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STORIE DA UN EX-AMBASCIATA Roma: le testimonianze dei rifugiati somali a Via dei Villini

Il 21 dicembre scorso Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha rivolto un appello alle istituzioni (Comune, Provincia, Regione, Ministero dell’Interno) affinché si individuassero con urgenza soluzioni di accoglienza dignitose e percorsi di integrazione per i numerosi rifugiati somali costretti a vivere in condizioni disumane presso l’ex-ambasciata somala di Via dei Villini a Roma. In un edificio fatiscente, infestato dai topi e sprovvisto dei servizi più elementari (luce, riscaldamento, bagni, servizi igienici) continuano a vivere ammassate 140 persone allo stremo, tutte in possesso di un regolare permesso di soggiorno per protezione internazionale.
A un mese di distanza, in attesa che arrivino soluzioni concrete ( vedi documentazione fotografica sulla situazione attuale STORIE DA UN EX-AMBASCIATA), MEDU continua l’azione di supporto socio-sanitario ai rifugiati attraverso la propria unità mobile. Le operatici e gli operatori di Medici per i Diritti Umani hanno inoltre iniziato a raccogliere le testimonianze dei pazienti e degli altri rifugiati. Oltre l’anamnesi medica, storie di vita indispensabili per comprendere il disagio e la sofferenza di persone che, private di ogni prospettiva di integrazione, combattono quotidianamente per conservare la propria dignità. Testimonianze utili – forse – a far si che questa vicenda non torni ad essere una storia dimenticata di esclusione.

La storia di A.
A. ha meno di trent’anni e ci racconta la sua storia un martedì sera. Siamo con l’unità mobile di Medici per i Diritti Umani davanti all’ex ambasciata somala, nell’esclusivo quartiere a ridosso di Porta Pia. Dopo la visita medica trova del tutto naturale la nostra richiesta di ascoltare e raccogliere la sua testimonianza. A. è un fiume di parole, ma il ritmo del suo narrare è lento, placido. Sembra aver raccontato cento volte la sua storia a sé stesso e mai a nessun altro.
Vengo dalla Somalia, Mogadiscio. Lì facevo il giornalista radio televisivo. Ero un corrispondente, poi…Da venti anni in Somalia si combatte una guerra civile iniziata nel ‘90-‘91. Anche molti miei amici erano giornalisti ma poi con la guerra e la violenza non si poteva più parlare, non si poteva più scrivere la verità. Molti giornalisti sono stati uccisi. Per questo sono fuggito dalla Somalia. Sono stato minacciato di morte perché dicevo la verità. Si, solo per questo sono fuggito. A Mogadiscio avevo tutto ciò di cui avevo bisogno, solo la paura mi ha fatto andare via e ora qui non ho niente. Quando ti chiamano ti uccidono di sicuro.
Ho lasciato la Somalia a novembre del 2007. Lì ci sono i miei genitori, mio fratello , mia sorella e mia moglie. O meglio, quella che era mia moglie perché quando sono venuto qui abbiamo divorziato. Come potevamo restare insieme? Io non posso tornare in Somalia e lei non può venire qui. Quando chiamo a casa mi dicono che la situazione è sempre peggiore, che uccidono sempre di più, ogni giorno. Ci sono persone che si fanno esplodere per strada…La mia famiglia ora vive a circa trenta chilometri da Mogadiscio. Lì è meno pericoloso, c’è meno violenza.
Sono fuggito all’improvviso, verso il confine con l’Etiopia. Allora i miei genitori hanno venduto la casa dove vivevano per pagare il mio viaggio. Non avevo documenti perché non esisteva un governo in Somalia, per questo ho dovuto pagare moltissimi soldi per ottenere il passaporto. Dall’Etiopia sono andato in Sudan e poi in Libia. Ho impiegato tre mesi, ma appena arrivato i soldati libici mi hanno arrestato perché allora non avevo ancora i documenti. Sono stato in carcere sette mesi. Il carcere in Libia è duro, durissimo. Non hai un letto, si dorme sul pavimento, si mangia una volta al giorno e spesso picchiano con i manganelli. Sono riuscito ad uscire dal carcere solo pagando mille dollari al comandante dei soldati e sono fuggito in fretta verso l’Italia perché se fossi rimasto lì e mi avessero messo di nuovo in prigione, non ne sarei più uscito. Sono venuto in barca con altre 140 persone. Una sola barca, tre giorni e tre notti nel Mediterraneo. Poi la barca ha iniziato a spaccarsi, allora ci siamo spogliati e abbiamo cercato di tappare le crepe con i nostri vestiti…perché la vita è importante, si…
In Sudan e Libia abbiamo attraversato 3000 chilometri di deserto. Se si fermava la macchina, morivamo tutti, tutti.
Così siamo arrivati in Sicilia, a Pozzallo, dove ci hanno preso le impronte digitali e poi trasferito per sei mesi in un centro in Sicilia in attesa dei documenti. Dopo sei mesi ho ottenuto la protezione sussidiaria (permesso di soggiorno per protezione internazionale, ndr) e mi hanno mandato via dal centro. Era il maggio 2009. E’ così che sono arrivato qui, a Roma, nell’ambasciata. Ma qui è impossibile vivere. Appena ho visto le condizioni ho chiamato la mia famiglia che mi ha mandato dei soldi e sono partito per la Svezia dove sono rimasto per sei mesi. Lì le condizioni sono molto migliori. Ti danno da mangiare e un posto dove dormire. Stavo anche imparando la lingua ma poi hanno scoperto che avevo le impronte in Italia e mi hanno rimandato indietro (il Regolamento di Dublino, in vigore nei paesi dell’Ue, stabilisce che si può richiedere asilo una sola volta e che è il primo paese europeo in cui si entra a dover vagliare la domanda, ndr). Tornato in Italia, sono subito ripartito per la Finlandia. Non potevo restare in queste condizioni e poi dovevo lavorare per mandare soldi alla mia famiglia che ha speso tutto per me. In Finlandia mi davano 500 dollari al mese, molti, no? Lì la vita era molto, molto migliore. Dopo sei mesi però hanno scoperto di nuovo che avevo le impronte qui e mi hanno detto: “Tu sei Dublino”…e di nuovo mi hanno mandato in Italia. Dopo altri due mesi in Italia, sono ripartito. Olanda questa volta, ma ero malato, avevo una fistola e mi hanno operato d’urgenza. Poi sono rimasto altri sei mesi in un centro ma anche in Olanda hanno scoperto le mie impronte, mi hanno arrestato e sono stato un mese in carcere e quando mi hanno liberato mi hanno rimandato qui. Era il 23 dicembre 2010 quando sono arrivato, solo 19 giorni fa. Ora ho deciso di restare qui, devo restare per forza qui. Non mi muoverò più. Ora ho vissuto tutti i problemi di essere un Dublino e non me ne andrò più. Ora basta. Se potessi, tornerei a casa, se ci fosse la pace, ma la pace non c’è.
Qui nell’ambasciata, di notte non riesco a dormire. Penso, penso, penso sempre…non si fermano mai i pensieri. Penso sempre a questa vita difficile , al mio futuro, ogni giorno e ogni notte, ma penso che qui il mio futuro non esiste. Io ora sto studiando l’italiano. Già lo parlo un po’ e capisco tutto perché l’ho studiato in Somalia. Se avessi una casa, un posto dove stare, sono sicuro che potrei ottenere tutto….

