaggi attivi sono 95, per un totale di 190 Istituti coinvolti, di cui 73 Istituti secondari di I grado e 117 Istituti secondari di II grado, per un totale di 8.260 studenti. Le scuole che hanno già realizzato il viaggio di istruzione a novembre 2009 sono 54, di cui 22 Istituti secondari di I grado e 32 Istituti secondari di II grado, per un totale di 2.460 studenti. Per questi viaggi l’Associazione Mecenate 90 sta curando un’attività di monitoraggio. Le restanti scuole effettueranno il viaggio nel periodo marzo/aprile 2010. Nel mese di novembre 2009 è stato lanciato un concorso rivolto ai soli istituti partecipanti al progetto per la premiazione dei migliori video, fotografie e racconti realizzati dalle scuole e dai singoli ragazzi in occasione del loro viaggio di istruzione. In questi giorni è partita una nuova edizione del concorso relativo all’anno scolastico 2010/2011, a cui è possibile partecipare inviando la propria candidatura di gemellaggio fra scuole entro il 20 febbraio p.v. Per le modalità di partecipazione si può consultare il sito internet http://www.allascopertadeltuopaese.it.

Afghanistan, la violenza e i sogni delle donne. Il futuro “rosa”

HERAT – Farida vuole fare l’insegnante e come lei Shafiqa, Rohsana e Anitha. E così la maggior parte delle sue compagne di classe. Una classe gremita, composta da una cinquantina di bambine, di età diverse, tutte con la divisa d’ordinanza: velo in testa, possibilmente bianco, e manto alla iraniana, scuro.

Libri nuovi forniti dall’Unicef e qualche zainetto all’occidentale, dono della cooperazione italiana e del Provincial Reconstruction team che nel 2009 ha inaugurato questa la nuova scuola di Herat, un istituto molto grande e superaffollato che ospita, dice il direttore dell’istituto, dodici mila studenti dai 6 ai 18 anni suddivisi in tre turni al giorno. Basta fare la classica domanda di rito, «cosa volete fare da grandi?», che il coro si leva unanime: «l’insegnante». Perché? «Vogliamo educare gli altri bambini; ci piace molto saper leggere e scrivere». Questa è la risposta dell’Afghanistan post 9/11 e delle nuove generazioni nate dopo il 2001 che non hanno mai conosciuto, se non forse nei racconti, il divieto di studiare imposto dai talebani alle donne e le discriminazioni dei mujahidin.

Eppure nell’Afghanistan di oggi, a otto anni dall’inizio di Enduring Freedom e della missione Nato, l’alfabetizzazione per le bambine è un obiettivo che stenta ancora a decollare, come tutte le altre questioni che riguardano l’integrazione delle donne nella società civile, nonostante alcuni passi avanti siano stati fatti, soprattutto nella grandi città. Ma l’Afghanistan non è solo Herat o Kabul, dove prima delle presidenziali in parlamento, fra l’altro, si discuteva ancora di una legge sul diritto di famiglia che offre all’uomo la possibilità di decidere del destino della proprie moglie, se non abbastanza condiscendente in tema di «doveri coniugali».

Secondo Nasima Rahmani, coordinatrice del programma ActionAid per i diritti delle donne in Afghanistan, «l’accesso all’istruzione è diventato più facile», anche se ancora oggi «meno di un terzo degli iscritti a scuola in Afghanistan è donna». E nel sud del Paese, zona roccaforte dei taliban dove gli alleati faticano vistosamente ad andare avanti, «solo il 3% delle ragazze va a scuola». Basti pensare che, soltanto lo scorso agosto, nel bel mezzo di una campagna che inneggiava ai progressi ottenuti durante la presidenza Karzai, molte delle giovani che presiedevano i seggi femminili, nella capitale, hanno raccontato chiaramente di essersi imbattute nel forte disagio della famiglia di origine per aver partecipato attivamente al voto. Najila si è recata alle urne e si è offerta come scrutatrice, ma non tutte le sue coetanee hanno potuto farlo. «A volte è tuo padre che decide per te e, un po’ per paura, un po’ perché sono cose da uomini».

C’è poi chi, come Mariam, venticinque anni, detenuta nella prigione femminile di Herat insieme a sua sorella, per essere stata denunciata dal padre per comportamenti licenziosi, dell’insegnamento sta facendo la sua attuale ragione di vita. Da quanto è stata condannata alla reclusione, ogni giorno, offre lezioni di inglese alle sua compagne: apprendere è un privilegio, ancora di più se il luogo in cui questo avviene sono le aule di un carcere. Mariam è timida, ma ha il piglio deciso e, superate le resistenze iniziali, parla, parla in una lingua che non è la sua e che sono in poche a conoscere in un Paese dove solo il 18/20 percento circa (i dati variano a seconda delle fonti) delle ragazze sa leggere e scrivere nella propria lingua madre. «Non so cosa farò quando uscirà di qua – dice, ma di sicuro – dalla mia famiglia non voglio tornare. Dio mi aiuterà». Inshallah.

Antonella Vicini
per IL TEMPO


Mail

rightstories@yahoo.it
febbraio: 2010
L M M G V S D
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728

Pagine