Archive for the 'cittadinanza' Category

L’INTEGRAZIONE DEGLI ARABI IN ISRAELE: INTERVISTA A JAFAR FARAH PER IL RIFORMISTA

Nel documentario “Niguri” gli stranieri del centro di Sant’Anna

09/06/2010

12.34

IMMIGRAZIONE

Un’opera sociale del regista indipendente Antonio Martino, originario del quartiere. Una denuncia contro il razzismo e contro i meccanismi disumani dei centri d’accoglienza per migranti

ROMA – Un documentario sui meccanismi che generano il razzismo, sull’incomprensione del diverso e sul sistema fallimentare dei centri di accoglienza per migranti e richiedenti asilo. Niguri – Stranieri a Sant’Anna produzione indipendente del regista Antonio Martino squarcia il velo del silenzio sugli episodi di intolleranza quotidiana che accadono nel quartiere Sant’Anna di Isola Caporizzuto accanto al centro per immigrati più grande d’Europa. Ospitata in un’ex base dell’aeronautica militare, la struttura ha quasi 1500 posti e contiene all’interno il centro d’accoglienza, il Cara per i richiedenti asilo e il Centro di identificazione e di espulsione. Un ex Cpt che da oltre dieci anni si occupa per lo Stato italiano di gestire l’emergenza immigrazione. In cui nell’estate del 2008 arrivarono oltre duemila persone dagli sbarchi a Lampedusa. “Un’invasione” raccontano i titoli dei giornali e i comitati dei residenti. Una struttura che risucchia soldi pubblici e offre occupazione alla popolazione locale ma in cui ancora la maggiorparte degli immigrati vivono nei containers. Martino conosce bene la realtà di questo angolo di profondo sud che è il luogo in cui è nato. Dopo esperienze internazionali di documentarista sociale, da Chernobyl alla Romania e riconoscimenti prestigiosi come il premio produzione al Premio Ilaria Alpi per il suo lavoro sui bambini nelle fogne di Bucarest, il filmmaker ha voluto raccontare quella che per lui è stata l’esperienza più difficile.

Il documentario si sviluppa attraverso una serie di interviste a camera fissa per entrare nelle storie e nella psicologia dei protagonisti di un dramma umano che, sembra avvertire l’autore con questo lavoro, rischia da un momento all’altro di precipitare in una tragedia. Sant’Anna è il buco nero tra Lampedusa e Rosarno. La telecamera spazia su tutti gli attori del conflitto sociale in atto. Operatori del centro Sant’Anna, istituzioni locali, residenti e richiedenti asilo stranieri. “La maggiorparte della popolazione italiana è razzista, qui a Crotone non possiamo parlare con nessuno per la strada, viviamo isolati” racconta un ragazzo tunisino. “Non sappiamo chi sono, da dove vengono” dicono gli abitanti del quartiere. Martino riesce a descrivere in modo chiaro i complessi meccanismi della richiesta di asilo e della valutazione della commissione territoriale, la struttura di accoglienza e quello che succede alla fine del percorso. La gioia dei pochi fortunati che ottengono il permesso umanitario o l’asilo politico. Le sacche di disperazione di chi viene rifiutato. Nella parte finale del documentario si vede un barcone abbandonato nel porto di Crotone, diventato la casa galleggiante di un gruppo di afghani. Davanti alla telecamera si appellano alle convenzioni e agli organismi internazioni per i diritti umani. “Qualcuno può aiutarci?” chiedono ripetutamente. La loro umanità si scontra con la diffidenza e l’ignoranza della popolazione locale, che non capisce le storie di questa gente arrivata da paesi lontanissimi con un carico di disperazione e di povertà. Ma anche con tanti sogni per una vita migliore. Afghani, iracheni, maghrebini, africani subsahariani. Per la gente di Sant’Anna sono tutti, indistintamente, “Niguri”. E così il meccanismo di decostruzione dello stereotipo razzista passa per la messa in ridicolo dei vecchi abitanti che parlano in dialetto. Ma anche attraverso il ricordo delle storie di emigranti del quartiere che mezzo secolo fa raccontano di essere stati i “niguri” della Germania, dove andavano per cercare lavoro. Il passato e il presente si sfiorano, convivono sullo stesso fazzoletto di terra, ma non si toccano. Come nella scena in cui si vedono due africani che cercano vestiario in un cassonetto della spazzatura, nell’indifferenza dei passanti. (rc)

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Rosarno ricorda Giuseppe Valarioti, l’Impastato calabrese

MAFIE

Una targa del comune, un dibattito e un libro sul “caso” del dirigente della sezione del Pci di Rosarno, trucidato all’età di 30 anni dalla ‘ndrangheta dopo la vittoria alle elezioni amministrative l’11 giugno 1980. Il delitto è rimasto impunito

Rosarno – L’Impastato calabrese, una storia dimenticata. E’ quella di Giuseppe Valarioti, professore e dirigente della sezione del Pci di Rosarno, ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno del 1980. A trent’anni di distanza, nel giorno dell’anniversario della tragica scomparsa, a Rosarno una targa, un libro e un’assemblea pubblica ne celebreranno il ricordo.  Il comune (ancora sciolto per mafia e guidato da una commissione straordinaria dal 2008), in collaborazione con l’associazione Arci dedicherà a Valarioti una targa nella piazza principale del paese che già porta il suo nome. Alle 16, nell’auditorium del Liceo Scientifico “R. Piria”, un dibattito organizzato da Libera contro tutte le mafie, daSud Onlus e l’Associazione per il rinnovamento della sinistra, ripercorrerà la sua vicenda, un simbolo per la lotta antimafia in Calabria. All’incontro parteciperanno esponenti della politica, dei sindacati, del volontariato e dell’associazionismo, insieme all’ex sindaco di Rosarno Giuseppe Lavorato e ad Alessio Magro e Danilo Chirico, autori del libro “Il Caso Valarioti. Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria”, edito da Round Robin.

