Archivio per dicembre 2010


su Theorema, n.6

Gli atenei d’Iran temono le riforme. su Il riformista

Voci. Nel mirino materie poco compatibili con i precetti dell’Islam

università di teheran durante i comizi pre-elettorali, giugno 2009


Università e universitari sono da parecchie settimane le parole chiave per analizzare ciò che sta succedendo in Italia e in Europa. Ciò che accade negli atenei è infatti la cartina tornasole dei cambiamenti sociali e politici. Ovunque. La repubblica islamica dell’Iran non fa eccezione.
Nei giorni scorsi si era diffusa la notizia circa la volontà di mettere al bando dalle facoltà corsi e materie di studio troppo filo-occidentali. Il grido d’allarme è subito rientrato, perché le autorità di Teheran non hanno mai confermato e neanche smentito, eppure è da alcuni mesi che la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, esprime la preoccupazione che “molte discipline delle scienze umane, basandosi sui principi cardine del materialismo, contraddicono gli insegnamenti islamici”.
Timori raccolti da qualcuno all’interno del Ministero dell’Educazione se Abolfazl Hassani, membro di spicco del dicastero, ha dichiarato in diverse occasioni che “le aperture effettuate nell’ambito delle scienze sociali saranno riviste” perché basate sulla cultura occidentale. Nel mirino potrebbero finire, quindi, materie come diritti umani, filosofia, scienze politiche, psicologia, giurisprudenza e studi femministi, poco compatibili con gli insegnamenti islamici.
Per il momento a Teheran tutto sembra essere rimasto immutato, anche se una decisione del genere non stupirebbe chi ha già vissuto gli sconvolgimenti del 1979. A sentire un ex-preside di una delle facoltà di scienze umane della capitale, infatti, “già nei primi anni successivi alla rivoluzione è accaduto qualcosa di simile. Allora, gli atenei sono stati addirittura chiusi, il tempo necessario a modificare i programmi e mandare in pensione quei docenti la cui linea politica non piaceva al regime. Ma per quanto riguarda la situazione di oggi, tutto continua come sempre”.
“Queste voci – prosegue un altro docente dell’università di Lettere di Teheran – hanno forse a che fare con il recente intervento della Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei che ha chiesto una revisione negli insegnamenti delle scienze umane”. “Se anche fosse possibile attuare un progetto simile, questo impiegherebbe molto tempo perché la società iraniana di oggi non assomiglia a quella post rivoluzionaria di trent’anni fa”. Il tempo e i tempi, dunque, sembrano giocare dalla parte dei giovani che intanto, al di là di divieti o minacce, rendono vive e ferventi le principale città iraniane, che poi sono quelle che ospitano gli atenei: Teheran, Shiraz, Tabriz, Mashhad, Esfahan.
C’è però chi come Leila, già laureata in sociologia e ora specializzanda, fa una riflessione che va oltre .“Coloro che guidano un Paese – sostiene- dovrebbero aumentare i pregi e diminuire i difetti di un sistema scolastico, ma ciò che sta succedendo in Iran è il contrario. Invece di rafforzare la nostra identità culturale, cercano di eliminare la cultura antica. L’ultimo tentativo è stato quello di togliere i riferimenti alle monarchie dai libri di storia”. Il loro obiettivo, conclude “è rimanere al potere mantenendo la gente ignorante”.
Dopo la Rivoluzione Islamica del 1979, l’istruzione iraniana ha vissuto un periodo buio durato almeno quattro anni: scontri, chiusure di molti istituti (circa 200) e epurazioni di insegnanti e studenti troppo poco vicini agli insegnamenti islamici. Attualmente l’Iran conta quasi 300 atenei, tra pubblici e privati, che ospitano circa 3 milioni e mezzo di studenti. Bisogna considerare che stiamo parlando di una Paese di 70 milioni di abitanti, il 70% dei quali ha meno di trent’anni. Il 96, 6% dei giovani, secondo l’Unesco, è alfabetizzato.
Ma è stato proprio l’United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, durante le scorse settimane, a ritirare il proprio sostegno alla Giornata Mondiale della Filosofia che quest’anno si è svolta a Teheran. Secondo fonti diplomatiche il motivo della scelta risiederebbe proprio nella presunta volontà di rivedere i programmi universitari iraniani in chiavi anti-occidentale, anche se da parte dell’agenzia delle Nazioni Unite non è giunta alcuna dichiarazione in merito.
Gli atenei sono da sempre il luogo del dissenso e chi non ricorda la strage degli studenti nel 1999, sotto la presidenza Khatami, ricorderà certamente le manifestazione scoppiate all’indomani dei risultati elettorali, il 13 giugno 2009, proprio al centro di Teheran. Tra Viale Azadi e Viale Enqelab, troviamo l’Università Sharif, l’Università di Theran e l’Amir Kabir. Poco più avanti è stata uccisa Neda.
Sadegh, laureando in ingegneria, è chiaro: “dopo le elezioni dell’anno scorso, i conservatori cercano di mantenere il potere. E come? Attraverso la repressione, intimidendo gli intellettuali e i giovani. Credo però che se si attuasse una legge del genere, il fuoco che cova sotto la cenere divamperebbe. In questo momento qualsiasi passo sbagliato può riaccendere il vulcano di rabbia che avete visto lo scorso anno per le strade”. “L’Iran – spiega ancora- è un Paese imprevedibile: se ti dicono che è vietata la musica, il giorno dopo tutti andranno a comprare uno strumento; se ti dicono che non si parlerà più della storia dei Re persiani nelle scuole, le famiglie la insegneranno ai loro ragazzi nelle proprie case ”. Come dire che leggere Lolita a Teheran sarà sempre possibile.