La storia di I.
Gennaio, ex-ambasciata di Via dei Villini. E’ già notte e un gruppo di rifugiati ha appena terminato una giornata di lavoro per ripulire di ingombri alcuni locali dell’edificio, per rendere un po’ meno invivibile questo posto. Ci troviamo in una delle disastrate sale che doveva essere luogo di rappresentanza diplomatica; forse lo studio stesso dell’ambasciatore. I. ci accoglie con amicizia insieme ad altri ragazzi offrendoci le seggiole meno mal ridotte. Accanto a lui O. ha appena ottenuto un appuntamento al centro diabetologico del policlinico Umberto in seguito alle indicazione dell’unità mobile. O. è affetto da diabete scompensato ed è iperteso. Nonostante sia titolare di un permesso di soggiorno per protezione sussidiaria non è ancora iscritto al servizio sanitario nazionale poiché non sapeva di averne diritto. In un’atmosfera surreale, illuminati da un’unica candela, I. ci racconta la sua storia.
Fino a pochi anni fa vivevo nel mio paese, la Somalia, nella città di Mogadiscio, anche se non sono nato lì ma in una piccola città che si chiama Baardheere. Poi dal 1988 la mia famiglia si è trasferita a Mogadiscio.
Nel 2006 è iniziata la guerra tra il governo e le corti islamiche, l’UCI (Unione delle Corti Islamiche, ndr). Ancora non c’era Al Shabaab (“La Gioventù”, gruppo insurrezionale islamico comparso dopo la sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche da parte del Governo Federale di transizione, ndr). Poi sono entrati in Somalia anche i soldati Etiopi. In questo momento venivano uccise molte persone, la guerra peggiorava. Io mi trovavo con la mia famiglia a Mogadiscio; volevamo andare via, avevamo troppa paura. Io ho pensato di fuggire in Italia dove sono arrivato a febbraio del 2008. Sono partito dal mio Paese in macchina fino al confine con l’Etiopia, poi in pullman fino ad Addis Abeba. Sono stato lì due mesi e poi ho preso un altro pullman fino al confine con il Sudan. Molte persone pagano tanti soldi per arrivare in Sudan, io no, sono andato in pullman ma poi dal confine ho camminato, da solo, per undici giorni, mi davano da mangiare delle persone che incontravo, dei contadini…
Dopo undici giorni sono arrivato ad Al Kadarif e ci sono restato 7 giorni. Poi ho preso un altro pullman fino a Kartoum e da lì c’è il deserto. Ho pagato molti soldi per attraversare il deserto per nove giorni. Ho iniziato la traversata il 28 dicembre quindi ho passato il primo gennaio nel deserto, con il sole, senza acqua. Abbiamo passato l’anno nuovo nella sabbia. Qualcuno cadeva dalla macchina, qualcuno veniva buttato, qualcuno moriva e poi nel deserto vedevamo tante persone morte di sete o lasciate nel deserto… tante.
Non c’è acqua. Quella che c’è sulla macchina finisce subito e dopo quelli che guidano ti danno massimo mezzo bicchiere d’acqua al giorno. Se la macchina si ferma o si rompe, la gente muore nel deserto. Altre volte quando si svegliano la mattina non c’è più la macchina e allora restano lì finché muoiono. Ci sono etiopi, somali… .Noi siamo rimasti gli ultimi quattro giorni senza mangiare.
Il 9 gennaio sono arrivato a Tripoli, in Libia, poi il 21 febbraio ho provato ad attraversare il mare, ma il motore della barca si è rotto e siamo rimasti in mare 5 giorni. Sono morte 5 persone, una ragazza e quattro ragazzi…abbiamo dovuto lasciarli in mare. Avevo pagato 1000 dollari e mi sono ritrovato di nuovo in Libia dove sono riuscito a scappare ai soldati. Siamo tornati vicino Tripoli e dopo due giorni ho ritentato la via del mare pagando di nuovo. Un giorno del febbraio 2008 alle 10 di sera sono entrato a Lampedusa, per fortuna. Sono rimasto lì 5 giorni e poi ci hanno mandato al CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo, ndr) di Crotone dove sono rimasto sei mesi fino ad agosto quando mi hanno dato la protezione sussidiaria.
