Archivio per giugno 2010

OLTRE L’INVERNO, il documentario indipendente che racconta la resistenza alla ‘ndrangheta di una donna di Locri. Sostienila organizzando una proiezione

Guarda il Trailer su http://www.oltrelinverno.blogspot.com/

Liliana Carbone è una maestra elementare di Locri. E’ la mamma di Massimiliano, un ragazzo di 30 anni ucciso nel cortile di casa sua a colpi di arma da fuoco. Qualcuno gli ha sparato nascosto dietro un muretto di cemento la sera del 17 settembre del 2004. Massimiliano stava rientrando a casa con suo fratello da una partita di calcetto. Le ferite gravi riportate nell’agguato non gli hanno risparmiato 7 giorni di agonia prima di spegnersi in ospedale. E’ superfluo dire che Massimiliano era incensurato, amava il calcio, era un ragazzo di Locri. Aveva fondato una piccola cooperativa. Aveva una vita normale. Massimiliano Carbone era un giovane calabrese che aveva deciso di restare nella sua terra, era un italiano, un europeo. La sua fine è ancora avvolta dal mistero. A 6 anni dalla morte, non esiste una verità giudiziaria da riportare nelle cronache, da spiegare a chi si chiede perché. Non ha un volto, né un nome il sicario che ha posto fine ai suoi giorni.

In mancanza di altre piste giudiziarie, l’unico particolare di rilievo, l’unica traccia resta quella indicata da sua madre Liliana in tutte le occasioni pubbliche e istituzionali. Massimiliano aveva amato una donna già sposata, una vicina di casa. Dalla relazione è nato un bambino. Liliana Carbone ha usato tutti i suoi risparmi e tutte le sue risorse fisiche, spirituali e culturali per andare alla ricerca della verità. Per dire che la sola esistenza di Massimiliano ne faceva un testimone scomodo. Per urlare che non si può morire così in un paese civile. Dopo anni, il test del Dna e i giudici hanno riconosciuto a Massimiliano la paternità del bambino. Resta chiaro per chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire che a Locri non si uccide senza l’assenzo della ‘ndrangheta, senza il coinvolgimento di killer delle cosche, senza le armi e la mentalità delle ‘ndrine. Quella di Massimiliano potrebbe essere una storia come tante nella Locride, un delitto impunito, senza colpevoli, senza giustizia. Quella di Liliana non è una storia uguale alle altre. E’ lei la nostra differenza di calabresi che non si rassegnano, che non si chiudono nella paura e nel silenzio. Che lottano contro l’omertà, nonostante le cronache raccontino spesso il contrario. Liliana ha fatto del dolore una battaglia civile. E in terra di ‘ndrangheta se chiedi a testa alta il rispetto dei tuoi diritti di cittadina, di madre, di maestra, chiedi di cambiare le cose. La rivendicazione individuale diventa una causa collettiva. Perché qualunque delitto impunito pesa inesorabilmente sul futuro di tutta la comunità. Non solo la comunità dei locresi o dei calabresi, ma anche sulla comunità internazionale. Perché la ‘ndrangheta, temuta multinazionale dei traffici illeciti, ha la testa decisionale ancora in Calabria ed è su questa impunità che fonda il suo potere. Non lasciamo sola Liliana.L’isolamento espone al rischio di ritorsioni. Combattiamo l’idea che ci sono ‘pezzi di paese dati per persi’ dai giornali e dai politici. Come fare? Ospita nella tua città, nel tuo quartiere, nella tua scuola, una proiezione dei documentario indipendente “Oltre L’Inverno” per raccontare la storia di Liliana Carbone ai tuoi amici. Contribuisci a fare conoscere questo caso perchè quello che succede a Locri “interessa anche a te”. Organizzati e ricostruisci la memoria di questa Italia che non ha bisogno di eroi, ma solo di vivere con onestà.

Per organizzare una proiezione, contatta gli autori all’indirizzo di posta elettronica: oltrelinverno@gmail.com

Autori:

Massimiliano Ferraina – documentarista

Claudia Di Lullo – dialoghista

Raffaella Cosentino – giornalista freelance (Redattore Sociale/Il Manifesto)

Consulta anche il blog del documentario: http://www.oltrelinverno.blogspot.com

Valarioti, un libro-inchiesta invita a riaprire il caso

15/06/2010

15.01

MAFIE

L’iniziativa nasce da un libro di Alessio Magro e Danilo Chirico che fa luce sui tanti punti oscuri del processo. A 30 anni di distanza, nessun colpevole per l’assassinio del politico comunista e le dichiarazioni di un super pentito ignorate dalla giustizia

