Archive for the 'mafie' Category



Matite contro la mafia, Giuseppe Fava e I Siciliani diventano un fumetto

04/06/2010

16.10

MAFIE

“Pippo Fava, lo spirito di un giornale” è stato presentato alla Fnsi nell’ambito delle iniziative contro il ddl Alfano. Abbate, simbolo dei giornalisti minacciati al Sud: “Con le intercettazioni scoperte le azioni della mafia contro di me”

Roma – Una finestra verso i giovani per raccontare a fumetti la storia dell’antimafia e di chi ha dato la vita per opporsi alle cosche, non perché fosse un eroe, ma solo facendo quotidianamente il proprio mestiere. Esce il secondo volume delle graphic novel nate dalla collaborazione dei reporter di daSud onlus con la casa editrice Round Robin. “Pippo Fava, lo spirito di un giornale” del giornalista Luigi Politano e del disegnatore Luca Ferrara segue il primo volume della collana “Per amore del mio popolo” su don Peppe Diana, ucciso dal clan dei casalesi. 70 tavole illustrate raccontano la storia di Giuseppe Fava, direttore del giornale antimafia “I Siciliani”,assassinato a Catania dalla mafia il 5 gennaio del 1984, con contributi scritti, tra gli altri, di Riccardo Orioles, Claudio Fava (figlio del giornalista ucciso) e Roberto Morrione.

E’ stato presentato nella sala Tobagi della Federazione nazionale della stampa italiana nell’ambito del calendario di eventi della Fnsi contro il ddl Alfano. “Un giornale come I Siciliani con la legge sulle intercettazioni sarebbe fuori legge” ha dichiarato Claudio Fava. “Grazie alle intercettazioni la magistratura e le forze dell’ordine sono arrivate prima che la mafia compiesse azioni contro di me” ha detto il giornalista Lirio Abbate, presente per ricordare che ancora oggi in Italia ci sono tantissimi cronisti che pagano per avere raccontato verità nascoste o semplicemente per il lavoro che fanno. “Quello che succedeva al tempo di Fava e di mio fratello Giovanni succede ancora oggi in Calabria, in Sicilia e in Campania, dove la grande informazione si gira dall’altra parte”, ha sottolineato Alberto Spampinato direttore di Ossigeno per l’informazione, l’osservatorio della Fnsi e dell’ordine dei giornalisti sui cronisti minacciati dalle mafie. “In Italia sono almeno 50 – ha detto Spampinato – la situazione più grave è in Calabria, dove abbiamo registrato 16 colleghi intimiditi in 4 anni, 8 nell’ultimo anno di cui 6 in sole tre settimane”.

Giuseppe Fava, personaggio scomodo e controcorrente, è stato ricordato nei tanti interventi. “Il suo giornale non aveva alle spalle un editore, né un partito, quindi dava fastidio perché era un uomo libero che voleva fare il suo mestiere fino in fondo senza piegarsi al sistema” ha detto la figlia Elena.  Per Nando Dalla Chiesa, “ Fava era un intellettuale di rottura, poliedrico, capace di produrre teatro, libri e giornalismo”. Roberto Morrione, presidente di Libera Informazione, ha sottolineato che il fondatore dei Siciliani “si è rivolto direttamente e indirettamente ai giovani, come Don Diana a Casal Di Principe, con insegnamenti contro il potere e contro le mafie, per questo il linguaggio del fumetto è adatto a raccontarlo”.  Enrico Fierro, del Fatto Quotidiano, si è soffermato sul suo valore di esempio per chi fa lo stesso mestiere: “ha insegnato a una generazione di giornalisti quello che si doveva fare nel Sud”.

