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Il terrore. La guerra di `ndrangheta nel catanzarese

E` la guerra di tutti contro tutti. Da oltre un anno omicidi spietati davanti a decine di testimoni per terrorizzare sia gli avversari sia la gente comune. Omicidi alla processione e nella spiaggia affollata. Le mani delle ‘ndrine sui villaggi turistici gestiti da tour operator non calabresi

Inchiesta di Raffaella Cosentino

“Il potere mafioso non agisce più da controllore ma da moltiplicatore dei conflitti. L`ascesa della mafia imprenditrice ha finito col realizzare l`autentica guerra di tutti contro tutti, con morti, feriti e dispersi`. Il sociologo Pino Arlacchi lo scrive nel 1983. La sua analisi non è stata compresa se questo meccanismo si ripresenta identico dopo trent`anni. In questo momento in Calabria, sulla costa jonica catanzarese, a pochi chilometri dal capoluogo, la ‘ndrangheta dopo essersi infiltrata nell`economia con il riciclaggio, le estorsioni e il controllo degli appalti, oggi conquista il territorio con una serie di delitti eclatanti, in cui il luogo degli agguati è scelto con cura ‘spettacolare` per dare la misura dello scontro di potere in atto. Un uomo ucciso ad agosto sulla spiaggia davanti alla moglie e al figlio di un anno. Meno di una settimana dopo un altro lo ammazzano con una pistola silenziata durante i fuochi d`artificio e feriscono il figlio di 10 anni. Ma in realtà atti così spietati si susseguono da oltre un anno.

La lunga scia di sangue inizia il 3 luglio del 2009 quando sul lungomare di Isca sullo Jonio viene ucciso Vincenzo Varano, manovale di 52 anni, presunto boss del paese, che ha da poco concluso un periodo di restrizione come sorvegliato speciale. Da questo momento la regola sono gli omicidi commessi da killer coperti con il casco integrale che fuggono in moto dopo aver sparato tra la gente. Un delitto che probabilmente avviene non a caso sul lungomare, centro degli appalti e degli interessi turistici. Sulla spiaggia in quel momento sono in corso lavori per l`erosione costiera da 800 mila euro. Su tutto il litorale del basso jonio catanzarese negli ultimi anni sono stati costruiti molti residence destinati a turisti nordeuropei che però sono rimasti in gran parte vuoti. A più di un anno di distanza, l`operazione “Free Village`, porta alla luce gli interessi dei capibastone sui villaggi turistici.

Al “Sant`Andrea`, proprio dopo l`omicidio di Varano, fa la sua comparsa Mario Mongiardo che si presenta come referente del clan Gallace di Guardavalle. Quando gli agenti lo arrestano, il 6 settembre scorso, Mongiardo si trova al ristorante del villaggio con tutta la famiglia. Viene bloccato prima che riesca a impugnare la pistola calibro 7.65 pronta a sparare che tiene nascosta nel borsello. Il ‘Sant`Andrea` non è un complesso fantasma, è una delle poche strutture della zona funzionanti a pieno regime, che in estate segna il tutto esaurito con circa tremila clienti, tra cui ospiti importanti di rilievo nazionale.

E` gestito dal tour operator Iperclub, con sede a Roma. La squadra mobile coordinata dalla Dda di Catanzaro arresta Mario Mongiardo e altre quattro persone (tra cui la moglie di Mongiardo e la figlia di soli 18 anni) per estorsione con modalità mafiose ai danni della Iperclub e della società Fram Group di Taranto responsabile della selezione del personale. Secondo l`accusa, oltre alle estorsioni Mongiardo imponeva l`assunzione di personale, tra cui appunto moglie e figlia più altre dodici persone, queste ultime iscritte nel registro degli indagati per essere state assunte senza lavorare realmente. Mongiardo e Francesco Corapi (anche lui arrestato), ricostruiscono gli inquirenti, decidevano anche sulle forniture. I giornali locali riferiscono di tre direttori intimiditi e poi trasferiti solo perchè volevano controllare la qualità della merce e di un comportamento passivo delle società non calabresi nei confronti delle richieste mafiose, che in questo caso sono iniziate già nel 2003.

Tornando agli omicidi, il 24 luglio 2009 tocca a Luciano Bonelli, ucciso a fucilate nei pressi della sua abitazione a Sant`Andrea sullo Jonio. Bonelli, 35 anni, era di Isca e soprattutto era il nipote di Varano. Le esecuzioni a 20 giorni di distanza l`una dall`altra sono collegate. I due uomini evidentemente scalpitavano per rendersi autonomi dai boss di Guardavalle e dai loro alleati di Badolato. Proprio Badolato resta l`unico comune di tutta la zona in cui le armi tacciono. E` ipotizzabile che non ci siano state famiglie mafiose decapitate perché sono rimaste al loro posto sotto i Gallace.

