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Victoria Donda, giovane deputato della sinistra argentina, cresciuta da coppia fedele al regime «Sono la voce dei desaparecidos in Parlamento»


■ Un cappotto blu elettrico e una borsetta a tracolla, di pelle nera, borchiata.
Capelli perfettamente lisciati. Baci,abbracci e sorrisi aperti, da cui si intravede un apparecchio ortodontico, molto adolescenziale. Victoria Donda sembra una ragazzina che torna a casa dagli amici, dopo una lunga assenza. Invece, è alla Casa delle Culture di Roma, per parlare della situazione della sinistra argentina e del suo incarico di deputato del Congresso di Buenos Aires e di presidente della Commissione per i diritti umani. Fin qui, nulla di eccezionale, se non per la sua giovane età, 33 anni. La particolarità è in un altro numero, il 78, la posizione che ha nella lista dei figli ritrovati in Argentina. Questo vuol dire che Victoria Donda è una dei tanti hijos de desaparecidos che durante gli anni della sanguinosa dittatura sono stati portati via ai legittimi genitori, prigionieri politici. Solo sei anni fa, grazie a un esame del Dna e all’instancabile ricerca delle «Nonne di Plaza de Mayo», il vaso di Pandora è stato scoperchiato, trasformando Raul e Graciela, i suoi genitori di sempre, in apropriadores e cioè quelle coppie fedeli al regime che accettavano di crescere come propri i figli dei desaparecidos. Analìa (questo il nome che le era stato dato) è tornata Victoria. Gli elementi del dramma, o della tragedia greca, non mancano, eppure a sentirla parlare spiazza. «Per me la famiglia sono tutti. Non necessariamente la famiglia biologica o quella adottiva, ma sono le persone con le quali hai dei legami, che hai attorno. Sono gli amici, i miei compagni, il fidanzato». Ma ha cercato di recuperare le relazioni che le erano state negate?
«Sì, certo. Ora ho mia nonna che vive a Toronto con cui ho instaurato un buon rapporto. Purtroppo, lei è malata e a causa di questo le cose sono un po’ più difficili. A Toronto ho anche tre zii, che sono i fratelli di mia mamma, e poi da pochissimo ho recuperato il rapporto con mia sorella biologica».
Ironia della sorte, lei fa politica da molti anni, prima ancora di sapere che stava portando avanti la battaglia dei suoi genitori. I suoi miti sono Castro, Guevara, Chavéz, Morales. È cambiato qualcosa nel suo modo di fare politica? /strong> «Sì, perché sento maggiore responsabilità adesso. Sento di rappresentare anche la loro lotta. Per me la politica è militanza, non è una carriera. Io vivo la politica come una passione. Adesso sono parlamentare e pretendo di rappresentare al meglio questo ruolo, nel futuro non so cosa accadrà, non mi pongo degli obiettivi personali in questo senso, saranno i miei compagni a decidere quale sarà il ruolo migliore per me per portare avanti i nostri progetti. L’obiettivo che mi pongo, invece, riguarda la mia laurea in giurisprudenza, che spero di prendere quest’anno».
La questione della dittatura militare è una ferita ancora viva in Argentina.
«Sì. L’attuale governo sta facendo molto,molto più di altri. È questo governo infatti che ha preso la decisione politica di portare avanti un percorso che si basa su tre pilastri: verità, memoria e giustizia, per mettere sul tavolo tutto quello che è successo durante quegli anni e chiudere un capitolo così doloroso».
Il libro in cui spiega la sua storia si intitola «Il mio nome è Vittoria». Chi è Vittoria? «Vittoria è una donna che viva la politica come una scelta di vita. Non esistono due dimensioni distinte. La politica è la mia vita. Io sono la stessa persona che va in Parlamento, che scende in piazza o che si prepara a casa prima di andare a ballare». Cosa significa questo libro? «Per me questo libro ha due significati:uno è strettamente personale ed è un modo per riconciliarmi col mio passato; l’altro è il valore di testimonianza storica e collettiva. È anche un modo per accontare la mia storia. A chi mi chiederà ancora di me, dirò: “leggete il libro”
. Questa è la mia storia”». href=”https://rightstories.files.wordpress.com/2010/04/donda8.jpg”><img src="https://rightstories.files.wordpress.com/2010/04/donda8.jpg&quot; alt="" title="donda[8]" width="420" height="454" class="aligncenter size-full wp-image-439"
Antonella Vicini
L’Eco di Bergamo, 30 marzo 2010.


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