Archive for the 'informazione' Category

Saccheggi a Tunisi, notte di terrore

Bande di sciacalli assaltano negozi e abitazioni, anche se ci sono le persone all`interno.I cittadini provano a difendere la città ma l`esercito intima di non uscire di casa. I vandali sarebbero milizie fedeli al dittatore in fuga Ben Ali. Un gruppo di italiani denuncia `l`ambasciata non ci aiuta`. Molti avvocati e giornalisti ancora in carcere.

saccheggi a tunisi

Sabato 15 gennaio ore 2.40 am
Notte di terrore a Tunisi. Dopo la fuga del dittatore Ben Ali (al potere ininterrottamente dal 1987 con un golpe ‘italiano’ appoggiato anche da Craxi), squadre di sciacalli stanno andando casa per casa compiendo saccheggi e violenze. In questo momento gli unici racconti in diretta arrivano da internet e dai social network, tramite i quali siamo in contatto con persone che si trovano nella capitale tunisina. Il cielo della città è pieno di fumo e ci sono scontri in atto tra gli sciacalli e l’esercito. Gli elicotteri sorvolano i tetti delle case e al megafono i militari hanno intimato alla gente di non uscire di casa, di chiudere le finestre e di spegnere le luci. Ma le persone rimangono collegate a internet per avere informazioni. Alcune famiglie italiane del quartiere residenziale di El Menzah fanno sapere di essere spaventati e si lamentano del fatto che l’ambasciata italiana non ha dato la necessaria assistenza e li ha informati in ritardo di tre ore del coprifuoco. “La situazione sta degenerando, siamo in stato d`emergenza, non si puo` uscire più dalla tunisia , porto e aereoporto sono chiusi e l`ambasciata non fa niente” afferma un gruppo di italiani di Tunisi. Intanto gli sciacalli hanno saccheggiato anche i centri commerciali come “Carrefour” e “Geant”. Alcuni cittadini si erano organizzati in squadre per difendere le case e le loro famiglie ed erano scesi in strada nonostante il coprifuoco, ma l’ordine dell’esercito è “nessuno fuori, non cercate di proteggere le città. L’esercito se ne occupa. Coprifuoco, altrimenti spariamo a vista”. Il coprifuoco è stato esteso dalle ore 17 alle 7 del mattino. Dal quartiere “Bardo”( dove c’è il museo dei mosaici romani) arriva la notizia che i vandali si spostano su fuoristrada bianchi di marca Toyota. Sarebbero le milizie spia dell’RCD, il partito di Ben Ali, gli stessi che hanno acclamato ben ali dopo il suo discorso di ieri “viva l’eroe”.
Secondo blogger e dissidenti, gli sciacalli che stanno devastando Tunisi sono in realtà truppe miste composte di poliziotti, criminali e uomini fedeli al vecchio dittatore lasciate da Ben Ali per dimostrare che senza di lui il paese è nel caos. Domani la Tunisia sarà da ricostruire, mentre è ancora in vigore lo stato di emergenza. “Ora che Ben Ali ha lasciato il paese, chiediamo ai nuovi governanti tunisini di togliere immediatamente lo stato di emergenza che pone limiti alla libertà di espressione e di liberare tutti i detenuti che sono in carcere per le loro idee” dice l’Ifex (International freedom of expression change). L’ong chiede anche al governo di mantenere le promesse fatte giovedì 13 gennaio dall’ex presidente di alleggerire le restrizioni sulla stampa e su internet e di assicurare i diritti umani di base. L’appello chiede anche di permettere la libera pubblicazione dei quotidiani d’opposizione, due dei quali sono stati confiscati nelle scorse settimane. Nonostante siano stati rilasciati i blogger arrestati nei giorni scorsi, il monitoraggio dell’Ifex ricorda tutti quelli che ancora si trovano in carcere. Fahem Boukadous, in prigione da luglio per i suoi racconti delle proteste di Gafsa nel 2008. Poi due giornalisti di radio Kalima : Nissar Ben Hassen e Moez Jemai. Mancano ancora all’appello un attivista politico dissidente Ammar Amroussia, arrestato il 29 dicembre a Gafsa per avere incitato le proteste e un avvocato Mohamed Mzem. Gli avvocati hanno annunciato che continueranno la protesta fino a quando non verrà raggiunta l’autonomia giudiziaria. Nelle settimane scorse sono stati spesso picchiati durante le manifestazioni e ieri (venerdì 14, ndr.) sono stati dispersi con la violenza dalle forze di polizia mentre tenevano un sit in pacifico davanti al ministero dell’Interno. Sono state censurate anche la pagina facebook e il sito dell’Ifex tunisino. (raffaella cosentino)

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Costa d’Avorio, violenze fomentate dai ‘media dell’odio’

Il consiglio di sicurezza dell`Onu chiede la fine della diffusione di informazioni che incitano alla violenza da parte dell`emittente RTI

Allarme del Consiglio di Sicurezza dell`Onu per i “media dell`odio` in Costa D`Avorio. L`organismo internazionale ha esortato a smettere di diffondere “false informazioni` dirette a incitare la violenza etnica. “I membri del Consiglio di sicurezza dell`Onu hanno fortemente condannato e chiesto lo stop immediato dell`uso dei media, specialmente Radiodiffusion Television Ivoirienne (RTI) per propagare informazioni false che incitano all`odio e alla violenza anche contro le Nazioni Unite` è il testo di una dichiarazione letta alla stampa durante un incontro da parte di Mirsada Colakovic, l`ambasciatore Onu per la Bosnia.

Secondo l`Onu le violenze in Costa D`Avorio hanno già mietuto oltre 200 vittime da quando è esploso il conflitto presidenziale tra Laurent Gbagbo e Alassane Ouattara. Le violenze etniche hanno ucciso 33 persone e 75 sono rimaste ferite solo la scorsa settimana nella città occidentale di Duekoue.
(raffaella cosentino)

Tunisia, arresti di blogger dissidenti e siti oscurati

07/01/2011 17.41 DIRITTI

Appelli di Reporters sans frontieres e di Amnesty International dopo almeno cinque casi di oppositori del regime scomparsi. Avevano messo online la rivolta civile contro la corruzione e l’aumento dei prezzi

Il blogger Slim Amamou

ROMA – Almeno cinque blogger e militanti noti per il loro impegno per la libertà di espressione sul web sono scomparsi ieri in Tunisia, ma la lista potrebbe essere più lunga. A denunciarlo, sospettando che possano essere stati arrestati, è “Reporters sans frontieres” che chiede alle autorità il loro rilascio immediato. “Questi arresti destinati a intimidire gli internauti tunisini e i loro sostenitori internazionali, sono controproducenti e rischiano di alzare la tensione. Non è arrestando qualche blogger che le immagini delle proteste spariranno dalla rete” scrive sul suo sito l’ong francese, che si schiera contro la repressione governativa in risposta alla crisi attraversata dalla Tunisia in questo momento.
Tra gli arrestati c’è anche un rapper di 22 anni, Hamada Ben Amor, conosciuto con lo pseudonimo di “Generale” e autore di un brano musicale celebre su internet dal titolo “Presidente, il tuo popolo è morto”. Il musicista è stato arrestato a casa della sua famiglia a Sfax , 270 chilomentri a sud est della capitale, alle 5 e 30 del mattino, secondo quanto dichiarato alla France press dal fratello Hamdi. Da ieri non si hanno notizie di Hamadi Kaloutcha, blogger e militante, prelevato alle sei del mattino da sei poliziotti in abiti civili che si sono presentati a casa sua. Alla moglie hanno detto che l’avrebbero condotto al commissariato per fargli qualche domanda e che ci sarebbero volute solo alcune ore. Il ciberdissidente Sleh Edine Kchouk, militante dell’Unione generale degli studenti della Tunisia (Uget) è stato arrestato a Bizerte (60 chilometri a nord ovest di Tunisi) e il suo computer confiscato.