All’uscita del centro avevo l’indirizzo di dove avrei trovato alloggio a Roma: Via dei Villini numero 9. Allora sono venuto a Roma ma le condizioni dell’ambasciata non mi piacevano e allora ho preso il treno per Firenze dove c’era una casa dei Somali. Lì vivevano un mio amico con il padre e mi hanno consigliato di andare a cercare lavoro a Catanzaro, in un circo. Così sono partito e ho iniziato a lavorare in nero come operaio. Pulivo, sistemavo gli animali…lama, cammelli, serpenti. Ho lavorato con loro quasi 5 mesi girando per la Calabria e la Sicilia. Poi a settembre del 2008 è arrivata la mia moglie attuale. Lei era la moglie di un mio cugino che è morto e aveva già un figlio. L’hanno mandata in un centro vicino Siracusa, io andavo sempre e ci siamo sposati. Poi ha avuto il documento e siamo andati subito in Svizzera perché ora eravamo una mamma con un bambino e io …era troppo difficile vivere nel circo con la carovana. Siamo andati tutti in Svizzera in treno, fino a Zurigo dove siamo rimasti nove mesi da gennaio a settembre. Ricordo bene perché è stato un bel periodo che resta sempre nel mio cuore. Ero con la mia famiglia, mi davano un po’ di soldi, andavo sempre a scuola così speravo di trovare un lavoro, i documenti, un buon futuro e di poter vivere bene, ma poi hanno scoperto che avevamo le impronte in Italia e dicevano che non potevamo restare lì. Mia moglie in quel momento era incinta. Il mio figlio piccolo è nato lì in Svizzera.
Quando alla fine ci hanno rimandato in Italia, siamo finiti in un altro centro qui a Roma. Avevamo una stanza di tre metri e ci vivevamo in 4. Lì mangiavamo e dormivamo, ma mia moglie ha iniziato a star male per problemi psichiatrici perché lì la vita era troppo difficile, ed è stata ricoverata in ospedale. Dopo più di un mese è uscita dall’ospedale e gli assistenti sociali hanno trovato per lei un posto nell’emergenza freddo, ma di giorno doveva stare fuori e non era possibile perché doveva prendere tante medicine, stava male, non riusciva a dormire bene, a camminare, a stare seduta… e’ stato un momento difficilissimo. Io ho cercato per lei un altro centro ma era solo per la notte anche questo. Alla fine ho trovato il centro “Dono di Maria”, delle suore, dove poteva restare anche di giorno e adesso è ancora lì. Questa vita è troppo difficile, non va bene. Io da una parte, i miei figli da un’altra, mia moglie da un’altra ancora. Penso però a quelli che sono nel nostro Paese, la mia famiglia…io sono andato via sperando di trovare un futuro. Nel mio paese continuano a uccidere molte persone. Ora in Somalia la situazione è terribile.
Per le persone più povere che fuggono adesso dalla Somalia l’unica possibilità è di arrivare in Yemen attraversando il mare con dei barconi ma è molto pericoloso oppure alcuni passano dall’Egitto per arrivare in Israele ma anche qui è molto pericoloso perchè i soldati egiziani (alla frontiera del Sinai, ndr) gli sparano. La mia famiglia si aspetta che io mandi dei soldi. Dieci giorni fa è morto mio zio e mi hanno chiesto di mandare i soldi per il funerale, per comprare il riso, i cammelli…ma io come faccio? Di soldi non ne ho! Io sono l’unico in Europa. Anche per loro è difficile, ma stanno meglio di me perché loro muoiono una sola volta se li uccide un ladro o un sicario, hanno paura della morte una volta sola. Io invece sono sempre morto, anzi ora non sono né morto né vivo, sono a metà.
Adesso vorrei studiare l’italiano, cercare un lavoro. Da quattro giorni vado a scuola…è la prima volta qui in Italia. In Somalia facevo tanti lavori. Mia madre ha un negozio grande che vende tante cose, poi lavoravo come gommista, agricoltore, affittavo i camion per trasportare i prodotti nella nostra città di prima, Baardheere, dove si producono soprattutto tabacco e cipolle.
Qui nell’ambasciata la maggior parte delle persone se ne va perché qui non trovano niente…un lavoro, un corso, un posto dove stare…così vanno in altri paesi, anche se sanno che li rimanderanno indietro perché hanno le impronte qui, ma fino ad allora passeranno sei mesi e allora qui farà caldo e non sarà così duro dormire fuori…c’è un mio amico che si è bruciato le mani, 4 mesi fa, per cancellare le sue impronte così è riuscito ad andarsene e ad ottenere i documenti in un altro paese. Ora è in Svezia. Un altro, per fare questo ha perso le dita delle mani che sono andate in cancrena . Ora è in Inghilterra, ha i documenti, ma non ha più le mani.