L’iniziativa “Matite contro la mafia” non sarà l’ultima. “Parleremo anche di Giancarlo Siani, di Natale De Grazia e delle navi dei veleni, di Jerry Masslo” ha annunciato Raffaele Lupoli per l’associazione daSud riguardo ai prossimi fumetti della serie. L’idea è quella di legare un linguaggio accessibile ai giovani con temi importanti per raccontare i territori. L’associazione Stampa Romana ha acquistato 500 copie del volume da diffondere nelle scuole. “Questo lavoro è un omaggio al giornalismo italiano, purtroppo proprio Catania ha dimenticato uno dei suoi figli migliori e uno degli esempi più alti di giornalismo nel nostro paese” ha concluso Luigi Politano, co-autore che ha raccolto le testimonianze per scrivere il racconto. (rc)

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Evento contro la ‘ndrangheta a Catanzaro in ricordo di Peppe Valarioti e Massimiliano Carbone

Caffè delle Arti, domenica due appuntamenti su Giuseppe Valarioti e  Massimiliano Carbone. Saranno presentati un libro e un documentario

Per i 30 anni dalla morte di Giuseppe Valarioti la programmazione del Caffè delle Arti al Centro polivalente di via Fontana Vecchia – servizio attivato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Catanzaro – ospiterà domenica 13, con inizio alla ore 21.00, una manifestazione in omaggio al politico ucciso negli anni ’80. La serata del Caffè delle Arti prevede la presentazione di un libro inchiesta e di un documentario realizzati da giovani autori calabresi. Il primo per ricordare il movimento antimafia degli anni Settanta con la vicenda di Giuseppe Valarioti a Rosarno. Il secondo per dare una testimonianza attuale di resistenza civile all’oppressione mafiosa, con la storia di Liliana Carbone, madre coraggio di Locri.

Domenica 13 giugno, con una serata dedicata all’impegno contro la ‘ndrangheta, il Caffè delle Arti di Catanzaro ospiterà la presentazione del libro “Il caso Valarioti – Così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria. Un processo a metà”, Round Robin Editrice, dei giornalisti Danilo Chirico e Alessio Magro. Nel corso della serata sarà proiettato in anteprima anche il documentario indipendente “Oltre l’inverno”, che ricostruisce la battaglia quotidiana della maestra elementare Liliana Carbone per chiedere giutizia e verità sull’omicidio del figlio Massimiliano, ucciso nel 2004 in un agguato a Locri all’età di 30 anni. Al dibattito interverranno gli scrittori Alessio Magro, Danilo Chirico e Mauro Minervino, il caporedattore di Ansa Calabria Filippo Veltri. Saranno presenti anche gli autori del documentario: il regista catanzarese Massimiliano Ferraina, la sceneggiatrice Claudia Di Lullo e la giornalista Raffaella Cosentino (Redattore Sociale/Il Manifesto).

L’evento è stato organizzato con la collaborazione di alcune associazioni di giovani: Confine Incerto di Catanzaro, daSud Onlus di Reggio Calabria e Metasud di Soverato.  I casi Valarioti e Carbone sono le storie di due trentenni assassinati dalla ‘ndrangheta. Peppe perché a 25 anni aveva scelto consapevolmente la strada dell’impegno politico contro le ‘ndrine, Massimiliano semplicemente perché viveva una vita normale e onesta in un contesto pervaso dalla violenza mafiosa. Due omicidi senza colpevoli. Due nomi dimenticati che il silenzio ha ucciso per la seconda volta. Dopo le celebrazioni dell’11 giugno a Rosarno, nel trentennale della morte anche il capoluogo riporta in vita la memoria di Giuseppe Valarioti, l’Impastato calabrese. Il giovane professore e segretario della sezione del Pci di Rosarno è stato ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno del 1980 dopo la vittoria alle elezioni amministrative. Il libro di Alessio Magro e Danilo Chirico ricostruisce la lunga vicenda giudiziaria sul primo omicidio politico della nuova ‘ndrangheta, che tre decenni fa entrò nei gangli del potere. L’ incontro sarà un’occasione aperta per discutere anche della fase delicata che vive oggi la Calabria. Il 2010 si è aperto con la rivolta dei migranti di Rosarno contro la violenza delle ‘ndrine. Nei mesi seguenti una scia di omicidi ha insanguinato la zona jonica catanzarese e l’alta locride. Una nuova guerra di ‘ndrangheta che ha fatto contare già 8 morti in 11 mesi, a partire dall’omicidio di Vincenzo Varano a Isca sullo Ionio a luglio del 2009 fino a quello di Giovanni Bruno a Vallefiorita a metà maggio.

