Archive for the 'Iran' Category

Gli atenei d’Iran temono le riforme. su Il riformista

Voci. Nel mirino materie poco compatibili con i precetti dell’Islam

università di teheran durante i comizi pre-elettorali, giugno 2009


Università e universitari sono da parecchie settimane le parole chiave per analizzare ciò che sta succedendo in Italia e in Europa. Ciò che accade negli atenei è infatti la cartina tornasole dei cambiamenti sociali e politici. Ovunque. La repubblica islamica dell’Iran non fa eccezione.
Nei giorni scorsi si era diffusa la notizia circa la volontà di mettere al bando dalle facoltà corsi e materie di studio troppo filo-occidentali. Il grido d’allarme è subito rientrato, perché le autorità di Teheran non hanno mai confermato e neanche smentito, eppure è da alcuni mesi che la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, esprime la preoccupazione che “molte discipline delle scienze umane, basandosi sui principi cardine del materialismo, contraddicono gli insegnamenti islamici”.
Timori raccolti da qualcuno all’interno del Ministero dell’Educazione se Abolfazl Hassani, membro di spicco del dicastero, ha dichiarato in diverse occasioni che “le aperture effettuate nell’ambito delle scienze sociali saranno riviste” perché basate sulla cultura occidentale. Nel mirino potrebbero finire, quindi, materie come diritti umani, filosofia, scienze politiche, psicologia, giurisprudenza e studi femministi, poco compatibili con gli insegnamenti islamici.
Per il momento a Teheran tutto sembra essere rimasto immutato, anche se una decisione del genere non stupirebbe chi ha già vissuto gli sconvolgimenti del 1979. A sentire un ex-preside di una delle facoltà di scienze umane della capitale, infatti, “già nei primi anni successivi alla rivoluzione è accaduto qualcosa di simile. Allora, gli atenei sono stati addirittura chiusi, il tempo necessario a modificare i programmi e mandare in pensione quei docenti la cui linea politica non piaceva al regime. Ma per quanto riguarda la situazione di oggi, tutto continua come sempre”.
“Queste voci – prosegue un altro docente dell’università di Lettere di Teheran – hanno forse a che fare con il recente intervento della Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei che ha chiesto una revisione negli insegnamenti delle scienze umane”. “Se anche fosse possibile attuare un progetto simile, questo impiegherebbe molto tempo perché la società iraniana di oggi non assomiglia a quella post rivoluzionaria di trent’anni fa”. Il tempo e i tempi, dunque, sembrano giocare dalla parte dei giovani che intanto, al di là di divieti o minacce, rendono vive e ferventi le principale città iraniane, che poi sono quelle che ospitano gli atenei: Teheran, Shiraz, Tabriz, Mashhad, Esfahan.
C’è però chi come Leila, già laureata in sociologia e ora specializzanda, fa una riflessione che va oltre .“Coloro che guidano un Paese – sostiene- dovrebbero aumentare i pregi e diminuire i difetti di un sistema scolastico, ma ciò che sta succedendo in Iran è il contrario. Invece di rafforzare la nostra identità culturale, cercano di eliminare la cultura antica. L’ultimo tentativo è stato quello di togliere i riferimenti alle monarchie dai libri di storia”. Il loro obiettivo, conclude “è rimanere al potere mantenendo la gente ignorante”.
Dopo la Rivoluzione Islamica del 1979, l’istruzione iraniana ha vissuto un periodo buio durato almeno quattro anni: scontri, chiusure di molti istituti (circa 200) e epurazioni di insegnanti e studenti troppo poco vicini agli insegnamenti islamici. Attualmente l’Iran conta quasi 300 atenei, tra pubblici e privati, che ospitano circa 3 milioni e mezzo di studenti. Bisogna considerare che stiamo parlando di una Paese di 70 milioni di abitanti, il 70% dei quali ha meno di trent’anni. Il 96, 6% dei giovani, secondo l’Unesco, è alfabetizzato.
Ma è stato proprio l’United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, durante le scorse settimane, a ritirare il proprio sostegno alla Giornata Mondiale della Filosofia che quest’anno si è svolta a Teheran. Secondo fonti diplomatiche il motivo della scelta risiederebbe proprio nella presunta volontà di rivedere i programmi universitari iraniani in chiavi anti-occidentale, anche se da parte dell’agenzia delle Nazioni Unite non è giunta alcuna dichiarazione in merito.
Gli atenei sono da sempre il luogo del dissenso e chi non ricorda la strage degli studenti nel 1999, sotto la presidenza Khatami, ricorderà certamente le manifestazione scoppiate all’indomani dei risultati elettorali, il 13 giugno 2009, proprio al centro di Teheran. Tra Viale Azadi e Viale Enqelab, troviamo l’Università Sharif, l’Università di Theran e l’Amir Kabir. Poco più avanti è stata uccisa Neda.
Sadegh, laureando in ingegneria, è chiaro: “dopo le elezioni dell’anno scorso, i conservatori cercano di mantenere il potere. E come? Attraverso la repressione, intimidendo gli intellettuali e i giovani. Credo però che se si attuasse una legge del genere, il fuoco che cova sotto la cenere divamperebbe. In questo momento qualsiasi passo sbagliato può riaccendere il vulcano di rabbia che avete visto lo scorso anno per le strade”. “L’Iran – spiega ancora- è un Paese imprevedibile: se ti dicono che è vietata la musica, il giorno dopo tutti andranno a comprare uno strumento; se ti dicono che non si parlerà più della storia dei Re persiani nelle scuole, le famiglie la insegneranno ai loro ragazzi nelle proprie case ”. Come dire che leggere Lolita a Teheran sarà sempre possibile.