su Theorema n.6

Gli africani scioperano contro lo sfruttamento sul lavoro, i giornalisti quando?

Castel Volturno, 8 ottobre 2010
Alle rotonde dove ogni mattina all’alba si recluta manodopera in nero, gli africani ci hanno messo ‘la faccia’ contro il lavoro nero e il caporalato. Kalifoo Ground Strike. “OGGI NON LAVORO PER MENO DI 50 EURO. Una grande esperienza esserci
Di regola i giovani giornalisti freelance, quelli che vi raccontano le notizie da cani sciolti, liberi, senza editori nè padroni, vengono pagati molto meno di un bracciante agricolo, meno degli sfruttati di cui raccontano le storie. Chi vi ha raccontato l’onda verde in Iran? Chi vi ha raccontato Rosarno? Chi ha rischiato per portare fuori da Gaza le immagini delle distruzioni che altrimenti non avreste mai visto? Chi conosce l’Italia vera, quella di chi non arriva a fine mese, di chi lotta per i diritti, di chi non si arrende? I freelance. Ormai il giornalismo ‘sul campo’ nel nostro paese si fa fuori dalle redazioni, senza contratto, senza sicurezza, senza garanzie. Ma questo, cari lettori, voi non lo sapete.
Come non sapete che un giornalista freelance, con le spese interamente a suo carico, può arrivare a essere pagato 4 centesimi al rigo, 3 euro, 5, 10 euro ad articolo. Che esistono giornali che si rifiutano di impegnarsi a pagare i collaboratori due volte l’anno. Gli stessi giornali incassano con la pubblicità e con i contributi pubblici, ma restano sacche di potere appannaggio di una vecchia casta. Per tutelare la libertà di stampa, tuteliamo i freelance, quelli che le notizie le vanno a trovare e verificare per davvero.

Raffaella Cosentino

Copyright Raffaella Cosentino

Copyright Raffaella Cosentino

Oltre l’inverno. A Roma, a Cagliari e a Locri il documentario che racconta la lotta contro la ‘ndrangheta di Liliana Carbone

di Raffaella Cosentino
Sabato 9 ottobre alle 21 due proiezioni concomitanti, a Roma con gli autori allo Spazio daSud (via Gentile Da Mogliano 170, zona Pigneto) e a Cagliari nell’ambito della rassegna Maya Film Festival, festival di cinema indipendente cofinanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali in collaborazione con l’Actor Center di Roma per la direzione artistica di Michael Margotta. Nel capoluogo sardo, al termine di una sei giorni di proiezioni, il regista Massimiliano Ferraina parteciperà all’incontro con gli autori, tra i quali Marco Amenta, regista di ‘Il Fantasma di Corleone’ su Bernardo Provenzano, e Rina Amato con il documentario ‘Cessarè’ sulla storia di Rocco Gatto a Gioiosa Jonica. L’8 ottobre prima proiezione di ‘Oltre l’inverno’ a Locri, nei luoghi in cui è stato girato, durante la manifestazione ‘Storie di vita’ alla cooperativa sociale Mistya, con la partecipazione di associazioni e gruppi impegnati sul territorio, come gli artisti di strada della ‘Gurfata’, la cui esibizione chiude il documentario. ‘Oltre l’inverno’ ha vinto il premio speciale fuori concorso al Gaiart and Video International Festival e la Ginestra d’Argento, sezione “contro la mafia movie” (parimerito con Cessarè) al quinto festival di Carlopoli (Cz).

Il Docu-Film ‘Oltre l’inverno’.

Una maestra che sfida la ‘ndrangheta. La violenza che scompagina in modo drammatico la vita di una famiglia. La resistenza quotidiana di Liliana Carbone all’oppressione mafiosa. Sono i temi al centro del documentario indipendente “Oltre l’inverno”, realizzato da tre giovani autori catanzaresi: Massimiliano Ferraina (regista), Claudia Di Lullo (dialoghista) e Raffaella Cosentino (giornalista freelance). Trenta minuti di immagini che si concentrano sui gesti quotidiani di mamma Carbone a Locri. Momenti carichi di ritualità e di significati perché esprimono il dramma di aver perso un figlio di 30 anni ucciso dalla ‘ndrangheta e il bisogno di andare ‘oltre’, di mantenere viva l’attenzione allargando il campo rispetto alla vicenda personale.

Liliana Esposito Carbone è una maestra elementare di Locri e ha visto uccidere suo figlio nel cortile di casa in un agguato la sera del 17 settembre 2004. Massimiliano stava rientrando con suo fratello da una partita di calcetto. Le ferite gravi riportate nell’agguato non gli hanno risparmiato 7 giorni di agonia prima di spegnersi in ospedale. E’ morto il 24 settembre di sei anni fa, esattamente nel giorno del compleanno di sua madre. Quel giorno segna il passaggio del testimone. A chi ha ucciso per affossare la verità in una tomba, Liliana risponde diventando uno straordinario megafono per chiedere giustizia, non solo per suo figlio ma per tutti i ragazzi e i bambini di Locri. E’ superfluo dire che Massimiliano era incensurato, amava il calcio. Aveva fondato una piccola cooperativa. Aveva una vita normale. Un giovane calabrese che aveva deciso di restare nella sua terra. La sua fine è ancora avvolta dal mistero. Il tribunale di quella città e i suoi inquirenti non hanno saputo dare una verità giudiziaria alla mamma di Massimiliano, perché la sua famiglia trovasse il conforto della giustizia giusta. Raccontare il caso Carbone è difficile perché non esiste una sentenza da riportare nelle cronache, una risposta a chi si chiede perché tanta violenza su un giovane al di fuori da qualunque contesto criminale. Una storia piena di buchi e di colpevoli reticenze.