di Antonella Vicini
con la collaborazione di Mehran Cl.

Grecia, MSF denuncia la situazione critica per migranti e richiedenti asilo nelle strutture di detenzione nella regione di Evros

MSF chiede al governo greco misure immediate per garantire condizioni di accoglienza dignitose per i migranti

Roma/Atene, 14 Dicembre 2010 – Migranti e richiedenti asilo detenuti nella regione di Evros, nel nord della Grecia, si trovano in una situazione critica. Negli ultimi due mesi il numero dei migranti senza documenti che ha attraversato il confine dalla Turchia verso la Grecia è aumentato significativamente, fino a 300 nuovi arrivi al giorno. A seguito del recente afflusso, le strutture di detenzione sono sovraffollate mentre le condizioni delle celle sono spaventose. Per rispondere agli urgenti bisogni dei migranti detenuti, Medici Senza Frontiere (MSF) ha avviato un intervento di emergenza nella regione di Evros, fornendo assistenza medica e umanitaria.

Durante una valutazione effettuata nel mese di novembre in due centri di detenzione (Venna, Fylakio) e in tre stazioni di polizia di frontiera (Soufli, Tychero e Feres), MSF ha documentato le condizioni dure e disumane in cui vengono tenuti i migranti trattenuti. Molte delle strutture sono sovraffollate e operano con una capacità due o tre volte superiore alle loro possibilità. A causa della mancanza di spazio, uomini, donne, giovani e minori non accompagnati vengono tenuti insieme nelle stesse celle. Molti dormono sul pavimento accanto alle toilette. Strutture di detenzione capaci di ospitare più di 100 persone hanno soltanto due toilette e due docce e manca il materiale per la pulizia e l’igiene personale. Nonostante la presenza dello staff medico del Ministero della Sanità in molte strutture (inclusi medici, infermieri e uno psicologo), i servizi medici sono ancora inadeguati per le esigenze dei detenuti a causa del numero insufficiente di medici, l’assenza di interpreti e la mancanza di uno screening medico dei nuovi arrivati. In più, migranti e richiedenti asilo ricevono informazioni scarse o nulle sul loro status legale e sul sistema di detenzione.

