Archivio per giugno 2010



Crotone, Cie chiuso per i danni delle rivolte

09/06/2010

12.30

IMMIGRAZIONE

Una delle palazzine del Cie di Sant'Anna sfondata a colpi di rete dai detenuti

Il Centro di identificazione ed espulsione di Crotone in ristrutturazione dopo una grave rivolta. Era successo anche a Caltanissetta, chiuso a novembre. Da Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto immigrati trasferiti anche a Lamezia, uno dei peggiori secondo Msf

ROMA – Cie chiusi per i gravi danneggiamenti causati dalle rivolte. Immigrati reclusi per sei mesi in strutture spesso inadeguate da cui cercano di evadere con gesti eclatanti. Ma tutto accade nel silenzio generale della stampa, della politica, dei sindacati e delle organizzazioni umanitarie. Già due centri di identificazione e di espulsione sono stati chiusi perché resi inagibili dalle rivolte dei detenuti. Dopo il caso a novembre 2009 del Cie Pian del Lago di Caltanissetta, a fine aprile è stata la volta del Cie di Sant’Anna, all’interno dell’ex base dell’aeronautica nel comune di Isola di Capo Rizzuto (Kr).  “In seguito alla rivolta degli stranieri, il centro è stato chiuso per svolgere i necessari lavori strutturali”, afferma Maria Antonia Spartà, Vicequestore aggiunto a Crotone e dirigente dell’ufficio immigrazione. “Dovrebbe riaprire a Settembre – spiega Spartà – nel frattempo gli immigrati sono stati trasferiti nei Cie di Torino, Bari e Lamezia”. Quello di Lamezia, insieme a Trapani, è secondo Medici Senza Frontiere un luogo al di fuori degli standard minimi di vivibilità in cui non c’è rispetto della dignità umana. Dopo il rapporto pubblicato a febbraio scorso dall’Ong, il Viminale si è impegnato a chiudere entrambi per la fine dell’anno.

Il buco nel muro esterno provocato da una rivolta dei detenuti

Di chiusura per “lavori di ristrutturazione” parla l’avvocato Pasquale Ribecco, legale delle Misericordie d’Italia, ente gestore del Cara-Cie di Sant’Anna. Nel Cie di Crotone erano detenuti circa 50 immigrati. Redattore Sociale aveva visitato il centro a fine marzo, due settimane prima della rivolta. La tensione era già alle stelle, con gli stranieri che avevano sfondato un muro esterno di una delle due palazzine del Cie scagliandovi contro le reti dei letti per disperazione. Gli agenti di polizia in servizio e il personale lamentavano continue distruzioni da parte dei detenuti. L’agitazione aveva raggiunto il picco massimo per i sei mesi di trattenimento decisi con il pacchetto sicurezza. Pochi giorni dopo il nostro reportage, una grave rivolta con violenti disordini ha portato il Coisp, Sindacato indipendente di polizia, a definire il Cie gestito dalle Misericordie “una bomba a tempo pronta a esplodere e da disinnescare al più presto”. A chiedere la chiusura del Centro era da mesi il segretario generale del Coisp, Franco Maccari. “Un mostro che non dovrebbe esistere” aveva detto Maccari al termine di una visita al Cda, Cie Cara di Sant’Anna lo scorso autunno. La situazione del centro veniva definita “la piu’ critica, sia sotto il profilo della pericolosità, sia per le condizioni igienico-sanitarie”. Venivano segnalati casi di Tubercolosi, scabbia e malattie infettive.