di Antonella Vicini
con la collaborazione di Mehran Cl.

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…E LE FEMMINISTE PIEGANO MAHMOUD su IL RIFORMISTA

Piccolo conflitto di civiltà sulla pratica sciita del matrimonio temporaneo. Ahmadinejad vuole una nuova codificazione misogina, ma le donne alzano la testa.

Si chiama muta’h in arabo e sigheh in persiano, ma la sostanza non cambia. Il matrimonio temporaneo sciita assolve, in tutti e due i casi, alcune importanti funzioni sociali nel mondo islamico: permette la prostituzione e offre a giovani, donne separate o vedove la possibilità di vivere la propria sessualità senza vincoli apparenti. Per un’ora oppure novantanove anni. Il tempo non è importante, quello che conta è che ci sia stato un contratto, anche verbale, e che l’uomo offra la classica “dote” alla donna. Nella Repubblica islamica dell’Iran a volte bastano poche banconote. “Mille tuman (circa 1 euro, ndr)” e, si legge su un blog specializzato in materia, “quando il mio ex ragazzo mi ha chiesto di rimetterci insieme ci siamo sposati per la durata di un giorno”.
Questa soluzione in equilibrio tra i limiti della sharī‘a, che svincola lui da obblighi nei con fronti della donna e permette a lei di continuare a essere indipendente, sta animando il dibattito politico in Iran, facendo segnare un piccolo gol ai gruppi di attiviste in rosa. Proprio mentre l’opinione pubblica internazionale si mobilita per Sakineh Mohammadi Ashtiani, condannata alla lapidazione per adulterio.
Un disegno di legge, già introdotto nel 2007 dal presidente Mahmoud Ahmadinejad, sta cercando infatti di trasformare in prassi ben codificata il matrimonio temporaneo, incontrando però sul suo cammino le ostilità delle femministe. Insieme a loro i riformisti, alcuni religiosi e una parte della società civile che vedono nella sigheh soltanto una forma di prostituzione legalizzata o a un escamotage per permettere ai mariti di avere diverse amanti, senza che la moglie possa opporsi, né vedersi riconosciuto il diritto al divorzio. Ciò che fa discutere della Legge di Protezione della Famiglia, ferma in parlamento, è in particolare la presenza di una clausola che facilita questa pratica, eliminando l’onere della dote e della registrazione. Il 19 agosto scorso, Zahra Rahnavard, moglie di Mir-Hossein Mousavi, ha chiesto al Majlis di cancellare dalla sua agenda la norma per “il bene delle famiglie”, sottolineando come i riferimenti coranici alla poligamia siano stati male interpretati; mentre per la giornalista e attivista iraniana Asieh Amini “tutti gli articoli del disegno di legge rafforzano le disparità giuridiche che di fatto discriminano le donne in Iran”.
La sigheh, in realtà, è una pratica già resa legale dall’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani e dall’ayatollah Khomeini, durante il conflitto contro l’Iraq; un modo per prendersi cura delle famiglie rimaste orfane di figure maschili. Ma adesso riceve un certo rigetto sociale perché il Corano specifica che l’uomo che ha più di una moglie deve assicurare loro lo stesso trattamento: “non potrete mai essere equi con le vostre mogli anche se lo desiderate. Non seguite perciò la vostra inclinazione fino a lasciarne una come in sospeso”, si legge in una delle sure.
Ahmadinejad sta riportando in Parlamento la proposta proprio mentre a livello internazionale infuria la polemica per la condanna a morte di Sakineh e per le dichiarazioni di Carla Bruni, definita “prostituta” dal quotidiano conservatore Kayhan, mettendo così in evidenza ancora una volta le forti contraddizione interne alla Repubblica islamica e rischiando di infastidire il suo elettorato tradizionalista. Il presidente spera forse di poter ottenere un’approvazione facile facile, di fronte a una camera dominata dai suoi, anche se alla fine della scorsa settimana questo stesso parlamento ha bloccato quella parte della legge che più aveva fatto arrabbiare le donne e cioè il paragrafo 21, relativo alla registrazione dei matrimoni temporanei.

