Archivio per maggio 2010

“Cantieri Letali”, documentario sull’operaio licenziato per lotte sindacali

La storia di Salvatore Palumbo, ex operaio dei Cantieri Navali di Palermo, raccontata dalla freelance Francesca Mannocchi. Accuse ai sindacati palermitani di restare in silenzio davanti alla mancanza di tutele sul lavoro

Roma – Licenziato ingiustamente perché lottava per la sicurezza sul posto di lavoro ai Cantieri Navali di Palermo. E’ ciò che racconta “Cantieri Letali”, un documentario indipendente della giornalista free lance Francesca Mannocchi. La storia è quella di Salvatore Palumbo, ex operaio di Fincantieri nel capoluogo siciliano. Il filmato, ripercorrendo la vicenda, lancia accuse ai sindacati palermitani di non essere al fianco dei lavoratori, bensì al servizio degli imprenditori e di interessi poco chiari. Come nei casi di “sindacato giallo”.
Operaio scomodo per avere denunciato il degrado delle strutture e la mancanza di tutele per i lavoratori, Palumbo è impegnato da quattro anni in una battaglia legale con Fincantieri condotta da solo, senza il sostegno di alcuna organizzazione sindacale. L’operaio è stato licenziato con l’accusa di abbandono del posto di lavoro. “Per essere stato sorpreso di notte con l’intenzione di pescare, quindi non mentre effettivamente pescava ma solo perché aveva una canna richiusa in mano” spiega l’avvocato difensore Nadia Spallitta. “Sono state prese in considerazione le testimonianze di due vigilantes di Fincantieri che asserivano questa versione e non sono state accettate quelle di alcuni pescatori che si attribuivano la proprietà della canna da pesca”, continua il legale. Il giudice del lavoro del Tribunale di Palermo, l’11 marzo scorso, ha rigettato il reintegro di Palumbo in Fincantieri. Una sentenza che la Rete per la sicurezza sul lavoro ha definito “vergognosa” in un comunicato.

La mancanza di precauzioni prese per tutelare i lavoratori nei Cantieri Navali è venuta alla ribalta lo scorso 26 aprile quando sono stati condannati per le morti bianche da amianto nell’azienda palermitana tre ex amministratori di Fincantieri. Per omicidio colposo plurimo e lesioni gravi colpose sono stati condannati in primo grado dalla prima sezione del tribunale di Palermo Luciano Lemetti, con una pena di 7 anni e mezzo di carcere, Giuseppe Cortesi a 6 anni e Antonino Cipponeri a 3 anni. La sentenza stabilisce che i dirigenti della Fincantieri non hanno tutelato gli operai utilizzando per anni un materiale a basso costo come l’amianto, pur sapendo che era pericoloso per la salute. Sono stati 37 i morti nei Cantieri Navali per mesotelioma pleurico e asbestosi, malattie provocate dall’inalazione di fibre di amianto con cui erano quotidianamente a contatto per lavoro. Altri 24 operai sono ancora oggi ammalati e si sono costituiti parte civile nel processo, assieme ai familiari dei colleghi scomparsi. Risarcimenti milionari: 4,2 milioni di euro vanno solo all’Inail.
“Queste condanne dimostrano che la battaglia di Palumbo è una lotta di legalità – commenta l’autrice del documentario Francesca Mannocchi – ora per lui l’unica possibilità è ricorrere in Cassazione ma a Palermo non trova chi voglia difenderlo e soprattutto non ci sono cause collettive rispetto alla questione”. Nel suo lavoro, la giornalista ha inserito le riprese che mostrano il degrado, l’incuria e la mancanza di controlli ai Cantieri Navali. “Nelle mie giustificazioni scrivevo che i pescatori entravano indisturbati nel bacino del cantiere e così sarebbe potuto entrare chiunque, anche i latitanti” – afferma Palumbo sullo schermo. “Fincantieri è vittima di quel che succede attorno allo stabilimento – sostiene un altro operaio sindacalista intervistato – subisce l’influsso della mafia cittadina”.

