Archivio per ottobre 2010

Dietro front con le bombe avanti con gli istruttori. Il nostro Afghanistan, per Il Riformista

Appena ventiquattro ore dopo i funerali dei quattro alpini uccisi nella valle del Gullistan, un nuovo attacco contro i militari italiani in Afghanistan. Questa volta senza vittime. Per altri sei soldati della coalizione internazionale, in altre zone del Paese, invece, non c’è stato nulla da fare.
“Più noi siamo presenti, più abbiamo successi, più forte è la reazione”. Sono queste le parole con le quali il ministro della Difesa Ignazio La Russa spiega il crescere delle tensioni sul fronte afghano, nel corso di un’intervista televisiva rilasciata poco dopo aver riferito al Senato sull’impegno nazionale all’interno della missione Isaf.
Trentacinque minuti è durata la sua informativa, il tempo di pronunciare quella data che era stata già annunciata nei giorni scorsi, a caldo, e cioè il 2011. Entro il 2011 i militari italiani potrebbero aver iniziato quel passaggio di responsabilità alle autorità afghane che è poi l’obiettivo finale di tutti gli alleati. Questo non significa, ha sottolineato La Russa, la fine della missione che per gli Stati Uniti proseguirà almeno fino 2013. Decisioni del genere si prendono, infatti, in ambito internazionale e se ne potrebbe discutere già oggi durante il vertice dei ministri Nato a Bruxelles. Quello che si sa sin da ora è che in campo italiano potrebbe cambiare il tipo di impegno, passando alle due ultime fasi della missione, cioè quelle di transizione e di rischieramento, che vedono l’Ana (Afghan National Army) e l’Anp (Afghan National Police) sempre più padrone del proprio territorio. A questo serve, infatti, l’addestramento delle forze afghane portato avanti da anni dai Carabinieri all’interno della Nato Training Mission. Stando al ministro della Difesa italiana, il Regional Command West, cioè la zona sotto responsabilità italiana che si identifica con la provincia di Herat, sarebbe una di quelle regioni in cui l’opera di stabilizzazione potrebbe avvenire più velocemente che altrove.
“Se opereremo in concordia, se metteremo in campo le risorse, se daremo sostegno, vicinanza alle nostre forze armate, se non ci intestardiremo in discussioni sterili”, ha sottolineato.
Del tutta secondaria, invece, la polemica dei giorni scorsi sulla possibilità di armare i caccia AMX utilizzati in teatro. “L’Italia è l’unico Paese a disporre di aerei non armati di bombe” ha detto La Russa, aggiungendo che da tempo i nostri militari chiedono di poter armare i loro velivoli. Nonostante questo, il capo della Difesa pare non voler minare il consenso attorno alla missione con una decisione che considera comunque “giusta, legittima, importante”, ma che potrebbe “mettere a rischio questo spirito comune di sostegno ai nostri militari”. Anche questa, eventualmente, sarà una questione da discutere tra gli alleati, forse a Lisbona durante il Vertice Nato di novembre, durante il quale si traccerà una sorta di road map per il disimpegno delle truppe dall’Afghanistan a partire dal 2014. A parlare di date e di uscita dal Paese è questa volta il ministro degli Esteri Franco Frattini, intervenendo alla presentazione di “Una radio per l’Afghanistan, un progetto di Rai e Cooperazione italiana, a cui ha collaborato anche l’Interprete Internazionale, che punta alla distribuzione di piccole radio a dinamo e a pannello solare nei villaggi afghani più remoti. La radio è lo strumento di informazione più diffuso in Afghanistan e in questo modo si vuole permettere all’emittente ERTV, che trasmette in Dari e Pashto, di portare avanti programmi di informazione e di educazione scolastica anche laddove raggiungere le scuole è più pericoloso e difficile. Si tratta di un altro passo avanti verso la cosiddetta afghanizzazione del Paese che, secondo il presidente Hamid Karzai, passa anche attraverso la reintegrazione e la riconciliazione. Da qui la scelta degli Stati Uniti di eliminare dalla black list dell’Onu 47 nomi legati ai talebani. Un’iniziativa sostenuta anche dall’Italia ma con qualche remora. “Abbiamo sempre sostenuto che i talebani non sono tutti uguali”, ha dichiarato Frattini. “Sostengo l’idea del Pentagono e degli Stati Uniti per una riconciliazione ancora più aperta verso coloro che sono disponibili verso di noi, ma coloro che sparano sui nostri soldati non sono riconciliabili”.
Il capo della Farnesina sembra rispondere alle indiscrezioni diffuse nei giorni scorsi dal Washington Post e dal Guardian sui negoziati che sarebbero in corso tra il governo di Kabul, la shura di Quetta e la rete di Haqqani, un gruppo considerato anche più pericoloso di quello che fa capo al mullah Omar, e che proprio per questo Karzai sta cercando di portare dalla sua parte.
Antonella Vicini
IL RIFORMISTA (14-10-2010)

foto di A. Vicini

Gli africani scioperano contro lo sfruttamento sul lavoro, i giornalisti quando?

