Archivio per marzo 2010

Pisacane, si attende la decisione dell’ufficio scolastico sulle prime classi

24/03/2010
16.50
IMMIGRAZIONE

Dibattito sul tetto del 30% all’università di Roma Tre. La preside Marciano: “Se non ci sarà una deroga colpiti i diritti di tutti”. E intanto la scuola di Tor Pignattara è stata accorpata alla scuola media con maggior numero di stranieri
Roma – E’ stata presentata ieri la richiesta per le prime classi per il prossimo anno scolastico del municipio VI, quello in cui ricade la scuola elementare Carlo Pisacane con quasi il 90% di bambini stranieri, quasi tutti nati in Italia. Si attende nelle prossime tre settimane il responso dell’ufficio scolastico regionale, da cui si apprenderà se gli alunni di cittadinanza non italiana nati nel nostro paese vengono considerati stranieri oppure se c’è una deroga al tetto del 30% stabilito dalla circolare del ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. “Sappiamo che la circolare prevede una deroga per allievi nati in Italia o che parlino l’italiano, la scuola Carlo Pisacane ha chiesto la deroga e ci aspettiamo che l’ufficio scolastico regionale la conceda”, ha detto la preside della Pisacane, Nunzia Marciano, intervenuta a un convegno dell’università di Roma Tre.

“Se non ci sarà la deroga, a essere colpiti saranno i diritti di tutti, perché ci sono anche gli italiani nella scuola e come gli stranieri saranno privati del loro diritto di scelta se non dovessero formarsi le prime classi”, ha continuato la dirigente scolastica. “Alla seconda conferenza sull’immigrazione con il ministro Maroni e anche sulla rivista Libertà civili del ministero dell’Interno, la Pisacane è stata additata come scuola modello” ha ricordato Marciano davanti agli studenti della facoltà di Scienze della Formazione dell’ateneo capitolino. “Non è stato fatto nulla perché la scuola fosse fuori da questo tetto”- ha continuato – ricordando che a dicembre la Pisacane è stata accorpata con un altro istituto del territorio perché conta un numero non sufficiente di iscritti. “Avevamo chiesto che la scuola con più stranieri fosse accorpata alla scuola con più italiani – ha spiegato – ma comune, provincia e regione non hanno ascoltato il nostro parere tecnico di dirigenti scolastici e hanno accorpato la Pisacane con la scuola media con il maggior numero di stranieri”. Si tratta della scuola media Pavoni, che al momento è anche la scuola Polo che ha presentato la richiesta per le prime classi del territorio all’ufficio scolastico regionale. “Questa situazione poteva essere risolta molto prima di arrivare a parlare di esclusione del diritto di scelta da parte dei genitori”, ha affermato la preside.

Che la polemica intorno alla Pisacane sia soprattutto una guerra tra italiani è chiaro per Andrea Priori, dell’Osservatorio sul razzismo e le diversità “M.G.Favara” di Roma Tre. “Se la campagna diffamatoria contro la scuola è stata portata avanti da genitori di bambini italiani, la campagna di difesa è portata avanti da altri genitori di bambini italiani – ha dichiarato l’esperto – ad esempio i genitori bengalesi che hanno i bambini a scuola prendono posizione ma non si espongono e con il clima molto teso che c’è in Italia verso gli stranieri, comunità come quelle del Bangladesh sono molto preoccupate di non dare fastidio e di non esporsi”. Alla conferenza, dal titolo “Quale scuola per quale cittadinanza? Il futuro dell’istituto Pisacane tra conflitti di simboli ed esclusione delle seconde generazioni” hanno preso parte anche Imran Uddin Munna, preside della Bangla Academy di Tor Pignattara e Shamim Kabir, editore di alcune pubblicazioni in lingua bengali. “Ho parlato con i genitori ma questo davvero non è un problema dei bambini, è un problema del governo italiano che ha fatto questa norma del 30%” , ha detto Munna.
Intanto è partito il ricorso al Tar dell’associazione Progetto Diritti. Sono dieci i genitori che hanno aderito al ricorso, tra cui un italiano, Federico Angelucci. “Ho fatto ricorso perché temo la scuola chiuda e mi sento leso nel mio diritto di scegliere per mio figlio in base all’offerta formativa che considero migliore e anche colpito come cittadino che vede chiudere una scuola del quartiere”, ha raccontato Angelucci. Il papà di Tor Pignattara ha detto di avere visto “un buon piano formativo e insegnanti molto motivati alla Pisacane” e di essere rimasto stupito “dalle tante interviste richieste da telegiornali e telvisioni per il solo fatto di avere iscritto un figlio in quella scuola”. Secondo l’avvocato Arturo Salerni che cura il ricorso, “la circolare della Gelmini dell’8 gennaio e quella successiva dell’ufficio scolastico regionale del Lazio violano le norme sulla discriminazione razziale, le disposizioni comunitarie, la convenzione dei diritti del fanciullo e l’art. 3 della Costituzione che prevede tra i compiti della Repubblica rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza dei cittadini, non di crearne altri”.

Parole dure che motivano il ricorso al tribunale amministrativo del Lazio. Tuttavia non è stata chiesta la sospensiva della circolare, perché prima si aspetta di sapere come si pronuncerà l’ufficio scolastico regionale sulla formazione delle prime classi per l’anno prossimo. “Abbiamo deciso di parlarne all’università perché la vicenda della Pisacane non è una questione locale – ha commentato Francesco Pompeo, docente di Antropologia Culturale – è stata trasformata in un conflitto di simboli sulle politiche educative. Non è un modello praticabile pensare di risolverlo slegando le persone dal territorio in cui vivono”. (raffaella cosentino)
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Sola con una bambina, dopo lo sfratto l’occupazione

01/03/2010
14.05
CASA

La storia di Raffaella Ferraro, ex guardia giurata, con una figlia di 8 anni. “Dal municipio mi hanno detto: chiami lo 060606”. Oggi vive sulla Collatina, in un edificio sequestrato alla banda della Magliana, insieme ad altre 20 persone