Liliana Carbone non ha risparmiato risorse personali e forze fisiche nella ricerca della verità. Né si è preoccupata di esporsi ai rischi delle ritorsioni, dell’isolamento e della calunnia. Una vicenda che tira in ballo connivenze e omertà , visto che a Locri non si uccide senza il coinvolgimento di killer delle cosche o senza l’assenzo della ‘ndrangheta. Una storia che finora insegna che si può uccidere impunemente. Ma anche che non si può mettere a tacere la verità a fucilate. Perché dopo Massimiliano, c’è Liliana e dopo di lei ci siamo noi che continueremo a raccontare la sua lotta, perchè è la battaglia di tutti coloro che non si rassegnano, che non si chiudono nella paura e nel silenzio. Liliana ha fatto del dolore una battaglia civile. E in terra di ‘ndrangheta se chiedi a testa alta il rispetto dei tuoi diritti di cittadina, di madre, di maestra, chiedi di cambiare le cose. La rivendicazione individuale diventa una causa collettiva. Oltre l’inverno vuole combattere l’idea che ci sono “pezzi di paese dati per persi” dai giornali e dai politici.

“ Nella vita personale e nella società ci sono periodi che assomigliano molto all’inverno- dice il regista Massimiliano Ferraina – Come nel ciclo delle stagioni l’inverno si trasforma in primavera così nella vita personale e nella società è necessaria una trasformazione. Quando ho incontrato per la prima volta Liliana Carbone, sono rimasto colpito dalla forza e dall’energia con cui questa donna portava avanti la sua richiesta di giustizia. Subito si rimane colpiti dai suoi argomenti mai banali e dalle citazioni letterarie, dalla capacità di analisi non comune e dal suo desiderio di trasformazione. Nessuno può comprendere il dolore di una madre per la perdita del figlio e altrettanto difficile è comprendere una lotta che spinge oltre i valori di una società che spesso pigramente rimane legata a disvalori che considera immutabili”. Su come vincere questa sottocultura mafiosa gli autori del documentario vogliono offrire spunti di riflessione. Un’intenzione che Liliana Carbone ben sintetizza nella frase:“Perché non c’è una evoluzione, che è già una forma di trasformazione, qui da noi? Perché per cambiare qualcosa c’è bisogno di vincere l’assuefazione e l’immobilismo, quella forma di conservazione che ci fa pensare di rischiare la nostra sicurezza ”. Oltre l’inverno racconta la ‘ndrangheta come un’immane sofferenza sociale, in cui le donne hanno un ruolo di primo piano, sia le donne di mafia che trasmettono i disvalori alle nuove generazioni, sia le donne che incoraggiano il cambiamento, offrendo per questo ideale la loro stessa vita. “L’esperienza più significativa è stata quella di vedere una mamma, che lotta senza tregua per proteggere la memoria di suo figlio- commenta Claudia Di Lullo – è la storia umana di Liliana che ha catturato la mia attenzione. La sua tenacia, il suo coraggio. Un prezioso incoraggiamento per tutte le donne calabresi”.

http://www.oltrelinverno.blogspot.com/

Palermo, in un docu-film la Sicilia che resiste alla mafia

La regia è di Paolo Maselli, scritto con Daniela Gambino, racconta la rivoluzione della società civile siciliana da Addio Pizzo e l’antiracket a Telejato a Libera Terra. Gli autori: “il consumo critico nuova frontiera dell’antimafia”

Palermo – L’esperienza dei ragazzi di Addio Pizzo e l’antiracket, i giornalisti minacciati dalla mafia e le cooperative sorte sui beni confiscati ai clan. La lotta non istituzionale alla criminalità organizzata a Palermo per la prima volta viene raccontata in video da un documentario indipendente, Storie di resistenza quotidiana, presentato in anteprima alla libreria Feltrinelli di via Cavour in un incontro dal titolo: “L’importanza di sporcarsi le mani” Gli autori, il regista Paolo Maselli e la scrittrice palermitana Daniela Gambino, hanno voluto mettere insieme sullo schermo in 52 minuti le tante esperienze positive di lotta alla mafia e al racket degli ultimi anni in Sicilia.

Un docu-film in cui il giornalista Pino Maniaci di Telejato di Partinico dice che “siamo sulla buona strada”. Storie di resistenza quotidiana si dipana attraverso una serie di interviste. Da Vincenzo Agostino, padre di Antonio, il poliziotto ucciso insieme alla moglie Ida Castellucci, il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini, a Enrico Colajanni imprenditore e presidente dell’associazione antiracket nata dall’esperienza di Addio Pizzo. Da Lirio Abbate a don Luigi Ciotti. Le immagini documentano il lavoro sui campi delle cooperative di Libera Terra, ma anche gli attentati mafiosi come l’auto della redazione di Telejato incendiata per intimidire Maniaci. In una sequenza si vede un mimo vestito da pagliaccio mentre in sottofondo scorre l’audio del famoso intervento televisivo di un giovane Totò Cuffaro che attacca violentemente il giudice Giovanni Falcone ospite di Maurizio Costanzo. Seguono poi le riprese in bianco e nero dei crateri delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Queste ultime immagini hanno suscitato gli applausi spontanei del pubblico palermitano presente alla proiezione, anche a ormai 18 anni dalla morte dei giudici Falcone e Borsellino.
Il documentario mette al centro dell’attenzione il consumo critico, l’elaborazione di strategie di contrasto pacifico alla criminalità organizzata da parte di persone della società civile, testimoniando la forte volontà e l’impegno di fare fronte comune contro il fenomeno del racket. E’ stato girato a Palermo e in alcune zone dell’Alto Belice corleonese. La presentazione nel capoluogo siciliano è stata l’occasione per una riflessione sui cambiamenti che attraversa la società siciliana. “E’ il racconto di una Sicilia che resiste” commenta il giornalista Giuseppe Lo Bianco, autore di “L’agenda rossa di Paolo Borsellino”. E continua: “Purtroppo non è vero che il pizzo è imposto, in Sicilia è dato per scontato, si paga ovunque come un costo d’impresa, per questo Addio Pizzo ha affondato il coltello nella piaga con lo slogan: un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Un’esperienza che è andata ben oltre i confini siciliani, come spiega la sociologa Francesca Forno dell’Università di Bergamo, autrice di una ricerca su consumo critico e lotta alle mafie. “Addio Pizzo e Libera Terra costituiscono una nuova forma di pressione, dando a tutti la possibilità di compiere piccoli atti quotidiani che vanno contro l’indifferenza – afferma la sociologa – Quando i prodotti di Libera Terra o Pizzo free arrivano nelle nostre botteghe, la problematica locale diventa nazionale”.