Castel Volturno, 8 ottobre 2010
Alle rotonde dove ogni mattina all’alba si recluta manodopera in nero, gli africani ci hanno messo ‘la faccia’ contro il lavoro nero e il caporalato. Kalifoo Ground Strike. “OGGI NON LAVORO PER MENO DI 50 EURO. Una grande esperienza esserci
Di regola i giovani giornalisti freelance, quelli che vi raccontano le notizie da cani sciolti, liberi, senza editori nè padroni, vengono pagati molto meno di un bracciante agricolo, meno degli sfruttati di cui raccontano le storie. Chi vi ha raccontato l’onda verde in Iran? Chi vi ha raccontato Rosarno? Chi ha rischiato per portare fuori da Gaza le immagini delle distruzioni che altrimenti non avreste mai visto? Chi conosce l’Italia vera, quella di chi non arriva a fine mese, di chi lotta per i diritti, di chi non si arrende? I freelance. Ormai il giornalismo ‘sul campo’ nel nostro paese si fa fuori dalle redazioni, senza contratto, senza sicurezza, senza garanzie. Ma questo, cari lettori, voi non lo sapete.
Come non sapete che un giornalista freelance, con le spese interamente a suo carico, può arrivare a essere pagato 4 centesimi al rigo, 3 euro, 5, 10 euro ad articolo. Che esistono giornali che si rifiutano di impegnarsi a pagare i collaboratori due volte l’anno. Gli stessi giornali incassano con la pubblicità e con i contributi pubblici, ma restano sacche di potere appannaggio di una vecchia casta. Per tutelare la libertà di stampa, tuteliamo i freelance, quelli che le notizie le vanno a trovare e verificare per davvero.

Raffaella Cosentino

Copyright Raffaella Cosentino

Copyright Raffaella Cosentino

Oltre l’inverno. A Roma, a Cagliari e a Locri il documentario che racconta la lotta contro la ‘ndrangheta di Liliana Carbone

di Raffaella Cosentino
Sabato 9 ottobre alle 21 due proiezioni concomitanti, a Roma con gli autori allo Spazio daSud (via Gentile Da Mogliano 170, zona Pigneto) e a Cagliari nell’ambito della rassegna Maya Film Festival, festival di cinema indipendente cofinanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali in collaborazione con l’Actor Center di Roma per la direzione artistica di Michael Margotta. Nel capoluogo sardo, al termine di una sei giorni di proiezioni, il regista Massimiliano Ferraina parteciperà all’incontro con gli autori, tra i quali Marco Amenta, regista di ‘Il Fantasma di Corleone’ su Bernardo Provenzano, e Rina Amato con il documentario ‘Cessarè’ sulla storia di Rocco Gatto a Gioiosa Jonica. L’8 ottobre prima proiezione di ‘Oltre l’inverno’ a Locri, nei luoghi in cui è stato girato, durante la manifestazione ‘Storie di vita’ alla cooperativa sociale Mistya, con la partecipazione di associazioni e gruppi impegnati sul territorio, come gli artisti di strada della ‘Gurfata’, la cui esibizione chiude il documentario. ‘Oltre l’inverno’ ha vinto il premio speciale fuori concorso al Gaiart and Video International Festival e la Ginestra d’Argento, sezione “contro la mafia movie” (parimerito con Cessarè) al quinto festival di Carlopoli (Cz).

Il Docu-Film ‘Oltre l’inverno’.

Una maestra che sfida la ‘ndrangheta. La violenza che scompagina in modo drammatico la vita di una famiglia. La resistenza quotidiana di Liliana Carbone all’oppressione mafiosa. Sono i temi al centro del documentario indipendente “Oltre l’inverno”, realizzato da tre giovani autori catanzaresi: Massimiliano Ferraina (regista), Claudia Di Lullo (dialoghista) e Raffaella Cosentino (giornalista freelance). Trenta minuti di immagini che si concentrano sui gesti quotidiani di mamma Carbone a Locri. Momenti carichi di ritualità e di significati perché esprimono il dramma di aver perso un figlio di 30 anni ucciso dalla ‘ndrangheta e il bisogno di andare ‘oltre’, di mantenere viva l’attenzione allargando il campo rispetto alla vicenda personale.