Lo scontro sale di livello il 27 settembre del 2009. A Riace (Rc) durante la tradizionale processione dei Santi Cosma e Damiano che raccoglie migliaia di fedeli da tutta la regione, viene eliminato il primo ‘intoccabile`: il boss del clan dei ‘viperari` di Serra San Bruno (VV), Damiano Vallelunga, di 52 anni. Il mammasantissima delle Serre non può perdersi la festa dei ‘santi medici`, ai quali, come dice il nome di battesimo, è molto legato. La processione parte dalla chiesa nella piazza del paese e si snoda lungo una fiera di bancarelle affollatissime con la gente che balla e prega davanti alle statue. Il tragitto si conclude davanti al santuario dedicato a Cosma e Damiano. Ed è qui, tra la folla dei fedeli, che poco dopo mezzogiorno due killer fanno la loro comparsa sul sagrato sparando a bruciapelo e uccidendo Vallelunga. Un ambulante senegalese viene ferito alla gola da una pallottola vagante. L`influenza di Vallelunga si estendeva dalle montagne delle Serre a tutta l`area costiera fino a Soverato. Chi l`ha ucciso voleva eliminae l`avversario più potente e l`ha fatto con il beneplacito delle ‘ndrine della valle dello Stilaro, vale a dire i Ruga- Metastasio – Loiero, nel cui territorio ricade Riace.

Il 23 dicembre 2009 sparisce da Soverato superiore il 29enne Giuseppe Todaro. Probabilmente un caso di lupara bianca. Il 16 gennaio 2010 viene ucciso un commerciante a Davoli Marina. Pietro Chiefari, 51 anni, proprietario di un negozio di frutta e verdura muore in pieno centro abitato alle sette di sera. Lo attendono in strada, aspettano che salga sul suo fuoristrada e gli sparano alla testa e al torace. Alcuni proiettili bucano le vetrine del negozio. Le tre commesse all`interno restano miracolosamente illese ed è solo un caso che non ci siano clienti. Chiefari, originario di Torre di Ruggiero, è stato coinvolto nell`inchiesta “Mithos` contro la ‘ndrina dei Gallace- Novella, come Bonelli. Meno di due mesi dopo, l`11 marzo, nelle campagne di Guardavalle un commando appostato in un casolare attende il Dahiatsu feroza di Domenico Chiefari, 67 anni, bracciante agricolo. Il fuoristrada viene fermato da una pioggia di proiettili di pistola e fucile caricato a pallettoni. I killer lo finiscono sparandogli in faccia dal parabrezza.

Gli inquirenti cercano di ricostruirne i contatti con la ‘ndrangheta. L`agguato è stato compiuto in pieno giorno, alle 7.30 del mattino. Lo stesso orario che pochi giorni dopo, il 16 marzo, segna l`appuntamento con la morte per Francesco Muccari, 35 anni e papà da una settimana. Esecuzione in pieno centro abitato per il terzo ammazzato di Isca sullo Ionio, un comune di 1200 anime. Lo aspettano a pochi passi da casa, in un vicolo del paese, mentre va a lavoro sulla sua Fiat Panda e lo sfigurano con 12 colpi di pistola e di fucile caricato a pallettoni. Il 27 gennaio un suo parente era miracolosamente sfuggito a un tentato omicidio a Guardavalle. Il suo nome è Santo Procopio, ha 27 anni, è originario di Isca e ha sposato una nipote di Muccari.

Angelo Ronzello, 26 anni, commerciante di mangimi, cade il 2 aprile a Monasterace, primo comune della provincia di Reggio Calabria al confine con Catanzaro. Era noto alle forze dell`ordine per reati legati alla detenzione di armi e di esplosivo. Suo padre, Vincenzo Antonio Ronzello era stato indagato e poi prosciolto nel 1994 per legami con i clan della zona. E` la sera di giovedì santo, in un quartiere popolato. Ronzello cena da un amico e quando esce viene freddato con sei colpi di fucile calibro 12. A Monasterace non si vedevano morti ammazzati da vent`anni. L`omicidio colpisce la ‘ndrina dei Ruga di Monasterace, che è collegata ai Metastasio di Stilo. Ed è proprio questo clan a perdere poco dopo un esponente di spicco.

Il 21 aprile a Ferdinandea, vicino lo stabilimento dell`acqua “Mangiatorella`, in un`area montana che congiunge la provincia di Reggio Calabria con quella di Vibo Valentia, rimane vittima di un`imboscata a colpi di kalashnikov Giovanni Vallelonga, che per gli inquirenti è uno dei capibastone dei Metastasio, con i quali è imparentato. Uno dei figli di Vallelonga ha sposato una figlia di Salvatore Metastasio. Il boscaiolo 62enne è l`ennesimo morto sfigurato dai proiettili. L`uomo era già sfuggito a un tentato omicidio il 17 agosto del 1988 in una località vicina e il collaboratore di giustizia Pasquale Turrà (poi trucidato per le sue dichiarazioni) aveva accusato Damiano Vallelunga, cugino di Vallelonga, di essere uno dei responsabili dell`agguato.

Da questo episodio risalente alla ‘faida dei boschi` degli anni Ottanta si comprende non tanto il riaccendersi di quella faida, ma il posizionamento delle famiglie negli schieramenti della ‘ndrangheta. Il contesto attuale è quello di una guerra di ‘tutti contro tutti` per dirla con Arlacchi. Questo omicidio potrebbe dunque essere la risposta a quello di Damiano Vallelunga del settembre precedente. Nonostante i cognomi simili, i due uomini si configurano come esponenti di punta di due clan concorrenti nel predominio sulle aree montane. Una signoria territoriale che attraverso alleanze con ‘ndrine nel soveratese arriva fino a Catanzaro.

INCHIESTA Faida? No, è guerra di conquista. E arriva fino a Milano

L`hanno chiamata “faida dei boschi” ma è la guerra di conquista di un`area di riciclaggio su cui imporre una nuova signoria territoriale. Una guerra feroce, con omicidi in pieno giorno e tra la folla, in spiaggia e alla processione. La popolazione è terrorizzata, i tre feriti estranei allo scontro dimostrano che tutti possono essere coinvolti. Anche i lombardi. Tutto è nato infatti dall`omicidio Novella a San Vittore Olona, 30 chilometri da Milano.
DI RAFFAELLA COSENTINO

SOVERATO (CZ) – Quando la ‘ndrangheta ridisegna la geografia criminale lo fa con il sangue. La costa jonica catanzarese è diventata “ la zona più calda della Calabria per quanto riguarda gli omicidi` secondo il magistrato Nicola Gratteri. Nel giro di un anno, località turistiche in cui non si sparava un colpo si sono trasformate nel territorio in cui scorazzano killer spietati e in cui ci sono stati così tanti delitti efferati da diventare la zona peggiore d`Italia per l`escalation criminale. L`autunno si lascia alle spalle un`estate di inaudita violenza. Tredici ammazzati dall`inizio dell`anno (oltre 20 dal 2008), tre tentati omicidi, due gambizzati di cui un passante. Tra i feriti anche tre persone che non erano coinvolte, tra cui un bambino di 10 anni con la sola ‘colpa` di essere accanto al padre quando il sicario lo ha ucciso. Una serie di orfani, alcuni ancora in fasce, e di vedove giovani e giovanissime.

La misura dello scontro non è nel numero dei morti, ma nelle modalità eclatanti scelte per assassinare boss e gregari. Agguati ed esecuzioni avvengono in pieno giorno davanti a decine di testimoni. Il modus operandi è solitamente quello dei sicari che arrivano in moto con il volto coperto dal casco e sparano in mezzo alla folla, su una spiaggia o a una processione davanti al sagrato della chiesa, al bar o per la strada mentre centinaia di persone guardano i fuochi d`artificio per la festa patronale. La profezia del giudice Gratteri è delle più cupe: “Ci saranno ancora decine di morti`. Ma la guerra dimenticata di ‘casa nostra` non compare sulle pagine dei grandi giornali né sui Tg nazionali e, dunque, non esiste. Le ‘ndrine dispiegano al massimo il loro potenziale di fuoco perché lo scontro in atto per il controllo del territorio ha come posta in gioco il traffico di droga e il mercato della cocaina su un`area così vasta da coprire tre province: Reggio Calabria, Catanzaro e Vibo Valentia.

Sono coinvolte tutte le ‘ndrine che hanno base operativa nella zona jonica da Riace a Catanzaro, passando per la catena montuosa delle Serre. A partire dalla scorsa primavera la mattanza si è concentrata in una fascia territoriale più ristretta, quella del comprensorio di Soverato. Negli ultimi anni, l`establishment locale si è affannato a spacciare “perla dello Jonio” come “una piccola Svizzera non toccata dalla ‘ndrangheta”. Ormai il velo sulle strategie criminali è stato squarciato: con il terrore le ‘ndrine conquistano un`altra grossa fetta di Calabria. Nel silenzio generale anche della politica, si sta consumando l`occupazione militare delle ‘ndrine reggine sulla provincia di Catanzaro mediante l`eliminazione fisica di tutti i boss locali che potessero opporsi a questo disegno. L`azione indisturbata dei commando di morte arriva dopo l`inquinamento dell`economia già in atto da molti anni con le attività di riciclaggio dei proventi del traffico di droga, le estorsioni, il controllo degli appalti. Così funziona l`acquisizione del potere da parte della ‘ndrangheta.

Catanzaro si avvia a diventare terra di mattanza come Reggio Calabria, il soveratese come la locride e la piana di Gioia Tauro. Questa verità fa a pugni con la propaganda del governo sull`antimafia dei fatti. Ma anche con la definizione giornalistica di “faida` con cui è stata bollata dai media. I quotidiani locali parlano da mesi di ‘faida dei boschi`, riferendosi a una vecchia lotta fra clan avvenuta tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Novanta nelle aree montane per il controllo dei disboscamenti e del mercato del legname. E` “una vera guerra di ‘ndrangheta per il controllo dei traffici illeciti e delle attività economiche`, come dicono ora anche gli inquirenti. Una guerra annunciata che si è aperta quando Carmelo Novella fu freddato dai sicari in Lombardia, a San Vittore Olona, il 14 luglio del 2008.

Già allora, sul territorio jonico catanzarese, tradizionalmente feudo della cosca Gallace-Novella di Guardavalle, tutti si aspettavano l`inizio di una stagione terribile. “Si sono rotti gli equilibri, sta cambiando tutto` diceva ovunque la gente al bar e sulla spiaggia, segno inequivocabile della cappa ‘ndranghetista che soffoca intere comunità con attentati e intimidazioni a cui nessuno trova la forza di ribellarsi. Territori in cui la connivenza e l`omertà sono la regola. Ma luoghi solitamente tranquilli dove, fino a un anno fa, regnava la pax mafiosa imposta dagli affari. L`inchiesta “Il Crimine` condotta congiuntamente dalle procure di Reggio Calabria e di Milano ha ricostruito l`omicidio di Novella. I sicari venivano da Guardavalle, l`ultimo paese della provincia di Catanzaro prima della locride. Questo episodio segna evidentemente la rottura fra le famiglie dei Gallace e dei Novella, che insieme costituivano l`omonima ‘ndrina su cui indagarono le maxi inchieste ‘Mithos` della Dda di Catanzaro e “Appia` della Dda di Roma.