ROSARNO (RC) – Riaprire il caso Valarioti. Costituire un comitato per chiedere giustizia a 30 anni dall’assassinio del giovane segretario della sezione comunista di Rosarno, ucciso nel 1980 dalla ‘ndrangheta. E’ l’iniziativa che nasce dal libro inchiesta dei giornalisti trentenni Alessio Magro e Danilo Chirico, edito da Round Robin, intitolato “Il Caso Valarioti. Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria. Un processo a metà”. Il libro è stato presentato a Rosarno in occasione del trentennale lo scorso 11 giugno e poi a Catanzaro due giorni dopo. Nel giugno del 1980, in soli dieci giorni, la ‘ndrangheta assesta due colpi mortali al movimento antimafia, incarnato per la stagione degli anni Settanta dagli amministratori locali del Partito Comunista. L’11 giugno di 30 anni fa viene ucciso all’uscita dalla cena elettorale per la vittoria alle regionali Giuseppe Valarioti, 30 anni, insegnante precario e segretario del Pci di Rosarno. Il 21 dello stesso mese, a Cetraro, sulla costa tirrenica cosentina, in un agguato muore Gianni Losardo, segretario alla Procura di Paola e assessore comunale ai Lavori Pubblici. Losardo viene ucciso poche ore dopo essersi dimesso dalla carica in giunta. Un volume collettivo, “Non vivere in silenzio”, ne ricorda la vicenda giudiziaria. Due delitti eccellenti con cui la ‘ndrangheta segna il passaggio nella stanza dei bottoni. Due omicidi rimasti senza colpevoli. Non c’è un’unica regia dietro i due fatti di sangue, ma c’è una stagione e un contesto di lotta democratica che da quel momento non riesce più ad arginare la violenza e la forza delle ‘ndrine.

Tutto questo è ricostruito nel libro inchiesta di Magro e Chirico che hanno passato al setaccio testimonianze, archivi di giornali, carte giudiziarie. I due autori denunciano: “Nel processo bis per l’omicidio Valarioti non furono prese in considerazione le dichiarazioni del pentito Pino Scriva (del calibro di Tommaso Buscetta) che aveva indicato i mandanti e gli esecutori del delitto. Gli incartamenti di quella testimonianza per errore non furono trasmessi alla procura generale e non allegati al procedimento. Quelle carte si trovano nei sotterranei del tribunale di Palmi, introvabili tra migliaia di faldoni”. Dalle 300 pagine scritte dai due giornalisti reggini, emergono un caso  giudiziario con mille pecche, ma anche le mancanze della politica che ha rinunciato troppo presto a fare pressione per avere la verità sull’omicidio, sottovalutando l’importanza della figura di Valarioti e di quell’atto criminale per la successiva ascesa delle ‘ndrine. La fine del politico rosarnese fu decisa in modo collettivo, da un accordo tra i Piromalli, che già gestivano gli affari per la costruzione del Porto di Gioia Tauro e Giuseppe Pesce, il boss di Rosarno che dovette eseguire quanto stabilito da una sorta di ‘mandamento’ mafioso della Piana di Gioia Tauro. Reticenze, ritrattazioni, sparizioni, morti ammazzati fanno da contorno a queste trame criminali che hanno posto fine alla vita di un giovane pieno di speranze di cambiamento per la sua terra. Giuseppe Valarioti aveva una laurea in Lettere in tasca, un’origine contadina,  la passione per l’archeologia e la capacità di parlare ai giovani dei quartieri poveri, sottraendoli al controllo dei boss. Tutto questo aveva deciso di metterlo nell’azione politica e con la vittoria dei comunisti alle regionali, Valarioti avrebbe potuto denunciare le truffe e gli affari dei clan nell’economia della Piana. Una storia dimenticata che torna alla luce grazie all’interesse dell’associazione antimafia daSud onlus e alla collaborazione nella stesura del libro di Carmela Ferro, all’epoca dei fatti fidanzata di Valarioti.

La postfazione del volume è stata scritta da Giuseppe Lavorato, ‘maestro’ politico di Valarioti ed ex sindaco antimafia di Rosarno da sempre al fianco dei migranti. L’omicidio arrivò al termine di una campagna elettorale infuocata. I manifesti elettorali dei comunisti venivano girati al contrario dagli squadroni mafiosi che seguivano i giovani della sezione come delle ombre. L’automobile di Lavorato fu incendiata. Stessa sorte toccò alla sezione del Pci. Per rispondere alle intimidazioni, i comunisti tennero un comizio in piazza, nello stesso giorno in cui metà del paese partecipava ai funerali della madre del boss Pesce. Dal palco Valarioti lanciò la sua sfida “ i comunisti non si piegheranno”. La risposta arrivò a colpi di lupara e il momento dell’agguato fu scelto con cura: Peppe doveva morire davanti ai compagni fra le braccia di Lavorato, a futuro monito. “Facevamo i comizi casa per casa per dare coraggio a quella gente la cui casa è spesso attaccata a quella del boss – ricorda Lavorato – le rivelazioni di Pino Scriva indicano chiaramente che le cosche di Rosarno furono indotte a partecipare a quell’omicidio per avere voce nella spartizione del bottino di miliardi che ha fatto della ‘ndrangheta quello che è adesso”. Secondo l’ex sindaco: “la ‘ndrangheta colpì a Rosarno perché a Rosarno vi fu lo scontro più duro, aperto, porta a porta. Fu un delitto politico mafioso contro l’unica seria opposizione allo strapotere della mafia”. Lavorato indica la via giudiziaria da percorrere: “Sono da mettere sotto la lente di ingrandimento gli interessi del porto e del comune”. Ma sottolinea: “Le attività economiche furono il fine dell’assassinio ma la causa scatenante fu lo scontro politico elettorale che la ‘ndrangheta lesse come una sfida pericolosa al suo potere”. Anche la rivolta dei migranti di Rosarno insegna cosa possono fare le ‘ndrine quando vedono messo in dubbio il loro controllo sul territorio. (rc)

