Archivio per 10 giugno 2010

“Le misure dei sicurezza per i Mondiali limitano il dissenso e i diritti dei poveri”

Sud Africa

Un appello di Alex Zanotelli e dei comboniani all’ambasciatrice sudafricana in Italia per denunciare la repressione nelle baraccopoli e chiedere la liberazione degli attivisti arrestati 9 mesi fa.

Roma – Un appello inviato all’ambasciatrice sudafricana in Italia, che come primo firmatario Alex Zanotelli, denuncia la repressione del dissenso in Sud Africa in occasione della Coppa del Mondo di Calcio. Una raccolta di adesioni è stata diffusa attraverso la testata “Carta”, promossa da associazioni e movimenti di base come i missionari comboniani per chiedere più diritti per i poveri del nuovo Sud Africa. “Siamo preoccupati per il trattamento subito dagli abitanti delle baraccopoli e dai venditori di strada in occasione della Coppa del mondo” si legge nel testo indirizzato all’ambasciatrice Thenjiwe Mtintso. “Gli abitanti delle baraccopoli vengono  forzatamente sfrattati e fatti vivere in transit camps, mentre ai venditori di strada è stato proibito di vendere la propria merce durante tutta la durata della Coppa del mondo – scrivono gli attivisti –  la Coppa del mondo è divenuta l’occasione per ristrutturare le città secondo criteri che favoriscono solo le élite. I poveri vengono spinti fuori, lontani dagli occhi dei turisti e dei giornalisti”.

Secondo quanto riportato nell’appello e denunciato dal movimento dei baraccati sudafricani Abahlali baseMjondolo, “le misure di sicurezza adottate in occasione dei Mondiali limitano fortemente il diritto dei  cittadini a esprimere democraticamente il dissenso rispetto a questo stato di cose”. La lettera aperta segue il ciclo di incontri “Mondiali al contrario” che ha portato degli esponenti del movimento dei baraccati in Italia fino al 31 maggio scorso, quando una delegazione è stata ricevuta all’ambasciata sudafricana a Roma. Associazioni, Ong, osservatori e documentaristi fanno una serie di richieste alle Autorità sudafricane, tramite l’ambasciata in Italia.

Chiedono che il Presidente Jacob Zuma risponda alle richieste di Abahlali baseMjondolo; l’abolizione dei “transit camps” e una commissione indipendente per indagare sui fatti avvenuti a Kennedy Road nel settembre 2009. Lo scorso autunno, si è verificata una violenta repressione nella baraccopoli di Kennedy Road a Durban. Un raid di decine di persone armate ha causato alcuni morti, la distruzione di case e beni dei membri di Abahlali e la fuga di molti di loro per sottrarsi alle violenze. “ Ciò nonostante, sono state arrestate 13 persone tra quelle che avevano subito l’attacco – si legge nell’appello – Abahlali baseMjondolo e molti osservatori tra cui leader religiosi, associazioni, ONG, accademici e semplici cittadini denunciano il ruolo ambiguo svolto dalla polizia locale e dai dirigenti locali dell’African National Congress (ANC)”. I movimenti chiedono anche il rilascio di Khaliphile Jali, Stutu Koyi, Zandisile Ngutshana, Siyabulela Mambi e Samukeliso Mkhokhelwa, 5 persone ancora detenute a Westville a seguito dell’attacco a Kennedy Road e non ancora informate, dopo 9 mesi, sulle motivazioni della loro incarcerazione. (rc)

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CINA: Così lontana, Così vicina

La Cina si sforza a garantire a tutta la popolazione l’accesso al servizio sanitario pubblico: le contraddizione di un paese divenuto nel terzo millennio un gigante economico, ma colpito ancora oggi da casi di lebbra