Slim Amamou ed El Aziz Amami, due blogger, sarebbero stati arrestati anche loro secondo quanto riferito a Rsf e all’Afp da attivisti per i diritti umani e da un loro amico giornalista. El Aziz Amami ha inviato un sms alla fidanzata dicendo di essere stato arrestato. Amami aveva seguito le proteste nella città di Sidi Bouzid. Il suo blog è stato reso inaccessibile (http://azyz404.blogspot.com/).
Le tracce di Slim Amamou si perdono ieri intorno alle 13, ora in cui, secondo il blog collettivo indipendente tunisino in lingua francese “Nawaat.org”, i suoi amici e colleghi non hanno più avuto sue notizie e in cui non è tornato a lavoro. Intorno alle 18, il blogger scomparso ha rivelato la sua posizione dal cellulare con un tweet sul social network “Foursquare” che permette ai suoi utenti di indicare la posizione geografica in cui si trovano. E il cellulare di Slim Amamou lo localizza a quell’ora dentro il ministero degli Interni tunisino. Il blogger, in precedenza, aveva detto ai suoi amici che la sua casa era sorvegliata dai poliziotti da un paio di giorni. Amamou era già stato arrestato il 21 maggio del 2010 alla vigilia di una manifestazione contro la censura sul web di cui era organizzatore e che aveva annunciato davanti al ministero dell’Informazione.

Ieri anche Amnesty International ha lanciato un appello per la libertà di manifestazione del popolo tunisino, condannando il giro di vite delle autorità tunisine contro l’ondata di proteste sociali seguite al suicidio di un fruttivendolo. Almeno due manifestanti, tra cui un diciottenne caduto sotto i proiettili della polizia, sono stati uccisi durante le proteste. Il 17 dicembre, Mohamed Bouazizi, un fruttivendolo di 26 anni ha tentato il suicidio e poi è morto in ospedale per le ferite riportate, nella città di Sidi Bouzid. Il gesto estremo dell’uomo è seguito al sequestro del suo carretto di frutta da parte dei vigili perché non aveva la licenza. Bouazizi è diventato il simbolo di una rivolta contro la precarietà sociale, l’aumento dei prezzi, la disoccupazione e la corrruzione. Proteste continuano a infiammare tutto il paese. E tra queste anche un attacco di hacker a cinque siti del governo, condotto da un gruppo anonimo di ciberpirati solidali con la piazza. Gli arresti, non confermati dal governo del presidente Ben Ali, sarebbero una risposta alla guerriglia informatica. (raffaella cosentino)
© Copyright Redattore Sociale

Il terrore. La guerra di `ndrangheta nel catanzarese

E` la guerra di tutti contro tutti. Da oltre un anno omicidi spietati davanti a decine di testimoni per terrorizzare sia gli avversari sia la gente comune. Omicidi alla processione e nella spiaggia affollata. Le mani delle ‘ndrine sui villaggi turistici gestiti da tour operator non calabresi

Inchiesta di Raffaella Cosentino

“Il potere mafioso non agisce più da controllore ma da moltiplicatore dei conflitti. L`ascesa della mafia imprenditrice ha finito col realizzare l`autentica guerra di tutti contro tutti, con morti, feriti e dispersi`. Il sociologo Pino Arlacchi lo scrive nel 1983. La sua analisi non è stata compresa se questo meccanismo si ripresenta identico dopo trent`anni. In questo momento in Calabria, sulla costa jonica catanzarese, a pochi chilometri dal capoluogo, la ‘ndrangheta dopo essersi infiltrata nell`economia con il riciclaggio, le estorsioni e il controllo degli appalti, oggi conquista il territorio con una serie di delitti eclatanti, in cui il luogo degli agguati è scelto con cura ‘spettacolare` per dare la misura dello scontro di potere in atto. Un uomo ucciso ad agosto sulla spiaggia davanti alla moglie e al figlio di un anno. Meno di una settimana dopo un altro lo ammazzano con una pistola silenziata durante i fuochi d`artificio e feriscono il figlio di 10 anni. Ma in realtà atti così spietati si susseguono da oltre un anno.

