Cassibile, con la crisi aumenta il ricatto del caporalato

04/05/2010

10.18
IMMIGRAZIONE

Nessuna tutela in più dopo Rosarno: sono sempre i caporali a gestire il lavoro, che scarseggia. Il racconto dei braccianti: sono meno di 500 tra marocchini, sudanesi, somali ed eritrei, temono gli italiani e hanno paura di denunciare

campo di patate a Cassibile

CASSIBILE (SR) – Già da un mese si raccolgono le patate a Cassibile, ma il lavoro per i braccianti stagionali quest’anno scarseggia. E’ diminuito drasticamente per la crisi, non si trovano compratori. Solo chi ha contratti con le grandi aziende riesce a piazzare gli ortaggi sul mercato. Condizioni che aumentano il potere dei caporali. Sono ancora loro a decidere chi lavora, per quanto tempo e per quale cifra. Nonostante gli arresti di Rosarno, nel siracusano il potere di ricatto dei caporali, soprattutto sugli immigrati irregolari è sempre forte. La giornata lavorativa inizia alle sei del mattino e si conclude, dopo otto ore, alle 14. La paga è intorno ai 45 euro. “Cinque euro li trattiene il capo marocchino che ti fa lavorare mentre lui ti controlla tutto il giorno. In più devi dargli tre euro per portarti sul furgone fino ai campi – racconta un bracciante marocchino a Redattore Sociale – devi stare zitto sennò non lavori. Schiena bassa e non puoi dire niente anche quando ti fa stare ore in più senza pagarti. Vorrei denunciarlo ai carabinieri ma ho paura”.

Il guadagno dei caporali, in gran parte marocchini, si basa non solo sulla ‘quota’ di cinque euro al giorno chiesta a ciascun lavoratore per la chiamata e sui tre euro per il trasporto. Siccome il proprietario terriero usa il caporale come intermediario e corrisponde a lui la paga per tutta la squadra, il ‘capo’ cerca di usare un numero inferiore di braccianti, facendoli lavorare per un numero maggiore di ore. In questo modo il caporale trattiene anche una parte dei soldi versati dall’imprenditore agricolo italiano. Un sistema conosciuto in zona, che trova conferma sia dal racconto di Giampaolo Crespi, commerciante di Cassibile, sia dal testimone intervistato da Redattore Sociale. Si tratta di un cittadino marocchino in Italia dal 1999 che vive a Cassibile nella tendopoli allestita dal ministero dell’Interno e gestita dalla Croce Rossa per 130 migranti in regola con il permesso di soggiorno. Quando non è stagione di patate, il ragazzo vive in una casa di un comune del ragusano pagando 150 euro con un coinquilino.

Le denunce sul caporalato e sulla quota degli 8 euro (cinque più tre) per lavorare sono anche apparse sul quotidiano La Sicilia due settimane fa, ma per il momento nulla è cambiato a Cassibile. Anche la situazione con gli italiani resta tesa. Se n’è accorto subito Jamal, un ventiseienne sudanese che vive nella tendopoli della Croce Rossa. Per lui è la prima volta in Sicilia. Parla un buon italiano, è arrivato a Lampedusa nel 2005 dopo un salvataggio in mare da parte di un peschereccio italiano. Ha il permesso di soggiorno per lavoro. Sei mesi fa è stato licenziato da una fabbrica di Terni dove faceva il saldatore da due anni. Non gli è rimasto che tentare la strada delle campagne per sopravvivere. E’ andato in Puglia prima, a Cassibile poi. “Rimango fino ad agosto – dice – ma qui non è un buon posto per noi, alla gente non piacciono i neri. In paese non vado a piedi, ho paura dei ragazzi con gli scooter che ci tirano addosso le pietre. La spesa vado a farla in macchina, usiamo l’auto anche per andare a lavoro, dividiamo la benzina”. I sudanesi sono tanti e mediamente ben organizzati. Qualcuno, come Hassan, era a Rosarno durante gli scontri di gennaio. Alla ‘fabbrica’, l’oleificio Opera Sila di Gioia Tauro, lui e altri giovani fuggiti dalla guerra in Sudan, si erano attrezzati con una tenda e l’antenna televisiva satellitare. Da lì è stato portato dalla polizia al Cara di Crotone e poi è finito con altri a Cassibile. Dice che tornerebbe nel suo paese, “se non ci fosse la guerra laggiù…”

Nella tendopoli accanto all’uscita dell’autostrada ci sono anche somali ed eritrei. Ma non tutti hanno trovato posto sui 130 disponibili e presto esauriti. Così, regolari senza un tetto e irregolari, dormono nelle campagne in vecchi casolari abbandonati, senza servizi igienici. In uno di questi rifugi, a poco distanza dalla tendopoli, abitano 40 sudanesi. Aiya racconta che ci sono 4 stanze più una sala grande dove stanno in 15. A differenza degli altri braccianti che prendono 45 euro al giorno, Aiya dice che a lui ne danno appena 25-30 per otto ore di lavoro a raccogliere patate.

Il quadro della presenza migrante nella zona è completato da circa duecento marocchini che vivono stabilmente a Cassibile e hanno anche una moschea. Una comunità ben radicata sul territorio, ma non integrata. Iniziano a lavorare già a novembre per la semina delle patate. Non c’è una cifra certa, in totale non dovrebbero superare le 500 persone i braccianti immigrati nell’area. “I grossi produttori non hanno interesse a fare lavorare gli operai in nero – spiega Crespi – il problema è andare a vedere cosa succede quando le grosse aziende comprano la merce dai piccoli produttori. Manca un controllo dei sindacati e dell’ispettorato del lavoro sui campi più piccoli”. (vedi lancio successivo) (rc)

© Copyright Redattore Sociale

Annunci

0 Responses to “Cassibile, con la crisi aumenta il ricatto del caporalato”



  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




Mail

rightstories@yahoo.it
maggio: 2010
L M M G V S D
« Apr   Giu »
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930
31  

Pagine


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: