Archive for the 'cooperazione' Category

Kosovo, nel centro Caritas rinascono le speranze delle nuove generazioni

Un asilo, una sala informatica, una palestra e una ludoteca: a Peja la Caritas di Venezia ha costruito un luogo dove accogliere i ragazzi, puntando su formazione e integrazione. Scambi con gli italiani

Un asilo, una sala informatica, una palestra e una ludoteca. Questa è la fotografia del Centro giovanile Atë Lorenc Mazrreku di Peja, un centro che soddisfa le esigenze di un migliaio di ragazzi kosovari (e non solo) e che dal 2002 sta vivendo una nuova stagione grazie all’impegno della Caritas di Venezia.
Territorio ancora conteso, pur avendo dichiarato l’indipendenza dalla Serbia nel 2008, il Kosovo continua a essere una zona di traffici illeciti molto battuta: esseri umani, armi e droghe che si spostano verso l’Europa. Peja (Pec per i serbi), una delle municipalità della regione, sembra ormai aver reagito agli anni bui della guerra e dei conflitti inter-etnici, ma molto resta da fare soprattutto con i giovani.
“La Caritas – spiega Engelbert Zefaj, uno dei responsabili del centro- è qui dal 1999. All’inizio è intervenuta a tamponare le emergenze. Poi la situazione si è stabilizzata e ha avviato l’opera di ricostruzione post bellica”. Prima le abitazioni per 150 famiglie, metà cattoliche e metà musulmane, poi l’attenzione alle problematiche giovanili: istruzione, occupazione, diritti negati. Per questo è stata costruito un luogo in grado di accogliere i ragazzi della municipalità di Peja, per tenerli il più possibile lontano dalla strada. “Abbiamo lavorato anche a campagne di sensibilizzazione su temi come l’uso di droghe, alcol e sulla prostituzione. Adesso stiamo facendo pressione sul comune per far applicare delle norme varate negli anni scorsi in tema di diritti dei minori”. Si tratta di un modo di “combinare lavoro e volontariato,” assicura Engelbert.
Come? Da un lato si fa informazione su problematiche che li riguardano, dall’altro si fa formazione professionale. “Presentiamo i nostri progetti alle agenzie nazionali e internazionali (UNHCR, UNDP, World Bank) che stanziano fondi. In questo modo, negli ultimi cinque anni abbiamo formato oltre 400 giovani, 150 dei quali hanno trovato lavoro”. Si tratta per la maggior parte di kosovari albanesi, molti dei quali musulmani.
Altra parola d’ordine, dopo formazione, è integrazione.
Il centro è impegnato con i campi scuola estivi che per due mesi (luglio e agosto) accolgono 150 bambini, di tutte le etnie, religioni e comunità, dai 6 ai 14 anni. Con loro ci sono una ventina di giovani volontari, tutti di Peja.
Uno dei campi si trova nella valle di Rugova, un imponente paesaggio boscoso, dove si erge una chiesetta cattolica costruita da poco, simbolo della cooperazione fra diversi donatori. L’acquedotto è frutto dell’impegno della Chiesa tedesca e della Kec, la società elettrica kosovara, i bagni e le recinzioni sono opera della Caritas veneziana; la strada per arrivare su, che passa in mezzo alla montagna, è stata costruita dai militari italiani della Kfor.
Dal 23 agosto al 3 settembre a Peja arriverà anche un gruppo di giovani di Porto Marghera, accompagnati da don Luca Biancafior, vice direttore della Caritas, che saranno ospitati da famiglie kosovare. “Questi scambi avvengono, ormai, da dieci anni: un anno i ragazzi italiani vengono accolti qui da noi e l’anno dopo accade il contrario. È un modo per conoscerci, per vincere molti pregiudizi, scambiare le nostre culture. E per i nostri giovani è un modo di portare qui ciò che imparano altrove”, conclude Engelbert. (Antonella Vicini)

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COOPERAZIONE Una casa per bambini abbandonati: il “miracolo” di due volontari in Kosovo

La comunità è retta da una coppia di sposi e accoglie rom, kosovari, minori disabili. Nessuno percepisce stipendio. Dal 1999 la Caritas Umbria opera a Klina, fornendo assistenza a decine di famiglie, cattoliche e musulmane

PERUGIA – Tutto comincia nel 1999, a ridosso della guerra, quando un gruppo di volontari italiani della Caritas Umbria arriva in Kosovo per fornire la prima assistenza di rito. Due di loro, undici anni dopo, sono ancora lì. Cristina e Massimo, nel frattempo, si sono sposati e hanno creato un centro di accoglienza per i bambini del villaggio di Raduloc e dintorni, prevalentemente kosovari e rom. Si tratta di una zona a maggioranza cattolica, pure se tra i 40 ospiti di Casa Zlokucane ci sono dei musulmani. Il primo bambino è arrivato nel 1999, dopo essere stato abbandonato dai genitori. Da quel momento nella frazione di Klina l’attività dei volontari della Caritas umbra ha subito un’impennata. Gli ospiti giungono tramite i servizi sociali, le famiglie, gli amici, ma anche da soli, come ha fatto Sadam nel 2008. Rimasto orfano a dieci anni ha chiesto accoglienza. Ora lo si vede tenere in braccio il figlio più piccolo di Massimo e Cristina, Lorenzino, come se fosse un fratello maggiore.

“L’80 % dei nostri ragazzi ha un età che va dai pochi mesi ai sedici anni, ma abbiamo anche altri ospiti più grandi che hanno problemi di disabilità, più o meno evidenti”, sottolinea Carlo, ingegnere trentenne, che da circa un anno si dedica a tempo pieno al volontariato. È il caso di Rusten che ha 21 anni, ma sembra ancora un bambino. L’ultimo arrivato, invece, ha tre anni e ha trascorso quasi tutta la sua vita in ospedale, dopo essere stato abbandonato dai genitori perché affetto da spina bifida. Necessita ora di trattamenti riabilitativi che probabilmente verranno forniti all’Ospedale Bambin Gesù di Roma. In casi come questi, interviene di solito la cooperazione italiana attraverso il Ministero degli Esteri che si coordina con il Cimic (Civil-Military Cooperation).

Questa piccola comunità, completamente autosufficiente, vive grazie alle donazioni e al lavoro svolto da tutti quotidianamente. Nessuno percepisce stipendio. “Abbiamo un terreno di circa 20 ettari da coltivare, che ci è stato donato dalla municipalità; legna da tagliare; una casa da gestire; i bambini da mandare a scuola e altre 250 famiglie del luogo a cui prestare assistenza”, spiega Carlo. Si capisce, quindi, perché le giornate inizino all’alba. Si comincia preparando la colazione e si va avanti con la pratica quotidiana del “Buongiorno”; un momento di riflessione collettivo che avviene a tavola, prendendo spunto da una lettura a scelta. Alle 8 ognuno inizia la propria attività, lavorativa o scolastica, a seconda dell’età, che prosegue fino alle 19 e termina con le preghiere di rito, anche questo un momento comunitario, di raccoglimento o di riflessione, che ognuno, musulmano o cattolico, vive come vuole. Distinguere nazionalità ed etnie in questo microcosmo risulta particolarmente difficile sia per l’insieme di colori e di tratti somatici, sia per l’alternarsi di nomi che portano traccia dell’influenza slava, musulmana, ma anche italiana. E così incontriamo una Driita e una Poska, ma anche un Paolino e un Besart, traduttore ufficiale e factotum della casa, definito ironicamente “un kosovaro che sembra un milanese”. (Antonella Vicini)

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