Antonella Vicini
IL RIFORMISTA, 2 settembre 2010

Denuclearizzazione possibile? per ‘Theorema’


Roma- Teheran: Duello a distanza?

La crisi tra Iran e comunità internazionale rischia di avere ripercussioni anche sui rapporti storicamente buoni tra Italia e Repubblica Islamica. E i recenti episodi di cronaca mostrano già l’esistenza di qualche spaccatura

L'ambasciatore iraniano in Italia Ali Hosseinia di qualche spaccatura

“Alta tensione tra Italia e Iran”. Così titolavano alcune testate all’inizio del mese di marzo alla notizia dell’arresto

di due iraniani, nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza su un presunto traffico di armi

attraverso il nostro Paese -e altre nazioni- destinate alla Repubblica Islamica. “Operazione Sniper” (dall’inglese “cecchino”) è il nome in codice di un lavoro iniziato nel giugno 2009 che ha portato all’emissione di nove ordinanze di custodia cautelare e all’arresto anche di cinque cittadini italiani, accusati di “associazione a delinquere finalizzata all’illecita esportazione di armi e sistemi di armamento verso l’Iran, in violazione del vigente embargo internazionale, con l’aggravante della transnazionalità”, recita un comunicato del Comando provinciale di Milano delle Fiamme Gialle.

Un atto che ha suscitato enorme risonanza a livello mediatico anche perché le manette sono scattate per il corrispondente della tv di stato iraniana Irib, Hamid Masoumi Nejad, accreditato in Italia da più di dieci anni e molto conosciuto nell’ambiente giornalistico della Capitale per un’attività professionale intensa e frenetica. Epilogo più che prevedibile della vicenda è stata l’immediata convocazione dell’ambasciatore italiano a Teheran, Alberto Bradanini, seguita da pesanti affermazioni delle autorità iraniane nei confronti del governo italiano. Il presidente del Parlamento iraniano, l’ex capo negoziatore per il nucleare Ali Larijani, ha parlato sen

za mezzi termini di “un piano infantile dell’esecutivo italiano” che “riporta in menteuna scena di satira politica più che una realtà e sta mettendo a repentaglio la sua fama sotto il profilo politico”, mentre il capo della diplomazia iraniana, Manouchehr Mottaki, molto più seccamente, ha condannato l’azione giudiziaria italiana come “una decisione irrazionale e un gesto politicamente immaturo e ridicolo”. Laconica la replica del ministro degli Esteri Franco Frattini: “reazione iraniana scomposta”. Ma il caso Sniper è soltanto l’ultima goccia che ha fatto traboccare un vaso riempitosi progressivamente, grazie al distillare costante di frizioni e botta-risposta a distanza, che negli ultimi mesi sembravano preannunciare un imminente scontro diplomatico, la cui sintesi si ritrova nel titolo di un articolo in lingua italiana della Irib, successivo agli arresti: “Una nuova messa in scena made in Italy contro la Repubblica islamica dell’Iran”.

