Locri, la famiglia Carbone restituisce i certificati elettorali per la quarta volta

17/03/2010
13.14
MAFIE

La protesta motivata in una lettera al prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta: “Da 5 anni e 6 mesi nessuna giustizia”. Massimiliano Carbone, 30 anni, imprenditore incensurato fu ucciso a Locri nel 2004, un delitto rimasto impunito

LOCRI (Rc) – A cinque anni e mezzo dall’agguato in cui perse la vita Massimiliano Carbone, 30 anni, imprenditore incensurato, la sua famiglia restituisce per la quarta volta i certificati elettorali al prefetto, denunciando la mancanza di riposte giudiziarie per un delitto rimasto impunito. “Per coerenza di una determinazione molto sofferta – scrive Liliana Carbone , mamma di Massimiliano – rinuncio consapevolmente ad esercitare i miei doveri e i miei diritti di cittadina italiana in occasione delle elezioni Regionali”. Liliana Esposito Carbone è impegnata da anni in una battaglia civile solitaria, condotta in tutte le piazze e presso ogni istituzione locale e nazionale, per chiedere che gli assassini di suo figlio e di tanti giovani della Locride abbiano un volto e un nome. Dallo scorso settembre va in giro per la città con la foto di suo figlio attaccata al collo e in passato ha messo in atto proteste eclatanti, come quella di incatenarsi davanti al tribunale.

“Da 5 anni e 6 mesi nessuna Giustizia, ed invece silenzio e indifferenza dopo tante promesse di ascolto , di approfondimento, di intervento di impulso alle indagini”, denuncia la madre coraggio di Locri. A due settimane dalla tornata elettorale che dovrebbe indicare la nuova classe dirigente della Regione, rinunciando a esercitare il diritto di voto, la famiglia Carbone si esprime per bocca di Liliana, madre, nonna e maestra di Locri. “M’impongo di non indignarmi per le rapidissime ed efficienti modalità di accoglienza, da parte delle Procure, di altre istanze di Giustizia nel territorio della Locride, a fronte delle inaccettabili insufficienze investigative sulla morte violenta di mio figlio”, scrive nella lettera indirizzata al nuovo prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta. “Mi avvilisco davanti alle blandizie ipocrite di alcuni politici, e sono addolorata inoltre per la mancanza di quella carità evangelica che la chiesa locale proclama “, continua la missiva, denunciando il forte isolamento che circonda il caso Carbone e i suoi familiari, esposti nella ricerca della verità sull’omicidio di Massimiliano.
Nella lettera, Liliana Carbone ricorda che “ se la credibilità dello Stato e delle Istituzioni si difende nell’assicurare i rei alla Giustizia, queste parole dette dal Prefetto Luigi De Sena, sono rimaste fino ad oggi solo una bella grafia su carta intestata”. Massimiliano Carbone è morto a Locri il 24 settembre del 2004 per le ferite riportate una settimana prima, il 17 settembre, in un agguato al rientro nel cortile di casa, dopo una partita di calcetto. Il giovane imprenditore era incensurato. Il suo corpo fu esumato il 5 aprile del 2007 nel corso delle indagini. Il caso è stato archiviato. Una sola la pista seguita dagli inquirenti che avevavo iscritto nel registro degli indagati un vicino di casa, dalla cui moglie Massimiliano ha avuto un figlio, secondo quanto stabilito dal test del Dna e dal Tribunale dei Minori. L’uomo indagato aveva un alibi e non è stato provato un suo coinvolgimento nel delitto dalle modalità di stampo ‘ndranghetista. Il bambino vive ancora con la famiglia della madre. Nella lettera, Liliana Carbone sottolinea di chiedere giustizia anche per il nipote “bambino orfano bianco”. (raffaella cosentino)
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