© Copyright Redattore Sociale

Commemorazione di Valarioti, Angela Napoli (Pdl): “Rosarno assente, assurdo e grave”

15/06/2010

14.58

MAFIE

La parlamentare, all’assemblea per i 30 anni dall’omicidio del giovane politico comunista ucciso dalla ‘ndrangheta, critica la mancanza di partecipazione: “La lotta alla mafia non ha colore politico”. Minniti (Pd): “L’omicidio fu atto di terrorismo politico

ROSARNO (RC) – C’era anche l’onorevole Angela Napoli, Pdl, membro della commissione parlamentare Antimafia, a commemorare il trentennale della morte del giovane segretario di sezione del Pci Giuseppe Valarioti, ucciso dalla ‘ndrangheta a Rosarno dopo la vittoria alle elezioni regionali del giugno 1980. “La lotta alla mafia non ha schieramento politico”, ha ribadito la deputata che è stata vittima di numerosi atti intimidatori per le sue denunce  anche contro il Pdl per le infiltrazioni della criminalità nelle liste elettorali presentate alle scorse elezioni regionali. “A 30 anni di distanza cosa è cambiato? – ha detto nell’auditorium del liceo Piria di Rosarno – anche le sedie vuote di questa sala mi portano al pessimismo”. All’assemblea e alla posa di una targa in Piazza Valarioti lo scorso 11 giugno erano presenti politici, amministratori locali, alcuni studenti e giornalisti (anche stranieri) ma è mancata la partecipazione dei rosarnesi. “Trovo assurdo che una realtà come Rosarno drammaticamente scossa non mostri la volontà di reagire – ha continuato Angela Napoli – è grave non essere qui presenti a ricordare un proprio concittadino che si è sacrificato nella lotta alla ‘ndrangheta”. Più volte, nel corso dell’incontro è stato ricordato un episodio di quegli anni, quando nel 1978, il procuratore di Palmi Agostino Cordova nel processo a 60 boss mafiosi convocò 33 sindaci della Piana di Gioia Tauro e 31 di loro negarono l’esistenza della ‘ndrangheta. “Oggi ci sono sindaci che dicono che c’è la mafia nel loro territorio ma poi sanno benissimo di conviverci insieme”, ha affermato la deputata Pdl e ha lanciato un duro monito. “Tutto il mondo politico è obbligato a fare un esame di coscienza, non è più possibile fare finta di niente e tacere sui connubbi che ci sono. Oggi la ‘ndrangheta è molto più pericolosa di 30 anni fa per quella sua capacità di non apparire. La ‘ndrangheta non fa scorrere solo sangue, fa scorrere tutte le vie della nostra regione di complicità e collusioni, vincola lo sviluppo del territorio”.

Un intervento condiviso da Marco Minniti, Pd, ex viceministro dell’Interno con il governo Prodi, anche lui presente a Rosarno. “Non sfuggono a nessuno i colpi militari inferti alla ‘ndrangheta – ha detto in riferimento agli ultimi arresti – ma la caratteristica principale della mafia calabrese è la sua capacità di condizionare e occupare la politica con un rischio elevatissimo in provincia di Reggio Calabria”. Secondo Minniti “ va tenuta alta e viva l’iniziativa militare ma per assestare un colpo mortale alle cosche si deve colpire il legame mafia-politica-istituzioni. Trent’anni fa come oggi il tema è lo stesso”. L’ex viceministro dell’Interno ha poi ricordato che “dopo 30 anni, anche se le ‘ndrine hanno subito colpi militari i nomi dei mafiosi sono sempre quelli denunciati da Peppe Valarioti, al nonno è seguito il figlio e il nipote”. Minniti ha definito l’omicidio Valarioti “un atto di terrorismo politico mafioso per segnare il controllo sulla società, per indebolire il fronte democratico nella Piana di Gioia Tauro, che da quell’assassinio non si è più ripreso”. (rc)

© Copyright Redattore Sociale

Joy esce dal Cie. Aveva denunciato la tratta e un ispettore di polizia per tentato stupro

17/06/2010

13.30

Dopo un anno passato tra Cie e carcere e aver rischiato il rimpatrio, è stata trasferita in una località protetta la  nigeriana che durante un’udienza accusò un ispettore capo di polizia di avere tentato di violentarla nel Centro di identificazione e di espulsione di via Corelli a Milano