Il volume verrà presentato a Rosarno in anteprima e raccoglie cinque anni di ricerche dei giornalisti reggini Magro e Chirico, nel tentativo di risollevare dall’oblìo la storia di Giuseppe Valarioti, un giovane professore di lettere, appassionato di studi archeologici sulla Rosarno magno-greca, l’antica Medma. Ma soprattutto un attivista politico, che guidava la sezione rosarnese del Pci e che fu trucidato a soli trent’anni di età a colpi di lupara nella notte, all’uscita da un ristorante dopo avere festeggiato la vittoria del partito comunista alle elezioni amministrative. Un delitto efferato che arrivò al termine di una campagna elettorale con la tensione alle stelle, segnata da attentati contro gli esponenti e la sede comunista. E da un segnale minaccioso: i manifesti appena affissi dai militanti comunisti venivano capovolti dai mafiosi. Non stracciati, ma girati al contrario, segno che gli uomini della ‘ndrangheta seguivano passo passo le mosse degli attivisti politici. Un crimine su cui la giustizia non ha mai fatto piena luce, rimasto impunito. E fino a questo momento anche sconosciuto ai più, sia in Italia sia in Calabria. Una storia che somiglia a quella di Peppino Impastato a Cinisi, con l’eccezione che Valarioti non apparteneva a una famiglia legata alla mafia.
L’incontro dell’11 giugno arriva a cinque mesi esatti dalla rivolta degli africani e dalla caccia ai neri a fucilate. L’obiettivo, si legge sul manifesto,  è quello di “unire giovani, immigrati, agricoltori e lavoratori onesti per difendere i diritti di tutti, liberare le popolazioni dall’oppressione mafiosa, costruire lo sviluppo democratico, sociale e civile”. (rc)

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“Il Volo degli angeli”, un cd per la lotta al cancro giovanile

12/04/2010

la copertina del cd

Ideato da un musicista che ha perso la fidanzata, è un’opera per aiutare la prevenzione dei tumori che colpiscono tra i 15 e i 39 anni. In Italia 11.000 casi all’anno. I fondi devoluti all’Alteg

Roma – Un Cd musicale per sostenere la ricerca scientifica sui tumori che colpiscono i giovani. Si chiama “Il Volo degli Angeli” ed è in distribuzione nelle librerie Feltrinelli. L’iniziativa è stata presentata ieri sera al Teatro dell’Angelo dall’Alteg, l’Associazione per la lotta ai tumori nell’età giovanile. Si tratta di un’opera nata dall’impegno del giovane musicista Adriano Pedicelli in ricordo della sua fidanzata Manuela Mercuri, morta per un tumore al cervello a settembre del 2009. “E’ il mio regalo per lei, con cui ho condiviso il cammino fino alla fine – afferma l’autore – ma è anche un simbolo per dire di non abbandonare a se stessi i malati terminali, vanno accompagnati fino all’ultimo istante”.

Dal 1999 l’Alteg si occupa della prevenzione e della diagnosi precoce per i tumori più diffusi tra i giovani, su cui c’è scarsa informazione e che colpiscono ogni anno in Italia 11.000 persone tra i 15 e i 39 anni. L’Associazione mira a trasmettere la consapevolezza che sono curabili con successo in molti casi, se la diagnosi è fatta in tempo. Per vincere l’isolamento dei malati e delle famiglie, l’Alteg promuove gli scambi di testimonianze. “Ricevere le informazioni direttamente da chi ha avuto esperienza della malattia aiuta a uscire dal tunnel – spiega il presidente, dott. Valerio Rossi – perché la patologia è una crisi cui non si risponde solo con le terapie, ma anche con la vicinanza al paziente”. Con questa finalità, l’Alteg è collegata con altre associazioni internazionali di ex ammalati di cancro, come quella fondata dal ciclista Lance Armstrong, vincitore del Tour de France anche dopo le chemioterapie. La Onlus infatti nasce proprio dall’esperienza di uno studente universitario che ha vinto sul tumore ed è poi riuscito a diventare padre. “In quel caso la famiglia e la comunità di amici non si sono chiuse nell’angoscia ma si sono aperte verso la società, collegandosi ad altre organizzazioni simili nel mondo”.

“I tumori in età giovanile si manifestano in persone nel pieno dell’attività lavorativa, con figli a carico e spezzano i progetti di vita, quindi il loro peso sociale e psicologico è particolarmente grave”, spiega Tiziana Vavalà, oncologa che ha avuto in cura Manuela Mercuri all’ospedale Sandro Pertini di Roma. Importanti sono i trattamenti multidisciplinari e la ricerca. “L’intento di questa opera musicale – continua Vavalà – ideata da chi ha vissuto accanto al malato l’esperienza del cancro, non è solo un tributo alla memoria di Manuela e di quanti hanno perso la battaglia, ma anche un incentivo artistico ed economico ai ricercatori che lottano per non perdere la guerra”. (raffaella cosentino)

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Pisacane, si attende la decisione dell’ufficio scolastico sulle prime classi

24/03/2010
16.50
IMMIGRAZIONE

Dibattito sul tetto del 30% all’università di Roma Tre. La preside Marciano: “Se non ci sarà una deroga colpiti i diritti di tutti”. E intanto la scuola di Tor Pignattara è stata accorpata alla scuola media con maggior numero di stranieri
Roma – E’ stata presentata ieri la richiesta per le prime classi per il prossimo anno scolastico del municipio VI, quello in cui ricade la scuola elementare Carlo Pisacane con quasi il 90% di bambini stranieri, quasi tutti nati in Italia. Si attende nelle prossime tre settimane il responso dell’ufficio scolastico regionale, da cui si apprenderà se gli alunni di cittadinanza non italiana nati nel nostro paese vengono considerati stranieri oppure se c’è una deroga al tetto del 30% stabilito dalla circolare del ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. “Sappiamo che la circolare prevede una deroga per allievi nati in Italia o che parlino l’italiano, la scuola Carlo Pisacane ha chiesto la deroga e ci aspettiamo che l’ufficio scolastico regionale la conceda”, ha detto la preside della Pisacane, Nunzia Marciano, intervenuta a un convegno dell’università di Roma Tre.

“Se non ci sarà la deroga, a essere colpiti saranno i diritti di tutti, perché ci sono anche gli italiani nella scuola e come gli stranieri saranno privati del loro diritto di scelta se non dovessero formarsi le prime classi”, ha continuato la dirigente scolastica. “Alla seconda conferenza sull’immigrazione con il ministro Maroni e anche sulla rivista Libertà civili del ministero dell’Interno, la Pisacane è stata additata come scuola modello” ha ricordato Marciano davanti agli studenti della facoltà di Scienze della Formazione dell’ateneo capitolino. “Non è stato fatto nulla perché la scuola fosse fuori da questo tetto”- ha continuato – ricordando che a dicembre la Pisacane è stata accorpata con un altro istituto del territorio perché conta un numero non sufficiente di iscritti. “Avevamo chiesto che la scuola con più stranieri fosse accorpata alla scuola con più italiani – ha spiegato – ma comune, provincia e regione non hanno ascoltato il nostro parere tecnico di dirigenti scolastici e hanno accorpato la Pisacane con la scuola media con il maggior numero di stranieri”. Si tratta della scuola media Pavoni, che al momento è anche la scuola Polo che ha presentato la richiesta per le prime classi del territorio all’ufficio scolastico regionale. “Questa situazione poteva essere risolta molto prima di arrivare a parlare di esclusione del diritto di scelta da parte dei genitori”, ha affermato la preside.

Che la polemica intorno alla Pisacane sia soprattutto una guerra tra italiani è chiaro per Andrea Priori, dell’Osservatorio sul razzismo e le diversità “M.G.Favara” di Roma Tre. “Se la campagna diffamatoria contro la scuola è stata portata avanti da genitori di bambini italiani, la campagna di difesa è portata avanti da altri genitori di bambini italiani – ha dichiarato l’esperto – ad esempio i genitori bengalesi che hanno i bambini a scuola prendono posizione ma non si espongono e con il clima molto teso che c’è in Italia verso gli stranieri, comunità come quelle del Bangladesh sono molto preoccupate di non dare fastidio e di non esporsi”. Alla conferenza, dal titolo “Quale scuola per quale cittadinanza? Il futuro dell’istituto Pisacane tra conflitti di simboli ed esclusione delle seconde generazioni” hanno preso parte anche Imran Uddin Munna, preside della Bangla Academy di Tor Pignattara e Shamim Kabir, editore di alcune pubblicazioni in lingua bengali. “Ho parlato con i genitori ma questo davvero non è un problema dei bambini, è un problema del governo italiano che ha fatto questa norma del 30%” , ha detto Munna.
Intanto è partito il ricorso al Tar dell’associazione Progetto Diritti. Sono dieci i genitori che hanno aderito al ricorso, tra cui un italiano, Federico Angelucci. “Ho fatto ricorso perché temo la scuola chiuda e mi sento leso nel mio diritto di scegliere per mio figlio in base all’offerta formativa che considero migliore e anche colpito come cittadino che vede chiudere una scuola del quartiere”, ha raccontato Angelucci. Il papà di Tor Pignattara ha detto di avere visto “un buon piano formativo e insegnanti molto motivati alla Pisacane” e di essere rimasto stupito “dalle tante interviste richieste da telegiornali e telvisioni per il solo fatto di avere iscritto un figlio in quella scuola”. Secondo l’avvocato Arturo Salerni che cura il ricorso, “la circolare della Gelmini dell’8 gennaio e quella successiva dell’ufficio scolastico regionale del Lazio violano le norme sulla discriminazione razziale, le disposizioni comunitarie, la convenzione dei diritti del fanciullo e l’art. 3 della Costituzione che prevede tra i compiti della Repubblica rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza dei cittadini, non di crearne altri”.

Parole dure che motivano il ricorso al tribunale amministrativo del Lazio. Tuttavia non è stata chiesta la sospensiva della circolare, perché prima si aspetta di sapere come si pronuncerà l’ufficio scolastico regionale sulla formazione delle prime classi per l’anno prossimo. “Abbiamo deciso di parlarne all’università perché la vicenda della Pisacane non è una questione locale – ha commentato Francesco Pompeo, docente di Antropologia Culturale – è stata trasformata in un conflitto di simboli sulle politiche educative. Non è un modello praticabile pensare di risolverlo slegando le persone dal territorio in cui vivono”. (raffaella cosentino)
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Badolato e Riace, l’dea dell’accoglienza e lo sforzo dell’integrazione

Sono i due comuni calabresi al centro della storia de ‘’Il Volo’’, la docu-fiction di una decina di minuti diretta da Wim Wenders. E della prima legge regionale sul ripopolamento dei borghi con i profughi