Salvatore Palumbo, 36 anni, emigrato all’età di 17 a Bologna, dove ha lavorato come muratore, saldatore e carpentiere meccanico. “L’Emilia Romagna mi ha dato la professionalità e la cultura del lavoro. Sono cresciuto nelle fabbriche”, racconta. Nel capoluogo emiliano lavorava come operaia anche sua moglie Angela Arancio e avevano una piccola casa di proprietà. “Una bomboniera – spiega lei – piccola, compatta e graziosa”. Tornando ogni estate in vacanza a Palermo, matura la decisione di cercare lavoro in Sicilia. E arriva l’assunzione ai Cantieri Navali, dove avevano lavorato suo padre e i suoi parenti. Il tentativo di Palumbo è quello di portare la lotta sindacale appresa a Bologna anche dentro la più importante azienda palermitana: “Mi dicevano: il cantiere è così da cento anni, ora arrivi tu da Bologna e vuoi cambiare le cose?”. Il 2 settembre del 2004 muore un collega, Enzo Viola. “Un’emorragia cerebrale dopo un volo di 40 metri da una scala in vetroresina su cui si è staccato un gancio – dice Palumbo – stava salendo su una nave per avvisare i colleghi che lavoravano in condizioni di non sicurezza. Ha lasciato una figlia di pochi mesi e una moglie di 27 anni”. Da quel momento si intensificano le sue denunce. “Valvole di chiusura degli impianti che sembravano reperti bellici, gabinetti come cloache. Andai dal direttore del personale e chiesi come mai i sindacalisti non si fossero accorti di questa situazione. Lui mi disse: vola basso che ti tagliano le ali”. Dopo tre giorni il licenziamento. E in seguito due proposte di Fincantieri. La prima informale, fatta attraverso un sindacalista: 25mila euro e riassunzione a Genova. Un’altra durante il processo. 80mila euro lorde per chiudere la vicenda. Entrame rifiutate da Palumbo.
“Nessun sindacato è mai intervenuto per tutelarlo. Né durante il rapporto di lavoro, né per partecipare all’impugnativa di licenziamento, né per costituirsi parte civile”, sottolinea l’avvocato Spallitta. “Ho rotto un patto storico tra l’azienda e il silenzio dei sindacati” dice ancora Palumbo, al momento disoccupato con moglie e un figlio a carico. (rc)
(Vedi lancio successivo)

© Copyright Redattore Sociale

Cantieri Navali di Palermo: dalla dismissione al tentativo di intesa con la regione

LAVORO

I cantieri hanno oltre un secolo di storia. La battaglia isolata di Palumbo ricorda quella decennale del sindacalista Gioacchino Basile che nel 1997 portò a un’inchiesta per mafia della Procura di Palermo
ROMA – I Cantieri navali di Palermo hanno oltre un secolo di storia, fondati nel 1897 dall’imprenditore siciliano Ignazio Florio. Dal 1966 la proprietà passa alla società Cantieri Navali del Tirreno e Riuniti. Fincantieri subentra nel 1973. Si tratta dell’industria più importante della città e una delle più grandi di tutto il mezzogiorno. Le maestranze dei Cantieri Navali sono anche quelle che hanno costruito il monumento “ai caduti nella lotta contro la mafia” che si trova in piazza Tredici Vittime a Palermo. Una stele in acciaio corten disegnata dallo scultore Mario Pecoraino ed eretta nel 1983 per iniziativa del primo coordinamento antimafia dopo le uccisioni di Pio La Torre e di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nel cantiere navale di Palermo lavorano oggi circa 545 lavoratori di cui quasi 400 operai specializzati e 1300 nell’indotto interno. Di questi 545, quasi 200 sono in cassaintegrazione dal primo settembre. Da anni infatti il Cantiere è in fase di dismissione. Non arrivano nuove commesse dal 2007 e le ultime si esauriranno entro la fine dell’anno. A fine aprile gli operai avevano protestato bloccando i cancelli dell’azienda contro la cassaintegrazione di altri colleghi, che sarebbe stata comunicata solo al momento dell’ingresso in fabbrica. Lo scorso 21 maggio è stata raggiunta un’intesa tra la Regione, il Comune e i vertici aziendali per nuovi investimenti. Il protocollo definitivo e ufficiale dovrebbe essere firmato il prossimo 7 giugno. L’intesa si basa sulla disponibilità di Fincantieri di restare in Sicilia e della Regione a investire risorse per la riattivazione dei bacini di carenaggio da 19 e 52 mila tonnelate. La Regione sembra puntare di nuovo sull’industria navale, al suo posto non saranno costruiti i residence e gli alberghi previsti in un primo tempo. La vertenza riveste un ruolo importante per tutto il Meridione.
Sulla presenza della mafia nell’azienda fece luce un’inchiesta della Procura di Palermo che nel 1997 portò all’arresto dei mafiosi e dei loro complici. Le indagini nascevano da dieci anni di denunce dell’operaio e sindacalista Gioacchino Basile che per questo fu licenziato da Fincantieri. “Gioacchino Basile ha cominciato a denunciare la presenza mafiosa nel Cantiere nel 1987 e da allora ha vissuto un vera e propria via crucis, le cui stazioni principali sono state l’espulsione dalla CGIL, il licenziamento della Fincantieri e il forzato esilio lontano da Palermo, per sfuggire alla ritorsione mafiosa” scrive Umberto Santino del Centro Impastato in un dossier sul caso.