Un miliardo e trecento milioni di abitanti, un’aspettativa di vita che è andata crescendo sensibilmente negli ultimi sessantanni e un Pil che nel primo trimestre del 2010 è cresciuto del 11,9%, tanto da spaventare gli economisti e da essere considerato dal FMI traino dell’economia mondiale. Eppure in Cina c’è chi soffre ancora di lebbra. Un nota chiaramente stonata all’interno dell’orchestra dei Grandi, che evidenzia come il Celeste Impero, nel pieno del suo boom, presenti ancora una serie di problematiche irrisolte, tra le quali le questioni legate alla salute pubblica, le cui enormi carenze sono emerse prepotentemente nel 2003 con l’esplosione della Sars. Il sistema sanitario cinese è un sistema instabile che è passato, in poco più di mezzo secolo, dalla statalizzazione, con una forte attenzione alla prevenzione di massa, alla chiusura delle facoltà di medicina nelle università, sostituendo i laureati con i cosiddetti “medici scalzi”, voluti da Mao, impartendo a migliaia di agricoltori un’educazione sommaria nel campo medico-sanitario, per poter garantire i servizi medici di base nelle zone rurali, e poi, ancora, a una progressiva erosione del sistema capillare, seppur poco affidabile, che si era creato. Nella Cina del dopo Mao, che punta verso il capitalismo e le liberalizzazioni, si assiste ad una gestione localizzata della sanità (e di tutto il resto dei servizi) con la conseguenza di una disparità sempre più evidente fra città (più ricche) e campagne, da cui i giovani sani e più produttivi sono i primi a fuggire. Risultato? La Repubblica Popolare Cinese si è trovata a dover fronteggiare numerose urgenze nelle zone rurali e a dover ricorrere alle assicurazioni private, per colmare le lacune dell’assistenza pubblica. Questa, però, è la classica situazione in cui la cura è, forse, peggio della malattia, perché per le fasce sociali più disagiate, che sono quelle che non hanno accesso neanche al sistema previdenziale minimo garantito ai lavoratori dipendenti, è impossibile pagare un’assicurazione. A nulla sono serviti, gli incentivi stanziati tra 2003 e 2004 in alcune zone rurali per promuove la health care a pagamento: campagne e città restano ancora due mondi separati. Nonostante gli investimenti governativi attuati negli ultimi anni, il World Healt Organization parla chiaramente di costo della salute come “principiale barriera per garantire una buona qualità dei servizi, soprattutto per le persone che vivono nelle zone più remote”.

Ed è per questo che nel 2010 – sottolinea nel suo rapporto annuale la Fondazione Italia-Cina- gran parte delle discussioni sulle opportunità offerte dal settore sanitario in Cina verteranno sulle implicazioni delle nuove riforme”. L’obiettivo, annunciato nel 2007 dal premier Wen Jiabao di una assistenza pubblica gratuita per tutti, senza distinzione di reddito, residenza e provenienza, potrebbe realizzarsi nel 2020, data in cui il programma Healthy China dovrebbe essere attuato. Per far ciò, lo sguardo sarà puntato verso il basso, per “migliorare l’accesso e la convenienza delle cure sanitarie”, sottolinea la fondazione di Via Clerici, a Milano. Perché l’idea che il gigante economico del terzo millennio compaia anche nella classifica dei Paesi in cui si continuano a registrare dei casi di lebbra, insieme a Angola, Bangladesh, Brasile, Etiopia, Nigeria, Filippine, Sri Lanka, Sudan, è davvero difficile da far accettare.

di Antonella Vicini, tratto da IL WELFARE DELL’ITALIA

Rosarno ricorda Giuseppe Valarioti, l’Impastato calabrese

MAFIE

Una targa del comune, un dibattito e un libro sul “caso” del dirigente della sezione del Pci di Rosarno, trucidato all’età di 30 anni dalla ‘ndrangheta dopo la vittoria alle elezioni amministrative l’11 giugno 1980. Il delitto è rimasto impunito

Rosarno – L’Impastato calabrese, una storia dimenticata. E’ quella di Giuseppe Valarioti, professore e dirigente della sezione del Pci di Rosarno, ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno del 1980. A trent’anni di distanza, nel giorno dell’anniversario della tragica scomparsa, a Rosarno una targa, un libro e un’assemblea pubblica ne celebreranno il ricordo.  Il comune (ancora sciolto per mafia e guidato da una commissione straordinaria dal 2008), in collaborazione con l’associazione Arci dedicherà a Valarioti una targa nella piazza principale del paese che già porta il suo nome. Alle 16, nell’auditorium del Liceo Scientifico “R. Piria”, un dibattito organizzato da Libera contro tutte le mafie, daSud Onlus e l’Associazione per il rinnovamento della sinistra, ripercorrerà la sua vicenda, un simbolo per la lotta antimafia in Calabria. All’incontro parteciperanno esponenti della politica, dei sindacati, del volontariato e dell’associazionismo, insieme all’ex sindaco di Rosarno Giuseppe Lavorato e ad Alessio Magro e Danilo Chirico, autori del libro “Il Caso Valarioti. Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria”, edito da Round Robin.

