Archivio per luglio 2010

COOPERAZIONE Una casa per bambini abbandonati: il “miracolo” di due volontari in Kosovo

La comunità è retta da una coppia di sposi e accoglie rom, kosovari, minori disabili. Nessuno percepisce stipendio. Dal 1999 la Caritas Umbria opera a Klina, fornendo assistenza a decine di famiglie, cattoliche e musulmane

PERUGIA – Tutto comincia nel 1999, a ridosso della guerra, quando un gruppo di volontari italiani della Caritas Umbria arriva in Kosovo per fornire la prima assistenza di rito. Due di loro, undici anni dopo, sono ancora lì. Cristina e Massimo, nel frattempo, si sono sposati e hanno creato un centro di accoglienza per i bambini del villaggio di Raduloc e dintorni, prevalentemente kosovari e rom. Si tratta di una zona a maggioranza cattolica, pure se tra i 40 ospiti di Casa Zlokucane ci sono dei musulmani. Il primo bambino è arrivato nel 1999, dopo essere stato abbandonato dai genitori. Da quel momento nella frazione di Klina l’attività dei volontari della Caritas umbra ha subito un’impennata. Gli ospiti giungono tramite i servizi sociali, le famiglie, gli amici, ma anche da soli, come ha fatto Sadam nel 2008. Rimasto orfano a dieci anni ha chiesto accoglienza. Ora lo si vede tenere in braccio il figlio più piccolo di Massimo e Cristina, Lorenzino, come se fosse un fratello maggiore.

“L’80 % dei nostri ragazzi ha un età che va dai pochi mesi ai sedici anni, ma abbiamo anche altri ospiti più grandi che hanno problemi di disabilità, più o meno evidenti”, sottolinea Carlo, ingegnere trentenne, che da circa un anno si dedica a tempo pieno al volontariato. È il caso di Rusten che ha 21 anni, ma sembra ancora un bambino. L’ultimo arrivato, invece, ha tre anni e ha trascorso quasi tutta la sua vita in ospedale, dopo essere stato abbandonato dai genitori perché affetto da spina bifida. Necessita ora di trattamenti riabilitativi che probabilmente verranno forniti all’Ospedale Bambin Gesù di Roma. In casi come questi, interviene di solito la cooperazione italiana attraverso il Ministero degli Esteri che si coordina con il Cimic (Civil-Military Cooperation).

Questa piccola comunità, completamente autosufficiente, vive grazie alle donazioni e al lavoro svolto da tutti quotidianamente. Nessuno percepisce stipendio. “Abbiamo un terreno di circa 20 ettari da coltivare, che ci è stato donato dalla municipalità; legna da tagliare; una casa da gestire; i bambini da mandare a scuola e altre 250 famiglie del luogo a cui prestare assistenza”, spiega Carlo. Si capisce, quindi, perché le giornate inizino all’alba. Si comincia preparando la colazione e si va avanti con la pratica quotidiana del “Buongiorno”; un momento di riflessione collettivo che avviene a tavola, prendendo spunto da una lettura a scelta. Alle 8 ognuno inizia la propria attività, lavorativa o scolastica, a seconda dell’età, che prosegue fino alle 19 e termina con le preghiere di rito, anche questo un momento comunitario, di raccoglimento o di riflessione, che ognuno, musulmano o cattolico, vive come vuole. Distinguere nazionalità ed etnie in questo microcosmo risulta particolarmente difficile sia per l’insieme di colori e di tratti somatici, sia per l’alternarsi di nomi che portano traccia dell’influenza slava, musulmana, ma anche italiana. E così incontriamo una Driita e una Poska, ma anche un Paolino e un Besart, traduttore ufficiale e factotum della casa, definito ironicamente “un kosovaro che sembra un milanese”. (Antonella Vicini)

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