BADOLATO (Cz) – Due storie sull’incontro tra diversi Sud del mondo, sui problemi e l’importanza della convivenza e della solidarietà. Ripopolare le case del borgo, svuotate dall’emigrazione degli ultimi cinquant’anni, ospitandovi i profughi arrivati con le carrette del mare. Fu questa l’idea che nel 1996 venne all’allora sindaco di Badolato, Gerardo Mannello, e a un comitato di suoi cittadini, quando, a una decina di chilometri di distanza, sulla spiaggia di Santa Caterina dello Jonio, nella notte del 26 dicembre, approdò la nave Ararat con il suo carico di quasi mille curdi in fuga dalle persecuzioni etniche. Fu il più grosso sbarco mai avvenuto nel sud Italia. Così Badolato balzò agli onori delle cronache per la sua solidarietà, dopo essere stato per tanti anni “un paese in vendita”, a causa della mancanza di abitanti. Venne aperto un piccolo ristorantino curdo, “L’Ararat” appunto e si fecero manifestazioni nei comuni della zona che mescolavano cultura e cucina curda con quella calabrese. Il gesto spontaneo di accoglienza di Badolato è stato il primo e per lungo tempo anche l’unico in Italia. Tuttavia, l’esperimento in questo comune non ha retto al passare degli anni. Un po’ perché il progetto migratorio dei curdi era di arrivare in Germania, dove la loro comunità è molto radicata, un po’ perché raggiungere il nord Europa era più semplice per gli immigrati quindici anni fa. Ma anche perché, nonostante i cospicui finanziamenti stanziati dal governo (ministro dell’Interno era Giorgio Napolitano che visitò i curdi a Badolato), non si riuscirono a creare le opportunità di lavoro e di insediamento per oltre 400 profughi. Né forse a coinvolgere tutta la comunità locale in progetti integrati con i nuovi arrivati. L’architetto Francesco Criniti fu tra i promotori di una petizione firmata alla fine degli anni Novanta da circa 350 persone. “Centinaia di curdi hanno vissuto per almeno un anno in condizioni igieniche indegne all’interno di un ex edificio scolastico – ricorda Criniti – per questo quasi tutti gli abitanti del borgo firmarono per cambiarne la sistemazione oppure mandarli via. Non ce l’avevamo con loro, dicevamo solo che non era giusto lasciarli in quellla situazione”. Risultato fu che in breve tempo la scuola venne chiusa e i curdi destinati ad altri centri di accoglienza in Calabria. Di quell’esperienza a Badolato resta la sede del Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) con una quindicina di rifugiati e richiedenti asilo di varie nazionalità con progetti per il loro inserimento, secondo il numero di posti stabilito dallo Spraar. Dice la coordinatrice Daniela Trapasso “altri 15 sono rimasti a Badolato alla fine dei progetti e una trentina di curdi vivono ancora nella frazione marina del comune”. Tuttavia, non si è riusciti nell’obiettivo finale di ripopolare il borgo con i nuovi arrivati.
Di questa esperienza ha fatto tesoro l’attuale sindaco di Riace, Domenico Lucano, che è riuscito a vincere per ben due volte le elezioni proprio perché ha convinto i suoi concittadini della bontà del progetto di ridare vita al paese in collina accogliendo i rifugiati. E la sua stessa comunità lo ha premiato conferendogli la fascia di primo cittadino nel 2004 e riconfermandogli la fiducia lo scorso giugno. L’idea Lucano l’ha presa da Badolato, comprendendo che essere solidali poteva creare un valore economico. “Dopo decenni di piani di sviluppo selvaggi con l’abbandono delle colline per una devastazione edile e ambientale della costa, mi aveva colpito l’idea di fare dell’arrivo di disperati la chiave per cambiare le cose, un’occasione per riscoprire la vita comunitaria”. Così, racconta il sindaco, con altri due amici iniziò, alla fine degli anni Novanta una sperimentazione spontanea a Riace, sempre con i profughi curdi, che nel frattempo continuavano ad arrivare sulla costa a bordo di barconi. Nonostante l’impegno, anche a Riace di curdi interessati dai progetti dal 1998 al 2001 non ne sono rimasti molti, solo due o tre famiglie. Quasi tutti gli altri sono ripartiti per il nord Europa. Ma Lucano non si è fermato qui, con la sua idea di un “piano regolatore a crescita zero perché prima di costruire si devono riempire le case lasciate vuote” ha vinto alle urne. Dal 2001 Riace è nel sistema Sprar con Badolato e Isola Capo Rizzuto. In seguito si sono aggiunti Carfizi, Cosenza e Acri. L’anno scorso per l’emergenza Lampedusa, Riace ha coinvolto anche i comuni vicini di Stignano e Caulonia, dove però non c’era l’esperienza maturata negli anni. Oggi a Riace borgo ci sono 100 persone con asilo politico o protezione umanitaria su 700 abitanti. 26 di loro sono bambini. Sono curdi, serbi, libanesi, palestinesi, eriteri, etiopi, somali e ghanesi. A fine Ottobre arriveranno altri 200 palestinesi di un campo profughi al confine tra Siria e Iraq. “A quel punto avremmo raggiunto il massimo, non potremo prenderne altri”, dice Lucano. Accoglienza e turismo, botteghe equo-solidali, tavernette e laboratori di ceramiche e tessitura. In questi progetti lavorano gli immigrati e circa 15 giovani di Riace, altrimenti disoccupati. “Con la vittoria alle elezioni del 2004 del gruppo promotore delle iniziative, le attività diventano stabili e inizia la ristrutturazione del paese” spiega Gianfranco Schiavone, giurista dell’Asgi, triestino ed ex consulente della giunta Illy. Da questa esperienza è nata una legge regionale, la prima nel suo genere in Italia, nel tentativo di farne un esperimento sociale ripetibile. Si finanziano progetti che possono essere presentati solo dai comuni per iniziative pluriennali con alla base un’idea per creare sviluppo accogliendo i rifugiati. La legge rimane tuttavia simbolica perché manca il piano attuativo e rischia di restare lettera morta se non lo si approva prima della fine della legislatura. A valutare le proposte è l’amministrazione regionale, sulla base del parere di un comitato di 5 garanti, di cui fanno parte un rappresentante dell’Acnur e 4 esperti di immigrazione ed economia solidale. Su tutta la vicenda dei nuovi residenti della locride sta lavorando anche il documentarista Vincenzo Caricari, già autore di ‘La guerra di Mario’ sull’impegno antimafia di Mario Congiusta dopo l’uccisione del figlio Gianluca, un giovane imprenditore di Siderno che non si era piegato alle richieste estorsive indirizzate al futuro suocero. Caricari segue da mesi con la sua videocamera l’interazione tra tutte queste culture diverse e i vecchi abitanti del paese. Grazie a Riace la locride, notoriamente terra di ‘ndrangheta e di delitti impuniti, risolleva la sua immagine e le sue sorti. Di certo al sindaco Lucano, del partito “della sinistra immaginaria, quella che non esiste”, come dice lui, non mancano le trovate originali. Ha accolto Wenders e la sua troupe con tre somarelli in piazza, che solitamente usa per la raccolta differenziata porta a porta. Su ognuno un cartello “noi la differenza la facciamo solo dei rifiuti”. È la politica di Riace contro i respingimenti. (raffaella cosentino)

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Pubblicato il 21 settembre 2009

Il realismo di Wenders: il regista e l’incontro con un bambino afghano a Riace

Diventa una docu-fiction ‘’Il Volo’’, ultima opera del regista tedesco, girata in Calabria. Il genio del cinema commosso dal vissuto dei rifugiati: “Mi si è spezzato il cuore, qui l’utopia è vera”. La rivoluzione della vita reale in 3D

RIACE (Rc) – Dalla favola alla realtà. Dal cortometraggio alla docu-fiction. Il backstage de “Il Volo” è a sua volta una storia da raccontare. Protagonista Wim Wenders e la sua sensibilità di genio del cinema che, arrivato in Calabria per girare secondo un copione, lo ha completamente stravolto dopo aver conosciuto i rifugiati che vivono a Riace. Dopo aver incontrato lo sguardo di un bambino afghano. Lo ha spiegato lui stesso con una lettera pubblicata da “Il Quotidiano della Calabria” al termine delle riprese. “L’idea di modificare la sceneggiatura mi è venuta pochi giorni fa sulla spiaggia di Scilla, quando il piccolo Ramadullah mi ha guardato negli occhi e mi ha chiesto: Verrai a Riace?”, scrive Wenders. “Insomma, quando ho visto i bambini veri, le persone vere il cuore mi si è spezzato. In confronto con quello che loro hanno dovuto sopportare la nostra storia mi è sembrata quasi irrilevante – continua la lettera – vengono da paesi lontani e adesso vivono qui, in Calabria. E’ strano, ma l’utopia che noi raccontiamo io l’ho vista viva, vera sui loro volti, molto più che nella nostra fiction. Da qui l’idea di aggiungere alla nostra storia un tocco di realtà”. Dice ancora il regista: “Ma c’è un altro motivo importante che mi spinge a modificare il racconto: stiamo girando in 3D e allora mi sono chiesto: cosa c’è di più rivoluzionario che raccontare la vita reale in 3D? Non è mai stato fatto finora”. A far cambiare idea a Wenders è stata un’esigenza di “più realtà, più verità”. Gli otto minuti de “Il Volo”, che potrebbero diventare il doppio in fase di montaggio, sono un concentrato di umanità, con alla base il tema chiave della convivenza.“Sono convinto che in futuro gli uomini dovranno vivere insieme, condividere. Altrimenti sarà la fine per tutti!Vivere insieme è molto meglio che morire insieme..” Con queste parole, il regista di “Paris, Texas” si congeda da Riace e Badolato, i due comuni della costa jonica calabrese protagonisti delle storie di accoglienza a migranti e rifugiati sbarcati sulla costa calabrese e a Lampedusa. Un viaggio che ha arricchito in primis lo stesso Wenders, il quale, nel confronto con la realtà calabra ha cambiato la sua opera nel corso dei dieci giorni di lavorazione. Così “Il Volo” è diventato una docu-fiction di una decina di minuti e non più un cortometraggio, grazie all’inserimento di interviste ai piccoli rifugiati afghani che vivono a Riace e al sindaco del comune della locride, Domenico Lucano, che da dieci anni si occupa dell’integrazione dei migranti. In origine era una favola, protagonisti un sindaco e un bambino che decidono di accogliere gli extracomunitari per ripopolare il paese abbandonato in seguito all’emigrazione degli abitanti originari. La sceneggiatura scritta da Eugenio Melloni era nata da un fatto di cronaca realmente accaduto, vale a dire l’accoglienza a Badolato dei mille curdi sbarcati con la nave Ararat nella notte del 26 dicembre 1996 sulla spiaggia di un altro comune della zona, S.Caterina dello Jonio. La maggiorparte delle riprese ha avuto come location proprio Badolato, tranne per la scena dello sbarco, girata a Scilla per rispettare il copione che parlava di un paese a picco sul mare.
Inaspettatamente gli ultimi ciack sono stati a Riace, dove Wenders ha voluto inserire anche un momento di gioia, con tutti gli immigrati e gli abitanti del paese che dai vicoli corrono convergendo nella piazzetta centrale in un abbraccio al primo cittadino Domenico Lucano, al centro della scena. Poco dopo, al regista è stata conferita dal sindaco la cittadinanza onoraria. Una conclusione da ‘favola vera’, dopo che l’incontro tra Lucano e la troupe alcuni giorni prima sul set a Scilla non era stato dei migliori. Il sindaco infatti si era battuto per fare avere un compenso ai rifugiati che lui stesso aveva accompagnato sulla spiaggia per la scena dello sbarco portandoli all’alba con due autobus dalla costa jonica a quella tirrenica. La produzione infatti non aveva previsto di pagare le comparse, né quelle italiane né gli stranieri. Ma grazie alle proteste di Lucano, i ‘suoi’ rifugiati hanno ottenuto una piccola somma come rimborso per la fatica di avere atteso con i bambini sulla spiaggia per un giorno intero. (raffaella cosentino)
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pubblicato il 21 settembre 2009