La lunga scia di sangue inizia il 3 luglio del 2009 quando sul lungomare di Isca sullo Jonio viene ucciso Vincenzo Varano, manovale di 52 anni, presunto boss del paese, che ha da poco concluso un periodo di restrizione come sorvegliato speciale. Da questo momento la regola sono gli omicidi commessi da killer coperti con il casco integrale che fuggono in moto dopo aver sparato tra la gente. Un delitto che probabilmente avviene non a caso sul lungomare, centro degli appalti e degli interessi turistici. Sulla spiaggia in quel momento sono in corso lavori per l`erosione costiera da 800 mila euro. Su tutto il litorale del basso jonio catanzarese negli ultimi anni sono stati costruiti molti residence destinati a turisti nordeuropei che però sono rimasti in gran parte vuoti. A più di un anno di distanza, l`operazione “Free Village`, porta alla luce gli interessi dei capibastone sui villaggi turistici.

Al “Sant`Andrea`, proprio dopo l`omicidio di Varano, fa la sua comparsa Mario Mongiardo che si presenta come referente del clan Gallace di Guardavalle. Quando gli agenti lo arrestano, il 6 settembre scorso, Mongiardo si trova al ristorante del villaggio con tutta la famiglia. Viene bloccato prima che riesca a impugnare la pistola calibro 7.65 pronta a sparare che tiene nascosta nel borsello. Il ‘Sant`Andrea` non è un complesso fantasma, è una delle poche strutture della zona funzionanti a pieno regime, che in estate segna il tutto esaurito con circa tremila clienti, tra cui ospiti importanti di rilievo nazionale.

E` gestito dal tour operator Iperclub, con sede a Roma. La squadra mobile coordinata dalla Dda di Catanzaro arresta Mario Mongiardo e altre quattro persone (tra cui la moglie di Mongiardo e la figlia di soli 18 anni) per estorsione con modalità mafiose ai danni della Iperclub e della società Fram Group di Taranto responsabile della selezione del personale. Secondo l`accusa, oltre alle estorsioni Mongiardo imponeva l`assunzione di personale, tra cui appunto moglie e figlia più altre dodici persone, queste ultime iscritte nel registro degli indagati per essere state assunte senza lavorare realmente. Mongiardo e Francesco Corapi (anche lui arrestato), ricostruiscono gli inquirenti, decidevano anche sulle forniture. I giornali locali riferiscono di tre direttori intimiditi e poi trasferiti solo perchè volevano controllare la qualità della merce e di un comportamento passivo delle società non calabresi nei confronti delle richieste mafiose, che in questo caso sono iniziate già nel 2003.

Tornando agli omicidi, il 24 luglio 2009 tocca a Luciano Bonelli, ucciso a fucilate nei pressi della sua abitazione a Sant`Andrea sullo Jonio. Bonelli, 35 anni, era di Isca e soprattutto era il nipote di Varano. Le esecuzioni a 20 giorni di distanza l`una dall`altra sono collegate. I due uomini evidentemente scalpitavano per rendersi autonomi dai boss di Guardavalle e dai loro alleati di Badolato. Proprio Badolato resta l`unico comune di tutta la zona in cui le armi tacciono. E` ipotizzabile che non ci siano state famiglie mafiose decapitate perché sono rimaste al loro posto sotto i Gallace.