“Carenze fortissime, che tra l’altro troviamo inspiegabili a fronte dei cospicui finanziamenti elargiti a chi gestisce l’accoglienza degli immigrati e la manutenzione del centro, che presenta tra l’altro gravissime carenze strutturali” afferma il Coisp sul suo sito.
Durante i disordini di aprile, sono rimasti feriti due uomini della Polizia e due della Guardia di Finanza, con prognosi dai quattro ai sette giorni. Due tunisini di 23 e 32 anni e un marocchino di 30 anni sono stati arrestati dagli agenti di Polizia in quanto promotori della rivolta. Nel corso della protesta, gli stranieri detenuti hanno danneggiato le strutture, lanciato pietre, calcinacci e pezzi di marmo contro il personale in servizio di vigilanza. Alcuni immigrati sono saliti sul tetto dell’edificio e da lì hanno scaraventato pietre e vari oggetti. Altri si sono aggrappati alla rete di recinzione cercando di sfondarla per fuggire. Alla rivolta è seguito un sopralluogo nel Cie del prefetto Mario Morcone, prima che passasse dal Dipartimento per l’immigrazione del ministero dell’Interno alla guida dell’Agenzia per i beni confiscati. Dopo la visita del rappresentante del Viminale è arrivata la decisione di chiudere completamente la struttura, dove erano già in corso i lavori di ristrutturazione per rendere agibili tutti e quattro i moduli che la costituiscono. L’obiettivo era quello di allargare i posti dai 50 disponibili fino a 124. Tutto doveva essere pronto per fine aprile. Al contrario, per quella data il Cie è stato chiuso. (rc)

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Nel documentario “Niguri” gli stranieri del centro di Sant’Anna

09/06/2010

12.34

IMMIGRAZIONE

Un’opera sociale del regista indipendente Antonio Martino, originario del quartiere. Una denuncia contro il razzismo e contro i meccanismi disumani dei centri d’accoglienza per migranti

ROMA – Un documentario sui meccanismi che generano il razzismo, sull’incomprensione del diverso e sul sistema fallimentare dei centri di accoglienza per migranti e richiedenti asilo. Niguri – Stranieri a Sant’Anna produzione indipendente del regista Antonio Martino squarcia il velo del silenzio sugli episodi di intolleranza quotidiana che accadono nel quartiere Sant’Anna di Isola Caporizzuto accanto al centro per immigrati più grande d’Europa. Ospitata in un’ex base dell’aeronautica militare, la struttura ha quasi 1500 posti e contiene all’interno il centro d’accoglienza, il Cara per i richiedenti asilo e il Centro di identificazione e di espulsione. Un ex Cpt che da oltre dieci anni si occupa per lo Stato italiano di gestire l’emergenza immigrazione. In cui nell’estate del 2008 arrivarono oltre duemila persone dagli sbarchi a Lampedusa. “Un’invasione” raccontano i titoli dei giornali e i comitati dei residenti. Una struttura che risucchia soldi pubblici e offre occupazione alla popolazione locale ma in cui ancora la maggiorparte degli immigrati vivono nei containers. Martino conosce bene la realtà di questo angolo di profondo sud che è il luogo in cui è nato. Dopo esperienze internazionali di documentarista sociale, da Chernobyl alla Romania e riconoscimenti prestigiosi come il premio produzione al Premio Ilaria Alpi per il suo lavoro sui bambini nelle fogne di Bucarest, il filmmaker ha voluto raccontare quella che per lui è stata l’esperienza più difficile.