Il Volo della verità, l’anteprima del film di Wenders

32 minuti contro il reato di clandestinità e i respingimenti in mare. Al centro della storia non c’è più Badolato ma Riace. Il Sindaco di Badolato, dopo la proiezione e la conferenza stampa, lascia la sala infuriato.

Ieri sera c’è stata l’anteprima del Volo di Wim Wenders. Roma, Casa del Cinema a Villa Borghese. C’era il regista, tutta la produzione, gli assistenti, la Regione Calabria che per ora ha la faccia di Agazio Loiero. Sicuramente un’abile operazione d’immagine a una settimana dal voto. Presenti varie personalità. Il sindaco di Riace Mimmo Lucano e in sala anche il primo cittadino di Badolato Giuseppe Nicola Parretta. Che a fine della proiezione e della successiva conferenza stampa è andato via addirittura infuriato. Tanto che mi stava quasi mandando al diavolo quando mi sono avvicinata per salutarlo tutta sorridente perché a me il film è piaciuto molto. A quanto mi è sembrato di capire, il sindaco di Badolato non condivide il lavoro finale di Wenders perché la storia è stata stravolta e al centro dell’opera non c’è più Badolato ma Riace.
Il paese, ex dei Bronzi ora dell’accoglienza, inizialmente non doveva proprio comparire. Solo i suoi nuovi cittadini rifugiati di ogni parte del mondo dovevano essere semplici ‘comparse’ sulla spiaggia di Scilla e per giunta non retribuite. Così non è stato. Perché quando il regista ha incontrato il piccolo afghano Ramadullah durante le riprese con Zingaretti, questo bambino gli ha detto: “noi, tutti i giorni facciamo 3 ore di pullman per arrivare sul set e veniamo qui per te, se ora tu non vieni a Riace non sei una persona seria”. Questa frase era profondamente vera. Ha colpito il regista fino a farlo stare male.
Wenders si è reso conto che c’era una storia di quindici anni fa, quella di Badolato e una di oggi, di questo momento. Così ha voluto dare spazio alla seconda. “Le persone sono sempre più importanti delle storie”. In questa frase detta da Wenders durante il film c’è davvero il mondo. E’ una riflessione sul cinema, sul 3D, sulla finalità sociale e politica dell’arte. Potremmo parlarne per ore. Ma non è questo che mi preme sottolineare su GilBotulino.
Scrivo questa pagina per parlare direttamente ai badolatesi e al loro sindaco. Detto che Il Volo non è più un corto di 9 minuti, ma un vero film di 32 minuti. Detto che la prima opera d’autore in 3D al mondo basata su una storia vera e una delle prime girate in Italiaè un film contro il reato di clandestinità e contro i respingimenti in mare (questa non è una mia interpretazione, sono le parole di Wenders all’interno del film), passiamo a Badolato.
Come si sviluppa la pellicola? Badolato non è più al centro, ma fa da cornice, sta all’inizio e alla fine. E qui la cornice è importante quanto la storia centrale. Il regista non ha sconfessato il suo lavoro, l’ha modificato in corso e ce ne ha resi partecipi tutti. Con lo stesso candore delle parole di quel bambino afghano.
Si comincia con lo sbarco degli immigrati sulla spiaggia di Scilla che per un sapiente gioco cinematografico rende l’idea che Badolato sia esattamente a picco sul mare. Sulla spiaggia c’è il prefetto (Zingaretti) che trova in mano ai profughi dei volantini gialli, su cui c’è scritto in quattro lingue ‘Benvenuti a Badolato’. Gli immigrati dicono che gli sono povuti dal cielo. Zingaretti guarda in alto e si vede Badolato. Il bambino calabrese, Salvatore Fiore, con indosso la maglia di Kakà, comincia a fare il messaggero tra il prefetto sulla spiaggia e il sindaco Ben Gazzara in comune. Il sindaco di Badolato ha riunito tutto il consiglio comunale (e riconosciamo anche Liberto). Nella seduta straordinaria decide: “abbiamo case per duemila persone e qui siamo rimasti 350, tutti vecchi e un bambino che non ha nessuno con cui giocare, gli diamo le case”. Il bambino corre dal prefetto e gli comunica che in paese ha riaperto anche l’asilo. Conta i bambini sulla spiaggia e pensa “vai, si gioca!”. Il prefetto sarà irremovibile e i bambini con tutti gli sbarcati saranno portati via. Ma all’arrivo del barcone successivo, c’è sempre Ben Gazzara su un deltaplano a motore che va a lanciare i volantini di benvenuto. Ora capiamo perchè si chiama “Il Volo”.
Innanzitutto, un grazie perchè in questo film riusciamo a vedere una Badolato da sogno, immaginando come sarebbe se fosse a picco sul mare. E in tutto il mondo penseranno che lo sia. Ma al di là di questo escamotage, devo dire che mi hanno profondamente emozionata le riprese della vera Badolato. Che ha anche scorci e angoli più belli di quelli che si vedono nel film. Tuttavia, il modo delicato in cui sono svolte le riprese, l’occhio della cinepresa che si posa dolcemente sui gradini di pietra, mentre Salvatore fa su e giù per il paese, mi hanno fatto vedere il borgo da un’angolazione diversa. E penso che questo acquisire un nuovo punto di vista non abbia prezzo.