Il clan si era infatti insediato ad Anzio e Nettuno per gestire i traffici di droga dalla Colombia. I Gallace sono stati coinvolti anche nell`inchiesta “Stupor Mundi` che tra il 2003 e il 2004 ha portato a sequestri di droga a Torino, Novara, Roma e Lamezia Terme. Dall`indagine emersero anche i collegamenti e i rapporti sul traffico di droga tra la ‘ndrangheta e Cosa Nostra. L`inchiesta coordinata dai procuratori Ilda Boccassini e Giuseppe Pignatone ha evidenziato che Novella è stato ucciso per le sue idee autonomiste sulla ‘ndrangheta lombarda. A questa idea separatista, o scissionista se vogliamo, si è legato un comportamento speculare anche nella casa base calabrese. Infatti con Novella si erano schierati alcuni boss del soveratese, che volevano sganciarsi dai Gallace, mettendone in discussione il dominio sul territorio. Si tratta dei Sia di Soverato che si sono alleati con i Vallelunga di Serra San Bruno , detti “i viperari`, con i Procopio- Lentini di Davoli e con i potenti Costa di Siderno.

Ai Gallace sarebbero invece rimasti legati i Ruga-Metastasio-Loiero dell`alta locride, che territorialmente sono contigui alla famiglia di Guardavalle. All`origine degli omicidi, dunque, soprattutto il desiderio delle famiglie dello Jonio catanzarese, primi su tutti gli emergenti Sia di Soverato, di mettere le mani sui traffici di droga e sul mercato dello spaccio di cocaina che nella zona è diventato fiorente, come dimostrano diversi arresti per droga. Nella cornice di questo grande riassemblamento del puzzle criminale, ogni piccolo boss ha cercato di ritagliarsi il suo spazio. In molti comuni (parliamo di centri molto piccoli, in media di mille, duemila abitanti) gli uomini della ‘ndrangheta si sono divisi in due fazioni: quelli rimasti fedeli ai Gallace e quelli che puntavano a ‘mettersi in proprio`, fondando un locale di ‘ndrangheta autonomo.

Così sono riesplose anche tutte le rivalità latenti nei singoli comuni, come quella tra i Todaro e i Sia a Soverato. La situazione è deflagrata definitivamente a partire dalla scorsa primavera con una sequenza impressionante di omicidi ravvicinati in ordine di tempo. All`uccisione di un capobastone è seguita immancabilmente la ritorsione, con l`eliminazione dei sicari che avevano fatto parte del commando omicida o degli uomini della cosca avversaria che costituivano un pericolo. Il primo ‘intoccabile` fatto fuori è stato Damiano Vallelunga, il cui ruolo a capo del clan dei ‘viperari` di Serra San Bruno era emerso più volte, anche con il coinvolgimento nell`operazione Mithos. E` stato ucciso esattamente un anno fa a Riace e da questo episodio è nato l`equivoco sulla ‘faida dei boschi` che si sarebbe riaperta.

I Vallelunga infatti erano stati coinvolti in quello scontro criminale e il fratello Cosimo era stato ammazzato il 17 agosto del 1988 quando la sua famiglia si contrapponeva ad altri clan di Mongiana e Guardavalle. Su quella faida fece luce “L`Operazione faggio` della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, sulla base delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Pasquale Turrà, capo dell`omonima famiglia. L`uomo aveva svelato gli scenari dietro la sequenza di omicidi, accusando anche alcuni dei suoi stessi fratelli. Fece una fine tremenda a 47 anni. Il suo cadavere fu ritrovato in un dirupo a Elce della Vecchia, una frazione di Guardavalle superiore nell`estate del 1998.

I killer lo avevano prima gambizzato con un fucile caricato a pallettoni e poi gli avevano poggiato la canna dell`arma sul collo, decapitandolo per vendetta. Un anno prima gli era stata revocata la protezione dal ministero dell`Interno, a causa di un allontanamento non autorizzato dalla località protetta dove viveva. In un articolo del 9 luglio di quell`anno, sul Corriere della Sera, il giornalista Carlo Macrì raccontò che “il collaboratore considerato attendibilissimo dai magistrati della Procura distrettuale catanzarese, aveva avanzato alcune richieste al ministero che gli erano state negate. Turra` avrebbe cosi` deciso di allontanarsi, senza informare gli uomini della scorta`.

Richieste “banali”, spiegavano allora i magistrati della Dda di Catanzaro a Macrì con queste parole: “Forse quel diniego e` stato solo un pretesto per mollare Turra`, con la consapevolezza, pero` che la sua fine era stata gia` segnata`. E ancora: “Inquietante il modo con cui si trattano queste persone dopo che ognuno di noi le ha usate e spremute`. Le dichiarazioni di Turrà avevano minato clan feroci, specializzati anche in sequestri di persona. Ma tutto questo appartiene al passato remoto e a una ‘ndrangheta ancora ‘dei boschi` mentre oggi il grande business si chiama cocaina.

OLTRE L’INVERNO, il documentario indipendente che racconta la resistenza alla ‘ndrangheta di una donna di Locri. Sostienila organizzando una proiezione

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Liliana Carbone è una maestra elementare di Locri. E’ la mamma di Massimiliano, un ragazzo di 30 anni ucciso nel cortile di casa sua a colpi di arma da fuoco. Qualcuno gli ha sparato nascosto dietro un muretto di cemento la sera del 17 settembre del 2004. Massimiliano stava rientrando a casa con suo fratello da una partita di calcetto. Le ferite gravi riportate nell’agguato non gli hanno risparmiato 7 giorni di agonia prima di spegnersi in ospedale. E’ superfluo dire che Massimiliano era incensurato, amava il calcio, era un ragazzo di Locri. Aveva fondato una piccola cooperativa. Aveva una vita normale. Massimiliano Carbone era un giovane calabrese che aveva deciso di restare nella sua terra, era un italiano, un europeo. La sua fine è ancora avvolta dal mistero. A 6 anni dalla morte, non esiste una verità giudiziaria da riportare nelle cronache, da spiegare a chi si chiede perché. Non ha un volto, né un nome il sicario che ha posto fine ai suoi giorni.