Il documentario si sviluppa attraverso una serie di interviste a camera fissa per entrare nelle storie e nella psicologia dei protagonisti di un dramma umano che, sembra avvertire l’autore con questo lavoro, rischia da un momento all’altro di precipitare in una tragedia. Sant’Anna è il buco nero tra Lampedusa e Rosarno. La telecamera spazia su tutti gli attori del conflitto sociale in atto. Operatori del centro Sant’Anna, istituzioni locali, residenti e richiedenti asilo stranieri. “La maggiorparte della popolazione italiana è razzista, qui a Crotone non possiamo parlare con nessuno per la strada, viviamo isolati” racconta un ragazzo tunisino. “Non sappiamo chi sono, da dove vengono” dicono gli abitanti del quartiere. Martino riesce a descrivere in modo chiaro i complessi meccanismi della richiesta di asilo e della valutazione della commissione territoriale, la struttura di accoglienza e quello che succede alla fine del percorso. La gioia dei pochi fortunati che ottengono il permesso umanitario o l’asilo politico. Le sacche di disperazione di chi viene rifiutato. Nella parte finale del documentario si vede un barcone abbandonato nel porto di Crotone, diventato la casa galleggiante di un gruppo di afghani. Davanti alla telecamera si appellano alle convenzioni e agli organismi internazioni per i diritti umani. “Qualcuno può aiutarci?” chiedono ripetutamente. La loro umanità si scontra con la diffidenza e l’ignoranza della popolazione locale, che non capisce le storie di questa gente arrivata da paesi lontanissimi con un carico di disperazione e di povertà. Ma anche con tanti sogni per una vita migliore. Afghani, iracheni, maghrebini, africani subsahariani. Per la gente di Sant’Anna sono tutti, indistintamente, “Niguri”. E così il meccanismo di decostruzione dello stereotipo razzista passa per la messa in ridicolo dei vecchi abitanti che parlano in dialetto. Ma anche attraverso il ricordo delle storie di emigranti del quartiere che mezzo secolo fa raccontano di essere stati i “niguri” della Germania, dove andavano per cercare lavoro. Il passato e il presente si sfiorano, convivono sullo stesso fazzoletto di terra, ma non si toccano. Come nella scena in cui si vedono due africani che cercano vestiario in un cassonetto della spazzatura, nell’indifferenza dei passanti. (rc)

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Evento contro la ‘ndrangheta a Catanzaro in ricordo di Peppe Valarioti e Massimiliano Carbone

Caffè delle Arti, domenica due appuntamenti su Giuseppe Valarioti e  Massimiliano Carbone. Saranno presentati un libro e un documentario

Per i 30 anni dalla morte di Giuseppe Valarioti la programmazione del Caffè delle Arti al Centro polivalente di via Fontana Vecchia – servizio attivato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Catanzaro – ospiterà domenica 13, con inizio alla ore 21.00, una manifestazione in omaggio al politico ucciso negli anni ’80. La serata del Caffè delle Arti prevede la presentazione di un libro inchiesta e di un documentario realizzati da giovani autori calabresi. Il primo per ricordare il movimento antimafia degli anni Settanta con la vicenda di Giuseppe Valarioti a Rosarno. Il secondo per dare una testimonianza attuale di resistenza civile all’oppressione mafiosa, con la storia di Liliana Carbone, madre coraggio di Locri.

Domenica 13 giugno, con una serata dedicata all’impegno contro la ‘ndrangheta, il Caffè delle Arti di Catanzaro ospiterà la presentazione del libro “Il caso Valarioti – Così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria. Un processo a metà”, Round Robin Editrice, dei giornalisti Danilo Chirico e Alessio Magro. Nel corso della serata sarà proiettato in anteprima anche il documentario indipendente “Oltre l’inverno”, che ricostruisce la battaglia quotidiana della maestra elementare Liliana Carbone per chiedere giutizia e verità sull’omicidio del figlio Massimiliano, ucciso nel 2004 in un agguato a Locri all’età di 30 anni. Al dibattito interverranno gli scrittori Alessio Magro, Danilo Chirico e Mauro Minervino, il caporedattore di Ansa Calabria Filippo Veltri. Saranno presenti anche gli autori del documentario: il regista catanzarese Massimiliano Ferraina, la sceneggiatrice Claudia Di Lullo e la giornalista Raffaella Cosentino (Redattore Sociale/Il Manifesto).