Nel passato dei Cantieri Navali c’è anche un ruolo di prima linea nel movimento antimafia dei lavoratori. Nel secondo dopoguerra, gli operai si opposero alla gestione mafiosa delle assunzioni e questo portò nel 1947 gli uomini del boss dell’Acquasanta Nicola D’Alessandro a sparare sugli operai ferendone due: Francesco Paolo Di Fiore e Antonino Lo Surdo. Tuttavia, negli anni più recenti, quelli di Basile, scrive ancora Santino: “ I mafiosi hanno spadroneggiato nel Cantiere gestendo i subappalti, ma ciò non sarebbe potuto accadere senza il consenso, e la convenienza, della Fincantieri”. Tutto nacque da un primo esposto che denunciava il ruolo dei mafiosi nel Cantiere alla Procura di Palermo, del maggio del 1987, firmato da 120 lavoratori. Successivamente Basile fu eletto nel Consiglio di fabbrica, ma la sua battaglia non divenne una lotta collettiva guidata dalla Fiom Cgil. Isolato dal sindacato, dal Partito Comunista (rimase senza risposta una lettera dei lavoratori ai dirigenti nazionali dell’allora PCI ) e anche dagli altri operai. “Per nulla scoraggiato dagli inquietanti silenzi che circondavano la mia battaglia civile; nel mese di maggio del 1989, scrissi e feci sottoscrivere ai miei compagni di lavoro, un accorato appello al Sindaco Leoluca Orlando” ricorda Basile nel suo blog. Un appello firmato da oltre 750 lavoratori. L’appello ebbe un’eco nazionale. Basile trasformò il giornale aziendale, “Dopolavoro Notizie”, in uno strumento di denuncia.

“Su “Dopolavoro Notizie” nel mese di agosto del 1989 denunciai lo scandalo delle tavole per ponteggi regalate attraverso fittizia documentazione al boss Vincenzo Galatolo” racconta ancora. Seguiranno minacce e intimidazioni. Ma le denunce di Basile non si fermarono. Il 2 novembre del 1989 organizzò, contro il parere del sindacato, un’assemblea sciopero ad oltranza per denunciare la presenza mafiosa dentro lo stabilimento navale, unitamente alla forte compromissione sindacale ed alla totale assenza Istituzionale. Il 26 maggio del 1990, vent’anni fa, durante una riunione del Consiglio di Fabbrica chiese le dimissioni dei segretari sindacali accusandoli di contiguità con la mafia. Nel luglio dello stesso anno Basile fu espulso dalla Cgil, con la motivazione di voler costituire un nuovo sindacato. Il sindacalista non si arrese: scrisse una lettera al presidente della Repubblica Francesco Cossiga, denunciò lo smaltimento irregolare di rifiuti tossici. Licenziato dalla Fincantieri e querelato per diffamazione, fu in un primo tempo reintegrato nel posto di lavoro dalla Pretura. Basile non potè comunque rientrare in fabbrica fino all’ottobre del 1994. L’azienda preferì pagargli lo stipendio senza svolgimento di mansione lavorativa, fino a quando il Tribunale di Palermo, riformando la precedente sentenza, dichiarò legittimo il licenziamento. Stessa cosa in appello. Dopo l’incendio del negozio di calzature della moglie di Basile nel 1996 , un collaboratore di giustizia, Francesco Onorato, confermò le accuse mosse da anni dal sindacalista sulle attività mafiose nei Cantieri, e rivelò che sulla testa di Basile pesava la condanna a morte della mafia. Arrivò un’ordinanza di custodia cautelare per 29 persone. Il sindacalista e la sua famiglia furono messi sotto protezione e costretti a lasciare Palermo per molti anni. (rc)

