Il generale Camporini lascia e polemizza. Il Riformista

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Prima pagina/intervista
Il generale Camporini lascia e polemizza

di Antonella Vicini
Il capo di Stato maggiore lascia oggi l’incarico al generale Abrate e abbozza un bilancio dei tre anni trascorsi alla guida delle Forze armate. Con La Russa «si è montato un caso inesistente. Non c’è stata nessuna mancanza di informazioni da parte dell’esercito. La vera sfida è la Difesa europea. Ma non dipende dai militari».

Con una cerimonia presso il Museo dell’Aeronautica Militare, sul lago di Bracciano, il generale Vincenzo Camporini, dopo tre anni a capo dello Stato Maggiore della Difesa, passerà questa mattina il testimone al generale Biagio Abrate.
Sono trascorse meno di due settimane dall’attacco del ministro della Difesa Ignazio La Russa ai vertici militari, accusati di poca chiarezza sulla morte del caporal maggiore Matteo Miotto, e l’atmosfera in Via XX Settembre sembra essersi rilassata. Resta forte però la sensazione dell’inutilità di una simile polemica, tanto più gratuita di fronte all’evidenza che le informazioni provenienti dai teatri operativi arrivano sia allo Stato maggiore della Difesa, sia al gabinetto del ministro attraverso percorsi paralleli.
Ma non è certo per le nubi di fine mandato che verrà ricordato il generale Camporini, quanto per alcune aperture sorprendenti, come la scelta di parlare direttamente al mondo dei pacifisti.

Lo strappo tra vertici politici e quelli militari si è ricomposto, dopo il caso Miotto?
Non c’è stato nessuno strappo. In realtà si stava facendo una questione su qualcosa che non esisteva. Può esserci a volte qualche problema di comprensione dovuto all’impiego di termini tecnici, ma non c’è stata assolutamente nessuna mancanza di comunicazione da parte militare nei confronti del vertice politico. Il problema non sussiste. La trasparenza delle Forze armate nei confronti di ciò che avviene è una delle nostre regole, anche perché è funzionale alla nostra attività e al rapporto con l’opinione pubblica. Se il Paese sa cosa facciamo e come, noi possiamo continuare a chiedere le risorse e i sacrifici necessari per conseguire determinati obiettivi.

Sinteticamente, quando avvengono fatti del genere, qual è il percorso che seguono le informazioni?
Per eventi di carattere urgente, come può essere un incidente, le notizie arrivano in Italia tramite due catene: quella della pubblica informazione (P.I.) e quella operativa. Nel primo caso, il portavoce del contingente italiano avverte con ogni sollecitudine il capo ufficio P.I. dello Stato Maggiore della Difesa, che ne dà immediata comunicazione a me e, nel contempo, al gabinetto del ministro. Una volta confermata, la notizia viene diramata con immediatezza dall’ufficio P.I. tramite comunicato stampa ai media, in osservanza del principio di massima trasparenza.

A proposito di chiarezza della comunicazione. Si fa ancora molta confusione sull’Afghanistan. Cosa fanno lì i militari italiani?
Noi stiamo compiendo una missione di stabilizzazione in un’area dove la stabilità manca. L’attività che svolgono le forze Isaf in Afghanistan e in particolare gli italiani, responsabili della regione Ovest, è quella di creare le condizioni di sicurezza necessarie alla crescita della società civile.

In che modo?

Con un contrasto diretto con le parte più attive e indomite che vogliono assicurarsi il controllo del territorio con la forza. Ma che indirettamente, aiutando gli afghani a gestire da soli la propria sicurezza. Questa parte addestrativa credo sia cruciale per consentire l’avvio della transizione della responsabilità della sicurezza dalle forze occidentali a quelle locali.

A luglio dovrebbe iniziare il disimpegno statunitense e nel 2014 la transizione dovrebbe essere conclusa. Agenda politica e agenda militare coincidono?
Noi siamo persone concrete che devono guardare la realtà, per operare e pianificare. Qualsiasi pianificazione che si fa in ambito militare viene rispettata se a quella data si sono realizzate le condizioni attese. Io credo che parlare del 2014 sia molto realistico, non solo auspicabile, ma possibile e estremamente probabile.

Lo scorso maggio, lei ha partecipato a un incontro della Tavola della Pace. Una scelta inconsueta, che ha suscitato molto scalpore. Da dove è nata l’esigenza di questo confronto?
Deriva certamente dal cambiamento del quadro strategico rispetto al passato e al mondo della guerra fredda. Le Forze armate non sono più impegnate a vincere la battaglia sul terreno, ma a generare situazioni di stabilità. Questo risultato non lo si può ottenere solo con l’impiego della forza, ma con il coinvolgimento di tutti coloro che hanno qualcosa da fare o da dire in merito. Quindi, credo che quell’incontro sia stato un passo nella giusta direzione.

Questa apertura è stata condivisa dai vertici politici?
Non credo si possa parlare di “iniziative improvvide” o di “valutazioni non convergenti”. Questa evoluzione è nella natura delle cose. E il vertice politico in modo bipartisan ha dato dei riscontri naturali. Il problema non si pone.

Lei aveva detto che la politica non può pensare che i militari risolvano i problemi della politica stessa.
Sì, ma qui io vorrei distinguere tra la politica del Paese, cioè la gestione del potere attraverso le istituzioni, e la grande politica internazionale – che sovente non ha le idee molto chiare sui risultati che deve conseguire e quindi non utilizza gli strumenti che ha a disposizione, militari o civili, nel modo più efficace. Tutto ciò genera una difficoltà nel passare da uno stato di crisi a uno stato di stabilità. Vorrei citare il caso dei Balcani, che sembra ormai risolto. Ma noi siamo in Kosovo dal 1999 e la presenza militare internazionale è ancora necessaria, anche se in forma ridotta, per garantire quel minimo di sicurezza che consenta uno sviluppo democratico del Paese.

I tagli alle Forze armate influiscono sulla nostra sicurezza?

Le strategie militari che stanno vivendo questa fase di ristrettezze ci hanno costretto a definire una serie di priorità. Oggi la priorità è la partecipazione dei nostri reparti alle missioni internazionali, ovviamente a scapito di altre componenti del mondo militare che potrebbero divenire necessarie se cambiasse la situazione strategica. È un rischio che stiamo correndo. In questo senso esiste un problema che dovrà essere affrontato per non farci trovare impreparati di fronte a situazioni che si possono realizzare anche in tempi molto rapidi.

Quali sfide troverà il suo successore?
Quello che mi lascia anche un pochino frustrato è il non essere riuscito a far progredire, con la velocità che ritengo necessaria, il processo di integrazione fra le Forze armate, in modo da poter utilizzare al meglio le risorse.

E sul piano internazionale?
La sfida che non possiamo perdere è quella della progressiva integrazione degli strumenti militari dei Paesi dell’Unione. Ma questo ha come prerequisito irrinunciabile la convergenza delle politiche estere dei singoli Paesi. Quando mi si chiede a che punto siamo con l’esercito europeo, la mia risposta è sempre: noi siamo pronti già da oggi. È una sfida che noi vogliamo vincere, ma che non dipende da noi.

lunedì, 17 gennaio 2011


foto di Antonella Vicini

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