In mancanza di altre piste giudiziarie, l’unico particolare di rilievo, l’unica traccia resta quella indicata da sua madre Liliana in tutte le occasioni pubbliche e istituzionali. Massimiliano aveva amato una donna già sposata, una vicina di casa. Dalla relazione è nato un bambino. Liliana Carbone ha usato tutti i suoi risparmi e tutte le sue risorse fisiche, spirituali e culturali per andare alla ricerca della verità. Per dire che la sola esistenza di Massimiliano ne faceva un testimone scomodo. Per urlare che non si può morire così in un paese civile. Dopo anni, il test del Dna e i giudici hanno riconosciuto a Massimiliano la paternità del bambino. Resta chiaro per chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire che a Locri non si uccide senza l’assenzo della ‘ndrangheta, senza il coinvolgimento di killer delle cosche, senza le armi e la mentalità delle ‘ndrine. Quella di Massimiliano potrebbe essere una storia come tante nella Locride, un delitto impunito, senza colpevoli, senza giustizia. Quella di Liliana non è una storia uguale alle altre. E’ lei la nostra differenza di calabresi che non si rassegnano, che non si chiudono nella paura e nel silenzio. Che lottano contro l’omertà, nonostante le cronache raccontino spesso il contrario. Liliana ha fatto del dolore una battaglia civile. E in terra di ‘ndrangheta se chiedi a testa alta il rispetto dei tuoi diritti di cittadina, di madre, di maestra, chiedi di cambiare le cose. La rivendicazione individuale diventa una causa collettiva. Perché qualunque delitto impunito pesa inesorabilmente sul futuro di tutta la comunità. Non solo la comunità dei locresi o dei calabresi, ma anche sulla comunità internazionale. Perché la ‘ndrangheta, temuta multinazionale dei traffici illeciti, ha la testa decisionale ancora in Calabria ed è su questa impunità che fonda il suo potere. Non lasciamo sola Liliana.L’isolamento espone al rischio di ritorsioni. Combattiamo l’idea che ci sono ‘pezzi di paese dati per persi’ dai giornali e dai politici. Come fare? Ospita nella tua città, nel tuo quartiere, nella tua scuola, una proiezione dei documentario indipendente “Oltre L’Inverno” per raccontare la storia di Liliana Carbone ai tuoi amici. Contribuisci a fare conoscere questo caso perchè quello che succede a Locri “interessa anche a te”. Organizzati e ricostruisci la memoria di questa Italia che non ha bisogno di eroi, ma solo di vivere con onestà.

Per organizzare una proiezione, contatta gli autori all’indirizzo di posta elettronica: oltrelinverno@gmail.com

Autori:

Massimiliano Ferraina – documentarista

Claudia Di Lullo – dialoghista

Raffaella Cosentino – giornalista freelance (Redattore Sociale/Il Manifesto)

Consulta anche il blog del documentario: http://www.oltrelinverno.blogspot.com

Valarioti, un libro-inchiesta invita a riaprire il caso

15/06/2010

15.01

MAFIE

L’iniziativa nasce da un libro di Alessio Magro e Danilo Chirico che fa luce sui tanti punti oscuri del processo. A 30 anni di distanza, nessun colpevole per l’assassinio del politico comunista e le dichiarazioni di un super pentito ignorate dalla giustizia

ROSARNO (RC) – Riaprire il caso Valarioti. Costituire un comitato per chiedere giustizia a 30 anni dall’assassinio del giovane segretario della sezione comunista di Rosarno, ucciso nel 1980 dalla ‘ndrangheta. E’ l’iniziativa che nasce dal libro inchiesta dei giornalisti trentenni Alessio Magro e Danilo Chirico, edito da Round Robin, intitolato “Il Caso Valarioti. Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria. Un processo a metà”. Il libro è stato presentato a Rosarno in occasione del trentennale lo scorso 11 giugno e poi a Catanzaro due giorni dopo. Nel giugno del 1980, in soli dieci giorni, la ‘ndrangheta assesta due colpi mortali al movimento antimafia, incarnato per la stagione degli anni Settanta dagli amministratori locali del Partito Comunista. L’11 giugno di 30 anni fa viene ucciso all’uscita dalla cena elettorale per la vittoria alle regionali Giuseppe Valarioti, 30 anni, insegnante precario e segretario del Pci di Rosarno. Il 21 dello stesso mese, a Cetraro, sulla costa tirrenica cosentina, in un agguato muore Gianni Losardo, segretario alla Procura di Paola e assessore comunale ai Lavori Pubblici. Losardo viene ucciso poche ore dopo essersi dimesso dalla carica in giunta. Un volume collettivo, “Non vivere in silenzio”, ne ricorda la vicenda giudiziaria. Due delitti eccellenti con cui la ‘ndrangheta segna il passaggio nella stanza dei bottoni. Due omicidi rimasti senza colpevoli. Non c’è un’unica regia dietro i due fatti di sangue, ma c’è una stagione e un contesto di lotta democratica che da quel momento non riesce più ad arginare la violenza e la forza delle ‘ndrine.