ROMA – Raffaella Ferraro, madre sola con una bambina di 8 anni che si chiama Beatrice, alle occupazioni ci è arrivata dopo essersi rivolta per anni a tutte le istituzioni competenti, mentre dopo un licenziamento scivolava nel baratro dell’indigenza e dello sfratto per morosità. E’ stata guardia giurata per oltre dodici anni. Licenziata nel 2004, è ancora in causa con il datore di lavoro. Viveva in via Roberto Malatesta, in un ex portierato, proprietà di tutti i condomini. Non è riuscita a trovare un altro lavoro fisso, anche a causa dell’età. Oggi sopravvive con gli aiuti della Caritas e lavoretti da baby sitter a stiratrice. E’ in causa anche con l’ex compagno che non le paga gli alimenti per la figlia.
“Mi sono rivolta al municipio VI, che mi ha spedita dall’assistente sociale, il quale mi ha rimandata al municipio – racconta – per dirmi alla fine che il municipio non ha soluzioni per l’emergenza abitativa. Dal 2005 dentro la cartellina con il mio nome non c’era assolutamente nulla, non avevano fatto niente”.

Quando lo sfratto è diventato esecutivo, al municipio le hanno risposto che potevano solo metterla in una lista d’attesa di mesi per entrare in un centro d’accoglienza temporaneo. “Mi hanno detto: chiami lo 060606 del comune di Roma”, racconta. Intanto ha vissuto per sette mesi in casa senza la luce. “Stavamo con le candele e Bea attaccava disegni sullo schermo della Tv per fare come se ci fossero delle immagini”, dice. Le ha provate tutte. Ha anche scritto una lettera ai condomini, lasciandola in ogni cassetta delle lettere. Così le hanno abbuonato un anno di morosità. “Ma l’avvocato dello stabile, che ne è anche amministratore, ha chiesto di procedere a oltranza con l’ufficiale giudiziario”. Con la forza della disperazione e gli ultimi centesimi rimasti sul cellulare, ha telefonato al quotidiano freepress E Polis raccontando in lacrime tutta la sua storia. Un giornalista l’ha messa in contatto con i Blocchi precari metropolitani.

Sono cominciati i picchetti sotto casa e di rinvio in rinvio sono arrivati a 4 mesi di proroga. Ma alla fine è rimasta lo stesso in mezzo a una strada. Poche cose sotto braccio, e nell’altra mano la piccola Beatrice. Dopo una settimana senza soluzioni dal municipio, gli attivisti hanno deciso di occupare uno stabile in via Altobelli, sulla Collatina. Si tratta di un edificio sequestrato alla banda della Magliana, al cui interno c’erano già armadi, letti e reti. Attualmente ci vivono 20 persone in occupazione. Per Raffaella una casa dignitosa era necessaria anche per ottenere l’affidamento della figlia. La signora Ferraro è una delle persone con 10 punti per l’alloggio popolare. Dopo un anno di occupazione, il municipio si è impegnato a prendersi carico del suo caso. “Ma ormai sono finita in un imbuto – dice – non sarà mai come una casa vera e se anche ci fosse, continuo la lotta per le altre donne nella mia situazione”. E sul percorso che l’ha portata a essere una senza tetto, pesa come un macigno la lentezza della giustizia. “Se il processo civile per il licenziamento non fosse ancora in corso, io probabilmente non sarei qui”, dice davanti a Beatrice. La piccola è felice perché con l’aiuto della parrocchia è diventata una scout. E ripete: “La coccinella è sempre contenta, sempre ordinata, sempre ubbidiente….” (rc)
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Due figlie e 600 euro al mese, vive in una ex fabbrica occupata sulla Prenestina

01/03/2010
13.54
CASA

Storie di madri italiane sole che vivono negli stabili dei movimenti di lotta per la casa. Tatiana, 28 anni, fa la commessa e sta a Metropoliz. “Almeno qui le mie figlie sorridono e io mi sento libera”

Roma – La libertà dentro una vecchia fabbrica occupata. Varcata la soglia di casa, Tatiana, giovane donna romana di 28 anni e le sue due bimbe, Melany e Maya di 8 e 6 anni, entrano nel loro mondo fatto a colori pastello, tra rose e girasoli, e si chiudono alle spalle la vita grigia di fuori. Una cucina accogliente, una camera da letto con il televisore, un bagno. Sulle pareti e sulle porte hanno disegnato fiori. In tre mesi, Tatiana, con l’aiuto di un amico, è riuscita a creare una casa vera per le sue figlie. “Abbiamo anche l’acqua calda”, afferma orgogliosa. Nella stanza accanto è rimasto uno spazio con i calcinacci e il cemento nudo. Un contrasto impressionante tra il prima e il dopo. Tra il degrado e la vita di una famiglia a suo modo felice. Vivono a Metropoliz, in zona prenestina Tor Sapienza. Un ex impianto industriale della Fiorucci, costruito negli anni Sessanta e abbandonato da dodici anni, che a marzo 2009 è stato occupato dai ‘Blocchi precari metropolitani’. Il proprietario doveva farci un hotel di lusso, ma non ha ottenuto il cambio di destinazione d’uso. La casetta di Tatiana si trova in una delle vecchie foresterie per i pendolari che lavoravano nel salumificio.

Ogni mattina, Tatiana, Melany e Maia escono dal loro piccolo sogno costruito a fatica. Attraversano il cortile di Metropoliz e i suoi murales con le scritte che incitano alla lotta per la casa, e superato il cancello chiuso con il catenaccio, si immergono nella quotidianità. Le bambine vanno a scuola, la mamma fa la commessa in un negozio di abbigliamento di proprietà di sua cugina. Tutti i giorni, compresa la domenica, con orario 9-13 e 16.30 – 19.30. Paga:600 euro al mese. “Ma tanto di meglio non trovi – dice Tatiana – almeno così posso portarmi dietro le figlie quando escono da scuola, non potrei pagare una bambinaia”.