Un’analisi condivisa dallo scrittore siciliano Aldo Penna. “Nel 1980 morirono 200 persone a Palermo tra orrore e sangue – racconta – sembrava una guerra tra forze del male e del bene, questi ultimi erano i giudici e gli eroi. La gente era spettatrice impotente, quello che è cambiato è che la gente ora si sente protagonista di piccoli gesti di resistenza. Libero Grassi fu ucciso perché era un isolato. Questa vicenda invece contiene i germi di una rivoluzione”. Per l’autrice palermitana Daniela Gambino, il soggetto del documentario è “un allenamento al coraggio”. Secondo la scrittrice “la cosa più pericolosa a Palermo è che ancora non ci rendiamo conto di vivere in uno stato di paura e abbiamo introiettato il condizionamento”. Gambino ha annunciato che sull’argomento uscirà anche un libro per l’Altra Economia in cui si parlerà del consumo critico come frontiera contro le mafie. (raffaella cosentino)
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Il terrore. La guerra di `ndrangheta nel catanzarese

E` la guerra di tutti contro tutti. Da oltre un anno omicidi spietati davanti a decine di testimoni per terrorizzare sia gli avversari sia la gente comune. Omicidi alla processione e nella spiaggia affollata. Le mani delle ‘ndrine sui villaggi turistici gestiti da tour operator non calabresi

Inchiesta di Raffaella Cosentino

“Il potere mafioso non agisce più da controllore ma da moltiplicatore dei conflitti. L`ascesa della mafia imprenditrice ha finito col realizzare l`autentica guerra di tutti contro tutti, con morti, feriti e dispersi`. Il sociologo Pino Arlacchi lo scrive nel 1983. La sua analisi non è stata compresa se questo meccanismo si ripresenta identico dopo trent`anni. In questo momento in Calabria, sulla costa jonica catanzarese, a pochi chilometri dal capoluogo, la ‘ndrangheta dopo essersi infiltrata nell`economia con il riciclaggio, le estorsioni e il controllo degli appalti, oggi conquista il territorio con una serie di delitti eclatanti, in cui il luogo degli agguati è scelto con cura ‘spettacolare` per dare la misura dello scontro di potere in atto. Un uomo ucciso ad agosto sulla spiaggia davanti alla moglie e al figlio di un anno. Meno di una settimana dopo un altro lo ammazzano con una pistola silenziata durante i fuochi d`artificio e feriscono il figlio di 10 anni. Ma in realtà atti così spietati si susseguono da oltre un anno.

La lunga scia di sangue inizia il 3 luglio del 2009 quando sul lungomare di Isca sullo Jonio viene ucciso Vincenzo Varano, manovale di 52 anni, presunto boss del paese, che ha da poco concluso un periodo di restrizione come sorvegliato speciale. Da questo momento la regola sono gli omicidi commessi da killer coperti con il casco integrale che fuggono in moto dopo aver sparato tra la gente. Un delitto che probabilmente avviene non a caso sul lungomare, centro degli appalti e degli interessi turistici. Sulla spiaggia in quel momento sono in corso lavori per l`erosione costiera da 800 mila euro. Su tutto il litorale del basso jonio catanzarese negli ultimi anni sono stati costruiti molti residence destinati a turisti nordeuropei che però sono rimasti in gran parte vuoti. A più di un anno di distanza, l`operazione “Free Village`, porta alla luce gli interessi dei capibastone sui villaggi turistici.

Al “Sant`Andrea`, proprio dopo l`omicidio di Varano, fa la sua comparsa Mario Mongiardo che si presenta come referente del clan Gallace di Guardavalle. Quando gli agenti lo arrestano, il 6 settembre scorso, Mongiardo si trova al ristorante del villaggio con tutta la famiglia. Viene bloccato prima che riesca a impugnare la pistola calibro 7.65 pronta a sparare che tiene nascosta nel borsello. Il ‘Sant`Andrea` non è un complesso fantasma, è una delle poche strutture della zona funzionanti a pieno regime, che in estate segna il tutto esaurito con circa tremila clienti, tra cui ospiti importanti di rilievo nazionale.