Il volume verrà presentato a Rosarno in anteprima e raccoglie cinque anni di ricerche dei giornalisti reggini Magro e Chirico, nel tentativo di risollevare dall’oblìo la storia di Giuseppe Valarioti, un giovane professore di lettere, appassionato di studi archeologici sulla Rosarno magno-greca, l’antica Medma. Ma soprattutto un attivista politico, che guidava la sezione rosarnese del Pci e che fu trucidato a soli trent’anni di età a colpi di lupara nella notte, all’uscita da un ristorante dopo avere festeggiato la vittoria del partito comunista alle elezioni amministrative. Un delitto efferato che arrivò al termine di una campagna elettorale con la tensione alle stelle, segnata da attentati contro gli esponenti e la sede comunista. E da un segnale minaccioso: i manifesti appena affissi dai militanti comunisti venivano capovolti dai mafiosi. Non stracciati, ma girati al contrario, segno che gli uomini della ‘ndrangheta seguivano passo passo le mosse degli attivisti politici. Un crimine su cui la giustizia non ha mai fatto piena luce, rimasto impunito. E fino a questo momento anche sconosciuto ai più, sia in Italia sia in Calabria. Una storia che somiglia a quella di Peppino Impastato a Cinisi, con l’eccezione che Valarioti non apparteneva a una famiglia legata alla mafia.
L’incontro dell’11 giugno arriva a cinque mesi esatti dalla rivolta degli africani e dalla caccia ai neri a fucilate. L’obiettivo, si legge sul manifesto,  è quello di “unire giovani, immigrati, agricoltori e lavoratori onesti per difendere i diritti di tutti, liberare le popolazioni dall’oppressione mafiosa, costruire lo sviluppo democratico, sociale e civile”. (rc)

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Roma- Teheran: Duello a distanza?

La crisi tra Iran e comunità internazionale rischia di avere ripercussioni anche sui rapporti storicamente buoni tra Italia e Repubblica Islamica. E i recenti episodi di cronaca mostrano già l’esistenza di qualche spaccatura

L'ambasciatore iraniano in Italia Ali Hosseinia di qualche spaccatura

“Alta tensione tra Italia e Iran”. Così titolavano alcune testate all’inizio del mese di marzo alla notizia dell’arresto

di due iraniani, nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza su un presunto traffico di armi

attraverso il nostro Paese -e altre nazioni- destinate alla Repubblica Islamica. “Operazione Sniper” (dall’inglese “cecchino”) è il nome in codice di un lavoro iniziato nel giugno 2009 che ha portato all’emissione di nove ordinanze di custodia cautelare e all’arresto anche di cinque cittadini italiani, accusati di “associazione a delinquere finalizzata all’illecita esportazione di armi e sistemi di armamento verso l’Iran, in violazione del vigente embargo internazionale, con l’aggravante della transnazionalità”, recita un comunicato del Comando provinciale di Milano delle Fiamme Gialle.

Un atto che ha suscitato enorme risonanza a livello mediatico anche perché le manette sono scattate per il corrispondente della tv di stato iraniana Irib, Hamid Masoumi Nejad, accreditato in Italia da più di dieci anni e molto conosciuto nell’ambiente giornalistico della Capitale per un’attività professionale intensa e frenetica. Epilogo più che prevedibile della vicenda è stata l’immediata convocazione dell’ambasciatore italiano a Teheran, Alberto Bradanini, seguita da pesanti affermazioni delle autorità iraniane nei confronti del governo italiano. Il presidente del Parlamento iraniano, l’ex capo negoziatore per il nucleare Ali Larijani, ha parlato sen