Rosarno ricorda Giuseppe Valarioti, l’Impastato calabrese

MAFIE

Una targa del comune, un dibattito e un libro sul “caso” del dirigente della sezione del Pci di Rosarno, trucidato all’età di 30 anni dalla ‘ndrangheta dopo la vittoria alle elezioni amministrative l’11 giugno 1980. Il delitto è rimasto impunito

Rosarno – L’Impastato calabrese, una storia dimenticata. E’ quella di Giuseppe Valarioti, professore e dirigente della sezione del Pci di Rosarno, ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno del 1980. A trent’anni di distanza, nel giorno dell’anniversario della tragica scomparsa, a Rosarno una targa, un libro e un’assemblea pubblica ne celebreranno il ricordo.  Il comune (ancora sciolto per mafia e guidato da una commissione straordinaria dal 2008), in collaborazione con l’associazione Arci dedicherà a Valarioti una targa nella piazza principale del paese che già porta il suo nome. Alle 16, nell’auditorium del Liceo Scientifico “R. Piria”, un dibattito organizzato da Libera contro tutte le mafie, daSud Onlus e l’Associazione per il rinnovamento della sinistra, ripercorrerà la sua vicenda, un simbolo per la lotta antimafia in Calabria. All’incontro parteciperanno esponenti della politica, dei sindacati, del volontariato e dell’associazionismo, insieme all’ex sindaco di Rosarno Giuseppe Lavorato e ad Alessio Magro e Danilo Chirico, autori del libro “Il Caso Valarioti. Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria”, edito da Round Robin.

Il volume verrà presentato a Rosarno in anteprima e raccoglie cinque anni di ricerche dei giornalisti reggini Magro e Chirico, nel tentativo di risollevare dall’oblìo la storia di Giuseppe Valarioti, un giovane professore di lettere, appassionato di studi archeologici sulla Rosarno magno-greca, l’antica Medma. Ma soprattutto un attivista politico, che guidava la sezione rosarnese del Pci e che fu trucidato a soli trent’anni di età a colpi di lupara nella notte, all’uscita da un ristorante dopo avere festeggiato la vittoria del partito comunista alle elezioni amministrative. Un delitto efferato che arrivò al termine di una campagna elettorale con la tensione alle stelle, segnata da attentati contro gli esponenti e la sede comunista. E da un segnale minaccioso: i manifesti appena affissi dai militanti comunisti venivano capovolti dai mafiosi. Non stracciati, ma girati al contrario, segno che gli uomini della ‘ndrangheta seguivano passo passo le mosse degli attivisti politici. Un crimine su cui la giustizia non ha mai fatto piena luce, rimasto impunito. E fino a questo momento anche sconosciuto ai più, sia in Italia sia in Calabria. Una storia che somiglia a quella di Peppino Impastato a Cinisi, con l’eccezione che Valarioti non apparteneva a una famiglia legata alla mafia.
L’incontro dell’11 giugno arriva a cinque mesi esatti dalla rivolta degli africani e dalla caccia ai neri a fucilate. L’obiettivo, si legge sul manifesto,  è quello di “unire giovani, immigrati, agricoltori e lavoratori onesti per difendere i diritti di tutti, liberare le popolazioni dall’oppressione mafiosa, costruire lo sviluppo democratico, sociale e civile”. (rc)

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“Cantieri Letali”, documentario sull’operaio licenziato per lotte sindacali

La storia di Salvatore Palumbo, ex operaio dei Cantieri Navali di Palermo, raccontata dalla freelance Francesca Mannocchi. Accuse ai sindacati palermitani di restare in silenzio davanti alla mancanza di tutele sul lavoro