ROMA – Joy, l’ex prostituta nigeriana che ha denunciato un tentativo di stupro nel Cie di Milano da parte di un ispettore di polizia, ha ottenuto il permesso di soggiorno secondo quanto previsto dall’art.18 perché ha denunciato anche la rete dei suoi sfruttatori. Joy è dunque uscita dal Cie di Modena dove era detenuta ed è stata trasferita in una località segreta perché è entrata in un percorso di “protezione sociale”. Come previsto nei casi delle vittime di tratta, la ragazza vivrà in una casa protetta per due anni e accederà a un percorso di borse lavoro per il reinserimento sociale. Anche la sua amica e compagna di cella nel Cie, Hellen, che aveva confermato le accuse di Joy nei confronti dell’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso, ha ottenuto il permesso di soggiorno. Nel caso di Hellen la commissione territoriale ha concesso l’asilo politico. Lo status di rifugiata di solito non viene accordato alle donne nigeriane, in questo caso si è tenuto conto della particolare complessità della situazione e della storia personale di Hellen rispetto alle minacce dei trafficanti. E’ quanto ha reso noto la cooperativa sociale “Be Free”, contro tratta, violenze e discriminazioni, che gestisce uno sportello per le donne vittime di tratta nel Cie di Ponte Galeria a Roma. Il caso è stato seguito in squadra con gli avvocati dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione). A mobilitarsi per Joy ed Hellen anche le reti antirazziste e il gruppo “noinonsiamocomplici”. Un movimento di sole donne che a Redattore sociale dichiara: “hanno allungato la detenzione nei Cie a sei mesi con il pacchetto sicurezza sull’onda mediatica degli stupri commessi dagli stranieri, ora in nome della nostra sicurezza, si agisce così nei confronti delle donne straniere molestate nei centri di identificazione e di espulsione. Una storia paradigmatica, ma per proteggere Joy lei non deve diventare un simbolo”.

L’incubo giudiziario di Joy inizia un anno fa in una città della Lombardia, a giugno del 2009, quando viene fermata al supermercato per un controllo dei documenti e trasferita al Cie di via Corelli a Milano. Qui, ad agosto del 2009 scoppia una rivolta contro la proroga della detenzione a sei mesi appena entrata in vigore con il pacchetto sicurezza. Per quella rivolta, Joy ed Hellen vengono processate per direttissima assieme ad altre due donne nigeriane, Debby e Priscilla, e a cinque uomini di varie nazionalità. Durante l’udienza, Joy accusa pubblicamente l’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso di molestie sessuali, cioè di aver tentato di usarle violenza all’interno del Centro di identificazione e di espulsione. Hellen conferma le accuse della sua compagna di stanza ed entrambe vengono denunciate per calunnia. Nel frattempo arriva la condanna a sei mesi di carcere per la rivolta di agosto e finiscono tutte in carcere, da cui escono a febbraio, scontata la pena. A quel punto Joy rientra nel Cie, questa volta a Modena e a marzo viene trasferita a Ponte Galeria, in attesa di un imminente rimpatrio su un volo Frontex, nonostante fossero già state avviate le procedure per l’art.18. Grazie alle mobilitazioni anche internazionali attorno al caso, il rimpatrio è stato bloccato e ora Joy è uscita dal circuito Cie – carcere – Cie. Ma la vicenda giudiziaria non si è conclusa, perché restano in piedi sia il procedimento per la tentata violenza sessuala subita sia le indagini per identificare gli sfruttatori della prostituzione che Joy ha denunciato secondo le modalità previste dall’art.18.

“Se la vicenda di Joy non fosse diventata “pubblica”, dando vita a mobilitazioni di piazza in tante città italiane, molto probabilmente sarebbe già stata rimpatriata” scrive il gruppo “noinonsiamocomplici” sul blog del movimento. Intanto sono state trasferite dal Cie di Corso Brunelleschi a Torino, dove erano state traferite dopo i 6 mesi in carcere, le altre due donne nigeriane coinvolte nella rivolta di agosto a Milano, Debby e Priscilla. Sono dirette a Ponte Galeria per il rimpatrio in Nigeria. In loro sostegno, gli attivisti hanno indetto una manifestazione di protesta per oggi alle 14 a Torino, davanti all’ingresso del Cie in via Mazzarello. Una seconda protesta per chiedere la chiusura dei Cie con un corteo è prevista per sabato 19 giugno alle 15.30 a Modena. (rc)

© Copyright Redattore Sociale

Matite contro la mafia, Giuseppe Fava e I Siciliani diventano un fumetto

04/06/2010

16.10

MAFIE

“Pippo Fava, lo spirito di un giornale” è stato presentato alla Fnsi nell’ambito delle iniziative contro il ddl Alfano. Abbate, simbolo dei giornalisti minacciati al Sud: “Con le intercettazioni scoperte le azioni della mafia contro di me”

Roma – Una finestra verso i giovani per raccontare a fumetti la storia dell’antimafia e di chi ha dato la vita per opporsi alle cosche, non perché fosse un eroe, ma solo facendo quotidianamente il proprio mestiere. Esce il secondo volume delle graphic novel nate dalla collaborazione dei reporter di daSud onlus con la casa editrice Round Robin. “Pippo Fava, lo spirito di un giornale” del giornalista Luigi Politano e del disegnatore Luca Ferrara segue il primo volume della collana “Per amore del mio popolo” su don Peppe Diana, ucciso dal clan dei casalesi. 70 tavole illustrate raccontano la storia di Giuseppe Fava, direttore del giornale antimafia “I Siciliani”,assassinato a Catania dalla mafia il 5 gennaio del 1984, con contributi scritti, tra gli altri, di Riccardo Orioles, Claudio Fava (figlio del giornalista ucciso) e Roberto Morrione.