© Copyright Redattore Sociale

Castel Volturno, associazioni contro il sindaco: “E’ irresponsabile”

05/05/2010
11.30
IMMIGRAZIONE

“Rischia di scatenare una guerra tra poveri, non sono gli immigrati la rovina del paese”. Un documento dei Comboniani e di altre realtà in risposta alle dichiarazioni di Antonio Scalzone che aveva invocato “un’altra Rosarno”

Castel Volturno – Le affermazioni del neosindaco di Castel Volturno Antonio Scalzone “spaventano” le associazioni umanitarie che lavorano con i migranti sul territorio. Recentemente il primo cittadino aveva detto di essere pronto a fare la guerra agli stranieri con “un’altra Rosarno”. Oggi le associazioni hanno diramato un comunicato in risposta a quelle che definiscono “le allarmanti dichiarazioni del sindaco”.
“Lei in questo modo si sta assumendo tutta la responsabilità di gettare benzina su un fuoco già acceso – si legge nella nota – perché chiamare alla rivolta una popolazione Italiana già esasperata e sofferente, è solamente un atto irresponsabile. Lo hanno capito anche i vertici del suo partito che hanno subito preso le distanze”.

Ricordando che il disagio e il degrado che vivono i residenti italiani di Castel Volturno dipende dall’assenza delle istituzioni e di servizi sociali, le associazioni rispondono così a Scalzone: “Lei continua a dire che Castel Volturno è alla deriva a causa degli immigrati, confondendo così le carte in tavola, scatenando una inutile e illogica guerra tra poveri”. Il documento è firmato da AltroModo Flegreo, Associazione Jerry Masslo, Centro Sociale “Ex Canapificio”, MIssonari Comboniani, Operazione Colomba e Padri Sacramentini. Tutte le realtà che operano nell’area e che sono state attaccate dal sindaco per il loro impegno a fianco degli immigrati. “Ha affermato che siamo noi la rovina di Castel Volturno – dicono le associazioni parlando con un’unica voce – Che sono le associazioni che tentano di camminare con gli immigrati a fare da calamita. Ma lei dimentica che molto prima che si costituissero le varie associazioni operanti oggi sul territorio, a poca distanza dalla Domitiana c’era il “ghetto”, luogo ove si ammucchiavano oltre 2500 persone provenienti da varie parti dell’Africa; erano venute senza che vi fosse alcun servizio di accoglienza, o di tipo sanitario, o di assistenza. Venivano qui per cercare lavoro, ben sapendo che dovevano dormire in casupole abbandonate, sotto lamiere e cartoni, senza acqua potabile, né servizi igienici; senza assistenza medica a parte il pronto soccorso”.

Il documento ricorda che le associazioni “ La Jerry Masslo, con i suoi ambulatori, il Fernandes con la sua accoglienza, i Comboniani con il loro asilo, Angelo Luciano con le case famiglie, il Centro Sociale con i suoi sportelli, sono state il risultato e non la causa della presenza di immigrati; sono state risposte a bisogni. Le associazioni hanno sempre fatto proposte concrete come per esempio il “Patto per Castel Volturno” ma sono state invece le Istituzioni a rimanere sordi a queste proposte”.

Dichiarandosi pronte a un tavolo di dialogo con il primo cittadino, le associazioni pro migranti sottolineano che “ogni discorso riguardante l’immigrazione a Castel Volturno passa necessariamente per il permesso di soggiorno”. Secondo l’analisi fatta dopo anni di lavoro sulla questione, il documento conclude: “ Non si risolverà mai nessun problema se gli immigrati non possono ottenere il documento, se non hanno la possibilità di costruirsi una vita più stabile e sicura, finalmente più liberi da schiavisti e lavoro nero. In effetti i fatti di Rosarno qualche cosa ce lo hanno insegnato: ci hanno dimostrato che mantenere persone in clandestinità non favorisce l’emersione della schiavitù e del lavoro in nero”. (rc)
© Copyright Redattore Sociale