Tutto questo è ricostruito nel libro inchiesta di Magro e Chirico che hanno passato al setaccio testimonianze, archivi di giornali, carte giudiziarie. I due autori denunciano: “Nel processo bis per l’omicidio Valarioti non furono prese in considerazione le dichiarazioni del pentito Pino Scriva (del calibro di Tommaso Buscetta) che aveva indicato i mandanti e gli esecutori del delitto. Gli incartamenti di quella testimonianza per errore non furono trasmessi alla procura generale e non allegati al procedimento. Quelle carte si trovano nei sotterranei del tribunale di Palmi, introvabili tra migliaia di faldoni”. Dalle 300 pagine scritte dai due giornalisti reggini, emergono un caso  giudiziario con mille pecche, ma anche le mancanze della politica che ha rinunciato troppo presto a fare pressione per avere la verità sull’omicidio, sottovalutando l’importanza della figura di Valarioti e di quell’atto criminale per la successiva ascesa delle ‘ndrine. La fine del politico rosarnese fu decisa in modo collettivo, da un accordo tra i Piromalli, che già gestivano gli affari per la costruzione del Porto di Gioia Tauro e Giuseppe Pesce, il boss di Rosarno che dovette eseguire quanto stabilito da una sorta di ‘mandamento’ mafioso della Piana di Gioia Tauro. Reticenze, ritrattazioni, sparizioni, morti ammazzati fanno da contorno a queste trame criminali che hanno posto fine alla vita di un giovane pieno di speranze di cambiamento per la sua terra. Giuseppe Valarioti aveva una laurea in Lettere in tasca, un’origine contadina,  la passione per l’archeologia e la capacità di parlare ai giovani dei quartieri poveri, sottraendoli al controllo dei boss. Tutto questo aveva deciso di metterlo nell’azione politica e con la vittoria dei comunisti alle regionali, Valarioti avrebbe potuto denunciare le truffe e gli affari dei clan nell’economia della Piana. Una storia dimenticata che torna alla luce grazie all’interesse dell’associazione antimafia daSud onlus e alla collaborazione nella stesura del libro di Carmela Ferro, all’epoca dei fatti fidanzata di Valarioti.

La postfazione del volume è stata scritta da Giuseppe Lavorato, ‘maestro’ politico di Valarioti ed ex sindaco antimafia di Rosarno da sempre al fianco dei migranti. L’omicidio arrivò al termine di una campagna elettorale infuocata. I manifesti elettorali dei comunisti venivano girati al contrario dagli squadroni mafiosi che seguivano i giovani della sezione come delle ombre. L’automobile di Lavorato fu incendiata. Stessa sorte toccò alla sezione del Pci. Per rispondere alle intimidazioni, i comunisti tennero un comizio in piazza, nello stesso giorno in cui metà del paese partecipava ai funerali della madre del boss Pesce. Dal palco Valarioti lanciò la sua sfida “ i comunisti non si piegheranno”. La risposta arrivò a colpi di lupara e il momento dell’agguato fu scelto con cura: Peppe doveva morire davanti ai compagni fra le braccia di Lavorato, a futuro monito. “Facevamo i comizi casa per casa per dare coraggio a quella gente la cui casa è spesso attaccata a quella del boss – ricorda Lavorato – le rivelazioni di Pino Scriva indicano chiaramente che le cosche di Rosarno furono indotte a partecipare a quell’omicidio per avere voce nella spartizione del bottino di miliardi che ha fatto della ‘ndrangheta quello che è adesso”. Secondo l’ex sindaco: “la ‘ndrangheta colpì a Rosarno perché a Rosarno vi fu lo scontro più duro, aperto, porta a porta. Fu un delitto politico mafioso contro l’unica seria opposizione allo strapotere della mafia”. Lavorato indica la via giudiziaria da percorrere: “Sono da mettere sotto la lente di ingrandimento gli interessi del porto e del comune”. Ma sottolinea: “Le attività economiche furono il fine dell’assassinio ma la causa scatenante fu lo scontro politico elettorale che la ‘ndrangheta lesse come una sfida pericolosa al suo potere”. Anche la rivolta dei migranti di Rosarno insegna cosa possono fare le ‘ndrine quando vedono messo in dubbio il loro controllo sul territorio. (rc)

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Crotone, Cie chiuso per i danni delle rivolte

09/06/2010

12.30

IMMIGRAZIONE

Una delle palazzine del Cie di Sant'Anna sfondata a colpi di rete dai detenuti

Il Centro di identificazione ed espulsione di Crotone in ristrutturazione dopo una grave rivolta. Era successo anche a Caltanissetta, chiuso a novembre. Da Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto immigrati trasferiti anche a Lamezia, uno dei peggiori secondo Msf

ROMA – Cie chiusi per i gravi danneggiamenti causati dalle rivolte. Immigrati reclusi per sei mesi in strutture spesso inadeguate da cui cercano di evadere con gesti eclatanti. Ma tutto accade nel silenzio generale della stampa, della politica, dei sindacati e delle organizzazioni umanitarie. Già due centri di identificazione e di espulsione sono stati chiusi perché resi inagibili dalle rivolte dei detenuti. Dopo il caso a novembre 2009 del Cie Pian del Lago di Caltanissetta, a fine aprile è stata la volta del Cie di Sant’Anna, all’interno dell’ex base dell’aeronautica nel comune di Isola di Capo Rizzuto (Kr).  “In seguito alla rivolta degli stranieri, il centro è stato chiuso per svolgere i necessari lavori strutturali”, afferma Maria Antonia Spartà, Vicequestore aggiunto a Crotone e dirigente dell’ufficio immigrazione. “Dovrebbe riaprire a Settembre – spiega Spartà – nel frattempo gli immigrati sono stati trasferiti nei Cie di Torino, Bari e Lamezia”. Quello di Lamezia, insieme a Trapani, è secondo Medici Senza Frontiere un luogo al di fuori degli standard minimi di vivibilità in cui non c’è rispetto della dignità umana. Dopo il rapporto pubblicato a febbraio scorso dall’Ong, il Viminale si è impegnato a chiudere entrambi per la fine dell’anno.