Minuta, occhi grandi, un sorriso deciso. Tatiana ha scelto la via dell’occupazione per chiudere i ponti con il passato e iniziare a costruire la felicità per le sue figlie. Alle spalle, una storia di violenze domestiche. Si è sposata 8 anni fa, dopo la nascita della prima figlia. Suo marito faceva il pizzaiolo e con lo stipendio non riusciva a pagare un affitto nella capitale. Così hanno vissuto per cinque anni a dai genitori di lui. Probabilmente la frustrazione per non riuscire a dare una sistemazione autonoma alla sua famiglia, ha portato l’ex marito di Tatiana sulla strada della tossicodipendenza. Ancora oggi entra ed esce dalle cliniche e dalle comunità di recupero. “Era una persona dolce prima, ma è finito a fumare cocaina, ha perso il lavoro, è diventato violento e mi minacciava”, racconta. Comincia un incubo e passano 4 anni prima che lei trovi il coraggio di andare via di casa. “I miei genitori sono separati e mio padre mi ha chiuso la porta in faccia tanti anni fa – continua – sono tornata a vivere da mia madre per sei mesi, ma la situazione era insostenibile, perché lei si è risposata e ha tre figli di cui uno della stessa età di Melany”. Anche così, non avendo subìto una sfratto, non raggiunge i 10 punti per l’alloggio popolare. “Sette punti per me”, conferma. Infine l’approdo allo sportello di via dei Castani dei blocchi precari metropolitani, indirizzata da una parente. Si è unita al popolo dei picchetti per il diritto all’abitare e ha raggiunto Metropoliz. La sua vita la riassume così: “Pure dentro una fabbrica, almeno vedo le mie figlie sorridere, sono tranquille e io mi sento finalmente libera”.(raffaella cosentino)
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“Verità nascoste” Giulietto Chiesa presenta la rivista COMetA allo Spazio daSud

MERCOLEDÌ 24 MARZO – ORE 19
Spazio daSud
via Gentile da Mogliano 168-170 (zona Pigneto), Roma

Interverranno:

Giulietto Chiesa – direttore COMetA
Glauco Benigni – massmediologo
Roberto Seghetti – giornalista economico
Introduce: Danila Cotroneo – Associazione daSud
Modera: Raffaella Cosentino – Associazione daSud

Al termine del dibattito verrà proiettato il film documentario Zero – Inchiesta sull’11 settembre, tratto da un’inchiesta giornalistica di Giulietto Chiesa, Franco Fracassi e Paolo Jormi Bianchi.In occasione dell’uscita del terzo numero di COMetA, “Verità nascoste”, lo Spazio DaSud ospita una serata di presentazione del trimestrale di critica della comunicazione diretto da Giulietto Chiesa e nato grazie alla collaborazione tra Legambiente, Megachip e Pentapolis, associazioni che da anni operano rispettivamente per la tutela dell’ambiente, la democrazia della comunicazione e la responsabilità sociale.

L’iniziativa sarà occasione di riflessione e confronto su diversi aspetti della crisi mondiale e in particolare sulla crisi dell’informazione e su quella ambientale.
Il fallimento della Conferenza di Copenhagen, infatti, è l’altra faccia della crisi finanziaria, frutto della cieca volontà d’accaparramento delle classi dirigenti del Pianeta. Le verità drammatiche che si vogliono nascondere irrompono con gli operai che salgono sui tetti, con gli immigrati che si ribellano al razzismo dilagante e con le iniziative di un vasto movimento d’opinione in difesa delle libertà costituzionali, insidiate da uno scoperto disegno sovversivo in gestazione nella maggioranza parlamentare del nostro Paese.

Per informazioni:

Redazione COMetA
Via Alessandro Serpieri, 7
Tel. 06.32120126
redazione@cometa-online.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
http://www.cometa-online.it

Guerra all’informazione

Mercoledì 24 marzo 2010

ore 12, Associazione Stampa Romana, piazza della Torretta 36, Roma

“La prima vittima di una guerra è sempre la verità”

L’Associazione Stampa Romana promuove un incontro sullo stato dell’informazione di guerra e la presentazione di un documentario con le testimonianze dei giornalisti che hanno lavorato nella striscia di Gaza.

‘Gaza: guerra all’informazione’

– Durante l’operazione militare israeliana Piombo fuso hanno perso la vita in sei, per mostrare al mondo la guerra che Israele non voleva venisse raccontata. Negli stessi giorni sono stati coinvolti, subendo intimidazioni anche fisiche, nei regolamenti di conti interni tra i partiti rivali Fatah e Hamas. Ma anche oggi, che il conflitto è terminato, i giornalisti palestinesi denunciano meno libertà e maggiori controlli. Perché, che sia condotta da Israele, Hamas o Fatah, a Gaza la guerra all’informazione continua –

Nel dibattito a seguire: come si lavora in aree di crisi? Quali sono le difficoltà di chi fa e riceve informazione? Dalla Palestina al Libano, da Israele all’Iran

Interverranno:
Annamaria Selini, giornalista freelance, autrice del documentario
Paolo Butturini, segretario di Stampa Romana
Natalia Marra, presidente della Consulta Freelance
Giuliano Gallo, inviato del Corriere della Sera
Antonella Vicini, giornalista freelance
Modera: Cristiano Tinazzi, direttore della rivista ‘Altri’

Badolato e Riace, l’dea dell’accoglienza e lo sforzo dell’integrazione

Sono i due comuni calabresi al centro della storia de ‘’Il Volo’’, la docu-fiction di una decina di minuti diretta da Wim Wenders. E della prima legge regionale sul ripopolamento dei borghi con i profughi