L’evento è stato organizzato con la collaborazione di alcune associazioni di giovani: Confine Incerto di Catanzaro, daSud Onlus di Reggio Calabria e Metasud di Soverato.  I casi Valarioti e Carbone sono le storie di due trentenni assassinati dalla ‘ndrangheta. Peppe perché a 25 anni aveva scelto consapevolmente la strada dell’impegno politico contro le ‘ndrine, Massimiliano semplicemente perché viveva una vita normale e onesta in un contesto pervaso dalla violenza mafiosa. Due omicidi senza colpevoli. Due nomi dimenticati che il silenzio ha ucciso per la seconda volta. Dopo le celebrazioni dell’11 giugno a Rosarno, nel trentennale della morte anche il capoluogo riporta in vita la memoria di Giuseppe Valarioti, l’Impastato calabrese. Il giovane professore e segretario della sezione del Pci di Rosarno è stato ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno del 1980 dopo la vittoria alle elezioni amministrative. Il libro di Alessio Magro e Danilo Chirico ricostruisce la lunga vicenda giudiziaria sul primo omicidio politico della nuova ‘ndrangheta, che tre decenni fa entrò nei gangli del potere. L’ incontro sarà un’occasione aperta per discutere anche della fase delicata che vive oggi la Calabria. Il 2010 si è aperto con la rivolta dei migranti di Rosarno contro la violenza delle ‘ndrine. Nei mesi seguenti una scia di omicidi ha insanguinato la zona jonica catanzarese e l’alta locride. Una nuova guerra di ‘ndrangheta che ha fatto contare già 8 morti in 11 mesi, a partire dall’omicidio di Vincenzo Varano a Isca sullo Ionio a luglio del 2009 fino a quello di Giovanni Bruno a Vallefiorita a metà maggio.

Paul Connett, re Mida dei rifiuti

Zero Waste: La teoria della sostenibilità per risolvere la questione dello smaltimento dei rifiuti

Zero Waste, cioè ‘Rifiuti Zero’. È in questa formula, che è insieme anche il nome di una campagna per la salvaguardia dell’ambiente e della salute pubblica, che si trova la soluzione al problema dello smaltimento dei rifiuti. Questo almeno secondo Paul Connett, docente di chimica ambientale alla St.Lawrence University di New York e esperto nella strategia della gestione dei rifiuti che, dopo anni di battaglie nel settore, è arrivato a portare le sue teorie anche alle Nazioni Unite. La filosofia del simpatico professore newyorchese, che ama molto l’Italia e non disdegna il suo vino (non fa fatica ad ammetterlo), è semplice quanto banale: meno rifiuti si producono, meno se ne devono smaltire. Più facile a dirsi che a farsi, però, in un’epoca in cui quello del packaging è diventato un vero e proprio business. Il passaggio successivo in questo approccio è l’idea che i rifiuti possano diventare risorse.

L’impegno che si chiede è rivolto direttamente alle aziende e alla istituzioni, locali e nazionali, impegnandosi a progettare prodotti che siano riutilizzabili e riciclabili, rispettando tutte le fasi del riciclo a partire dalla raccolta differenziata e, ultimo, ma non meno importante, creando un sistema condiviso dal basso.

“Si tratta- sottolinea il professore– di un problema che riguarda tutti perché tutti producono rifiuti, soprattutto in questo epoca in cui si consuma più del necessario. Il programma Zero Waste dice che ognuno di noi è parte della soluzione”.

L’obiettivo finale è ridurre al minimo la quantità di RSU (rifiuto solido urbano) da smaltire. Nel mirino di Connett ci sono, infatti, inceneritori e discariche

“I rifiuti sono la prova che qualcosa non va. Le discariche seppelliscono queste prove. Gli inceneritori le bruciano”, esemplifica. È proprio dalla costruzione di un inceneritore nella contea di New York, vicino al confine con il Canada, e dalla scoperta che la combustione di rifiuti domestici produce sostanze tossiche, “le più tossiche che l’uomo abbia mai prodotto”, che più di vent’anni fa nasce la sua riflessione.

Negli Stati Unti, tuttavia, la questione degli inceneritori sembra essere stato risolta, la quota di RSU bruciato è progressivamente diminuito e dal 1996 non ne sono stati più costruiti.