Lo scontro sale di livello il 27 settembre del 2009. A Riace (Rc) durante la tradizionale processione dei Santi Cosma e Damiano che raccoglie migliaia di fedeli da tutta la regione, viene eliminato il primo ‘intoccabile`: il boss del clan dei ‘viperari` di Serra San Bruno (VV), Damiano Vallelunga, di 52 anni. Il mammasantissima delle Serre non può perdersi la festa dei ‘santi medici`, ai quali, come dice il nome di battesimo, è molto legato. La processione parte dalla chiesa nella piazza del paese e si snoda lungo una fiera di bancarelle affollatissime con la gente che balla e prega davanti alle statue. Il tragitto si conclude davanti al santuario dedicato a Cosma e Damiano. Ed è qui, tra la folla dei fedeli, che poco dopo mezzogiorno due killer fanno la loro comparsa sul sagrato sparando a bruciapelo e uccidendo Vallelunga. Un ambulante senegalese viene ferito alla gola da una pallottola vagante. L`influenza di Vallelunga si estendeva dalle montagne delle Serre a tutta l`area costiera fino a Soverato. Chi l`ha ucciso voleva eliminae l`avversario più potente e l`ha fatto con il beneplacito delle ‘ndrine della valle dello Stilaro, vale a dire i Ruga- Metastasio – Loiero, nel cui territorio ricade Riace.

Il 23 dicembre 2009 sparisce da Soverato superiore il 29enne Giuseppe Todaro. Probabilmente un caso di lupara bianca. Il 16 gennaio 2010 viene ucciso un commerciante a Davoli Marina. Pietro Chiefari, 51 anni, proprietario di un negozio di frutta e verdura muore in pieno centro abitato alle sette di sera. Lo attendono in strada, aspettano che salga sul suo fuoristrada e gli sparano alla testa e al torace. Alcuni proiettili bucano le vetrine del negozio. Le tre commesse all`interno restano miracolosamente illese ed è solo un caso che non ci siano clienti. Chiefari, originario di Torre di Ruggiero, è stato coinvolto nell`inchiesta “Mithos` contro la ‘ndrina dei Gallace- Novella, come Bonelli. Meno di due mesi dopo, l`11 marzo, nelle campagne di Guardavalle un commando appostato in un casolare attende il Dahiatsu feroza di Domenico Chiefari, 67 anni, bracciante agricolo. Il fuoristrada viene fermato da una pioggia di proiettili di pistola e fucile caricato a pallettoni. I killer lo finiscono sparandogli in faccia dal parabrezza.

Gli inquirenti cercano di ricostruirne i contatti con la ‘ndrangheta. L`agguato è stato compiuto in pieno giorno, alle 7.30 del mattino. Lo stesso orario che pochi giorni dopo, il 16 marzo, segna l`appuntamento con la morte per Francesco Muccari, 35 anni e papà da una settimana. Esecuzione in pieno centro abitato per il terzo ammazzato di Isca sullo Ionio, un comune di 1200 anime. Lo aspettano a pochi passi da casa, in un vicolo del paese, mentre va a lavoro sulla sua Fiat Panda e lo sfigurano con 12 colpi di pistola e di fucile caricato a pallettoni. Il 27 gennaio un suo parente era miracolosamente sfuggito a un tentato omicidio a Guardavalle. Il suo nome è Santo Procopio, ha 27 anni, è originario di Isca e ha sposato una nipote di Muccari.

Angelo Ronzello, 26 anni, commerciante di mangimi, cade il 2 aprile a Monasterace, primo comune della provincia di Reggio Calabria al confine con Catanzaro. Era noto alle forze dell`ordine per reati legati alla detenzione di armi e di esplosivo. Suo padre, Vincenzo Antonio Ronzello era stato indagato e poi prosciolto nel 1994 per legami con i clan della zona. E` la sera di giovedì santo, in un quartiere popolato. Ronzello cena da un amico e quando esce viene freddato con sei colpi di fucile calibro 12. A Monasterace non si vedevano morti ammazzati da vent`anni. L`omicidio colpisce la ‘ndrina dei Ruga di Monasterace, che è collegata ai Metastasio di Stilo. Ed è proprio questo clan a perdere poco dopo un esponente di spicco.