BADOLATO (Cz) – Due storie sull’incontro tra diversi Sud del mondo, sui problemi e l’importanza della convivenza e della solidarietà. Ripopolare le case del borgo, svuotate dall’emigrazione degli ultimi cinquant’anni, ospitandovi i profughi arrivati con le carrette del mare. Fu questa l’idea che nel 1996 venne all’allora sindaco di Badolato, Gerardo Mannello, e a un comitato di suoi cittadini, quando, a una decina di chilometri di distanza, sulla spiaggia di Santa Caterina dello Jonio, nella notte del 26 dicembre, approdò la nave Ararat con il suo carico di quasi mille curdi in fuga dalle persecuzioni etniche. Fu il più grosso sbarco mai avvenuto nel sud Italia. Così Badolato balzò agli onori delle cronache per la sua solidarietà, dopo essere stato per tanti anni “un paese in vendita”, a causa della mancanza di abitanti. Venne aperto un piccolo ristorantino curdo, “L’Ararat” appunto e si fecero manifestazioni nei comuni della zona che mescolavano cultura e cucina curda con quella calabrese. Il gesto spontaneo di accoglienza di Badolato è stato il primo e per lungo tempo anche l’unico in Italia. Tuttavia, l’esperimento in questo comune non ha retto al passare degli anni. Un po’ perché il progetto migratorio dei curdi era di arrivare in Germania, dove la loro comunità è molto radicata, un po’ perché raggiungere il nord Europa era più semplice per gli immigrati quindici anni fa. Ma anche perché, nonostante i cospicui finanziamenti stanziati dal governo (ministro dell’Interno era Giorgio Napolitano che visitò i curdi a Badolato), non si riuscirono a creare le opportunità di lavoro e di insediamento per oltre 400 profughi. Né forse a coinvolgere tutta la comunità locale in progetti integrati con i nuovi arrivati. L’architetto Francesco Criniti fu tra i promotori di una petizione firmata alla fine degli anni Novanta da circa 350 persone. “Centinaia di curdi hanno vissuto per almeno un anno in condizioni igieniche indegne all’interno di un ex edificio scolastico – ricorda Criniti – per questo quasi tutti gli abitanti del borgo firmarono per cambiarne la sistemazione oppure mandarli via. Non ce l’avevamo con loro, dicevamo solo che non era giusto lasciarli in quellla situazione”. Risultato fu che in breve tempo la scuola venne chiusa e i curdi destinati ad altri centri di accoglienza in Calabria. Di quell’esperienza a Badolato resta la sede del Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) con una quindicina di rifugiati e richiedenti asilo di varie nazionalità con progetti per il loro inserimento, secondo il numero di posti stabilito dallo Spraar. Dice la coordinatrice Daniela Trapasso “altri 15 sono rimasti a Badolato alla fine dei progetti e una trentina di curdi vivono ancora nella frazione marina del comune”. Tuttavia, non si è riusciti nell’obiettivo finale di ripopolare il borgo con i nuovi arrivati.
Di questa esperienza ha fatto tesoro l’attuale sindaco di Riace, Domenico Lucano, che è riuscito a vincere per ben due volte le elezioni proprio perché ha convinto i suoi concittadini della bontà del progetto di ridare vita al paese in collina accogliendo i rifugiati. E la sua stessa comunità lo ha premiato conferendogli la fascia di primo cittadino nel 2004 e riconfermandogli la fiducia lo scorso giugno. L’idea Lucano l’ha presa da Badolato, comprendendo che essere solidali poteva creare un valore economico. “Dopo decenni di piani di sviluppo selvaggi con l’abbandono delle colline per una devastazione edile e ambientale della costa, mi aveva colpito l’idea di fare dell’arrivo di disperati la chiave per cambiare le cose, un’occasione per riscoprire la vita comunitaria”. Così, racconta il sindaco, con altri due amici iniziò, alla fine degli anni Novanta una sperimentazione spontanea a Riace, sempre con i profughi curdi, che nel frattempo continuavano ad arrivare sulla costa a bordo di barconi. Nonostante l’impegno, anche a Riace di curdi interessati dai progetti dal 1998 al 2001 non ne sono rimasti molti, solo due o tre famiglie. Quasi tutti gli altri sono ripartiti per il nord Europa. Ma Lucano non si è fermato qui, con la sua idea di un “piano regolatore a crescita zero perché prima di costruire si devono riempire le case lasciate vuote” ha vinto alle urne. Dal 2001 Riace è nel sistema Sprar con Badolato e Isola Capo Rizzuto. In seguito si sono aggiunti Carfizi, Cosenza e Acri. L’anno scorso per l’emergenza Lampedusa, Riace ha coinvolto anche i comuni vicini di Stignano e Caulonia, dove però non c’era l’esperienza maturata negli anni. Oggi a Riace borgo ci sono 100 persone con asilo politico o protezione umanitaria su 700 abitanti. 26 di loro sono bambini. Sono curdi, serbi, libanesi, palestinesi, eriteri, etiopi, somali e ghanesi. A fine Ottobre arriveranno altri 200 palestinesi di un campo profughi al confine tra Siria e Iraq. “A quel punto avremmo raggiunto il massimo, non potremo prenderne altri”, dice Lucano. Accoglienza e turismo, botteghe equo-solidali, tavernette e laboratori di ceramiche e tessitura. In questi progetti lavorano gli immigrati e circa 15 giovani di Riace, altrimenti disoccupati. “Con la vittoria alle elezioni del 2004 del gruppo promotore delle iniziative, le attività diventano stabili e inizia la ristrutturazione del paese” spiega Gianfranco Schiavone, giurista dell’Asgi, triestino ed ex consulente della giunta Illy. Da questa esperienza è nata una legge regionale, la prima nel suo genere in Italia, nel tentativo di farne un esperimento sociale ripetibile. Si finanziano progetti che possono essere presentati solo dai comuni per iniziative pluriennali con alla base un’idea per creare sviluppo accogliendo i rifugiati. La legge rimane tuttavia simbolica perché manca il piano attuativo e rischia di restare lettera morta se non lo si approva prima della fine della legislatura. A valutare le proposte è l’amministrazione regionale, sulla base del parere di un comitato di 5 garanti, di cui fanno parte un rappresentante dell’Acnur e 4 esperti di immigrazione ed economia solidale. Su tutta la vicenda dei nuovi residenti della locride sta lavorando anche il documentarista Vincenzo Caricari, già autore di ‘La guerra di Mario’ sull’impegno antimafia di Mario Congiusta dopo l’uccisione del figlio Gianluca, un giovane imprenditore di Siderno che non si era piegato alle richieste estorsive indirizzate al futuro suocero. Caricari segue da mesi con la sua videocamera l’interazione tra tutte queste culture diverse e i vecchi abitanti del paese. Grazie a Riace la locride, notoriamente terra di ‘ndrangheta e di delitti impuniti, risolleva la sua immagine e le sue sorti. Di certo al sindaco Lucano, del partito “della sinistra immaginaria, quella che non esiste”, come dice lui, non mancano le trovate originali. Ha accolto Wenders e la sua troupe con tre somarelli in piazza, che solitamente usa per la raccolta differenziata porta a porta. Su ognuno un cartello “noi la differenza la facciamo solo dei rifiuti”. È la politica di Riace contro i respingimenti. (raffaella cosentino)