L’esempio che Connett fa con maggiore orgoglio è quello di San Francisco, “una città di 850mila abitanti, piena di grattacieli e con poco spazio disponibile”, che ha bisogno di “tre lingue diverse per portare avanti le campagne di informazioni e di educazione dei cittadini” e in cui, nonostante le difficoltà, nel giro si è arrivato a riciclare il 75 % dei rifiuti. In Italia, il dibattito è ancora molto acceso.

Paul Connett è un habitué del nostro Paese e conosce bene le campagne fatte contro gli inceneritori, non ultima la manifestazione che ha visto interessato i cittadini della città di Parma per opporsi alla costruzione di un impianto a Ugozzolo, e ritiene che “l’adozione da parte di alcuni comuni, come quello di Capannori, della strategia di Zero Waste e della raccolta porta a porta sia un esempio, molto importante, da offrire come alternativa”.

“Un Paese come questo- aggiunge – ha più opportunità rispetto a Germania, Francia e Danimarca di attuare una forma alternativa di smaltimento di rifiuti, perché qui questo sistema non è ancora così radicato”.

“C’è chi mi dice che si tratta di una questione culturale e che gli italiani non sono pronti a forme diverse di raccolta di rifiuti, ma io credo che sia un problema di gestione politica.

“La soluzione c’è, non è certo una soluzione totale del problema, ma un inizio per passare poi agli altri aspetti nella filosofia della sostenibilità”.

Antonella Vicini per “Il Welfare dell’Italia”, tutti i diritti a

“Le misure dei sicurezza per i Mondiali limitano il dissenso e i diritti dei poveri”

Sud Africa

Un appello di Alex Zanotelli e dei comboniani all’ambasciatrice sudafricana in Italia per denunciare la repressione nelle baraccopoli e chiedere la liberazione degli attivisti arrestati 9 mesi fa.

Roma – Un appello inviato all’ambasciatrice sudafricana in Italia, che come primo firmatario Alex Zanotelli, denuncia la repressione del dissenso in Sud Africa in occasione della Coppa del Mondo di Calcio. Una raccolta di adesioni è stata diffusa attraverso la testata “Carta”, promossa da associazioni e movimenti di base come i missionari comboniani per chiedere più diritti per i poveri del nuovo Sud Africa. “Siamo preoccupati per il trattamento subito dagli abitanti delle baraccopoli e dai venditori di strada in occasione della Coppa del mondo” si legge nel testo indirizzato all’ambasciatrice Thenjiwe Mtintso. “Gli abitanti delle baraccopoli vengono  forzatamente sfrattati e fatti vivere in transit camps, mentre ai venditori di strada è stato proibito di vendere la propria merce durante tutta la durata della Coppa del mondo – scrivono gli attivisti –  la Coppa del mondo è divenuta l’occasione per ristrutturare le città secondo criteri che favoriscono solo le élite. I poveri vengono spinti fuori, lontani dagli occhi dei turisti e dei giornalisti”.

Secondo quanto riportato nell’appello e denunciato dal movimento dei baraccati sudafricani Abahlali baseMjondolo, “le misure di sicurezza adottate in occasione dei Mondiali limitano fortemente il diritto dei  cittadini a esprimere democraticamente il dissenso rispetto a questo stato di cose”. La lettera aperta segue il ciclo di incontri “Mondiali al contrario” che ha portato degli esponenti del movimento dei baraccati in Italia fino al 31 maggio scorso, quando una delegazione è stata ricevuta all’ambasciata sudafricana a Roma. Associazioni, Ong, osservatori e documentaristi fanno una serie di richieste alle Autorità sudafricane, tramite l’ambasciata in Italia.