Sud Africa, Msf denuncia violenze su migranti e poveri

14/05/2010

10.23
DIRITTI
A un anno dal rapporto “No refugee, access denied”, niente è cambiato. Sgomberi, sfratti, soprusi della polizia e violenze xenofobe restano a livelli allarmanti secondo un documento dell’organizzazione umanitaria

ROMA – Condizioni disumane per migliaia di immigrati, rifugiati e profughi in Sud Africa. Lo denuncia un documento di Medici Senza Frontiere. L’organizzazione umanitaria non vede miglioramenti a un anno da un altro rapporto dal titolo “No Refugee, Access Denied”, in cui si lanciava l’allarme per la salute e la sorte delle persone vulnerabili, che nel paese africano accomunano i profughi con i poveri locali, i senza tetto e i baraccati. Violenze sessuali, molestie da parte della polizia, attacchi xenofobi e mancanza di accesso alla casa e alle cure di base. Di questo parla la testimonianza di Msf, che assiste i migranti a Johannesburg e nella cittadina di Musina, al al confine con lo Zimbabwe. A Musina, Msf ha riscontrato un preoccupante aumento del numero di violenze sessuali e di rapine perpetrate da gruppi armati attivi in entrambi i lati del confine a danno dei migranti che lo attraversano. I medici dell’Ong hanno registrato 103 casi di violenza sessuale nei primi quattro mesi dell’anno, 71 da marzo a oggi.

A Johannesburg, dove vengono seguiti in media 2300 pazienti al mese nella clinica di Msf, preoccupano una serie di patologie legate al sovraffollamento degli spazi abitativi e alle condizioni di vita estremamente precarie. “Mentre alcuni migranti trovano rifugio in una chiesa metodista nel centro della città, a migliaia continuano a vivere in edifici abbandonati in altre aree di Johannesburg, spesso senza luce, acqua e gas, con il rischio concreto di contrarre patologie come infezioni al tratto respiratorio, gastroenteriti, diarrea e infezioni cutanee” dice il rapporto. Nella chiesa metodista vivono fino a 2000 persone. Ma in città ci sono almeno altri mille edifici diroccati e fatiscenti occupati sia dai poveri delle campagne sia dagli immigrati. 45 di questi ghetti sono stati identificati dentro la città da Msf che stima vi abitino 30mila persone. Le stanze sono sovraffollate, senza luce né acqua, ne servizi igienici. Gli effetti sulla salute fisica e mentale di chi vive negli ‘slums’ sono devastanti. Nel rapporto si parla anche degli ‘slum lords’ i signori delle baracche che controllano gli insediamenti facendosi pagare un affitto che va dai 6 dollari al giorno ai 100 dollari al mese. Tra gli abitanti ci sono anche richiedenti asilo e migranti provenienti da Zimbabwe, Malawi, Mozambico e Tanzania.

“Tra settembre 2009 e Marzo 2010, Msf ha assistito ad almeno 4 sfratti di edifici in cui abitavano dalle 700 alle 1200 persone – si legge nel rapporto – tutti con lo stesso sistema: compagnie di sicurezza privata come la Red Ants e poliziotti mandati dal proprietario a sgomberare le persone con la violenza, usando bastoni e proiettili di gomma. Una volta fuori dagli stabili, alle persone è stato impedito di rientrare a prendere i propri beni, che sono stati lanciati fuori dalle finestre e molte persone hanno detto di avere subito furti degli effetti personali dalla polizia”. Contusi e feriti dopo queste operazioni di sgombero forzato sono stati curati dai medici dell’organizzazione umanitaria. “Nessun piano per la ricollocazione di questa gente è stato messo in atto e nemmeno proposto – scrive ancora Msf – giorni dopo gli sfratti, centinaia di persone, tra cui donne incinta, bambini e ammalati, giacevano a terra in mezzo alla città, senza alcuna assistenza”.
Un’altra denuncia riguarda le angherie della polizia che minacciano i migranti a Johannesburg. “Il 14 gennaio 2010 un raid congiunto della polizia sudafricana e di quella metropolitana di Johannesburg fuori dalla chiesa metodista ha portato all’arresto di 39 persone con l’accusa di vagabondaggio”. Dal 2008 è inoltre esplosa la violenza xenofoba contro i migranti da parte della popolazione locale, in una feroce guerra tra poveri. In uno di questi episodi di violenza, il22 novembre del 2009, 1600 profughi dello Zimbabwe, tra cui 187 bambini, sono stati mandati via con la forza dai residenti locali e le loro abitazioni distrutte. Una situazione che, ribadisce Msf a conclusione del rapporto, rimane inaccettabile. (rc)