E’ stato presentato nella sala Tobagi della Federazione nazionale della stampa italiana nell’ambito del calendario di eventi della Fnsi contro il ddl Alfano. “Un giornale come I Siciliani con la legge sulle intercettazioni sarebbe fuori legge” ha dichiarato Claudio Fava. “Grazie alle intercettazioni la magistratura e le forze dell’ordine sono arrivate prima che la mafia compiesse azioni contro di me” ha detto il giornalista Lirio Abbate, presente per ricordare che ancora oggi in Italia ci sono tantissimi cronisti che pagano per avere raccontato verità nascoste o semplicemente per il lavoro che fanno. “Quello che succedeva al tempo di Fava e di mio fratello Giovanni succede ancora oggi in Calabria, in Sicilia e in Campania, dove la grande informazione si gira dall’altra parte”, ha sottolineato Alberto Spampinato direttore di Ossigeno per l’informazione, l’osservatorio della Fnsi e dell’ordine dei giornalisti sui cronisti minacciati dalle mafie. “In Italia sono almeno 50 – ha detto Spampinato – la situazione più grave è in Calabria, dove abbiamo registrato 16 colleghi intimiditi in 4 anni, 8 nell’ultimo anno di cui 6 in sole tre settimane”.

Giuseppe Fava, personaggio scomodo e controcorrente, è stato ricordato nei tanti interventi. “Il suo giornale non aveva alle spalle un editore, né un partito, quindi dava fastidio perché era un uomo libero che voleva fare il suo mestiere fino in fondo senza piegarsi al sistema” ha detto la figlia Elena.  Per Nando Dalla Chiesa, “ Fava era un intellettuale di rottura, poliedrico, capace di produrre teatro, libri e giornalismo”. Roberto Morrione, presidente di Libera Informazione, ha sottolineato che il fondatore dei Siciliani “si è rivolto direttamente e indirettamente ai giovani, come Don Diana a Casal Di Principe, con insegnamenti contro il potere e contro le mafie, per questo il linguaggio del fumetto è adatto a raccontarlo”.  Enrico Fierro, del Fatto Quotidiano, si è soffermato sul suo valore di esempio per chi fa lo stesso mestiere: “ha insegnato a una generazione di giornalisti quello che si doveva fare nel Sud”.

L’iniziativa “Matite contro la mafia” non sarà l’ultima. “Parleremo anche di Giancarlo Siani, di Natale De Grazia e delle navi dei veleni, di Jerry Masslo” ha annunciato Raffaele Lupoli per l’associazione daSud riguardo ai prossimi fumetti della serie. L’idea è quella di legare un linguaggio accessibile ai giovani con temi importanti per raccontare i territori. L’associazione Stampa Romana ha acquistato 500 copie del volume da diffondere nelle scuole. “Questo lavoro è un omaggio al giornalismo italiano, purtroppo proprio Catania ha dimenticato uno dei suoi figli migliori e uno degli esempi più alti di giornalismo nel nostro paese” ha concluso Luigi Politano, co-autore che ha raccolto le testimonianze per scrivere il racconto. (rc)

© Copyright Redattore Sociale

Londra, 4 milioni di sterline per un centro d’accoglienza a Kabul per rimpatriare i minori afghani soli

10/06/2010

12.44

OLTRECONFINE

The Guardian (Uk). Un piano condiviso anche da Norvegia, Svezia, Danimarca e Olanda. Secondo i governi europei l’interesse del minore è quello di ritornare nel paese d’origine. Allarme dalle organizzazioni che tutelano le vittime di torture

Roma – L’agenzia per le frontiere britannica intende costruire in Afganistan un “Centro di reinserimento” da 4 milioni di sterline per iniziare a rimpatriare i minori afghani non accompagnati. Il piano prevede di rimpatriare forzatamente 12 minori al mese. Secondo le statistiche governative ci sono 4.200 minori richiedenti asilo in Gran Bretagna, attualmente a carico dei servizi sociali locali. Gli afghani sono la nazionalità più frequente. Dei 400 minori che hanno chiesto asilo nei primi tre mesi dell’anno, quasi la metà sono afghani. Londra non è la sola a volersi attrezzare per rimpatriare i ragazzi afghani fuggiti dalla guerra. Anche Norvegia, Svezia, Danimarca e Olanda stanno preparando piani di espulsione e centri di accoglienza a Kabul. Questi rimpatri, secondo il Guardian, sono giustificati dai governi europei con la tesi che il miglior interesse del minore sia il ritorno nel paese d’origine. Critiche e proteste sono giunte da molte organizzazioni umanitarie come Human Rights Watch o il Refugee Council. La Fondazione dei medici per la cura delle vittime di torture ha chiesto all’agenzia britannica per le frontiere (Ukba) quali misure saranno prese nei confronti di bambini e adolescenti arrivati in Gran Bretagna dopo aver subito numerosi traumi: torture, stupri, pressioni per diventare combattenti o terroristi suicidi.