Il 21 aprile a Ferdinandea, vicino lo stabilimento dell`acqua “Mangiatorella`, in un`area montana che congiunge la provincia di Reggio Calabria con quella di Vibo Valentia, rimane vittima di un`imboscata a colpi di kalashnikov Giovanni Vallelonga, che per gli inquirenti è uno dei capibastone dei Metastasio, con i quali è imparentato. Uno dei figli di Vallelonga ha sposato una figlia di Salvatore Metastasio. Il boscaiolo 62enne è l`ennesimo morto sfigurato dai proiettili. L`uomo era già sfuggito a un tentato omicidio il 17 agosto del 1988 in una località vicina e il collaboratore di giustizia Pasquale Turrà (poi trucidato per le sue dichiarazioni) aveva accusato Damiano Vallelunga, cugino di Vallelonga, di essere uno dei responsabili dell`agguato.

Da questo episodio risalente alla ‘faida dei boschi` degli anni Ottanta si comprende non tanto il riaccendersi di quella faida, ma il posizionamento delle famiglie negli schieramenti della ‘ndrangheta. Il contesto attuale è quello di una guerra di ‘tutti contro tutti` per dirla con Arlacchi. Questo omicidio potrebbe dunque essere la risposta a quello di Damiano Vallelunga del settembre precedente. Nonostante i cognomi simili, i due uomini si configurano come esponenti di punta di due clan concorrenti nel predominio sulle aree montane. Una signoria territoriale che attraverso alleanze con ‘ndrine nel soveratese arriva fino a Catanzaro.

INCHIESTA Faida? No, è guerra di conquista. E arriva fino a Milano

L`hanno chiamata “faida dei boschi” ma è la guerra di conquista di un`area di riciclaggio su cui imporre una nuova signoria territoriale. Una guerra feroce, con omicidi in pieno giorno e tra la folla, in spiaggia e alla processione. La popolazione è terrorizzata, i tre feriti estranei allo scontro dimostrano che tutti possono essere coinvolti. Anche i lombardi. Tutto è nato infatti dall`omicidio Novella a San Vittore Olona, 30 chilometri da Milano.
DI RAFFAELLA COSENTINO

SOVERATO (CZ) – Quando la ‘ndrangheta ridisegna la geografia criminale lo fa con il sangue. La costa jonica catanzarese è diventata “ la zona più calda della Calabria per quanto riguarda gli omicidi` secondo il magistrato Nicola Gratteri. Nel giro di un anno, località turistiche in cui non si sparava un colpo si sono trasformate nel territorio in cui scorazzano killer spietati e in cui ci sono stati così tanti delitti efferati da diventare la zona peggiore d`Italia per l`escalation criminale. L`autunno si lascia alle spalle un`estate di inaudita violenza. Tredici ammazzati dall`inizio dell`anno (oltre 20 dal 2008), tre tentati omicidi, due gambizzati di cui un passante. Tra i feriti anche tre persone che non erano coinvolte, tra cui un bambino di 10 anni con la sola ‘colpa` di essere accanto al padre quando il sicario lo ha ucciso. Una serie di orfani, alcuni ancora in fasce, e di vedove giovani e giovanissime.

La misura dello scontro non è nel numero dei morti, ma nelle modalità eclatanti scelte per assassinare boss e gregari. Agguati ed esecuzioni avvengono in pieno giorno davanti a decine di testimoni. Il modus operandi è solitamente quello dei sicari che arrivano in moto con il volto coperto dal casco e sparano in mezzo alla folla, su una spiaggia o a una processione davanti al sagrato della chiesa, al bar o per la strada mentre centinaia di persone guardano i fuochi d`artificio per la festa patronale. La profezia del giudice Gratteri è delle più cupe: “Ci saranno ancora decine di morti`. Ma la guerra dimenticata di ‘casa nostra` non compare sulle pagine dei grandi giornali né sui Tg nazionali e, dunque, non esiste. Le ‘ndrine dispiegano al massimo il loro potenziale di fuoco perché lo scontro in atto per il controllo del territorio ha come posta in gioco il traffico di droga e il mercato della cocaina su un`area così vasta da coprire tre province: Reggio Calabria, Catanzaro e Vibo Valentia.