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Pubblicato il 21 settembre 2009

Il realismo di Wenders: il regista e l’incontro con un bambino afghano a Riace

Diventa una docu-fiction ‘’Il Volo’’, ultima opera del regista tedesco, girata in Calabria. Il genio del cinema commosso dal vissuto dei rifugiati: “Mi si è spezzato il cuore, qui l’utopia è vera”. La rivoluzione della vita reale in 3D

RIACE (Rc) – Dalla favola alla realtà. Dal cortometraggio alla docu-fiction. Il backstage de “Il Volo” è a sua volta una storia da raccontare. Protagonista Wim Wenders e la sua sensibilità di genio del cinema che, arrivato in Calabria per girare secondo un copione, lo ha completamente stravolto dopo aver conosciuto i rifugiati che vivono a Riace. Dopo aver incontrato lo sguardo di un bambino afghano. Lo ha spiegato lui stesso con una lettera pubblicata da “Il Quotidiano della Calabria” al termine delle riprese. “L’idea di modificare la sceneggiatura mi è venuta pochi giorni fa sulla spiaggia di Scilla, quando il piccolo Ramadullah mi ha guardato negli occhi e mi ha chiesto: Verrai a Riace?”, scrive Wenders. “Insomma, quando ho visto i bambini veri, le persone vere il cuore mi si è spezzato. In confronto con quello che loro hanno dovuto sopportare la nostra storia mi è sembrata quasi irrilevante – continua la lettera – vengono da paesi lontani e adesso vivono qui, in Calabria. E’ strano, ma l’utopia che noi raccontiamo io l’ho vista viva, vera sui loro volti, molto più che nella nostra fiction. Da qui l’idea di aggiungere alla nostra storia un tocco di realtà”. Dice ancora il regista: “Ma c’è un altro motivo importante che mi spinge a modificare il racconto: stiamo girando in 3D e allora mi sono chiesto: cosa c’è di più rivoluzionario che raccontare la vita reale in 3D? Non è mai stato fatto finora”. A far cambiare idea a Wenders è stata un’esigenza di “più realtà, più verità”. Gli otto minuti de “Il Volo”, che potrebbero diventare il doppio in fase di montaggio, sono un concentrato di umanità, con alla base il tema chiave della convivenza.“Sono convinto che in futuro gli uomini dovranno vivere insieme, condividere. Altrimenti sarà la fine per tutti!Vivere insieme è molto meglio che morire insieme..” Con queste parole, il regista di “Paris, Texas” si congeda da Riace e Badolato, i due comuni della costa jonica calabrese protagonisti delle storie di accoglienza a migranti e rifugiati sbarcati sulla costa calabrese e a Lampedusa. Un viaggio che ha arricchito in primis lo stesso Wenders, il quale, nel confronto con la realtà calabra ha cambiato la sua opera nel corso dei dieci giorni di lavorazione. Così “Il Volo” è diventato una docu-fiction di una decina di minuti e non più un cortometraggio, grazie all’inserimento di interviste ai piccoli rifugiati afghani che vivono a Riace e al sindaco del comune della locride, Domenico Lucano, che da dieci anni si occupa dell’integrazione dei migranti. In origine era una favola, protagonisti un sindaco e un bambino che decidono di accogliere gli extracomunitari per ripopolare il paese abbandonato in seguito all’emigrazione degli abitanti originari. La sceneggiatura scritta da Eugenio Melloni era nata da un fatto di cronaca realmente accaduto, vale a dire l’accoglienza a Badolato dei mille curdi sbarcati con la nave Ararat nella notte del 26 dicembre 1996 sulla spiaggia di un altro comune della zona, S.Caterina dello Jonio. La maggiorparte delle riprese ha avuto come location proprio Badolato, tranne per la scena dello sbarco, girata a Scilla per rispettare il copione che parlava di un paese a picco sul mare.
Inaspettatamente gli ultimi ciack sono stati a Riace, dove Wenders ha voluto inserire anche un momento di gioia, con tutti gli immigrati e gli abitanti del paese che dai vicoli corrono convergendo nella piazzetta centrale in un abbraccio al primo cittadino Domenico Lucano, al centro della scena. Poco dopo, al regista è stata conferita dal sindaco la cittadinanza onoraria. Una conclusione da ‘favola vera’, dopo che l’incontro tra Lucano e la troupe alcuni giorni prima sul set a Scilla non era stato dei migliori. Il sindaco infatti si era battuto per fare avere un compenso ai rifugiati che lui stesso aveva accompagnato sulla spiaggia per la scena dello sbarco portandoli all’alba con due autobus dalla costa jonica a quella tirrenica. La produzione infatti non aveva previsto di pagare le comparse, né quelle italiane né gli stranieri. Ma grazie alle proteste di Lucano, i ‘suoi’ rifugiati hanno ottenuto una piccola somma come rimborso per la fatica di avere atteso con i bambini sulla spiaggia per un giorno intero. (raffaella cosentino)
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pubblicato il 21 settembre 2009