The Guardian, 7 e 10 giugno – Vai all’articolo

© Copyright Redattore Sociale

Londra, il governo ai giudici: non accettate ricorsi in extremis contro i rimpatri forzati in Iraq

10/06/2010

12.48

OLTRECONFINE


The Guardian (Uk). Una lettera dei legali del Ministero del Tesoro all’Alta Corte sollecita i magistrati a rifiutare qualunque tentativo legale di evitare l’espulsione a Baghdad con i voli Frontex. Proteste dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati

ROMA – Il governo britannico ha chiesto ai giudici dell’Alta Corte di non accettare ricorsi dell’ultimo minuto contro l’espulsione e il rimpatrio di profughi iracheni che “interrompano o ritardino” i voli Frontex per Baghdad. Il quotidiano “The Guardian” ha rivelato stralci di una lettera degli avvocati del Ministero del Tesoro indirizzata ai giudici dell’Alta Corte. Le motivazioni addotte dal governo di David Cameron sono “la complessità, la fattibilità e i costi” dei charter organizzati da Frontex, l’agenzia europea delle frontiere. Questi voli speciali per riportare in Iraq i richiedenti asilo rifiutati fanno tappa infatti in diversi paesi europei, come Svezia e Olanda, prima di fare scalo nel Regno Unito. Il 9 giugno è partito il secondo volo di iracheni rimpatriati a Baghdad, con a  bordo 10 persone. Un altro charter è previsto per il 16 giugno con 40 espulsi dalla Gran Bretagna. Il ministro per l’Immigrazione Damian Green ha detto che queste sono le procedure standard usate in altri 16 voli precedenti diretti nel Nord dell’Iraq. Il primo charter per Baghdad  finì in farsa lo scorso ottobre, quando nella capitale irachena fu impedito di sbarcare a 34 delle 44 persone a bordo, in quanto si trattava di Curdi iracheni, rispediti in Gran Bretagna.  I dettagli degli ‘accordi speciali’ che reggono le operazioni di espulsione verso l’Iraq, resi noti per la prima volta dal Guardian, hanno provocato la reazione di molti avvocati esperti di immigrazione, associazioni come la Federazione Internazionale dei rifugiati Iracheni (Ifir) e la rete “Stop the deportation”.  La politica di David Cameron si è attirata anche le critiche dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati che si è schierato contro il rimpatrio forzato in un paese dove la violenza continua. Il premier David Cameron ha difeso le sue scelte in un question time in Parlamento, affermando che “uomini e donne britannici coraggiosi hanno combattuto e sono morti per rendere l’Iraq più sicuro”.
The Guardian, Regno Unito, 9 giugno 2010 – Vai all’articolo

© Copyright Redattore Sociale

Crotone, Cie chiuso per i danni delle rivolte

09/06/2010

12.30

IMMIGRAZIONE

Una delle palazzine del Cie di Sant'Anna sfondata a colpi di rete dai detenuti

Il Centro di identificazione ed espulsione di Crotone in ristrutturazione dopo una grave rivolta. Era successo anche a Caltanissetta, chiuso a novembre. Da Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto immigrati trasferiti anche a Lamezia, uno dei peggiori secondo Msf

ROMA – Cie chiusi per i gravi danneggiamenti causati dalle rivolte. Immigrati reclusi per sei mesi in strutture spesso inadeguate da cui cercano di evadere con gesti eclatanti. Ma tutto accade nel silenzio generale della stampa, della politica, dei sindacati e delle organizzazioni umanitarie. Già due centri di identificazione e di espulsione sono stati chiusi perché resi inagibili dalle rivolte dei detenuti. Dopo il caso a novembre 2009 del Cie Pian del Lago di Caltanissetta, a fine aprile è stata la volta del Cie di Sant’Anna, all’interno dell’ex base dell’aeronautica nel comune di Isola di Capo Rizzuto (Kr).  “In seguito alla rivolta degli stranieri, il centro è stato chiuso per svolgere i necessari lavori strutturali”, afferma Maria Antonia Spartà, Vicequestore aggiunto a Crotone e dirigente dell’ufficio immigrazione. “Dovrebbe riaprire a Settembre – spiega Spartà – nel frattempo gli immigrati sono stati trasferiti nei Cie di Torino, Bari e Lamezia”. Quello di Lamezia, insieme a Trapani, è secondo Medici Senza Frontiere un luogo al di fuori degli standard minimi di vivibilità in cui non c’è rispetto della dignità umana. Dopo il rapporto pubblicato a febbraio scorso dall’Ong, il Viminale si è impegnato a chiudere entrambi per la fine dell’anno.

Il buco nel muro esterno provocato da una rivolta dei detenuti

Di chiusura per “lavori di ristrutturazione” parla l’avvocato Pasquale Ribecco, legale delle Misericordie d’Italia, ente gestore del Cara-Cie di Sant’Anna. Nel Cie di Crotone erano detenuti circa 50 immigrati. Redattore Sociale aveva visitato il centro a fine marzo, due settimane prima della rivolta. La tensione era già alle stelle, con gli stranieri che avevano sfondato un muro esterno di una delle due palazzine del Cie scagliandovi contro le reti dei letti per disperazione. Gli agenti di polizia in servizio e il personale lamentavano continue distruzioni da parte dei detenuti. L’agitazione aveva raggiunto il picco massimo per i sei mesi di trattenimento decisi con il pacchetto sicurezza. Pochi giorni dopo il nostro reportage, una grave rivolta con violenti disordini ha portato il Coisp, Sindacato indipendente di polizia, a definire il Cie gestito dalle Misericordie “una bomba a tempo pronta a esplodere e da disinnescare al più presto”. A chiedere la chiusura del Centro era da mesi il segretario generale del Coisp, Franco Maccari. “Un mostro che non dovrebbe esistere” aveva detto Maccari al termine di una visita al Cda, Cie Cara di Sant’Anna lo scorso autunno. La situazione del centro veniva definita “la piu’ critica, sia sotto il profilo della pericolosità, sia per le condizioni igienico-sanitarie”. Venivano segnalati casi di Tubercolosi, scabbia e malattie infettive.