Chiedono che il Presidente Jacob Zuma risponda alle richieste di Abahlali baseMjondolo; l’abolizione dei “transit camps” e una commissione indipendente per indagare sui fatti avvenuti a Kennedy Road nel settembre 2009. Lo scorso autunno, si è verificata una violenta repressione nella baraccopoli di Kennedy Road a Durban. Un raid di decine di persone armate ha causato alcuni morti, la distruzione di case e beni dei membri di Abahlali e la fuga di molti di loro per sottrarsi alle violenze. “ Ciò nonostante, sono state arrestate 13 persone tra quelle che avevano subito l’attacco – si legge nell’appello – Abahlali baseMjondolo e molti osservatori tra cui leader religiosi, associazioni, ONG, accademici e semplici cittadini denunciano il ruolo ambiguo svolto dalla polizia locale e dai dirigenti locali dell’African National Congress (ANC)”. I movimenti chiedono anche il rilascio di Khaliphile Jali, Stutu Koyi, Zandisile Ngutshana, Siyabulela Mambi e Samukeliso Mkhokhelwa, 5 persone ancora detenute a Westville a seguito dell’attacco a Kennedy Road e non ancora informate, dopo 9 mesi, sulle motivazioni della loro incarcerazione. (rc)

CINA: Così lontana, Così vicina

La Cina si sforza a garantire a tutta la popolazione l’accesso al servizio sanitario pubblico: le contraddizione di un paese divenuto nel terzo millennio un gigante economico, ma colpito ancora oggi da casi di lebbra

Un miliardo e trecento milioni di abitanti, un’aspettativa di vita che è andata crescendo sensibilmente negli ultimi sessantanni e un Pil che nel primo trimestre del 2010 è cresciuto del 11,9%, tanto da spaventare gli economisti e da essere considerato dal FMI traino dell’economia mondiale. Eppure in Cina c’è chi soffre ancora di lebbra. Un nota chiaramente stonata all’interno dell’orchestra dei Grandi, che evidenzia come il Celeste Impero, nel pieno del suo boom, presenti ancora una serie di problematiche irrisolte, tra le quali le questioni legate alla salute pubblica, le cui enormi carenze sono emerse prepotentemente nel 2003 con l’esplosione della Sars. Il sistema sanitario cinese è un sistema instabile che è passato, in poco più di mezzo secolo, dalla statalizzazione, con una forte attenzione alla prevenzione di massa, alla chiusura delle facoltà di medicina nelle università, sostituendo i laureati con i cosiddetti “medici scalzi”, voluti da Mao, impartendo a migliaia di agricoltori un’educazione sommaria nel campo medico-sanitario, per poter garantire i servizi medici di base nelle zone rurali, e poi, ancora, a una progressiva erosione del sistema capillare, seppur poco affidabile, che si era creato. Nella Cina del dopo Mao, che punta verso il capitalismo e le liberalizzazioni, si assiste ad una gestione localizzata della sanità (e di tutto il resto dei servizi) con la conseguenza di una disparità sempre più evidente fra città (più ricche) e campagne, da cui i giovani sani e più produttivi sono i primi a fuggire. Risultato? La Repubblica Popolare Cinese si è trovata a dover fronteggiare numerose urgenze nelle zone rurali e a dover ricorrere alle assicurazioni private, per colmare le lacune dell’assistenza pubblica. Questa, però, è la classica situazione in cui la cura è, forse, peggio della malattia, perché per le fasce sociali più disagiate, che sono quelle che non hanno accesso neanche al sistema previdenziale minimo garantito ai lavoratori dipendenti, è impossibile pagare un’assicurazione. A nulla sono serviti, gli incentivi stanziati tra 2003 e 2004 in alcune zone rurali per promuove la health care a pagamento: campagne e città restano ancora due mondi separati. Nonostante gli investimenti governativi attuati negli ultimi anni, il World Healt Organization parla chiaramente di costo della salute come “principiale barriera per garantire una buona qualità dei servizi, soprattutto per le persone che vivono nelle zone più remote”.