© Copyright Redattore Sociale

“Mondiali al Contrario”, in Italia arrivano i baraccati del Sud Africa

14/05/2010

10.21
DIRITTI

L’iniziativa dei missionari comboniani con i leader di un grande movimento degli slums per raccontare gli sgomberi, gli sfratti e le operazioni contro i più poveri prima dei mondiali di calcio 2010

ROMA – I mondiali di calcio in Sud Africa rischiano di nascondere dietro un’immagine patinata la realtà degli sgomberi contro i poveri e le condizioni misere di chi vive ai margini. Nel paese che fu dell’apartheid, sembra che la segregazione non sia finita. E’ quanto emerge da due diverse iniziative. La prima è la campagna “Mondiali al Contrario” che nasce proprio con lo scopo di squarciare il velo sulla povertà del paese e porta in Italia dal 18 al 30 maggio alcuni attivisti del più grande movimento sociale sudafricano, Abahlali baseMjondolo. Il nome significa «quelli che vivono nelle baracche» in lingua zulu e ha sede in più di 40 città. La seconda è un rapporto di Medici Senza Frontiere che denuncia le terribili condizioni di vita dei rifugiati che arrivano in Sud Africa. Anche loro sono spesso confinati in ghetti e sgomberati con la forza.
Philani Zungu, Thembani Ngongonna e una donna, Busisiwe Mdlalose, sono tre leader del movimento dei baraccati che grazie all’iniziativa di solidarietà lanciata dai missionari Comboniani di Castel Volturno, dalla testata “Carta” e dal documentarista Michele Citoni faranno tappa in molte città italiane, ospiti di associazioni e realtà sensibili ai temi dei movimenti politici organizzati dal basso. I “Mondiali al contrario” saranno a Caserta e a Castel Volturno il 18 , a Reggio Calabria il giorno seguente, il 20 all’Aquila con il movimento delle carriole, il 21 a Pescara, il 22 a Pisa, il 23 a Verona, il 24 a Vicenza con i comitati No Dal Molin,, il 25 a Milano, il 26 a Varese, poi in Val di Susa e infine a Roma.
Filippo Mondini, missionario comboniano di base a Castel Volturno dopo essere stato in Sud Africa dal 2004 al 2008 conosce bene la realtà dei baraccati, con i quali ha vissuto per cinque mesi. La racconta così: “Ci sono tantissimi topi e ogni anno diversi casi di bambini mangiati dai topi. Non c’è privacy e ne soffrono soprattutto le donne. Le latrine sono buche comuni scavate nella terra. Non c’è mai silenzio, né elettricità. D’inverno è freddissimo, d’estate c’è un caldo atroce. La piaga degli incendi è terribile e c’è un’altissima disoccupazione”. Nel paese con il più alto grado di urbanizzazione dell’Africa sub sahariana, secondo Mondini, ci sono 180mila baraccati a Durban, 250mila a Cape Town e altrettanti a Johannesburg. Emerge uno spaccato inquietante per i diritti umani nel paese che ospiterà i mondiali di calcio. Da anni si verificano arresti dei ragazzi di strada e operazioni di espulsione delle masse povere dal centro verso le periferie dei “transit camp” con i container. “Tutto per ripulire l’immagine delle città in vista dei mondiali – dice ancora Mondini – i venditori ambulanti allontanati dalle zone adiacenti allo stadio, i poveri tagliati fuori”. Un processo che va avanti da anni ed è stato raccontato dal missionario comboniano attraverso una serie di cronache messe in rete. Demolizioni di baracche a Durban decise dalla municipalità senza la necessaria autorizzazione della corte locale, violenze e attacchi di milizie armate contro l’insediamento di Kennedy Road, una delle più grandi baraccopoli di Durban, con più di settemila abitanti. E’ qui che nel 2005 è nato il movimento Abahlali BaseMjondolo.
La lotta che gli attivisti portano avanti non è tanto per il diritto alla casa e per l’accesso ai servizi di base, è una battaglia per la democrazia popolare. L’obiettivo del movimento è che le autorità consultino i residenti degli insediamenti (shack dwellers) prima di prendere decisioni che li riguardano. L’abolizione dello “slum act” è una delle vittorie dei baraccati. Dopo un ricorso del movimento, la corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale la legge che permetteva alle municipalità di radere al suolo gli insediamenti senza l’ordine di un tribunale. Un’altra battaglia è stata quella per abolire l’affitto per le baracche. In diversi insediamenti alcuni attivisti sono stati minacciati di morte dagli «slumlords» che controllavano la baraccopoli. Molte volte il movimento ha fermato demolizioni o sfratti, ha difeso il diritto di erigere nuovi insediamenti o l’espansione di quelli già esistenti, ha connesso migliaia di persone all’elettricità e soprattutto ha permesso a tutti di partecipare nelle scelte comunitarie.
Le accuse rivolte all’African National Congress che guida il paese è di avere tradito le speranze di «vita migliore per tutti» che erano state alla base della lotta anti-apartheid. E allo stesso tempo di voler costruire una «world class city», una città senza slum. Con interventi da shock economy rafforzati con i preparativi dei mondiali di calcio 2010: eliminare le baraccopoli nelle principali città così i turisti internazionali non le vedranno. “Stanno creando delle città nelle quali essere poveri è un crimine”, affermano i leader del movimento . (rc)
(Vedi lancio successivo)