“Carenze fortissime, che tra l’altro troviamo inspiegabili a fronte dei cospicui finanziamenti elargiti a chi gestisce l’accoglienza degli immigrati e la manutenzione del centro, che presenta tra l’altro gravissime carenze strutturali” afferma il Coisp sul suo sito.
Durante i disordini di aprile, sono rimasti feriti due uomini della Polizia e due della Guardia di Finanza, con prognosi dai quattro ai sette giorni. Due tunisini di 23 e 32 anni e un marocchino di 30 anni sono stati arrestati dagli agenti di Polizia in quanto promotori della rivolta. Nel corso della protesta, gli stranieri detenuti hanno danneggiato le strutture, lanciato pietre, calcinacci e pezzi di marmo contro il personale in servizio di vigilanza. Alcuni immigrati sono saliti sul tetto dell’edificio e da lì hanno scaraventato pietre e vari oggetti. Altri si sono aggrappati alla rete di recinzione cercando di sfondarla per fuggire. Alla rivolta è seguito un sopralluogo nel Cie del prefetto Mario Morcone, prima che passasse dal Dipartimento per l’immigrazione del ministero dell’Interno alla guida dell’Agenzia per i beni confiscati. Dopo la visita del rappresentante del Viminale è arrivata la decisione di chiudere completamente la struttura, dove erano già in corso i lavori di ristrutturazione per rendere agibili tutti e quattro i moduli che la costituiscono. L’obiettivo era quello di allargare i posti dai 50 disponibili fino a 124. Tutto doveva essere pronto per fine aprile. Al contrario, per quella data il Cie è stato chiuso. (rc)

© Copyright Redattore Sociale

Nel documentario “Niguri” gli stranieri del centro di Sant’Anna

09/06/2010

12.34

IMMIGRAZIONE

Un’opera sociale del regista indipendente Antonio Martino, originario del quartiere. Una denuncia contro il razzismo e contro i meccanismi disumani dei centri d’accoglienza per migranti

ROMA – Un documentario sui meccanismi che generano il razzismo, sull’incomprensione del diverso e sul sistema fallimentare dei centri di accoglienza per migranti e richiedenti asilo. Niguri – Stranieri a Sant’Anna produzione indipendente del regista Antonio Martino squarcia il velo del silenzio sugli episodi di intolleranza quotidiana che accadono nel quartiere Sant’Anna di Isola Caporizzuto accanto al centro per immigrati più grande d’Europa. Ospitata in un’ex base dell’aeronautica militare, la struttura ha quasi 1500 posti e contiene all’interno il centro d’accoglienza, il Cara per i richiedenti asilo e il Centro di identificazione e di espulsione. Un ex Cpt che da oltre dieci anni si occupa per lo Stato italiano di gestire l’emergenza immigrazione. In cui nell’estate del 2008 arrivarono oltre duemila persone dagli sbarchi a Lampedusa. “Un’invasione” raccontano i titoli dei giornali e i comitati dei residenti. Una struttura che risucchia soldi pubblici e offre occupazione alla popolazione locale ma in cui ancora la maggiorparte degli immigrati vivono nei containers. Martino conosce bene la realtà di questo angolo di profondo sud che è il luogo in cui è nato. Dopo esperienze internazionali di documentarista sociale, da Chernobyl alla Romania e riconoscimenti prestigiosi come il premio produzione al Premio Ilaria Alpi per il suo lavoro sui bambini nelle fogne di Bucarest, il filmmaker ha voluto raccontare quella che per lui è stata l’esperienza più difficile.

