Sgomberiamo il campo dai pregiudizi. Pillola Ru 486: metodo sicuro, sotto controllo

Intervista Alessandra Graziottin*

La prima questione è: come agisce la pillola?

L’RU 486 è un anti-ormone (il Mifepristone, ndr), un antiprogestinico, che va a impedire tutte le azioni del progesterone.
La prima azione del progesterone, in condizioni fisiologiche , è quella di creare un utero in grado di accogliere un uovo fecondato, rendendo biologicamente “accogliente l’endometrio, ossia la mucosa che riveste lo strato interno dell’utero e che si sfalda ad ogni mestruazione, se non c’è stata fecondazione . La seconda è quella di tenere rilassata la muscolatura dell’utero, il miometrio, durante la gravidanza. La terza è quella di far crescere tutte le strutture deputate a nutrire l’utero, ad esempio i vasi sanguigni.
Diciamo, quindi, che il progesterone è amico della gravidanza perché modifica l’utero in modo tale che diventi un contenitore estremamente accogliente per l’uovo fecondato. Con la RU 486 noi blocchiamo tutti questi processi.

Tra le obiezioni che si fanno in Italia all’uso della pillola ci sono quelle relative ad alcuni decessi registrati nel mondo. Cosa ne pensa?
Prima di tutto chi parla di questi morti non ha esaminato la casistica, perché fra i decessi ci sono anche uomini. Questo farmaco, infatti, può avere anche molte altre indicazioni, per esempio perfino nel morbo di Cushing che non risponda alle terapie convenzionali Andando a bloccare i recettori per il progesterone potrebbe svolgere, inoltre , anche un’azione antineoplastica. Quando si citano queste morti bisogna, essere molto cauti. Se si considera questo dato in modo corretto ci si accorge che non è stato dimostrato un rapporto diretto di causa- effetto fra l’utilizzo di questa sostanza e gli eventi avversi riportati. Questo è un punto molto delicato e molto importante. Anche una sola morte sarebbe un evento grave, ma nel caso della Ru 486 non è stato dimostrato questo rapporto di causalità.
Questo farmaco è in uso da 20 anni nella maggior parte dei Paesi del mondo e i dati della sorveglianza dopo l’immissione sul mercato (“post marketing surveillance”) sono estremamente rassicuranti. Se ci fossero stati dei problemi seri questo farmaco sarebbe stato ritirato dal commercio, come è successo recentemente per altri farmaci.

Quindi è una tecnica sicura?
Sì, è sicura, al punto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha incluso Miprepristone e Misoprostol tra i farmaci essenziali. Basti pensare chel’RU 486 è stato utilizzato da oltre seicentomila donne in Europa e da tre milioni in Cina, con un’efficacia media del 95,5 %. Gli effetti collaterali che si riscontrano si sovrappongono a quelli che si hanno di solito in presenza di un aborto spontaneo, come dolori di varia gravità dovuti alle contrazioni dell’utero quando espelle un embrione e un sacco amniotico non più vitali o una variabile perdita di sangue. Vanno tuttavia ben considerate le controindicazioni relative all’uso del secondo farmaco, la prostaglandina (tra cui le allergie alle prostaglandine o l’asma grave).
L’aborto medico è una tecnica sicura, ma va effettuata all’interno delle indicazioni raccomandate delle quali l’aspetto principe è il tempo. La massima efficacia di azione si ha, infatti, nelle fasi iniziali della gravidanza, dalla quarta alla settima settimana.

E cosa pensa delle modalità di prescrizione che sono state individuate dall’Aifa?
Visto il clima che si respira in Italia rispetto a questo tema, ritengo saggio che l’RU486 venga somministrata in ambiente ospedaliero, ma con l’assoluta libertà della donna di tornare a casa dopo aver ricevuto la prescrizione e con la possibilità del medico di seguirla qualora si verifichino quegli eventi che possono complicare anche un aborto spontaneo.
Se, invece, noi adottiamo la misura, assolutamente atipica per una prescrizione farmacologia, che obbliga al ricovero ci troviamo dinnanzi una situazione paradossale perché il ricovero coatto si fa solo in casi psichiatrici. Inoltre, qualora la donna decidesse di firmare la cartella e di uscire, assumendosi la responsabilità di ciò che succederà, i medici non avrebbero più l’obbligo di seguirla. La cosa più intelligente sarebbe la prescrizione in ambito ospedaliero, con la libertà della donna di andare tranquillamente a casa, tornando in ospedale per i controlli programmati e con la possibilità di consultare il medico in qualunque situazione in cui se ne verifichi la necessità. Obbligando la donna al ricovero, invece, si adotta una misura ancora più aggressiva che nell’interruzione chirurgica.

Prof. ssa Alessandra Graziottin, medico, specialista in Ginecologia-Ostetricia e Oncologia, Psicoterapeuta in Sessuologia.
http://www.fondazionegraziottin.org

Antonella Vicini per Il Welfare dell’Italia

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