Il buco nel muro esterno provocato da una rivolta dei detenuti

Di chiusura per “lavori di ristrutturazione” parla l’avvocato Pasquale Ribecco, legale delle Misericordie d’Italia, ente gestore del Cara-Cie di Sant’Anna. Nel Cie di Crotone erano detenuti circa 50 immigrati. Redattore Sociale aveva visitato il centro a fine marzo, due settimane prima della rivolta. La tensione era già alle stelle, con gli stranieri che avevano sfondato un muro esterno di una delle due palazzine del Cie scagliandovi contro le reti dei letti per disperazione. Gli agenti di polizia in servizio e il personale lamentavano continue distruzioni da parte dei detenuti. L’agitazione aveva raggiunto il picco massimo per i sei mesi di trattenimento decisi con il pacchetto sicurezza. Pochi giorni dopo il nostro reportage, una grave rivolta con violenti disordini ha portato il Coisp, Sindacato indipendente di polizia, a definire il Cie gestito dalle Misericordie “una bomba a tempo pronta a esplodere e da disinnescare al più presto”. A chiedere la chiusura del Centro era da mesi il segretario generale del Coisp, Franco Maccari. “Un mostro che non dovrebbe esistere” aveva detto Maccari al termine di una visita al Cda, Cie Cara di Sant’Anna lo scorso autunno. La situazione del centro veniva definita “la piu’ critica, sia sotto il profilo della pericolosità, sia per le condizioni igienico-sanitarie”. Venivano segnalati casi di Tubercolosi, scabbia e malattie infettive.

“Carenze fortissime, che tra l’altro troviamo inspiegabili a fronte dei cospicui finanziamenti elargiti a chi gestisce l’accoglienza degli immigrati e la manutenzione del centro, che presenta tra l’altro gravissime carenze strutturali” afferma il Coisp sul suo sito.
Durante i disordini di aprile, sono rimasti feriti due uomini della Polizia e due della Guardia di Finanza, con prognosi dai quattro ai sette giorni. Due tunisini di 23 e 32 anni e un marocchino di 30 anni sono stati arrestati dagli agenti di Polizia in quanto promotori della rivolta. Nel corso della protesta, gli stranieri detenuti hanno danneggiato le strutture, lanciato pietre, calcinacci e pezzi di marmo contro il personale in servizio di vigilanza. Alcuni immigrati sono saliti sul tetto dell’edificio e da lì hanno scaraventato pietre e vari oggetti. Altri si sono aggrappati alla rete di recinzione cercando di sfondarla per fuggire. Alla rivolta è seguito un sopralluogo nel Cie del prefetto Mario Morcone, prima che passasse dal Dipartimento per l’immigrazione del ministero dell’Interno alla guida dell’Agenzia per i beni confiscati. Dopo la visita del rappresentante del Viminale è arrivata la decisione di chiudere completamente la struttura, dove erano già in corso i lavori di ristrutturazione per rendere agibili tutti e quattro i moduli che la costituiscono. L’obiettivo era quello di allargare i posti dai 50 disponibili fino a 124. Tutto doveva essere pronto per fine aprile. Al contrario, per quella data il Cie è stato chiuso. (rc)

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Evento contro la ‘ndrangheta a Catanzaro in ricordo di Peppe Valarioti e Massimiliano Carbone

Caffè delle Arti, domenica due appuntamenti su Giuseppe Valarioti e  Massimiliano Carbone. Saranno presentati un libro e un documentario

Per i 30 anni dalla morte di Giuseppe Valarioti la programmazione del Caffè delle Arti al Centro polivalente di via Fontana Vecchia – servizio attivato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Catanzaro – ospiterà domenica 13, con inizio alla ore 21.00, una manifestazione in omaggio al politico ucciso negli anni ’80. La serata del Caffè delle Arti prevede la presentazione di un libro inchiesta e di un documentario realizzati da giovani autori calabresi. Il primo per ricordare il movimento antimafia degli anni Settanta con la vicenda di Giuseppe Valarioti a Rosarno. Il secondo per dare una testimonianza attuale di resistenza civile all’oppressione mafiosa, con la storia di Liliana Carbone, madre coraggio di Locri.

Domenica 13 giugno, con una serata dedicata all’impegno contro la ‘ndrangheta, il Caffè delle Arti di Catanzaro ospiterà la presentazione del libro “Il caso Valarioti – Così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria. Un processo a metà”, Round Robin Editrice, dei giornalisti Danilo Chirico e Alessio Magro. Nel corso della serata sarà proiettato in anteprima anche il documentario indipendente “Oltre l’inverno”, che ricostruisce la battaglia quotidiana della maestra elementare Liliana Carbone per chiedere giutizia e verità sull’omicidio del figlio Massimiliano, ucciso nel 2004 in un agguato a Locri all’età di 30 anni. Al dibattito interverranno gli scrittori Alessio Magro, Danilo Chirico e Mauro Minervino, il caporedattore di Ansa Calabria Filippo Veltri. Saranno presenti anche gli autori del documentario: il regista catanzarese Massimiliano Ferraina, la sceneggiatrice Claudia Di Lullo e la giornalista Raffaella Cosentino (Redattore Sociale/Il Manifesto).