E` gestito dal tour operator Iperclub, con sede a Roma. La squadra mobile coordinata dalla Dda di Catanzaro arresta Mario Mongiardo e altre quattro persone (tra cui la moglie di Mongiardo e la figlia di soli 18 anni) per estorsione con modalità mafiose ai danni della Iperclub e della società Fram Group di Taranto responsabile della selezione del personale. Secondo l`accusa, oltre alle estorsioni Mongiardo imponeva l`assunzione di personale, tra cui appunto moglie e figlia più altre dodici persone, queste ultime iscritte nel registro degli indagati per essere state assunte senza lavorare realmente. Mongiardo e Francesco Corapi (anche lui arrestato), ricostruiscono gli inquirenti, decidevano anche sulle forniture. I giornali locali riferiscono di tre direttori intimiditi e poi trasferiti solo perchè volevano controllare la qualità della merce e di un comportamento passivo delle società non calabresi nei confronti delle richieste mafiose, che in questo caso sono iniziate già nel 2003.

Tornando agli omicidi, il 24 luglio 2009 tocca a Luciano Bonelli, ucciso a fucilate nei pressi della sua abitazione a Sant`Andrea sullo Jonio. Bonelli, 35 anni, era di Isca e soprattutto era il nipote di Varano. Le esecuzioni a 20 giorni di distanza l`una dall`altra sono collegate. I due uomini evidentemente scalpitavano per rendersi autonomi dai boss di Guardavalle e dai loro alleati di Badolato. Proprio Badolato resta l`unico comune di tutta la zona in cui le armi tacciono. E` ipotizzabile che non ci siano state famiglie mafiose decapitate perché sono rimaste al loro posto sotto i Gallace.

Lo scontro sale di livello il 27 settembre del 2009. A Riace (Rc) durante la tradizionale processione dei Santi Cosma e Damiano che raccoglie migliaia di fedeli da tutta la regione, viene eliminato il primo ‘intoccabile`: il boss del clan dei ‘viperari` di Serra San Bruno (VV), Damiano Vallelunga, di 52 anni. Il mammasantissima delle Serre non può perdersi la festa dei ‘santi medici`, ai quali, come dice il nome di battesimo, è molto legato. La processione parte dalla chiesa nella piazza del paese e si snoda lungo una fiera di bancarelle affollatissime con la gente che balla e prega davanti alle statue. Il tragitto si conclude davanti al santuario dedicato a Cosma e Damiano. Ed è qui, tra la folla dei fedeli, che poco dopo mezzogiorno due killer fanno la loro comparsa sul sagrato sparando a bruciapelo e uccidendo Vallelunga. Un ambulante senegalese viene ferito alla gola da una pallottola vagante. L`influenza di Vallelunga si estendeva dalle montagne delle Serre a tutta l`area costiera fino a Soverato. Chi l`ha ucciso voleva eliminae l`avversario più potente e l`ha fatto con il beneplacito delle ‘ndrine della valle dello Stilaro, vale a dire i Ruga- Metastasio – Loiero, nel cui territorio ricade Riace.

Il 23 dicembre 2009 sparisce da Soverato superiore il 29enne Giuseppe Todaro. Probabilmente un caso di lupara bianca. Il 16 gennaio 2010 viene ucciso un commerciante a Davoli Marina. Pietro Chiefari, 51 anni, proprietario di un negozio di frutta e verdura muore in pieno centro abitato alle sette di sera. Lo attendono in strada, aspettano che salga sul suo fuoristrada e gli sparano alla testa e al torace. Alcuni proiettili bucano le vetrine del negozio. Le tre commesse all`interno restano miracolosamente illese ed è solo un caso che non ci siano clienti. Chiefari, originario di Torre di Ruggiero, è stato coinvolto nell`inchiesta “Mithos` contro la ‘ndrina dei Gallace- Novella, come Bonelli. Meno di due mesi dopo, l`11 marzo, nelle campagne di Guardavalle un commando appostato in un casolare attende il Dahiatsu feroza di Domenico Chiefari, 67 anni, bracciante agricolo. Il fuoristrada viene fermato da una pioggia di proiettili di pistola e fucile caricato a pallettoni. I killer lo finiscono sparandogli in faccia dal parabrezza.

Gli inquirenti cercano di ricostruirne i contatti con la ‘ndrangheta. L`agguato è stato compiuto in pieno giorno, alle 7.30 del mattino. Lo stesso orario che pochi giorni dopo, il 16 marzo, segna l`appuntamento con la morte per Francesco Muccari, 35 anni e papà da una settimana. Esecuzione in pieno centro abitato per il terzo ammazzato di Isca sullo Ionio, un comune di 1200 anime. Lo aspettano a pochi passi da casa, in un vicolo del paese, mentre va a lavoro sulla sua Fiat Panda e lo sfigurano con 12 colpi di pistola e di fucile caricato a pallettoni. Il 27 gennaio un suo parente era miracolosamente sfuggito a un tentato omicidio a Guardavalle. Il suo nome è Santo Procopio, ha 27 anni, è originario di Isca e ha sposato una nipote di Muccari.

Angelo Ronzello, 26 anni, commerciante di mangimi, cade il 2 aprile a Monasterace, primo comune della provincia di Reggio Calabria al confine con Catanzaro. Era noto alle forze dell`ordine per reati legati alla detenzione di armi e di esplosivo. Suo padre, Vincenzo Antonio Ronzello era stato indagato e poi prosciolto nel 1994 per legami con i clan della zona. E` la sera di giovedì santo, in un quartiere popolato. Ronzello cena da un amico e quando esce viene freddato con sei colpi di fucile calibro 12. A Monasterace non si vedevano morti ammazzati da vent`anni. L`omicidio colpisce la ‘ndrina dei Ruga di Monasterace, che è collegata ai Metastasio di Stilo. Ed è proprio questo clan a perdere poco dopo un esponente di spicco.