Il documentario si sviluppa attraverso una serie di interviste a camera fissa per entrare nelle storie e nella psicologia dei protagonisti di un dramma umano che, sembra avvertire l’autore con questo lavoro, rischia da un momento all’altro di precipitare in una tragedia. Sant’Anna è il buco nero tra Lampedusa e Rosarno. La telecamera spazia su tutti gli attori del conflitto sociale in atto. Operatori del centro Sant’Anna, istituzioni locali, residenti e richiedenti asilo stranieri. “La maggiorparte della popolazione italiana è razzista, qui a Crotone non possiamo parlare con nessuno per la strada, viviamo isolati” racconta un ragazzo tunisino. “Non sappiamo chi sono, da dove vengono” dicono gli abitanti del quartiere. Martino riesce a descrivere in modo chiaro i complessi meccanismi della richiesta di asilo e della valutazione della commissione territoriale, la struttura di accoglienza e quello che succede alla fine del percorso. La gioia dei pochi fortunati che ottengono il permesso umanitario o l’asilo politico. Le sacche di disperazione di chi viene rifiutato. Nella parte finale del documentario si vede un barcone abbandonato nel porto di Crotone, diventato la casa galleggiante di un gruppo di afghani. Davanti alla telecamera si appellano alle convenzioni e agli organismi internazioni per i diritti umani. “Qualcuno può aiutarci?” chiedono ripetutamente. La loro umanità si scontra con la diffidenza e l’ignoranza della popolazione locale, che non capisce le storie di questa gente arrivata da paesi lontanissimi con un carico di disperazione e di povertà. Ma anche con tanti sogni per una vita migliore. Afghani, iracheni, maghrebini, africani subsahariani. Per la gente di Sant’Anna sono tutti, indistintamente, “Niguri”. E così il meccanismo di decostruzione dello stereotipo razzista passa per la messa in ridicolo dei vecchi abitanti che parlano in dialetto. Ma anche attraverso il ricordo delle storie di emigranti del quartiere che mezzo secolo fa raccontano di essere stati i “niguri” della Germania, dove andavano per cercare lavoro. Il passato e il presente si sfiorano, convivono sullo stesso fazzoletto di terra, ma non si toccano. Come nella scena in cui si vedono due africani che cercano vestiario in un cassonetto della spazzatura, nell’indifferenza dei passanti. (rc)

© Copyright Redattore Sociale

Evento contro la ‘ndrangheta a Catanzaro in ricordo di Peppe Valarioti e Massimiliano Carbone

Caffè delle Arti, domenica due appuntamenti su Giuseppe Valarioti e  Massimiliano Carbone. Saranno presentati un libro e un documentario

Per i 30 anni dalla morte di Giuseppe Valarioti la programmazione del Caffè delle Arti al Centro polivalente di via Fontana Vecchia – servizio attivato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Catanzaro – ospiterà domenica 13, con inizio alla ore 21.00, una manifestazione in omaggio al politico ucciso negli anni ’80. La serata del Caffè delle Arti prevede la presentazione di un libro inchiesta e di un documentario realizzati da giovani autori calabresi. Il primo per ricordare il movimento antimafia degli anni Settanta con la vicenda di Giuseppe Valarioti a Rosarno. Il secondo per dare una testimonianza attuale di resistenza civile all’oppressione mafiosa, con la storia di Liliana Carbone, madre coraggio di Locri.

Domenica 13 giugno, con una serata dedicata all’impegno contro la ‘ndrangheta, il Caffè delle Arti di Catanzaro ospiterà la presentazione del libro “Il caso Valarioti – Così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria. Un processo a metà”, Round Robin Editrice, dei giornalisti Danilo Chirico e Alessio Magro. Nel corso della serata sarà proiettato in anteprima anche il documentario indipendente “Oltre l’inverno”, che ricostruisce la battaglia quotidiana della maestra elementare Liliana Carbone per chiedere giutizia e verità sull’omicidio del figlio Massimiliano, ucciso nel 2004 in un agguato a Locri all’età di 30 anni. Al dibattito interverranno gli scrittori Alessio Magro, Danilo Chirico e Mauro Minervino, il caporedattore di Ansa Calabria Filippo Veltri. Saranno presenti anche gli autori del documentario: il regista catanzarese Massimiliano Ferraina, la sceneggiatrice Claudia Di Lullo e la giornalista Raffaella Cosentino (Redattore Sociale/Il Manifesto).

L’evento è stato organizzato con la collaborazione di alcune associazioni di giovani: Confine Incerto di Catanzaro, daSud Onlus di Reggio Calabria e Metasud di Soverato.  I casi Valarioti e Carbone sono le storie di due trentenni assassinati dalla ‘ndrangheta. Peppe perché a 25 anni aveva scelto consapevolmente la strada dell’impegno politico contro le ‘ndrine, Massimiliano semplicemente perché viveva una vita normale e onesta in un contesto pervaso dalla violenza mafiosa. Due omicidi senza colpevoli. Due nomi dimenticati che il silenzio ha ucciso per la seconda volta. Dopo le celebrazioni dell’11 giugno a Rosarno, nel trentennale della morte anche il capoluogo riporta in vita la memoria di Giuseppe Valarioti, l’Impastato calabrese. Il giovane professore e segretario della sezione del Pci di Rosarno è stato ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno del 1980 dopo la vittoria alle elezioni amministrative. Il libro di Alessio Magro e Danilo Chirico ricostruisce la lunga vicenda giudiziaria sul primo omicidio politico della nuova ‘ndrangheta, che tre decenni fa entrò nei gangli del potere. L’ incontro sarà un’occasione aperta per discutere anche della fase delicata che vive oggi la Calabria. Il 2010 si è aperto con la rivolta dei migranti di Rosarno contro la violenza delle ‘ndrine. Nei mesi seguenti una scia di omicidi ha insanguinato la zona jonica catanzarese e l’alta locride. Una nuova guerra di ‘ndrangheta che ha fatto contare già 8 morti in 11 mesi, a partire dall’omicidio di Vincenzo Varano a Isca sullo Ionio a luglio del 2009 fino a quello di Giovanni Bruno a Vallefiorita a metà maggio.


Mail

rightstories@yahoo.it
giugno: 2010
L M M G V S D
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
282930  

Pagine