Ed è per questo che nel 2010 – sottolinea nel suo rapporto annuale la Fondazione Italia-Cina- gran parte delle discussioni sulle opportunità offerte dal settore sanitario in Cina verteranno sulle implicazioni delle nuove riforme”. L’obiettivo, annunciato nel 2007 dal premier Wen Jiabao di una assistenza pubblica gratuita per tutti, senza distinzione di reddito, residenza e provenienza, potrebbe realizzarsi nel 2020, data in cui il programma Healthy China dovrebbe essere attuato. Per far ciò, lo sguardo sarà puntato verso il basso, per “migliorare l’accesso e la convenienza delle cure sanitarie”, sottolinea la fondazione di Via Clerici, a Milano. Perché l’idea che il gigante economico del terzo millennio compaia anche nella classifica dei Paesi in cui si continuano a registrare dei casi di lebbra, insieme a Angola, Bangladesh, Brasile, Etiopia, Nigeria, Filippine, Sri Lanka, Sudan, è davvero difficile da far accettare.

di Antonella Vicini, tratto da IL WELFARE DELL’ITALIA

Rosarno ricorda Giuseppe Valarioti, l’Impastato calabrese

MAFIE

Una targa del comune, un dibattito e un libro sul “caso” del dirigente della sezione del Pci di Rosarno, trucidato all’età di 30 anni dalla ‘ndrangheta dopo la vittoria alle elezioni amministrative l’11 giugno 1980. Il delitto è rimasto impunito

Rosarno – L’Impastato calabrese, una storia dimenticata. E’ quella di Giuseppe Valarioti, professore e dirigente della sezione del Pci di Rosarno, ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno del 1980. A trent’anni di distanza, nel giorno dell’anniversario della tragica scomparsa, a Rosarno una targa, un libro e un’assemblea pubblica ne celebreranno il ricordo.  Il comune (ancora sciolto per mafia e guidato da una commissione straordinaria dal 2008), in collaborazione con l’associazione Arci dedicherà a Valarioti una targa nella piazza principale del paese che già porta il suo nome. Alle 16, nell’auditorium del Liceo Scientifico “R. Piria”, un dibattito organizzato da Libera contro tutte le mafie, daSud Onlus e l’Associazione per il rinnovamento della sinistra, ripercorrerà la sua vicenda, un simbolo per la lotta antimafia in Calabria. All’incontro parteciperanno esponenti della politica, dei sindacati, del volontariato e dell’associazionismo, insieme all’ex sindaco di Rosarno Giuseppe Lavorato e ad Alessio Magro e Danilo Chirico, autori del libro “Il Caso Valarioti. Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria”, edito da Round Robin.

Il volume verrà presentato a Rosarno in anteprima e raccoglie cinque anni di ricerche dei giornalisti reggini Magro e Chirico, nel tentativo di risollevare dall’oblìo la storia di Giuseppe Valarioti, un giovane professore di lettere, appassionato di studi archeologici sulla Rosarno magno-greca, l’antica Medma. Ma soprattutto un attivista politico, che guidava la sezione rosarnese del Pci e che fu trucidato a soli trent’anni di età a colpi di lupara nella notte, all’uscita da un ristorante dopo avere festeggiato la vittoria del partito comunista alle elezioni amministrative. Un delitto efferato che arrivò al termine di una campagna elettorale con la tensione alle stelle, segnata da attentati contro gli esponenti e la sede comunista. E da un segnale minaccioso: i manifesti appena affissi dai militanti comunisti venivano capovolti dai mafiosi. Non stracciati, ma girati al contrario, segno che gli uomini della ‘ndrangheta seguivano passo passo le mosse degli attivisti politici. Un crimine su cui la giustizia non ha mai fatto piena luce, rimasto impunito. E fino a questo momento anche sconosciuto ai più, sia in Italia sia in Calabria. Una storia che somiglia a quella di Peppino Impastato a Cinisi, con l’eccezione che Valarioti non apparteneva a una famiglia legata alla mafia.
L’incontro dell’11 giugno arriva a cinque mesi esatti dalla rivolta degli africani e dalla caccia ai neri a fucilate. L’obiettivo, si legge sul manifesto,  è quello di “unire giovani, immigrati, agricoltori e lavoratori onesti per difendere i diritti di tutti, liberare le popolazioni dall’oppressione mafiosa, costruire lo sviluppo democratico, sociale e civile”. (rc)

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