Roma – Licenziato ingiustamente perché lottava per la sicurezza sul posto di lavoro ai Cantieri Navali di Palermo. E’ ciò che racconta “Cantieri Letali”, un documentario indipendente della giornalista free lance Francesca Mannocchi. La storia è quella di Salvatore Palumbo, ex operaio di Fincantieri nel capoluogo siciliano. Il filmato, ripercorrendo la vicenda, lancia accuse ai sindacati palermitani di non essere al fianco dei lavoratori, bensì al servizio degli imprenditori e di interessi poco chiari. Come nei casi di “sindacato giallo”.
Operaio scomodo per avere denunciato il degrado delle strutture e la mancanza di tutele per i lavoratori, Palumbo è impegnato da quattro anni in una battaglia legale con Fincantieri condotta da solo, senza il sostegno di alcuna organizzazione sindacale. L’operaio è stato licenziato con l’accusa di abbandono del posto di lavoro. “Per essere stato sorpreso di notte con l’intenzione di pescare, quindi non mentre effettivamente pescava ma solo perché aveva una canna richiusa in mano” spiega l’avvocato difensore Nadia Spallitta. “Sono state prese in considerazione le testimonianze di due vigilantes di Fincantieri che asserivano questa versione e non sono state accettate quelle di alcuni pescatori che si attribuivano la proprietà della canna da pesca”, continua il legale. Il giudice del lavoro del Tribunale di Palermo, l’11 marzo scorso, ha rigettato il reintegro di Palumbo in Fincantieri. Una sentenza che la Rete per la sicurezza sul lavoro ha definito “vergognosa” in un comunicato.

La mancanza di precauzioni prese per tutelare i lavoratori nei Cantieri Navali è venuta alla ribalta lo scorso 26 aprile quando sono stati condannati per le morti bianche da amianto nell’azienda palermitana tre ex amministratori di Fincantieri. Per omicidio colposo plurimo e lesioni gravi colpose sono stati condannati in primo grado dalla prima sezione del tribunale di Palermo Luciano Lemetti, con una pena di 7 anni e mezzo di carcere, Giuseppe Cortesi a 6 anni e Antonino Cipponeri a 3 anni. La sentenza stabilisce che i dirigenti della Fincantieri non hanno tutelato gli operai utilizzando per anni un materiale a basso costo come l’amianto, pur sapendo che era pericoloso per la salute. Sono stati 37 i morti nei Cantieri Navali per mesotelioma pleurico e asbestosi, malattie provocate dall’inalazione di fibre di amianto con cui erano quotidianamente a contatto per lavoro. Altri 24 operai sono ancora oggi ammalati e si sono costituiti parte civile nel processo, assieme ai familiari dei colleghi scomparsi. Risarcimenti milionari: 4,2 milioni di euro vanno solo all’Inail.
“Queste condanne dimostrano che la battaglia di Palumbo è una lotta di legalità – commenta l’autrice del documentario Francesca Mannocchi – ora per lui l’unica possibilità è ricorrere in Cassazione ma a Palermo non trova chi voglia difenderlo e soprattutto non ci sono cause collettive rispetto alla questione”. Nel suo lavoro, la giornalista ha inserito le riprese che mostrano il degrado, l’incuria e la mancanza di controlli ai Cantieri Navali. “Nelle mie giustificazioni scrivevo che i pescatori entravano indisturbati nel bacino del cantiere e così sarebbe potuto entrare chiunque, anche i latitanti” – afferma Palumbo sullo schermo. “Fincantieri è vittima di quel che succede attorno allo stabilimento – sostiene un altro operaio sindacalista intervistato – subisce l’influsso della mafia cittadina”.

Salvatore Palumbo, 36 anni, emigrato all’età di 17 a Bologna, dove ha lavorato come muratore, saldatore e carpentiere meccanico. “L’Emilia Romagna mi ha dato la professionalità e la cultura del lavoro. Sono cresciuto nelle fabbriche”, racconta. Nel capoluogo emiliano lavorava come operaia anche sua moglie Angela Arancio e avevano una piccola casa di proprietà. “Una bomboniera – spiega lei – piccola, compatta e graziosa”. Tornando ogni estate in vacanza a Palermo, matura la decisione di cercare lavoro in Sicilia. E arriva l’assunzione ai Cantieri Navali, dove avevano lavorato suo padre e i suoi parenti. Il tentativo di Palumbo è quello di portare la lotta sindacale appresa a Bologna anche dentro la più importante azienda palermitana: “Mi dicevano: il cantiere è così da cento anni, ora arrivi tu da Bologna e vuoi cambiare le cose?”. Il 2 settembre del 2004 muore un collega, Enzo Viola. “Un’emorragia cerebrale dopo un volo di 40 metri da una scala in vetroresina su cui si è staccato un gancio – dice Palumbo – stava salendo su una nave per avvisare i colleghi che lavoravano in condizioni di non sicurezza. Ha lasciato una figlia di pochi mesi e una moglie di 27 anni”. Da quel momento si intensificano le sue denunce. “Valvole di chiusura degli impianti che sembravano reperti bellici, gabinetti come cloache. Andai dal direttore del personale e chiesi come mai i sindacalisti non si fossero accorti di questa situazione. Lui mi disse: vola basso che ti tagliano le ali”. Dopo tre giorni il licenziamento. E in seguito due proposte di Fincantieri. La prima informale, fatta attraverso un sindacalista: 25mila euro e riassunzione a Genova. Un’altra durante il processo. 80mila euro lorde per chiudere la vicenda. Entrame rifiutate da Palumbo.
“Nessun sindacato è mai intervenuto per tutelarlo. Né durante il rapporto di lavoro, né per partecipare all’impugnativa di licenziamento, né per costituirsi parte civile”, sottolinea l’avvocato Spallitta. “Ho rotto un patto storico tra l’azienda e il silenzio dei sindacati” dice ancora Palumbo, al momento disoccupato con moglie e un figlio a carico. (rc)
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Cantieri Navali di Palermo: dalla dismissione al tentativo di intesa con la regione