Rifugiati attori nel corto di Wenders

In una scena si simula uno sbarco sulle coste calabresi. L’incontro del regista con i piccoli afghani di Riace cambia la sceneggiatura. Lo sceneggiatore Melloni: “Vogliamo porre un argine all’alzata di muri nel nostro paese”
BADOLATO (Cz) – “Quanto è durato il tuo viaggio?” “ Poco, solo un anno”. È la risposta data da Hamadzai Ramadullà, un bambino afghano di dieci anni a Wim Wenders e alla sua troupe, quando si sono incontrati a Scilla sul set dell’ultima fatica del regista tedesco, il cortometraggio dal titolo “Il volo” sull’accoglienza dei migranti in alcuni paesi della costa jonica calabrese. “Non avevamo un’idea precisa di cosa volesse dire essere dei rifugiati – racconta il produttore bolognese Mauro Baldanza – quando abbiamo conosciuto sulla spiaggia di Scilla i rifugiati venuti da Riace, ci siamo resi conto delle violenze che hanno subìto queste persone e dell’importanza dell’accoglienza così com’è concepita in Calabria, in piccole comunità gestibili”. Nel film i migranti interpretano se stessi. Uno sbarco è stato simulato sulla spiaggia di Scilla, perché secondo copione, l’arrivo dei profughi avviene in un paese a picco sul mare. La location principale è stata però a Badolato, in provincia di Catanzaro, sul versante opposto della Calabria, quello jonico.
“Wim ha capito i profughi guardandoli negli occhi e ce li ha fatti sentire vicini con poche, semplici parole – continua Baldanza – Prima sapevamo di lavorare per una causa giusta, oggi lo sentiamo”. La finalità sociale dell’opera è sottolineata anche dallo sceneggiatore, Eugenio Melloni, che ha tirato fuori dal cassetto un soggetto scritto anni fa dopo aver letto sui giornali la storia di Badolato e dei curdi ospitati al borgo in abbandono. “E’ una scelta in controtendenza rispetto a quanto accade oggi nel nostro paese – dice Melloni – una decisione dettata dal buon senso, non da ragioni ideologiche o di sicurezza, che si basa sulla considerazione che anche i nostri emigranti colmavano posti lasciati vacanti”. Tanto tempo è passato da quando lo sceneggiatore scrisse questa storia, i cui protagonisti sono un vecchio sindaco e un bambino. “Mi interessava ricordare che anche il Sud nel dopoguerra è stato fortemente colpito dall’emigrazione, è una cosa che fa parte del nostro Dna e un vecchio lo interpreta perché l’ha vissuto anagraficamente”, dice Melloni, “mentre attraverso lo sguardo dei bambini ci sembra più facile accettare l’altro”. Così, l’autore del soggetto si augura di “porre un argine all’alzata di muri nel nostro paese, perché le cose sono peggiorate rispetto a dieci anni fa e l’atteggiamento prevalente oggi rende questa favola ancora più attuale”. Sempre secondo Melloni “Wenders ha affrontato il soggetto con questo spirito: la convivenza è l’elemento cardine nel mondo”.
L’incontro con i piccoli afghani e libanesi, con le donne eritree ed etiopi e con i ghanesi passati dalle carceri libiche, sbarcati a Lampedusa la scorsa estate e approdati con i programmi di accoglienza a Riace, ha profondamente influenzato il lavoro di Wenders, che, pur partendo dalla favola dell’accoglienza, ha inserito sempre più dettagli della realtà dei viaggi della disperazione. Attraverso interviste ai rifugiati di Riace e, secondo indiscrezioni, sarebbe stato aggiunto un incubo fatto da uno dei protagonisti in cui gli immigrati invece di essere accolti, vengono respinti brutalmente. “Il cinema è una continua riscrittura e la sceneggiatura è una parte importante di essa , aperta a tutte le irruzioni possibili, sia quelle creative, sia quelle della realtà”, afferma Melloni. “Il Volo” è stato realizzato con dieci giorni di riprese e ha impegnato 140 persone tra attori e comparse per un costo complessivo di 183.700 euro iniziali. Un budget risicato che la produzione prevede salirà ancora. La Regione Calabria ha cofinanziato il progetto con 70mila euro. Il cortometraggio, che ha il patrocinio dell’Acnur sarà distribuito in tutte le sale stereoscopiche d’Europa e parteciperà alla Mostra del Cinema di Venezia l’anno prossimo, nella categoria riservata alle opere in 3D. Del cast fanno parte: Ben Gazzara nel ruolo del sindaco di Badolato, Luca Zingaretti che interpreta il prefetto, Giacomo Battaglia e Caterina Mannello nei panni della mamma del piccolo protagonista calabrese. (raffaella cosentino)
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pubblicato il 21 settembre 2009

Il Volo della verità, l’anteprima del film di Wenders

32 minuti contro il reato di clandestinità e i respingimenti in mare. Al centro della storia non c’è più Badolato ma Riace. Il Sindaco di Badolato, dopo la proiezione e la conferenza stampa, lascia la sala infuriato.