© Copyright Redattore Sociale

Marocchino pestato a sangue a Cassibile

5/05/2010

10.56
IMMIGRAZIONE
L’aggressione è avvenuta ieri sulla via Nazionale, nel quartiere siracusano noto per il fenomeno del caporalato nella raccolta stagionale delle patate L’uomo è stato accerchiato da un gruppo di italiani mentre camminava a piedi, insultato e preso a calci

Via Nazionale, Cassibile (Sr)

Cassibile (Sr) – Aggressione razzista a Cassibile. Un bracciante stagionale marocchino di trent’anni è stato accerchiato e poi pestato a sangue con calci e pugni da un gruppo di italiani. Il grave episodio di violenza razziale è avvenuto ieri sulla via Nazionale, nel quartiere siracusano noto per il fenomeno del caporalato nella raccolta stagionale delle patate. A darne notizia oggi è il quotidiano locale “La Sicilia”. Secondo quanto riportato dalla testata siciliana, l’uomo stava camminando a piedi sulla strada principale di Cassibile quando è stato bloccato da un gruppo di uomini che gli ha sbarrato la via. Dopo averlo insultato ripetutamente, gli aggressori gli hanno impedito di fuggire e si sono scagliati contro il marocchino con violenza. La vittima ha solo cercato di difendersi riparandosi dai colpi con le mani. L’intervento verbale di altri residenti, che hanno urlato e chiesto aiuto, ha fermato e fatto allontanare gli aggressori. Il ragazzo marocchino, lasciato dolorante e sanguinante sull’asfalto, è stato soccorso da un’unità del 118, chiamata dai passanti. Il lavoratore maghrebino è stato medicato al Pronto Soccorso e dimesso. Nel frattempo gli aggressori hanno fatto perdere le loro tracce.

E’ il primo episodio di violenza per le strade contro gli immigrati a Cassibile dall’inizio dell’anno. Ma il quartiere siracusano non è nuovo ai pestaggi. In passato altre aggressioni si erano verificate a causa dell’intolleranza di una parte dei residenti verso i lavoratori stagionali stranieri, una parte dei quali sono alloggiati in una tendopoli gestita dalla Croce Rossa. (rc)