LAVORO

I cantieri hanno oltre un secolo di storia. La battaglia isolata di Palumbo ricorda quella decennale del sindacalista Gioacchino Basile che nel 1997 portò a un’inchiesta per mafia della Procura di Palermo
ROMA – I Cantieri navali di Palermo hanno oltre un secolo di storia, fondati nel 1897 dall’imprenditore siciliano Ignazio Florio. Dal 1966 la proprietà passa alla società Cantieri Navali del Tirreno e Riuniti. Fincantieri subentra nel 1973. Si tratta dell’industria più importante della città e una delle più grandi di tutto il mezzogiorno. Le maestranze dei Cantieri Navali sono anche quelle che hanno costruito il monumento “ai caduti nella lotta contro la mafia” che si trova in piazza Tredici Vittime a Palermo. Una stele in acciaio corten disegnata dallo scultore Mario Pecoraino ed eretta nel 1983 per iniziativa del primo coordinamento antimafia dopo le uccisioni di Pio La Torre e di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nel cantiere navale di Palermo lavorano oggi circa 545 lavoratori di cui quasi 400 operai specializzati e 1300 nell’indotto interno. Di questi 545, quasi 200 sono in cassaintegrazione dal primo settembre. Da anni infatti il Cantiere è in fase di dismissione. Non arrivano nuove commesse dal 2007 e le ultime si esauriranno entro la fine dell’anno. A fine aprile gli operai avevano protestato bloccando i cancelli dell’azienda contro la cassaintegrazione di altri colleghi, che sarebbe stata comunicata solo al momento dell’ingresso in fabbrica. Lo scorso 21 maggio è stata raggiunta un’intesa tra la Regione, il Comune e i vertici aziendali per nuovi investimenti. Il protocollo definitivo e ufficiale dovrebbe essere firmato il prossimo 7 giugno. L’intesa si basa sulla disponibilità di Fincantieri di restare in Sicilia e della Regione a investire risorse per la riattivazione dei bacini di carenaggio da 19 e 52 mila tonnelate. La Regione sembra puntare di nuovo sull’industria navale, al suo posto non saranno costruiti i residence e gli alberghi previsti in un primo tempo. La vertenza riveste un ruolo importante per tutto il Meridione.
Sulla presenza della mafia nell’azienda fece luce un’inchiesta della Procura di Palermo che nel 1997 portò all’arresto dei mafiosi e dei loro complici. Le indagini nascevano da dieci anni di denunce dell’operaio e sindacalista Gioacchino Basile che per questo fu licenziato da Fincantieri. “Gioacchino Basile ha cominciato a denunciare la presenza mafiosa nel Cantiere nel 1987 e da allora ha vissuto un vera e propria via crucis, le cui stazioni principali sono state l’espulsione dalla CGIL, il licenziamento della Fincantieri e il forzato esilio lontano da Palermo, per sfuggire alla ritorsione mafiosa” scrive Umberto Santino del Centro Impastato in un dossier sul caso.