Ieri sera c’è stata l’anteprima del Volo di Wim Wenders. Roma, Casa del Cinema a Villa Borghese. C’era il regista, tutta la produzione, gli assistenti, la Regione Calabria che per ora ha la faccia di Agazio Loiero. Sicuramente un’abile operazione d’immagine a una settimana dal voto. Presenti varie personalità. Il sindaco di Riace Mimmo Lucano e in sala anche il primo cittadino di Badolato Giuseppe Nicola Parretta. Che a fine della proiezione e della successiva conferenza stampa è andato via addirittura infuriato. Tanto che mi stava quasi mandando al diavolo quando mi sono avvicinata per salutarlo tutta sorridente perché a me il film è piaciuto molto. A quanto mi è sembrato di capire, il sindaco di Badolato non condivide il lavoro finale di Wenders perché la storia è stata stravolta e al centro dell’opera non c’è più Badolato ma Riace.
Il paese, ex dei Bronzi ora dell’accoglienza, inizialmente non doveva proprio comparire. Solo i suoi nuovi cittadini rifugiati di ogni parte del mondo dovevano essere semplici ‘comparse’ sulla spiaggia di Scilla e per giunta non retribuite. Così non è stato. Perché quando il regista ha incontrato il piccolo afghano Ramadullah durante le riprese con Zingaretti, questo bambino gli ha detto: “noi, tutti i giorni facciamo 3 ore di pullman per arrivare sul set e veniamo qui per te, se ora tu non vieni a Riace non sei una persona seria”. Questa frase era profondamente vera. Ha colpito il regista fino a farlo stare male.
Wenders si è reso conto che c’era una storia di quindici anni fa, quella di Badolato e una di oggi, di questo momento. Così ha voluto dare spazio alla seconda. “Le persone sono sempre più importanti delle storie”. In questa frase detta da Wenders durante il film c’è davvero il mondo. E’ una riflessione sul cinema, sul 3D, sulla finalità sociale e politica dell’arte. Potremmo parlarne per ore. Ma non è questo che mi preme sottolineare su GilBotulino.
Scrivo questa pagina per parlare direttamente ai badolatesi e al loro sindaco. Detto che Il Volo non è più un corto di 9 minuti, ma un vero film di 32 minuti. Detto che la prima opera d’autore in 3D al mondo basata su una storia vera e una delle prime girate in Italiaè un film contro il reato di clandestinità e contro i respingimenti in mare (questa non è una mia interpretazione, sono le parole di Wenders all’interno del film), passiamo a Badolato.
Come si sviluppa la pellicola? Badolato non è più al centro, ma fa da cornice, sta all’inizio e alla fine. E qui la cornice è importante quanto la storia centrale. Il regista non ha sconfessato il suo lavoro, l’ha modificato in corso e ce ne ha resi partecipi tutti. Con lo stesso candore delle parole di quel bambino afghano.
Si comincia con lo sbarco degli immigrati sulla spiaggia di Scilla che per un sapiente gioco cinematografico rende l’idea che Badolato sia esattamente a picco sul mare. Sulla spiaggia c’è il prefetto (Zingaretti) che trova in mano ai profughi dei volantini gialli, su cui c’è scritto in quattro lingue ‘Benvenuti a Badolato’. Gli immigrati dicono che gli sono povuti dal cielo. Zingaretti guarda in alto e si vede Badolato. Il bambino calabrese, Salvatore Fiore, con indosso la maglia di Kakà, comincia a fare il messaggero tra il prefetto sulla spiaggia e il sindaco Ben Gazzara in comune. Il sindaco di Badolato ha riunito tutto il consiglio comunale (e riconosciamo anche Liberto). Nella seduta straordinaria decide: “abbiamo case per duemila persone e qui siamo rimasti 350, tutti vecchi e un bambino che non ha nessuno con cui giocare, gli diamo le case”. Il bambino corre dal prefetto e gli comunica che in paese ha riaperto anche l’asilo. Conta i bambini sulla spiaggia e pensa “vai, si gioca!”. Il prefetto sarà irremovibile e i bambini con tutti gli sbarcati saranno portati via. Ma all’arrivo del barcone successivo, c’è sempre Ben Gazzara su un deltaplano a motore che va a lanciare i volantini di benvenuto. Ora capiamo perchè si chiama “Il Volo”.
Innanzitutto, un grazie perchè in questo film riusciamo a vedere una Badolato da sogno, immaginando come sarebbe se fosse a picco sul mare. E in tutto il mondo penseranno che lo sia. Ma al di là di questo escamotage, devo dire che mi hanno profondamente emozionata le riprese della vera Badolato. Che ha anche scorci e angoli più belli di quelli che si vedono nel film. Tuttavia, il modo delicato in cui sono svolte le riprese, l’occhio della cinepresa che si posa dolcemente sui gradini di pietra, mentre Salvatore fa su e giù per il paese, mi hanno fatto vedere il borgo da un’angolazione diversa. E penso che questo acquisire un nuovo punto di vista non abbia prezzo.
L’occhio di un grande regista si è posato sui muri secolari e sulle strade di Badolato. Ha spaziato sui tetti dalla torre dell’orologio. E ha lasciato una traccia indelebile. Una certa emozione c’è anche quando si vede la targa “municipio di Badolato”. A questo punto si inserice Wenders protagonista. Lo vediamo in fase di montaggio, alle prese con il girato. E qui racconta di Ramadullah, del suo incontro sulla spiaggia, e della decisione di raccontare la straordinaria avventura del “coraggioso sindaco di Riace Mimmo Lucano” (parole sue). Il momento è toccante. Perché riesce bene a comunicarci quanto sarebbe triste e brutta Riace senza i suoi nuovi abitanti da ogni parte del mondo.
C’è anche la ‘ndrangheta. Che è due fori di proiettile sulla vetrata dell’associazione fondata dal sindaco Lucano per gli immigrati. Il tentativo di chi trama nell’ombra per bloccare ogni forma di libertà e di sviluppo. Ma anche la risposta di un murales in piazza a Riace: “contro la ‘ndrangheta ni tingimu i mani”.
Dopo avere sentito le storie dei piccoli abitanti, come Elvis, Dennis e Valentino, i tre bimbi rom serbi. E quella di Ramadullah, che racconta di avere visto i Talebani bruciare la sua casa, in cui ha perso la sua famiglia, torniamo a Badolato. Nel finale il sindaco Ben Gazzara, doppiato da Giancarlo Giannini, racconta il suo incubo: gli immigrati invece di accoglierli li respingiamo.
Sicuramente quest’opera, per gli spunti che ha, finirà negli annali della storia del cinema. E Badolato ne farà parte a tutti gli effetti. Il ritorno di immagine, per essere co-protagonista in una storia così commovente, penso sarà grande. E’ vero che purtroppo è stata tagliata la parte con Caterina Mannello. Mi dispiace, anche se l’artista badolatese viene ricordata nei ringraziamenti finali. Però la storia così è più lunga, più bella, più diretta e forte. E’ diventata l’incontro tra un regista e un bambino. Il racconto di un genio del cinema che dice a tutto il mondo: “ok, mi sono sbagliato”. E cambia tutto solo per le parole vere di un bambino. Chi di noi lo avrebbe fatto, portando il cambiamento fino in fondo? E’ una prova di coraggio e di verità a tre dimensioni. La verità è sempre la cosa giusta. Questa è la lezione di Wenders con Il Volo. Dobbiamo valorizzarla e non averne paura. Per dircelo, il film parte dalla finzione, poi rompe tutto e va sulla realtà personale del regista, dei profughi e del sindaco di Riace, infine ritorna a una doppia finzione (incubo e fiction) per raccontarci la realtà incomprensibile dei respingimenti in mare.
“Adesso che il filmè fatto, quella piccola fiction mi piace ancora”, ha detto in conferenza stampa Wenders riferendosi al soggetto originale, al primo progetto. E infatti quella parte nonè stata eliminata. E’ lì a rivendicare il suo ruolo in questa storia, che è innanzitutto l’incontro tra un grande regista e la nostra Calabria.
Spero di cuore che questo film porti tutto il bene possibile a Badolato e a Riace. Lo dico con gli occhi di chi ha visto e vissuto per mesi l’emergenza umanitaria di Rosarno. Di chi è precipitata per mestiere nell’inferno dei dormitori lager della Piana di Gioia Tauro, dove ha visto dei calabresi massacrare gli africani. Confermo che la Calabria è una terra profondamente artistica, perché è bella e feroce al tempo stesso. Sono felice che Wenders abbia realizzato questa opera, che forse continuerà. Mi auguro che qualcuno faccia lo stesso per Rosarno. Un’altra storia di cui c’è necessità si parli con altrettanta forza artistica. Per dare il giusto riconoscimento alla rivolta degli africani contro i Pesce e i Bellocco. Immigrati nuovi schiavi in marcia per i diritti umani. Come è raccontato nel libro di Antonello Mangano, sia nella prima edizione “Gli africani salveranno Rosarno” (edito da Terrelibere), sia nella seconda stesura per Bur, dal titolo “Gli africani salveranno l’Italia”.
E infine ringrazio il sindaco Parretta, perché il suo scatto di collera di ieri sera alla Casa del Cinema è stato fondamentale per decidermi a scrivere questa lettera ai badolatesi. Desidero che cambi idea e capisca il valore di questa pellicola. Che a Badolato si facciano grandi proiezioni pubbliche del film.
Spero che presto anche sui muri di Badolato e di Isca qualcuno scriva: “abbasso la mafia”. E che le piazze dei nostri paesi, invece che a un castello che non c’è, vengano intitolate alle vittime innocenti delle ‘ndrine. Sui muri ci saranno altri murales come quello di Riace e ai nostri discendenti potremo dire “c’era una volta la ‘ndrangheta”. In questo momento sono buonista, come Il Volo. Ma ogni tanto ci vuole. Come dice Wenders: “siamo realisti, puntiamo all’utopia”. Grazie per la pazienza se avrete letto fino a qui. Cosa si può volere di più dalla vita? Un Lucano.