“La situazione è critica per tutte le persone trattenute. I migranti non hanno un posto per dormire, non possono uscire nel cortile e molti di loro sono costretti a vivere per settimane o persino per mesi in condizioni di vita inaccettabili,” dice Ioanna Pertsinidou, coordinatrice dell’emergenza per MSF. “Abbiamo deciso di intervenire immediatamente per offrire assistenza medica e umanitaria.” Dall’inizio di dicembre, un team di MSF si trova nella regione di Evros per fornire assistenza sanitaria e migliorare le condizioni di vita e igiene nelle strutture detentive. Due medici di MSF stanno lavorando nelle stazioni di polizia di frontiera a Tychero e Soufli, per curare i pazienti per lo più affetti da patologie respiratorie e infezioni della pelle causate dalle dure condizioni di vita. Un logista lavora per migliorare le condizioni igieniche all’interno dei centri e un team di MSF sta inoltre distribuendo sacchi a pelo.

“Quello che vediamo ogni giorno nei centri di detenzione è indescrivibile. In alcuni giorni, nella stazione di polizia di Soufli, pensata per ospitare 80 persone, si possono trovare più di 140 migranti. A Tychero, che ha una capacità di 45 persone, ne abbiamo contate 130. A Feres la notte scorsa abbiamo distribuito sacchi a pelo a 115 migranti, nonostante la capacità sia di sole 35 persone. Una donna con seri problemi ginecologici, ci ha detto che non c’era spazio per dormire e non ha avuto altra scelta che dormire in bagno. Nel centro di detenzione di Fylakio, pochi giorni fa le celle sono state allagate dai liquami provenienti dai bagni rotti. MSF ha assicurato la disinfezione delle celle e delle toilette. A Soufli, dove gli inverni sono famosi per la loro durezza, con temperature sotto lo zero, il riscaldamento non funziona e non c’è acqua calda. In molte strutture di detenzione, abbiamo visto minori non accompagnati detenuti nelle celle insieme agli adulti per diversi giorni, senza che fosse consentito loro di uscire in cortile”, racconta Ioanna Pertsinidou di MSF.

E’ necessaria una risposta immediata e coordinata per affrontare questa situazione inaccettabile e garantire che i migranti detenuti vivano in condizioni umane e dignitose. MSF chiede al governo greco di attuare immediatamente misure che assicurino un’accoglienza di migranti e richiedenti asilo che rispetti la loro dignità. MSF chiede inoltre all’Unione Europea e ai suoi Stati membri di condividere le responsabilità nell’accoglienza di migranti e richiedenti asilo, invece di concentrarsi solo sulle misure restrittive, come lo schieramento delle squadre di intervento rapido di FRONTEX lungo i confini.

Faith Come Sakineh, ma l’Italia l’ha espulsa

22/11/2010 13.49 IMMIGRAZIONE
Nessuna notizia della ragazza rimpatriata in Nigeria. Rischia la pena di morte

È calato il silenzio sul caso di Faith Aiworo, espulsa senza esaminare la richiesta d’asilo. Aveva ucciso un uomo per difendersi da una violenza sessuale ed era fuggita in Italia. L’avvocato: “Farò ricorso a Strasburgo”

ROMA – Dopo che l’Italia ha rispedito in Nigeria Faith Aiworo, non si hanno più notizie della ragazza di 23 anni espulsa a luglio dal Centro di identificazione e di espulsione di Bologna. Letteralmente sparita nel nulla. Il suo avvocato Alessandro Vitale e le associazioni umanitarie hanno lanciato ripetuti appelli perché nel suo paese Faith rischia la pena di morte. Ma finora nemmeno l’ambasciata italiana in Nigeria ha mai risposto al Consiglio italiano per i rifugiati che aveva sollecitato mesi fa la nostra rappresentanza diplomatica a interessarsi del caso per capire dove fosse stata portata la ragazza e spingere per un suo rientro in Italia. Faith Aiworo era fuggita dalla Nigeria spinta dalla sua famiglia, dopo essere stata rilasciata su cauzione per aver ucciso un uomo che aveva tentato di stuprarla. “Il timore è che la famiglia facoltosa dell’uomo possa influenzare il fragile sistema giuridico nigeriano attribuendole un omicidio volontario invece di una legittima difesa” spiega Shukri Said, attivista e giornalista, fondatrice dell’osservatorio Migrare. Said chiede “un intervento del ministro degli Esteri Frattini perché il caso non è stato né risolto, né chiarito e, nonostante sia calato il silenzio su questo problema, noi non ci siamo arresi”.