L’occhio di un grande regista si è posato sui muri secolari e sulle strade di Badolato. Ha spaziato sui tetti dalla torre dell’orologio. E ha lasciato una traccia indelebile. Una certa emozione c’è anche quando si vede la targa “municipio di Badolato”. A questo punto si inserice Wenders protagonista. Lo vediamo in fase di montaggio, alle prese con il girato. E qui racconta di Ramadullah, del suo incontro sulla spiaggia, e della decisione di raccontare la straordinaria avventura del “coraggioso sindaco di Riace Mimmo Lucano” (parole sue). Il momento è toccante. Perché riesce bene a comunicarci quanto sarebbe triste e brutta Riace senza i suoi nuovi abitanti da ogni parte del mondo.
C’è anche la ‘ndrangheta. Che è due fori di proiettile sulla vetrata dell’associazione fondata dal sindaco Lucano per gli immigrati. Il tentativo di chi trama nell’ombra per bloccare ogni forma di libertà e di sviluppo. Ma anche la risposta di un murales in piazza a Riace: “contro la ‘ndrangheta ni tingimu i mani”.
Dopo avere sentito le storie dei piccoli abitanti, come Elvis, Dennis e Valentino, i tre bimbi rom serbi. E quella di Ramadullah, che racconta di avere visto i Talebani bruciare la sua casa, in cui ha perso la sua famiglia, torniamo a Badolato. Nel finale il sindaco Ben Gazzara, doppiato da Giancarlo Giannini, racconta il suo incubo: gli immigrati invece di accoglierli li respingiamo.
Sicuramente quest’opera, per gli spunti che ha, finirà negli annali della storia del cinema. E Badolato ne farà parte a tutti gli effetti. Il ritorno di immagine, per essere co-protagonista in una storia così commovente, penso sarà grande. E’ vero che purtroppo è stata tagliata la parte con Caterina Mannello. Mi dispiace, anche se l’artista badolatese viene ricordata nei ringraziamenti finali. Però la storia così è più lunga, più bella, più diretta e forte. E’ diventata l’incontro tra un regista e un bambino. Il racconto di un genio del cinema che dice a tutto il mondo: “ok, mi sono sbagliato”. E cambia tutto solo per le parole vere di un bambino. Chi di noi lo avrebbe fatto, portando il cambiamento fino in fondo? E’ una prova di coraggio e di verità a tre dimensioni. La verità è sempre la cosa giusta. Questa è la lezione di Wenders con Il Volo. Dobbiamo valorizzarla e non averne paura. Per dircelo, il film parte dalla finzione, poi rompe tutto e va sulla realtà personale del regista, dei profughi e del sindaco di Riace, infine ritorna a una doppia finzione (incubo e fiction) per raccontarci la realtà incomprensibile dei respingimenti in mare.
“Adesso che il filmè fatto, quella piccola fiction mi piace ancora”, ha detto in conferenza stampa Wenders riferendosi al soggetto originale, al primo progetto. E infatti quella parte nonè stata eliminata. E’ lì a rivendicare il suo ruolo in questa storia, che è innanzitutto l’incontro tra un grande regista e la nostra Calabria.
Spero di cuore che questo film porti tutto il bene possibile a Badolato e a Riace. Lo dico con gli occhi di chi ha visto e vissuto per mesi l’emergenza umanitaria di Rosarno. Di chi è precipitata per mestiere nell’inferno dei dormitori lager della Piana di Gioia Tauro, dove ha visto dei calabresi massacrare gli africani. Confermo che la Calabria è una terra profondamente artistica, perché è bella e feroce al tempo stesso. Sono felice che Wenders abbia realizzato questa opera, che forse continuerà. Mi auguro che qualcuno faccia lo stesso per Rosarno. Un’altra storia di cui c’è necessità si parli con altrettanta forza artistica. Per dare il giusto riconoscimento alla rivolta degli africani contro i Pesce e i Bellocco. Immigrati nuovi schiavi in marcia per i diritti umani. Come è raccontato nel libro di Antonello Mangano, sia nella prima edizione “Gli africani salveranno Rosarno” (edito da Terrelibere), sia nella seconda stesura per Bur, dal titolo “Gli africani salveranno l’Italia”.
E infine ringrazio il sindaco Parretta, perché il suo scatto di collera di ieri sera alla Casa del Cinema è stato fondamentale per decidermi a scrivere questa lettera ai badolatesi. Desidero che cambi idea e capisca il valore di questa pellicola. Che a Badolato si facciano grandi proiezioni pubbliche del film.
Spero che presto anche sui muri di Badolato e di Isca qualcuno scriva: “abbasso la mafia”. E che le piazze dei nostri paesi, invece che a un castello che non c’è, vengano intitolate alle vittime innocenti delle ‘ndrine. Sui muri ci saranno altri murales come quello di Riace e ai nostri discendenti potremo dire “c’era una volta la ‘ndrangheta”. In questo momento sono buonista, come Il Volo. Ma ogni tanto ci vuole. Come dice Wenders: “siamo realisti, puntiamo all’utopia”. Grazie per la pazienza se avrete letto fino a qui. Cosa si può volere di più dalla vita? Un Lucano.