© Copyright Redattore Sociale

Cassibile, i residenti non vogliono la tendopoli dei braccianti

04/05/2010

10.19
IMMIGRAZIONE
Ancora alta tensione per la tendopoli che ospita 130 braccianti stagionali con il permesso. Il coordinamento del primo maggio: “Si chiede regolarità per il posto letto ma non ci sono tutele sindacali”

tendopoli Croce Rossa vicino l'uscita dell'autostrada

CASSIBILE (RS) – Il primo maggio migrante a Cassibile ha raccolto associazioni antirazziste da quasi tutta la Sicilia ma la gente del paese non ha partecipato. Come a Rosarno, anche nel quartiere siracusano noto per il fenomeno degli stagionali immigrati che arrivano a centinaia ogni primavera per raccogliere le patate, la festa del lavoro dedicata ai diritti dei migranti è stata disertata dai residenti. A dare una valutazione sulla convivenza tra italiani e braccianti africani è Giampaolo Crespi, un commerciante originario di Busto Arsizio che vive da vent’anni a Cassibile dove gestisce un negozio di alimentari frequentato dai migranti. Crespi fa parte del coordinamento che ha organizzato un primo maggio migrante a Cassibile con aderenti tra i quali la Rete antirazzista catanese, la confederazione Cobas di Siracusa e Catania, l’Arci di Messina, i Laici missionari comboniani di Palermo, l’associazione Siqillyàh e tante realtà del siracusano e di altre province. Obiettivo: “costruire una campagna di rilievo nazionale a difesa dei diritti dei migranti stagionali in Sicilia dopo i terribili giorni di Rosarno”. L’iniziativa ha avuto luogo nell’istituto comprensivo “Falcone Borsellino” di Cassibile, con musiche, balli, prodotti biologici, banchetti informativi e la proiezione del documentario “La terra (E)Strema” con gli autori Enrico Montalbano e Angela Giardina.

Come in molte altre realtà del sud in cui imperano il caporalato e lo sfruttamento dei braccianti agricoli immigrati, Crespi si è trovato solo nella sua battaglia per i diritti sul lavoro. “Diciamo che i commenti al bar non erano buoni e che altre persone più ricettive non si espongono per paura del giudizio dei compaesani”, racconta nella sua casa sulla via Nazionale di Cassibile. Il paese, circa 4 mila abitanti, si sviluppa lungo la strada statale che negli anni è stata teatro del reclutamento della manodopera africana da parte dei caporali e anche di scontri ed episodi di tensione. Molti di questi scaturivano dal fatto che i braccianti stranieri andassero a lavarsi nella fontana pubblica al ritorno dal lavoro nei campi. Ad acuire i dissapori in passato, anche le leggende metropolitane su donne che sarebbero state violentate o molestate dagli immigrati. Voci rivelatesi prive di fondamento.

“Qui nessuno si sente razzista, eppure secondo la gente del posto gli africani devono venire a lavorare ma non si devono vedere” spiega il commerciante. Un atteggiamento che spiega come ogni anno l’installazione di una tendopoli del ministero dell’Interno gestita dalla Croce Rossa per alloggiare i braccianti stranieri diventi il pomo della discordia. In un articolo pubblicato a marzo dal quotidiano “La Sicilia”, con il titolo “Non siamo razzisti, ma niente tendopoli”, il segretario del locale circolo del Pd, Orazio Musumeci, dichiarava: “La tendopoli se la facciano le associazioni umanitarie a Siracusa, noi la gente a bivaccare qui non la vogliamo”. E ancora: “Così si danneggia la nostra economia turistica: la gente non viene neanche a mangiare una pizza”. Anche quest’anno la prefettura aveva siglato un protocollo con i produttori agricoli che impegnava le aziende a preoccuparsi di trovare un alloggio ai lavoratori. Ma non è andato a buon fine.

Crespi ricorda la lunga querelle sulla tendopoli. “Nel 2005 ci fu la prima e poi venne trasformata in Cpt. Nel 2007 ne venne fatta una a Cassibile, nel 2008 per le proteste fu spostata ad Avola, che è a 16 chilometri per cui furono gli immigrati a disertarla per la distanza. L’anno scorso non è stata fatta, adesso ce n’è una difronte all’uscita dell’autostrada”. Nel documento affisso dalle associazioni per il primo maggio a Cassibile si legge: “da anni si aspettano le ultime settimane per provvedere a un’accoglienza sempre d’emergenza e per i regolari, addirittura l’anno scorso neanche quella e quest’anno solo per 130 migranti; una regolarità pretesa per offrire loro un posto letto, ma ignorata quando si tratta delle garanzie contrattuali e delle tutele sindacali”. (rc)

© Copyright Redattore Sociale


Mail

rightstories@yahoo.it
maggio: 2010
L M M G V S D
« Apr   Giu »
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930
31  

Pagine