L’avvocato Alessandro Vitale minaccia un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo perché Faith è stata imbarcata sul volo Frontex per il rimpatrio, nonostante quel giorno stesso fosse stata presentata la richiesta di asilo politico. Vitale ha incontrato per la prima volta Faith Aiworo nel Cie di Bologna, dove la ragazza era stata portata lo scorso 30 giugno. Nel capoluogo emiliano era stata di nuovo vittima di un tentativo di violenza sessuale da parte di un altro nigeriano e la polizia era accorsa su segnalazione dei vicini di casa, allarmati dalle urla. Ma gli agenti hanno arrestato anche la vittima dell’abuso perché non aveva ottemperato a precedenti decreti di espulsione. Per Vitale è stata una lotta contro il tempo, in 20 giorni ha dovuto ricostruire il passato della sua assistita, che non aveva mai chiesto asilo e non parlava l’italiano. “I documenti richiesti agli avvocati in Nigeria tardavano ad arrivare, perché, fiutato il bisogno urgente che ne avevamo, al fidanzato di Faith è stato chiesto di pagare per avere le informazioni”, spiega il legale. Anche avere la firma della ragazza sulla richiesta di asilo è stato complicato perché lei era nel Cie.

“La richiesta d’asilo può essere espressa in qualsiasi forma e la persona non può essere espulsa – continua Vitale – saputo che la stavano portando via, ho contattato la questura di Bologna per segnalare che stavano facendo un’espulsione illegittima e ho inviato la richiesta di asilo via fax alle polizie di frontiera degli aeroporti di Bologna e di Fiumicino”. Questi sono “comportamenti illegali” secondo l’avvocato perché “questo modo di fare viola costantemente l’art.3 della convenzione europea dei diritti dell’uomo che impedisce il rimpatrio se c’è il rischio di torture o della pena di morte”. Vitale aggiunge che “solo ottenendo una condanna dell’Italia alla Corte europea per i diritti dell’uomo sarà possibile coinvolgere le istituzioni per sapere dove e come sta la ragazza”. Intanto si sono perse le tracce anche del fidanzato nigeriano di Faith, che era l’unico contatto di Vitale. Potrebbe essere tornato in Africa per cercare la ragazza. Il 15 settembre c’è stata l’udienza al Giudice di Pace sul ricorso al decreto di espulsione ma ancora non è stata emessa la sentenza. In caso di pronuncia negativa, Vitale farà ricorso a Strasburgo. Faith è stata espulsa così velocemente che neanche una richiesta di permesso temporaneo per motivi di giustizia, come persona offesa e unica testimone del tentato stupro, ha avuto modo di essere esaminata dalla procura di Bologna. Ora si teme che lei venga impiccata. (raffaella cosentino)
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360 mila euro a una giovane oncologa per restare in Italia