Di Raffaella Cosentino
Copyright: http://www.gilbotulino.it

la locandina del film

Locri, la famiglia Carbone restituisce i certificati elettorali per la quarta volta

17/03/2010
13.14
MAFIE

La protesta motivata in una lettera al prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta: “Da 5 anni e 6 mesi nessuna giustizia”. Massimiliano Carbone, 30 anni, imprenditore incensurato fu ucciso a Locri nel 2004, un delitto rimasto impunito

LOCRI (Rc) – A cinque anni e mezzo dall’agguato in cui perse la vita Massimiliano Carbone, 30 anni, imprenditore incensurato, la sua famiglia restituisce per la quarta volta i certificati elettorali al prefetto, denunciando la mancanza di riposte giudiziarie per un delitto rimasto impunito. “Per coerenza di una determinazione molto sofferta – scrive Liliana Carbone , mamma di Massimiliano – rinuncio consapevolmente ad esercitare i miei doveri e i miei diritti di cittadina italiana in occasione delle elezioni Regionali”. Liliana Esposito Carbone è impegnata da anni in una battaglia civile solitaria, condotta in tutte le piazze e presso ogni istituzione locale e nazionale, per chiedere che gli assassini di suo figlio e di tanti giovani della Locride abbiano un volto e un nome. Dallo scorso settembre va in giro per la città con la foto di suo figlio attaccata al collo e in passato ha messo in atto proteste eclatanti, come quella di incatenarsi davanti al tribunale.

“Da 5 anni e 6 mesi nessuna Giustizia, ed invece silenzio e indifferenza dopo tante promesse di ascolto , di approfondimento, di intervento di impulso alle indagini”, denuncia la madre coraggio di Locri. A due settimane dalla tornata elettorale che dovrebbe indicare la nuova classe dirigente della Regione, rinunciando a esercitare il diritto di voto, la famiglia Carbone si esprime per bocca di Liliana, madre, nonna e maestra di Locri. “M’impongo di non indignarmi per le rapidissime ed efficienti modalità di accoglienza, da parte delle Procure, di altre istanze di Giustizia nel territorio della Locride, a fronte delle inaccettabili insufficienze investigative sulla morte violenta di mio figlio”, scrive nella lettera indirizzata al nuovo prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta. “Mi avvilisco davanti alle blandizie ipocrite di alcuni politici, e sono addolorata inoltre per la mancanza di quella carità evangelica che la chiesa locale proclama “, continua la missiva, denunciando il forte isolamento che circonda il caso Carbone e i suoi familiari, esposti nella ricerca della verità sull’omicidio di Massimiliano.
Nella lettera, Liliana Carbone ricorda che “ se la credibilità dello Stato e delle Istituzioni si difende nell’assicurare i rei alla Giustizia, queste parole dette dal Prefetto Luigi De Sena, sono rimaste fino ad oggi solo una bella grafia su carta intestata”. Massimiliano Carbone è morto a Locri il 24 settembre del 2004 per le ferite riportate una settimana prima, il 17 settembre, in un agguato al rientro nel cortile di casa, dopo una partita di calcetto. Il giovane imprenditore era incensurato. Il suo corpo fu esumato il 5 aprile del 2007 nel corso delle indagini. Il caso è stato archiviato. Una sola la pista seguita dagli inquirenti che avevavo iscritto nel registro degli indagati un vicino di casa, dalla cui moglie Massimiliano ha avuto un figlio, secondo quanto stabilito dal test del Dna e dal Tribunale dei Minori. L’uomo indagato aveva un alibi e non è stato provato un suo coinvolgimento nel delitto dalle modalità di stampo ‘ndranghetista. Il bambino vive ancora con la famiglia della madre. Nella lettera, Liliana Carbone sottolinea di chiedere giustizia anche per il nipote “bambino orfano bianco”. (raffaella cosentino)
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