Sono coinvolte tutte le ‘ndrine che hanno base operativa nella zona jonica da Riace a Catanzaro, passando per la catena montuosa delle Serre. A partire dalla scorsa primavera la mattanza si è concentrata in una fascia territoriale più ristretta, quella del comprensorio di Soverato. Negli ultimi anni, l`establishment locale si è affannato a spacciare “perla dello Jonio” come “una piccola Svizzera non toccata dalla ‘ndrangheta”. Ormai il velo sulle strategie criminali è stato squarciato: con il terrore le ‘ndrine conquistano un`altra grossa fetta di Calabria. Nel silenzio generale anche della politica, si sta consumando l`occupazione militare delle ‘ndrine reggine sulla provincia di Catanzaro mediante l`eliminazione fisica di tutti i boss locali che potessero opporsi a questo disegno. L`azione indisturbata dei commando di morte arriva dopo l`inquinamento dell`economia già in atto da molti anni con le attività di riciclaggio dei proventi del traffico di droga, le estorsioni, il controllo degli appalti. Così funziona l`acquisizione del potere da parte della ‘ndrangheta.

Catanzaro si avvia a diventare terra di mattanza come Reggio Calabria, il soveratese come la locride e la piana di Gioia Tauro. Questa verità fa a pugni con la propaganda del governo sull`antimafia dei fatti. Ma anche con la definizione giornalistica di “faida` con cui è stata bollata dai media. I quotidiani locali parlano da mesi di ‘faida dei boschi`, riferendosi a una vecchia lotta fra clan avvenuta tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Novanta nelle aree montane per il controllo dei disboscamenti e del mercato del legname. E` “una vera guerra di ‘ndrangheta per il controllo dei traffici illeciti e delle attività economiche`, come dicono ora anche gli inquirenti. Una guerra annunciata che si è aperta quando Carmelo Novella fu freddato dai sicari in Lombardia, a San Vittore Olona, il 14 luglio del 2008.

Già allora, sul territorio jonico catanzarese, tradizionalmente feudo della cosca Gallace-Novella di Guardavalle, tutti si aspettavano l`inizio di una stagione terribile. “Si sono rotti gli equilibri, sta cambiando tutto` diceva ovunque la gente al bar e sulla spiaggia, segno inequivocabile della cappa ‘ndranghetista che soffoca intere comunità con attentati e intimidazioni a cui nessuno trova la forza di ribellarsi. Territori in cui la connivenza e l`omertà sono la regola. Ma luoghi solitamente tranquilli dove, fino a un anno fa, regnava la pax mafiosa imposta dagli affari. L`inchiesta “Il Crimine` condotta congiuntamente dalle procure di Reggio Calabria e di Milano ha ricostruito l`omicidio di Novella. I sicari venivano da Guardavalle, l`ultimo paese della provincia di Catanzaro prima della locride. Questo episodio segna evidentemente la rottura fra le famiglie dei Gallace e dei Novella, che insieme costituivano l`omonima ‘ndrina su cui indagarono le maxi inchieste ‘Mithos` della Dda di Catanzaro e “Appia` della Dda di Roma.

Il clan si era infatti insediato ad Anzio e Nettuno per gestire i traffici di droga dalla Colombia. I Gallace sono stati coinvolti anche nell`inchiesta “Stupor Mundi` che tra il 2003 e il 2004 ha portato a sequestri di droga a Torino, Novara, Roma e Lamezia Terme. Dall`indagine emersero anche i collegamenti e i rapporti sul traffico di droga tra la ‘ndrangheta e Cosa Nostra. L`inchiesta coordinata dai procuratori Ilda Boccassini e Giuseppe Pignatone ha evidenziato che Novella è stato ucciso per le sue idee autonomiste sulla ‘ndrangheta lombarda. A questa idea separatista, o scissionista se vogliamo, si è legato un comportamento speculare anche nella casa base calabrese. Infatti con Novella si erano schierati alcuni boss del soveratese, che volevano sganciarsi dai Gallace, mettendone in discussione il dominio sul territorio. Si tratta dei Sia di Soverato che si sono alleati con i Vallelunga di Serra San Bruno , detti “i viperari`, con i Procopio- Lentini di Davoli e con i potenti Costa di Siderno.