Il 21 aprile a Ferdinandea, vicino lo stabilimento dell`acqua “Mangiatorella`, in un`area montana che congiunge la provincia di Reggio Calabria con quella di Vibo Valentia, rimane vittima di un`imboscata a colpi di kalashnikov Giovanni Vallelonga, che per gli inquirenti è uno dei capibastone dei Metastasio, con i quali è imparentato. Uno dei figli di Vallelonga ha sposato una figlia di Salvatore Metastasio. Il boscaiolo 62enne è l`ennesimo morto sfigurato dai proiettili. L`uomo era già sfuggito a un tentato omicidio il 17 agosto del 1988 in una località vicina e il collaboratore di giustizia Pasquale Turrà (poi trucidato per le sue dichiarazioni) aveva accusato Damiano Vallelunga, cugino di Vallelonga, di essere uno dei responsabili dell`agguato.

Da questo episodio risalente alla ‘faida dei boschi` degli anni Ottanta si comprende non tanto il riaccendersi di quella faida, ma il posizionamento delle famiglie negli schieramenti della ‘ndrangheta. Il contesto attuale è quello di una guerra di ‘tutti contro tutti` per dirla con Arlacchi. Questo omicidio potrebbe dunque essere la risposta a quello di Damiano Vallelunga del settembre precedente. Nonostante i cognomi simili, i due uomini si configurano come esponenti di punta di due clan concorrenti nel predominio sulle aree montane. Una signoria territoriale che attraverso alleanze con ‘ndrine nel soveratese arriva fino a Catanzaro.

OLTRE L’INVERNO, il documentario indipendente che racconta la resistenza alla ‘ndrangheta di una donna di Locri. Sostienila organizzando una proiezione

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Liliana Carbone è una maestra elementare di Locri. E’ la mamma di Massimiliano, un ragazzo di 30 anni ucciso nel cortile di casa sua a colpi di arma da fuoco. Qualcuno gli ha sparato nascosto dietro un muretto di cemento la sera del 17 settembre del 2004. Massimiliano stava rientrando a casa con suo fratello da una partita di calcetto. Le ferite gravi riportate nell’agguato non gli hanno risparmiato 7 giorni di agonia prima di spegnersi in ospedale. E’ superfluo dire che Massimiliano era incensurato, amava il calcio, era un ragazzo di Locri. Aveva fondato una piccola cooperativa. Aveva una vita normale. Massimiliano Carbone era un giovane calabrese che aveva deciso di restare nella sua terra, era un italiano, un europeo. La sua fine è ancora avvolta dal mistero. A 6 anni dalla morte, non esiste una verità giudiziaria da riportare nelle cronache, da spiegare a chi si chiede perché. Non ha un volto, né un nome il sicario che ha posto fine ai suoi giorni.

In mancanza di altre piste giudiziarie, l’unico particolare di rilievo, l’unica traccia resta quella indicata da sua madre Liliana in tutte le occasioni pubbliche e istituzionali. Massimiliano aveva amato una donna già sposata, una vicina di casa. Dalla relazione è nato un bambino. Liliana Carbone ha usato tutti i suoi risparmi e tutte le sue risorse fisiche, spirituali e culturali per andare alla ricerca della verità. Per dire che la sola esistenza di Massimiliano ne faceva un testimone scomodo. Per urlare che non si può morire così in un paese civile. Dopo anni, il test del Dna e i giudici hanno riconosciuto a Massimiliano la paternità del bambino. Resta chiaro per chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire che a Locri non si uccide senza l’assenzo della ‘ndrangheta, senza il coinvolgimento di killer delle cosche, senza le armi e la mentalità delle ‘ndrine. Quella di Massimiliano potrebbe essere una storia come tante nella Locride, un delitto impunito, senza colpevoli, senza giustizia. Quella di Liliana non è una storia uguale alle altre. E’ lei la nostra differenza di calabresi che non si rassegnano, che non si chiudono nella paura e nel silenzio. Che lottano contro l’omertà, nonostante le cronache raccontino spesso il contrario. Liliana ha fatto del dolore una battaglia civile. E in terra di ‘ndrangheta se chiedi a testa alta il rispetto dei tuoi diritti di cittadina, di madre, di maestra, chiedi di cambiare le cose. La rivendicazione individuale diventa una causa collettiva. Perché qualunque delitto impunito pesa inesorabilmente sul futuro di tutta la comunità. Non solo la comunità dei locresi o dei calabresi, ma anche sulla comunità internazionale. Perché la ‘ndrangheta, temuta multinazionale dei traffici illeciti, ha la testa decisionale ancora in Calabria ed è su questa impunità che fonda il suo potere. Non lasciamo sola Liliana.L’isolamento espone al rischio di ritorsioni. Combattiamo l’idea che ci sono ‘pezzi di paese dati per persi’ dai giornali e dai politici. Come fare? Ospita nella tua città, nel tuo quartiere, nella tua scuola, una proiezione dei documentario indipendente “Oltre L’Inverno” per raccontare la storia di Liliana Carbone ai tuoi amici. Contribuisci a fare conoscere questo caso perchè quello che succede a Locri “interessa anche a te”. Organizzati e ricostruisci la memoria di questa Italia che non ha bisogno di eroi, ma solo di vivere con onestà.

Per organizzare una proiezione, contatta gli autori all’indirizzo di posta elettronica: oltrelinverno@gmail.com

Autori:

Massimiliano Ferraina – documentarista

Claudia Di Lullo – dialoghista

Raffaella Cosentino – giornalista freelance (Redattore Sociale/Il Manifesto)

Consulta anche il blog del documentario: http://www.oltrelinverno.blogspot.com


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