30/11/2010

16.19
RICERCA

Premiata al Senato la ricercatrice Tiziana Vavalà, emigrante calabrese passata da Roma a Torino. Grazie ai fondi, studierà nuove cure del tumore al polmone basate sulla farmaco gnomica. L’85% dei candidati al bando di ricerca internazionale erano donne
ROMA – Per ogni giovane ricercatore che l’Italia si lascia sfuggire, la perdita di valore potenziale è di 63 milioni di euro. Per evitare la fuga dei giovani talenti, la Fondazione Lilly Onlus, con il contributo della Fondazione Cariplo, per il terzo anno consecutivo premiano con una borsa di studio di 360mila euro una ricercatrice italiana under 35, il cui progetto di ricerca è stato scelto da un ente di valutazione internazionale. Tiziana Vavalà, 30 anni, nata a Catanzaro, laureata e specializzata in Oncologia all’università La Sapienza di Roma, ha vinto il progetto “La ricerca in Italia: un’idea per il futuro” e grazie alla borsa vinta resterà in Italia per studiare nuove cure del tumore al polmone basate sulla farmaco genomica. La premiazione è avvenuta nella sala Zuccari del Senato della Repubblica. La sua ricerca, che si svolge presso l’ospedale universitario San Luigi Gonzaga di Orbassano (To), ha vinto fra i 31 progetti presentati da 21 centri oncologici italiani, di cui 13 del Nord, 13 del Centro e 5 del Sud. Nel 2009 i progetti presentati erano stati 16. L’85% dei talenti candidati alla borsa erano donne. Anche l’80% degli iscritti alle facoltà di Medicina sono donne. Il progetto di Vavalà è stato valutato dall’Università di Mannheim in Germania, estratto a sorte fra i tre migliori istituti al mondo. Dei 360mila euro il 50% va al ricercatore, cioè 45mila euro l’anno, il resto serve per coprire i costi della ricerca. Il prossimo bando sarà dedicato alle neuroscienze. La ricercatrice è stata premiata dai senatori Ignazio Marino, presidente della Commissione d’inchiesta sul Sistema sanitario nazionale, e Tomassini, presidente della Commissione Sanità del Senato.

“360 mila euro possono sembrare tanti, ma è importante che siano dati a un solo ricercatore perchè vuol dire iniziare a fare qualcosa” ha detto il professor Marco Venturini, presidente dell’Aiom, l’Associazione italiana di oncologia medica, contrario ai finanziamenti a pioggia frammentati in tante ricerche diverse. “In Italia i dati ci dicono che l’oncologia clinica è il settore medico più innovatore e sperimentale, abbiamo un’oncologia di eccellenza – ha continuato – di cui le principali fonti di finanziamento sono le aziende farmaceutiche”.

La ricercatrice premiata, Tiziana Vavalà, è già un’emigrante. Figlia di un’insegnante e di un impiegato, la sua famiglia non ha niente a che fare con il mondo della scienza. Ha lasciato la Calabria per studiare Medicina all’età di 18 anni. Dopo la specializzazione a Roma, per trovare lavoro ha dovuto trasferirsi ancora a Milano e a Torino. “L’aspetto più faticoso è la continua necessità di spostarsi e di cambiare città, fare la ricercatrice in Italia è un’avventura, un atto di coraggio” commenta la dottoressa Vavalà. Nell’ambito del tumore al polmone, non esistono studi di farmaco genomica nei pazienti anziani. Il progetto vincitore ha l’obiettivo di scegliere la terapia migliore per il singolo ammalato in una popolazione di pazienti nella quale le possibilità di cura sono limitate. Questi i dati forniti dalla ricercatrice: in Italia ci sono ogni anno 35mila nuovi casi di tumore al polmone di cui il 70% inoperabili. La ricerca ha allungato la sopravvivenza dei pazienti dai 5 mesi degli anni Settanta ai due anni di oggi.

Sono state premiate con 15 mila euro ciascuna le tre migliori pubblicazioni scientifiche sulle patologie vascolari nel diabete. Fra i tre vincitori, un’altra catanzarese, Elena Succurro, del dipartimento di Medicina sperimentale e Chirurgia dell’Università Magna Grecia di Catanzaro. Gli altri due atenei premiati sono l’università Federico II di Napoli e l’ateneo di Padova. (raffaella cosentino)