Di Raffaella Cosentino
Copyright: http://www.gilbotulino.it

la locandina del film

Passaggio a Sud – Pensieri per uscire dalla crisi

Quattro giorni di libri, film, fotografie, testimonianze, assemblee, dibattiti

25/28 febbraio 2010

Spazio daSud

Via Gentile da Mogliano, 170 – Pigneto – Roma

Giovedì 25 febbraio – ore 19,30

Crisi e giustizia – Le mafie del Sud e la Quinta Mafia nel Lazio

Il libro. “Ius Sanguinis” di Paola Bottero

Il film. “La guerra di Mario” di Vincenzo Caricari

La testimonianza Mario Congiusta, presidente ass. Gianluca Congiusta

L’inchiesta. La quinta mafia di Alessio Magro

Venerdì 26 febbraio ore 20,30

Crisi e democrazia

Il fumetto. Anteprima della graphic novel sulla storia del giornalista Pippo Fava della collana Libeccio di daSud e Round Robin Editrice

L’evento. Roma si mobilita per il No Mafia day a Reggio Calabria: incontro con i promotori della manifestazione nazionale del 13 marzo

L’assemblea. Dal Caso Calabria al No Mafia day: Rosarno, Ponte, Bombe, Elezioni Regionali

Incontro con Claudio Fava

Sabato 27 febbraio 2010 ore 20,30

Crisi ed emergenza

Quando la storia d’Italia si scrive in deroga a legalità e trasparenza

Il libro. “Potere assoluto – La protezione civile al tempo di Bertolaso” con Emanuele Bonaccorsi
Le videoinchieste. Anteprima di “Comando e controllo” (sul terremoto in Abruzzo) con Alberto Puliafito
e “I furbetti della vasca” (sui mondiali di nuoto a Roma) con Vittorio Romano

Le immagini. “C.a.s.e.” – Proiezione degli scatti di Arianna Catania e Pietro Guglielmino

Le testimonianze.
I comitati aquilani raccontano – con Angelo Venti, Antonio Musella / No discarica Chiaiano

Domenica 28 febbraio 2010 ore 19

Crisi e identità – Da Rosarno a Roma. E ritorno. Verso il primo marzo nella Capitale

Il concerto. Musiche migranti per raccontare il sud e la contaminazione delle identità

Nino Foresteri unplugged

Il racconto. Come nasce e cresce un progetto musicale, la musica come spazio di intercultura.

Il dossier. Arance insanguinate di daSud e Stopndrangheta.it

Da giovedì 25 a domenica 28 dalle 17

La mostra. “Per amore del mio popolo” – il fumetto su Don Peppe Diana

Tutte le sere cenaperitivo

Raccolta fondi in beneficienza per i lavoratori migranti di Rosarno che vivono a Roma

Rosarno, la protesta si allarga. A Roma le comunità migranti presentano le loro istanze

19/01/2010
18.11
IMMIGRAZIONE

Sono state ricevute in prefettura e hanno ottenuto di far arrivare a Maroni le loro richieste: permesso di soggiorno per motivi umanitari, interpretazione estensiva dell’art.18 della Bossi-Fini, monitoraggio sui fondi per l’accoglienza

ROMA – Hanno chiesto il permesso di soggiorno per motivi umanitari per tutti i migranti di Rosarno. Una interpretazione estensiva dell’articolo 18 della legge Bossi-Fini sulla base di una direttiva europea che prevede il permesso di soggiorno per lavoro a chi denuncia gli sfruttatori. Un monitoraggio sui meccanismi dei fondi per le politiche di accoglienza. Sono le istanze presentate da una delegazione delle comunità migranti e associazioni antirazziste al vice capo gabinetto della prefettura di Roma, Paolo Vaccaro, che si è impegnato a portarle al titolare del Viminale, Roberto Maroni.
Circa 200 manifestanti hanno dato vita a un sit-in di fronte a Palazzo Valentini, sede della prefettura di Roma. Contemporaneamente, proteste e manifestazioni si sono svolte in molte altre città italiane, all’insegna dello slogan “Troppa intolleranza e nessun diritto, sanatoria per i migranti”.

Le associazioni antirazziste hanno attuato presidi anche a Treviso, Padova, Potenza, Bari, Castelvolturno e Reggio Calabria. “Per dire che quello di Rosarno è un caso nazionale”, sottolinea un comunicato diffuso nelle piazze.
“Abbiamo chiesto una verifica sull’interpretazione estensiva dell’art. 18, ancora inapplicata. E’ chiaro che chi è sfruttato nei campi dalla mafia, chi è ridotto in schiavitù nei cantieri e nelle metropoli, con tante situazioni simili in tutta Italia, dovrebbe poterne usufruire”, ha dichiarato Alessio Magro dell’associazione anti-ndrangheta calabrese “daSud”, membro della delegazione ricevuta in prefettura.

Presenti in piazza anche tante associazioni di lotta per la casa con striscioni del tipo: “Rosarno, chi semina sfruttamento raccoglie tempesta”. I manifestanti hanno esposto anche uno striscione che ricalca quello censurato a Rosarno. “Speriamo di poter dire un giorno: c’era una volta la mafia”, è la frase incriminata durante il corteo di Rosarno di una settimana fa e riproposta oggi dall’associazione “daSud” e dai rappresentanti degli studenti romani. Il sit-in segue altre iniziative e mobilitazioni pro immigrati di Rosarno, come la distribuzione di arance insanguinate al Senato, durante l’audizione del ministro Maroni.

copyright Redattore Sociale
autore: raffaella cosentino


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