za mezzi termini di “un piano infantile dell’esecutivo italiano” che “riporta in menteuna scena di satira politica più che una realtà e sta mettendo a repentaglio la sua fama sotto il profilo politico”, mentre il capo della diplomazia iraniana, Manouchehr Mottaki, molto più seccamente, ha condannato l’azione giudiziaria italiana come “una decisione irrazionale e un gesto politicamente immaturo e ridicolo”. Laconica la replica del ministro degli Esteri Franco Frattini: “reazione iraniana scomposta”. Ma il caso Sniper è soltanto l’ultima goccia che ha fatto traboccare un vaso riempitosi progressivamente, grazie al distillare costante di frizioni e botta-risposta a distanza, che negli ultimi mesi sembravano preannunciare un imminente scontro diplomatico, la cui sintesi si ritrova nel titolo di un articolo in lingua italiana della Irib, successivo agli arresti: “Una nuova messa in scena made in Italy contro la Repubblica islamica dell’Iran”.

Difficile ricordare un periodo più teso tra Roma e Teheran, il cui rapporto, fino a un paio di anni fa, era considerato così stabile da far ipotizzare l’ingresso italiano nel gruppo dei 5+1, all’interno del Palazzo di Vetro, per rendere più agevoli le negoziazioni sul nucleare, in virtù delle ottime relazioni commerciali e della vicinanza culturale fra i due Paesi. Ma allora non c’era ancora stata la cancellazione della visita in Iran del titolare della Farnesina, lo scorso 21 maggio, né il rifiuto di Teheran di partecipare al vertice del G8 svoltosi a L’Aquila, a giugno, e neppure le dichiarazioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in Israele sulla necessità di “ impedire e sconfiggere i disegni pericolosi del regime iraniano”. Anche in questo caso, Bradanini aveva ricevuto le proteste ufficiali del ministero degli Esteri per le parole pronunciate dal premier italiano e sempre lui era stato spettatore di una manifestazione di protesta di fronte all’edificio consolare di Neauphle Le Chateau Ave, a colpi di slogan quali “Morte a Berlusconi” e “Morte all’Italia”. Situazioni non nuove nelle vie di Teheran che, però, nella maggior parte dei casi, hanno sempre riguardato Stati Uniti e Gran Bretagna.

In attesa di ulteriori evoluzioni, nel campo italiano sembra essere stata scelta la strategia del silenzio diplomatico. Anche questo è un indizio della difficoltà di mantenere gli equilibri in un momento in cui anche l’Eni, per mezzo del suo amministratore delegato, Paolo Scaroni, ha annunciato che non saranno rinnovati contratti con l’Iran e che verranno rispettati i soli impegni presi nel 2000 e nel 2001. Eppure, a sentire Mohammad Ali Hosseini, l’ambasciatore iraniano da poco insediatosi a Roma, “le relazioni fra i due Paesi continuano a basarsi su una consonanza geografica, culturale e storica”, ed è con l’Italia che la Persia ha avuto “i legami più stretti fra tutti i Paesi europei”. Ma è questo uso del passato prossimo che fa riflettere, così come la sottolineatura che la Repubblica islamica sta portando avanti una serie di sforzi per “mantenere, anzi, incrementare, queste relazioni, a prescindere dallo schieramento politico che guida l’Italia”.

Lo scorso 7 aprile, Hosseini ha voluto conoscere i rappresentanti della stampa italiana e, durante un incontro informale presso la sua residenza, ha sottolineato alcune questioni importanti.

“Abbiamo un buon terreno di lavoro per quel che riguarda questioni bilaterali, regionali, ma anche internazionali, come la lotta al terrorismo, al traffico di droga, alla criminalità organizzata; la gestione di problematiche come quella afghana e mediorientale. E speriamo che alcuni episodi non possano deteriorare i rapporti”, ha detto. Gli episodi sono quelli ricordati finora, l’arresto di Hamid Masoumi Nejad in primis che nelle parole dell’ambasciatore diventa “un sicuro fraintendimento che ci auguriamo sarà presto chiarito”.

Il concetto ricorrente nelle affermazioni dell’ex vice ministro degli Esteri iraniano è quello di dialogo: “necessità di comunicare”, “sottolineare le somiglianze piuttosto che le divergenze,” “colmare le distanze”. Eppure, c’è uno spettro che continua da aggirarsi: “le posizioni negative creano un clima buio e nell’oscurità la ruota della diplomazia fatica a girare”.

di Antonella Vicini per “Theorema”, tutti i diritti a

Malalai Joya e la libertà del popolo afghano


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