Liliana Esposito Carbone è una maestra elementare di Locri e ha visto uccidere suo figlio nel cortile di casa in un agguato la sera del 17 settembre 2004. Massimiliano stava rientrando con suo fratello da una partita di calcetto. Le ferite gravi riportate nell’agguato non gli hanno risparmiato 7 giorni di agonia prima di spegnersi in ospedale. E’ morto il 24 settembre di sei anni fa, esattamente nel giorno del compleanno di sua madre. Quel giorno segna il passaggio del testimone. A chi ha ucciso per affossare la verità in una tomba, Liliana risponde diventando uno straordinario megafono per chiedere giustizia, non solo per suo figlio ma per tutti i ragazzi e i bambini di Locri. E’ superfluo dire che Massimiliano era incensurato, amava il calcio. Aveva fondato una piccola cooperativa. Aveva una vita normale. Un giovane calabrese che aveva deciso di restare nella sua terra. La sua fine è ancora avvolta dal mistero. Il tribunale di quella città e i suoi inquirenti non hanno saputo dare una verità giudiziaria alla mamma di Massimiliano, perché la sua famiglia trovasse il conforto della giustizia giusta. Raccontare il caso Carbone è difficile perché non esiste una sentenza da riportare nelle cronache, una risposta a chi si chiede perché tanta violenza su un giovane al di fuori da qualunque contesto criminale. Una storia piena di buchi e di colpevoli reticenze.

Liliana Carbone non ha risparmiato risorse personali e forze fisiche nella ricerca della verità. Né si è preoccupata di esporsi ai rischi delle ritorsioni, dell’isolamento e della calunnia. Una vicenda che tira in ballo connivenze e omertà , visto che a Locri non si uccide senza il coinvolgimento di killer delle cosche o senza l’assenzo della ‘ndrangheta. Una storia che finora insegna che si può uccidere impunemente. Ma anche che non si può mettere a tacere la verità a fucilate. Perché dopo Massimiliano, c’è Liliana e dopo di lei ci siamo noi che continueremo a raccontare la sua lotta, perchè è la battaglia di tutti coloro che non si rassegnano, che non si chiudono nella paura e nel silenzio. Liliana ha fatto del dolore una battaglia civile. E in terra di ‘ndrangheta se chiedi a testa alta il rispetto dei tuoi diritti di cittadina, di madre, di maestra, chiedi di cambiare le cose. La rivendicazione individuale diventa una causa collettiva. Oltre l’inverno vuole combattere l’idea che ci sono “pezzi di paese dati per persi” dai giornali e dai politici.

“ Nella vita personale e nella società ci sono periodi che assomigliano molto all’inverno- dice il regista Massimiliano Ferraina – Come nel ciclo delle stagioni l’inverno si trasforma in primavera così nella vita personale e nella società è necessaria una trasformazione. Quando ho incontrato per la prima volta Liliana Carbone, sono rimasto colpito dalla forza e dall’energia con cui questa donna portava avanti la sua richiesta di giustizia. Subito si rimane colpiti dai suoi argomenti mai banali e dalle citazioni letterarie, dalla capacità di analisi non comune e dal suo desiderio di trasformazione. Nessuno può comprendere il dolore di una madre per la perdita del figlio e altrettanto difficile è comprendere una lotta che spinge oltre i valori di una società che spesso pigramente rimane legata a disvalori che considera immutabili”. Su come vincere questa sottocultura mafiosa gli autori del documentario vogliono offrire spunti di riflessione. Un’intenzione che Liliana Carbone ben sintetizza nella frase:“Perché non c’è una evoluzione, che è già una forma di trasformazione, qui da noi? Perché per cambiare qualcosa c’è bisogno di vincere l’assuefazione e l’immobilismo, quella forma di conservazione che ci fa pensare di rischiare la nostra sicurezza ”. Oltre l’inverno racconta la ‘ndrangheta come un’immane sofferenza sociale, in cui le donne hanno un ruolo di primo piano, sia le donne di mafia che trasmettono i disvalori alle nuove generazioni, sia le donne che incoraggiano il cambiamento, offrendo per questo ideale la loro stessa vita. “L’esperienza più significativa è stata quella di vedere una mamma, che lotta senza tregua per proteggere la memoria di suo figlio- commenta Claudia Di Lullo – è la storia umana di Liliana che ha catturato la mia attenzione. La sua tenacia, il suo coraggio. Un prezioso incoraggiamento per tutte le donne calabresi”.