Difficile ricordare un periodo più teso tra Roma e Teheran, il cui rapporto, fino a un paio di anni fa, era considerato così stabile da far ipotizzare l’ingresso italiano nel gruppo dei 5+1, all’interno del Palazzo di Vetro, per rendere più agevoli le negoziazioni sul nucleare, in virtù delle ottime relazioni commerciali e della vicinanza culturale fra i due Paesi. Ma allora non c’era ancora stata la cancellazione della visita in Iran del titolare della Farnesina, lo scorso 21 maggio, né il rifiuto di Teheran di partecipare al vertice del G8 svoltosi a L’Aquila, a giugno, e neppure le dichiarazioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in Israele sulla necessità di “ impedire e sconfiggere i disegni pericolosi del regime iraniano”. Anche in questo caso, Bradanini aveva ricevuto le proteste ufficiali del ministero degli Esteri per le parole pronunciate dal premier italiano e sempre lui era stato spettatore di una manifestazione di protesta di fronte all’edificio consolare di Neauphle Le Chateau Ave, a colpi di slogan quali “Morte a Berlusconi” e “Morte all’Italia”. Situazioni non nuove nelle vie di Teheran che, però, nella maggior parte dei casi, hanno sempre riguardato Stati Uniti e Gran Bretagna.

In attesa di ulteriori evoluzioni, nel campo italiano sembra essere stata scelta la strategia del silenzio diplomatico. Anche questo è un indizio della difficoltà di mantenere gli equilibri in un momento in cui anche l’Eni, per mezzo del suo amministratore delegato, Paolo Scaroni, ha annunciato che non saranno rinnovati contratti con l’Iran e che verranno rispettati i soli impegni presi nel 2000 e nel 2001. Eppure, a sentire Mohammad Ali Hosseini, l’ambasciatore iraniano da poco insediatosi a Roma, “le relazioni fra i due Paesi continuano a basarsi su una consonanza geografica, culturale e storica”, ed è con l’Italia che la Persia ha avuto “i legami più stretti fra tutti i Paesi europei”. Ma è questo uso del passato prossimo che fa riflettere, così come la sottolineatura che la Repubblica islamica sta portando avanti una serie di sforzi per “mantenere, anzi, incrementare, queste relazioni, a prescindere dallo schieramento politico che guida l’Italia”.

Lo scorso 7 aprile, Hosseini ha voluto conoscere i rappresentanti della stampa italiana e, durante un incontro informale presso la sua residenza, ha sottolineato alcune questioni importanti.

“Abbiamo un buon terreno di lavoro per quel che riguarda questioni bilaterali, regionali, ma anche internazionali, come la lotta al terrorismo, al traffico di droga, alla criminalità organizzata; la gestione di problematiche come quella afghana e mediorientale. E speriamo che alcuni episodi non possano deteriorare i rapporti”, ha detto. Gli episodi sono quelli ricordati finora, l’arresto di Hamid Masoumi Nejad in primis che nelle parole dell’ambasciatore diventa “un sicuro fraintendimento che ci auguriamo sarà presto chiarito”.

Il concetto ricorrente nelle affermazioni dell’ex vice ministro degli Esteri iraniano è quello di dialogo: “necessità di comunicare”, “sottolineare le somiglianze piuttosto che le divergenze,” “colmare le distanze”. Eppure, c’è uno spettro che continua da aggirarsi: “le posizioni negative creano un clima buio e nell’oscurità la ruota della diplomazia fatica a girare”.

di Antonella Vicini per “Theorema”, tutti i diritti a

Intervista a Bahman Ghobadi e Roxana Saberi


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