Un romanzo di Alberto Mossino racconta il mondo sommerso dei nigeriani in Italia

Immigrazione/Tratta

In “Quell’africana che non parla neanche bene l’italiano”, edito da Terrelibere.org, le strade del sesso, i riti voodoo, i debiti con le madames ma anche una cultura ricca e diversa che si scontra con l’ignoranza dell’italiano medio.

Un racconto semplice, diretto, ironico e senza falsi moralismi per avvicinare il pubblico italiano a un tema scottante e ancora ‘tabù’: la prostituzione e la tratta delle nigeriane. “Quell’africana che non parla neanche bene l’italiano” di Alberto Mossino, edito da Terrelibere.org, è un romanzo che attraverso un intreccio divertente e surreale riesce ad abbattere le barriere culturali nei confronti della comunità nigeriana. E a denudare l’ipocrisia dietro cui si nascondono i clienti: giovani normali annoiati dalla routine che non somigliano affatto a maniaci ostaggio di dipendenze perverse. La storia di Franco, trentenne torinese ex militante dei collettivi, imborghesito e finito a fare l’impiegato insoddisfatto di un’agenzia di recupero crediti, si incrocia con quella di Ekaette – Jennifer. Lei è una giovane prostituta nigeriana che per una serie di coincidenze finirà per intrecciare una relazione con il protagonista, andando oltre il solito fugace rapporto a pagamento consumato su una stradina della campagna piemontese. Dopo una serie di avventure e peripezie, il riscatto dei due, entrambi intrappolati in una vita che non corrisponde ai loro sogni, passerà per espedienti poco legali. Le vie lecite sono inaccessibili. Lo scopre il protagonista e con lui il lettore. Entrambi acquistano consapevolezza dell’impossibilità per una ragazza sfruttata dal racket della prostituzione di uscirne da sola. La rete criminale internazionale che organizza i viaggi dalla Nigeria assoggetta le vittime con riti voodoo. Il ricatto psicologico nei confronti delle ragazze che si ribellano passa per le minacce di violenze alle loro famiglie in Africa. Quando Franco si rivolge ai suoi genitori per chiedere aiuto, tramite il parroco viene indirizzato a un’associazione che cura “la dipendenza da prostitute”. La messa alla berlina dell’ignoranza dell’italiano medio come Franco che a stento mastica qualche parola d’inglese con le sue conquiste (“Ai miss iu tu bebi”) crea alcuni dei passi meglio riusciti dell’opera.

Tutta la vicenda ruota sapientemente attorno al debito di 40.000 euro contratto dalla ragazza nei confronti della donna che la sfrutta, la “madame”. In questi casi, la clandestinità rende le ragazze più ricattabili e serve ad oleare il meccanismo dello sfruttamento. “Per uno straniero irregolare è più facile vincere alla lotteria che riuscire ad avere il permesso di soggiorno” è la conclusione cui arriva Franco, quando è ormai ossessionato da quel pezzo di carta senza il quale la sua ragazza non può andare a vivere con lui e affrancarsi dalla vita in strada. Riflette: “Mi chiedo se spesso dietro il rifiuto del permesso di soggiorno da parte delle autorità non ci sia una volontà punitiva e l’interesse ad avere una moltitudine di schiavi che facciano comodo soprattutto all’economia sommersa”. E il viaggio del protagonista tra l’esercito degli schiavi tocca Catania, con l’uccisione di una  nigeriana massacrata per rapina, Padova e l’Emilia Romagna, passando per Castel Volturno. Sulla Domiziana hanno base molte madames, che gestiscono la tratta in altre zone dell’Italia. Fanno da sfondo la mafia nigeriana e i traffici di droga, le rivolte nel Cpt di Torino e le proteste per chiuderlo. Un capitolo illustrato con tavole di Sergio Ponchione, racconta un’altra storia: il “viaggio allucinante” di chi transita da Agades e dal Maghreb prima di imbarcarsi sulle rotte per l’Europa.

Mossino, che da oltre 15 anni ad Asti si occupa di immigrazione, tratta e prostituzione, riesce a raccontare queste tappe obbligate della violenza sui migranti senza cadere in vittimismi o luoghi comuni. Le figure che delinea non sono mai banali, i nigeriani in Italia diventano personaggi accattivanti e intriganti. Il protagonista del romanzo, Franco, è rapito dalle fattezze delle esuberanti ragazze africane e si addentra nei sobborghi di Torino affascinato dalle loro feste. Allo stesso modo il lettore scopre un mondo segreto. Dall’attivista e icona della musica afro Fela Kuti alle funzioni chiassose dei predicatori della Chiesta Pentecostale. Familiarizza con i termini della cultura nigeriana: dall oyibò, il fidanzato italiano delle ragazze che sborsa cifre assurde per loro a espressioni intraducibili come ye ye de smell. Questa fotografia della nuova Italia non è solo colore. Trasuda energia. E’ la voglia di vivere di questa generazione di giovani dalla pelle nera che sono arrivati in Europa disposti a ogni sacrificio per realizzare un progetto di vita migliore. Sempre in bilico tra fantasia e vissuto (i personaggi sono fittizi, il contesto è reale, avverte l’autore in una nota), il volume si chiude con un approfondimento sul sistema di sfruttamento delle donne nigeriane, a cura di Francesco Carchedi (Parsec – Ricerche ed interventi sociali). Le stime attuali parlano di circa 10.000 donne coinvolte nella tratta, di cui il 10-12% minorenni. Un numero raddoppiato rispetto alle 5.000 vittime di metà degli anni Novanta, quando il fenomeno prese piede nel nostro Paese. In media ci vogliono quattro o cinque anni di vita di strada per estinguere il debito contratto con il sistema delle madames. (rc)

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