http://www.oltrelinverno.blogspot.com/

Palermo, in un docu-film la Sicilia che resiste alla mafia

La regia è di Paolo Maselli, scritto con Daniela Gambino, racconta la rivoluzione della società civile siciliana da Addio Pizzo e l’antiracket a Telejato a Libera Terra. Gli autori: “il consumo critico nuova frontiera dell’antimafia”

Palermo – L’esperienza dei ragazzi di Addio Pizzo e l’antiracket, i giornalisti minacciati dalla mafia e le cooperative sorte sui beni confiscati ai clan. La lotta non istituzionale alla criminalità organizzata a Palermo per la prima volta viene raccontata in video da un documentario indipendente, Storie di resistenza quotidiana, presentato in anteprima alla libreria Feltrinelli di via Cavour in un incontro dal titolo: “L’importanza di sporcarsi le mani” Gli autori, il regista Paolo Maselli e la scrittrice palermitana Daniela Gambino, hanno voluto mettere insieme sullo schermo in 52 minuti le tante esperienze positive di lotta alla mafia e al racket degli ultimi anni in Sicilia.

Un docu-film in cui il giornalista Pino Maniaci di Telejato di Partinico dice che “siamo sulla buona strada”. Storie di resistenza quotidiana si dipana attraverso una serie di interviste. Da Vincenzo Agostino, padre di Antonio, il poliziotto ucciso insieme alla moglie Ida Castellucci, il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini, a Enrico Colajanni imprenditore e presidente dell’associazione antiracket nata dall’esperienza di Addio Pizzo. Da Lirio Abbate a don Luigi Ciotti. Le immagini documentano il lavoro sui campi delle cooperative di Libera Terra, ma anche gli attentati mafiosi come l’auto della redazione di Telejato incendiata per intimidire Maniaci. In una sequenza si vede un mimo vestito da pagliaccio mentre in sottofondo scorre l’audio del famoso intervento televisivo di un giovane Totò Cuffaro che attacca violentemente il giudice Giovanni Falcone ospite di Maurizio Costanzo. Seguono poi le riprese in bianco e nero dei crateri delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Queste ultime immagini hanno suscitato gli applausi spontanei del pubblico palermitano presente alla proiezione, anche a ormai 18 anni dalla morte dei giudici Falcone e Borsellino.
Il documentario mette al centro dell’attenzione il consumo critico, l’elaborazione di strategie di contrasto pacifico alla criminalità organizzata da parte di persone della società civile, testimoniando la forte volontà e l’impegno di fare fronte comune contro il fenomeno del racket. E’ stato girato a Palermo e in alcune zone dell’Alto Belice corleonese. La presentazione nel capoluogo siciliano è stata l’occasione per una riflessione sui cambiamenti che attraversa la società siciliana. “E’ il racconto di una Sicilia che resiste” commenta il giornalista Giuseppe Lo Bianco, autore di “L’agenda rossa di Paolo Borsellino”. E continua: “Purtroppo non è vero che il pizzo è imposto, in Sicilia è dato per scontato, si paga ovunque come un costo d’impresa, per questo Addio Pizzo ha affondato il coltello nella piaga con lo slogan: un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Un’esperienza che è andata ben oltre i confini siciliani, come spiega la sociologa Francesca Forno dell’Università di Bergamo, autrice di una ricerca su consumo critico e lotta alle mafie. “Addio Pizzo e Libera Terra costituiscono una nuova forma di pressione, dando a tutti la possibilità di compiere piccoli atti quotidiani che vanno contro l’indifferenza – afferma la sociologa – Quando i prodotti di Libera Terra o Pizzo free arrivano nelle nostre botteghe, la problematica locale diventa nazionale”.

Un’analisi condivisa dallo scrittore siciliano Aldo Penna. “Nel 1980 morirono 200 persone a Palermo tra orrore e sangue – racconta – sembrava una guerra tra forze del male e del bene, questi ultimi erano i giudici e gli eroi. La gente era spettatrice impotente, quello che è cambiato è che la gente ora si sente protagonista di piccoli gesti di resistenza. Libero Grassi fu ucciso perché era un isolato. Questa vicenda invece contiene i germi di una rivoluzione”. Per l’autrice palermitana Daniela Gambino, il soggetto del documentario è “un allenamento al coraggio”. Secondo la scrittrice “la cosa più pericolosa a Palermo è che ancora non ci rendiamo conto di vivere in uno stato di paura e abbiamo introiettato il condizionamento”. Gambino ha annunciato che sull’argomento uscirà anche un libro per l’Altra Economia in cui si parlerà del consumo critico come frontiera contro le mafie. (raffaella cosentino)
© Copyright Redattore Sociale


Mail

rightstories@yahoo.it
ottobre: 2010
L M M G V S D
« Set   Nov »
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
25262728293031

Pagine