L’evento è stato organizzato con la collaborazione di alcune associazioni di giovani: Confine Incerto di Catanzaro, daSud Onlus di Reggio Calabria e Metasud di Soverato.  I casi Valarioti e Carbone sono le storie di due trentenni assassinati dalla ‘ndrangheta. Peppe perché a 25 anni aveva scelto consapevolmente la strada dell’impegno politico contro le ‘ndrine, Massimiliano semplicemente perché viveva una vita normale e onesta in un contesto pervaso dalla violenza mafiosa. Due omicidi senza colpevoli. Due nomi dimenticati che il silenzio ha ucciso per la seconda volta. Dopo le celebrazioni dell’11 giugno a Rosarno, nel trentennale della morte anche il capoluogo riporta in vita la memoria di Giuseppe Valarioti, l’Impastato calabrese. Il giovane professore e segretario della sezione del Pci di Rosarno è stato ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno del 1980 dopo la vittoria alle elezioni amministrative. Il libro di Alessio Magro e Danilo Chirico ricostruisce la lunga vicenda giudiziaria sul primo omicidio politico della nuova ‘ndrangheta, che tre decenni fa entrò nei gangli del potere. L’ incontro sarà un’occasione aperta per discutere anche della fase delicata che vive oggi la Calabria. Il 2010 si è aperto con la rivolta dei migranti di Rosarno contro la violenza delle ‘ndrine. Nei mesi seguenti una scia di omicidi ha insanguinato la zona jonica catanzarese e l’alta locride. Una nuova guerra di ‘ndrangheta che ha fatto contare già 8 morti in 11 mesi, a partire dall’omicidio di Vincenzo Varano a Isca sullo Ionio a luglio del 2009 fino a quello di Giovanni Bruno a Vallefiorita a metà maggio.

Rosarno ricorda Giuseppe Valarioti, l’Impastato calabrese

MAFIE

Una targa del comune, un dibattito e un libro sul “caso” del dirigente della sezione del Pci di Rosarno, trucidato all’età di 30 anni dalla ‘ndrangheta dopo la vittoria alle elezioni amministrative l’11 giugno 1980. Il delitto è rimasto impunito

Rosarno – L’Impastato calabrese, una storia dimenticata. E’ quella di Giuseppe Valarioti, professore e dirigente della sezione del Pci di Rosarno, ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno del 1980. A trent’anni di distanza, nel giorno dell’anniversario della tragica scomparsa, a Rosarno una targa, un libro e un’assemblea pubblica ne celebreranno il ricordo.  Il comune (ancora sciolto per mafia e guidato da una commissione straordinaria dal 2008), in collaborazione con l’associazione Arci dedicherà a Valarioti una targa nella piazza principale del paese che già porta il suo nome. Alle 16, nell’auditorium del Liceo Scientifico “R. Piria”, un dibattito organizzato da Libera contro tutte le mafie, daSud Onlus e l’Associazione per il rinnovamento della sinistra, ripercorrerà la sua vicenda, un simbolo per la lotta antimafia in Calabria. All’incontro parteciperanno esponenti della politica, dei sindacati, del volontariato e dell’associazionismo, insieme all’ex sindaco di Rosarno Giuseppe Lavorato e ad Alessio Magro e Danilo Chirico, autori del libro “Il Caso Valarioti. Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria”, edito da Round Robin.

Il volume verrà presentato a Rosarno in anteprima e raccoglie cinque anni di ricerche dei giornalisti reggini Magro e Chirico, nel tentativo di risollevare dall’oblìo la storia di Giuseppe Valarioti, un giovane professore di lettere, appassionato di studi archeologici sulla Rosarno magno-greca, l’antica Medma. Ma soprattutto un attivista politico, che guidava la sezione rosarnese del Pci e che fu trucidato a soli trent’anni di età a colpi di lupara nella notte, all’uscita da un ristorante dopo avere festeggiato la vittoria del partito comunista alle elezioni amministrative. Un delitto efferato che arrivò al termine di una campagna elettorale con la tensione alle stelle, segnata da attentati contro gli esponenti e la sede comunista. E da un segnale minaccioso: i manifesti appena affissi dai militanti comunisti venivano capovolti dai mafiosi. Non stracciati, ma girati al contrario, segno che gli uomini della ‘ndrangheta seguivano passo passo le mosse degli attivisti politici. Un crimine su cui la giustizia non ha mai fatto piena luce, rimasto impunito. E fino a questo momento anche sconosciuto ai più, sia in Italia sia in Calabria. Una storia che somiglia a quella di Peppino Impastato a Cinisi, con l’eccezione che Valarioti non apparteneva a una famiglia legata alla mafia.
L’incontro dell’11 giugno arriva a cinque mesi esatti dalla rivolta degli africani e dalla caccia ai neri a fucilate. L’obiettivo, si legge sul manifesto,  è quello di “unire giovani, immigrati, agricoltori e lavoratori onesti per difendere i diritti di tutti, liberare le popolazioni dall’oppressione mafiosa, costruire lo sviluppo democratico, sociale e civile”. (rc)

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