Ai Gallace sarebbero invece rimasti legati i Ruga-Metastasio-Loiero dell`alta locride, che territorialmente sono contigui alla famiglia di Guardavalle. All`origine degli omicidi, dunque, soprattutto il desiderio delle famiglie dello Jonio catanzarese, primi su tutti gli emergenti Sia di Soverato, di mettere le mani sui traffici di droga e sul mercato dello spaccio di cocaina che nella zona è diventato fiorente, come dimostrano diversi arresti per droga. Nella cornice di questo grande riassemblamento del puzzle criminale, ogni piccolo boss ha cercato di ritagliarsi il suo spazio. In molti comuni (parliamo di centri molto piccoli, in media di mille, duemila abitanti) gli uomini della ‘ndrangheta si sono divisi in due fazioni: quelli rimasti fedeli ai Gallace e quelli che puntavano a ‘mettersi in proprio`, fondando un locale di ‘ndrangheta autonomo.

Così sono riesplose anche tutte le rivalità latenti nei singoli comuni, come quella tra i Todaro e i Sia a Soverato. La situazione è deflagrata definitivamente a partire dalla scorsa primavera con una sequenza impressionante di omicidi ravvicinati in ordine di tempo. All`uccisione di un capobastone è seguita immancabilmente la ritorsione, con l`eliminazione dei sicari che avevano fatto parte del commando omicida o degli uomini della cosca avversaria che costituivano un pericolo. Il primo ‘intoccabile` fatto fuori è stato Damiano Vallelunga, il cui ruolo a capo del clan dei ‘viperari` di Serra San Bruno era emerso più volte, anche con il coinvolgimento nell`operazione Mithos. E` stato ucciso esattamente un anno fa a Riace e da questo episodio è nato l`equivoco sulla ‘faida dei boschi` che si sarebbe riaperta.

I Vallelunga infatti erano stati coinvolti in quello scontro criminale e il fratello Cosimo era stato ammazzato il 17 agosto del 1988 quando la sua famiglia si contrapponeva ad altri clan di Mongiana e Guardavalle. Su quella faida fece luce “L`Operazione faggio` della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, sulla base delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Pasquale Turrà, capo dell`omonima famiglia. L`uomo aveva svelato gli scenari dietro la sequenza di omicidi, accusando anche alcuni dei suoi stessi fratelli. Fece una fine tremenda a 47 anni. Il suo cadavere fu ritrovato in un dirupo a Elce della Vecchia, una frazione di Guardavalle superiore nell`estate del 1998.

I killer lo avevano prima gambizzato con un fucile caricato a pallettoni e poi gli avevano poggiato la canna dell`arma sul collo, decapitandolo per vendetta. Un anno prima gli era stata revocata la protezione dal ministero dell`Interno, a causa di un allontanamento non autorizzato dalla località protetta dove viveva. In un articolo del 9 luglio di quell`anno, sul Corriere della Sera, il giornalista Carlo Macrì raccontò che “il collaboratore considerato attendibilissimo dai magistrati della Procura distrettuale catanzarese, aveva avanzato alcune richieste al ministero che gli erano state negate. Turra` avrebbe cosi` deciso di allontanarsi, senza informare gli uomini della scorta`.

Richieste “banali”, spiegavano allora i magistrati della Dda di Catanzaro a Macrì con queste parole: “Forse quel diniego e` stato solo un pretesto per mollare Turra`, con la consapevolezza, pero` che la sua fine era stata gia` segnata`. E ancora: “Inquietante il modo con cui si trattano queste persone dopo che ognuno di noi le ha usate e spremute`. Le dichiarazioni di Turrà avevano minato clan feroci, specializzati anche in sequestri di persona. Ma tutto questo appartiene al passato remoto e a una ‘ndrangheta ancora ‘dei boschi` mentre oggi il grande business si chiama cocaina.

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