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30/11/2010

15.40
RICERCA
Italia: l’esodo dei “cervelli” è costato 4 miliardi in 20 anni

Presentato al Senato uno studio dell’Icom. L’espatrio delle eccellenze della ricerca costa caro all’Italia. La top 20 degli scienziati italiani all’estero, accolti principalmente negli Usa. Premiato Ferrara, potenziale Nobel
ROMA – La fuga di cervelli è costata all’Italia 4 miliardi di euro negli ultimi 20 anni, pari all’ultima ‘manovrina’ annunciata dal governo pochi mesi fa per i conti pubblici. Il 35 per cento dei 500 migliori ricercatori italiani lascia il Paese perchè non trova condizioni di lavoro adeguate. Fra i migliori 100, uno su due sceglie l’estero, nei top 50 solo 23 sono rimasti in Italia, il 54% è fuggito in paesi stranieri. I dati sull’esodo dei “top scientist” italiani sono stati forniti nella sala Zuccari del Senato da uno studio dell’ICom (Istituto per la Competitività) che ha quantificato la perdita dell’Italia in termini di ricchezza economica. Valore che è stato ricavato sulla base dei brevetti prodotti dai nostri 20 migliori scienziati che lavorano all’estero in tre campi: Chimica, Ict e Farmaceutica. I top 20 della classifica, che lavorano quasi tutti negli Stati Uniti (17 su 20), hanno prodotto dal 1989 al 2009 un numero di brevetti pari a 301. Di questi, in 155 casi sono anche i principali inventori della ricerca brevettata. Negli altri casi sono comunque parte del team scientifico che ha realizzato i brevetti. Considerando in media il valore di un brevetto in 3 milioni di euro e che un top scientist produce in media 21 brevetti nell’arco della sua carriera, si arriva a 148 milioni di euro persi dall’Italia per ogni cervello in fuga. Ma ci sono brevetti, come quelli chimici, che possono valere fino a 942 milioni di euro. La cifra potrebbe dunque essere sottostimata. Il valore attuale dei brevetti diretti dai top 20 italiani fuggiti all’estero, e accolti principalmente negli Usa, è di 861 milioni di euro netti. Su 20 anni il dato si attesta a due miliardi e raddoppia, 4 miliardi, se si considerano tutti i 301 brevetti, anche quelli di cui le nostre eccellenze non sono solo gli inventori ma a cui hanno contribuito come parte dei team di ricerca.

La migliore ricercatrice italiana è Silvia Franceschi e si colloca al quindicesimo posto della top 20 dei ricercatori italiani all’estero. Lavora in Francia. Diciotto provengono da regioni del Nord e del Centro, solo due dal Sud. La città che ha ceduto più ricercatori è Milano, la prima regione più ‘disertata’ è la Lombardia, che si è lasciata sfuggire 704 milioni di euro come valore attuale dei suoi brevetti, 1,7 miliardi dal 1989. I settori di ricerca in cui lavorano i nostri cervelli sono in particolare la medicina (12 su 20), soprattutto oncologia e immunologia. Seguono l’informatica, le neuroscienze la biologia cellulare. La classifica è stata stilata sulla base delle citazioni fatte dalla comunità accademica internazionale. Nel corso dell’iniziativa al Senato è stato premiato Napoleone Ferrara, considerato il terzo miglior cervello italiano all’estero. Ferrara, laureato in Medicina e Chirurgia a Catania, si è trasferito a San Francisco nel 1988. Ha vinto il Laskar Award 2010, un premio internazionale che spesso prelude al Nobel, per i suoi studi su un farmaco che blocca la perdita della vista nei pazienti con degenerazione maculare senile umida, patologia che in passato conduceva alla cecità.

Secondo il professor Andrea Lenzi, presidente del Consiglio universitario nazionale, “in rapporto alle risorse scarse e al più basso numero di ricercatori tra i paesi del G7, i nostri ricercatori hanno un indice di produttività individuale eccellente con il 2,28% di pubblicazioni scientifiche”. In Italia ci sono 70mila ricercatori contro i 155mila della Francia, i 240mila della Germania e gli statunitensi che sono un milione e 150mila. In Giappone sono 640mila, in Canada 90mila, nel Regno Unito 147mila. Ma nonostante il più basso numero di ricercatori, la ricerca italiana è superiore alla media dei principali paesi europei, al terzo posto (2,28%) dopo l’Inghilterra (3,27%) e il Canada (2,44%), considerando i paesi del G7. “La perdita economica non è solo nel fatto di avere formato un ottimo ricercatore e averlo dato all’estero, ma anche perchè abbiamo perso la sua produttività – spiega Lenzi – non c’è scambio, non c’è reciprocità con l’estero, noi non attraiamo i loro ricercatori”. (raffaella cosentino)

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