Nel passato dei Cantieri Navali c’è anche un ruolo di prima linea nel movimento antimafia dei lavoratori. Nel secondo dopoguerra, gli operai si opposero alla gestione mafiosa delle assunzioni e questo portò nel 1947 gli uomini del boss dell’Acquasanta Nicola D’Alessandro a sparare sugli operai ferendone due: Francesco Paolo Di Fiore e Antonino Lo Surdo. Tuttavia, negli anni più recenti, quelli di Basile, scrive ancora Santino: “ I mafiosi hanno spadroneggiato nel Cantiere gestendo i subappalti, ma ciò non sarebbe potuto accadere senza il consenso, e la convenienza, della Fincantieri”. Tutto nacque da un primo esposto che denunciava il ruolo dei mafiosi nel Cantiere alla Procura di Palermo, del maggio del 1987, firmato da 120 lavoratori. Successivamente Basile fu eletto nel Consiglio di fabbrica, ma la sua battaglia non divenne una lotta collettiva guidata dalla Fiom Cgil. Isolato dal sindacato, dal Partito Comunista (rimase senza risposta una lettera dei lavoratori ai dirigenti nazionali dell’allora PCI ) e anche dagli altri operai. “Per nulla scoraggiato dagli inquietanti silenzi che circondavano la mia battaglia civile; nel mese di maggio del 1989, scrissi e feci sottoscrivere ai miei compagni di lavoro, un accorato appello al Sindaco Leoluca Orlando” ricorda Basile nel suo blog. Un appello firmato da oltre 750 lavoratori. L’appello ebbe un’eco nazionale. Basile trasformò il giornale aziendale, “Dopolavoro Notizie”, in uno strumento di denuncia.

“Su “Dopolavoro Notizie” nel mese di agosto del 1989 denunciai lo scandalo delle tavole per ponteggi regalate attraverso fittizia documentazione al boss Vincenzo Galatolo” racconta ancora. Seguiranno minacce e intimidazioni. Ma le denunce di Basile non si fermarono. Il 2 novembre del 1989 organizzò, contro il parere del sindacato, un’assemblea sciopero ad oltranza per denunciare la presenza mafiosa dentro lo stabilimento navale, unitamente alla forte compromissione sindacale ed alla totale assenza Istituzionale. Il 26 maggio del 1990, vent’anni fa, durante una riunione del Consiglio di Fabbrica chiese le dimissioni dei segretari sindacali accusandoli di contiguità con la mafia. Nel luglio dello stesso anno Basile fu espulso dalla Cgil, con la motivazione di voler costituire un nuovo sindacato. Il sindacalista non si arrese: scrisse una lettera al presidente della Repubblica Francesco Cossiga, denunciò lo smaltimento irregolare di rifiuti tossici. Licenziato dalla Fincantieri e querelato per diffamazione, fu in un primo tempo reintegrato nel posto di lavoro dalla Pretura. Basile non potè comunque rientrare in fabbrica fino all’ottobre del 1994. L’azienda preferì pagargli lo stipendio senza svolgimento di mansione lavorativa, fino a quando il Tribunale di Palermo, riformando la precedente sentenza, dichiarò legittimo il licenziamento. Stessa cosa in appello. Dopo l’incendio del negozio di calzature della moglie di Basile nel 1996 , un collaboratore di giustizia, Francesco Onorato, confermò le accuse mosse da anni dal sindacalista sulle attività mafiose nei Cantieri, e rivelò che sulla testa di Basile pesava la condanna a morte della mafia. Arrivò un’ordinanza di custodia cautelare per 29 persone. Il sindacalista e la sua famiglia furono messi sotto protezione e costretti a lasciare Palermo per molti anni. (rc)

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“Rosarno è solo la punta dell’iceberg”. L’indagine dell’Oim

27/04/2010

17.26
IMMIGRAZIONE

Sfruttamento della manodopera straniera a Castel Volturno: 15 euro per 11 ore di lavoro. 500 nigeriane vittime della tratta. “Potenziare i controlli”

ROMA – “Rosarno è solo la punta dell’iceberg”. E’ quanto afferma l’Oim, l’ Organizzazione internazionale per le migrazioni, che ha presentato un rapporto sulle condizioni di sfruttamento dei migranti a Castel Volturno. Nel casertano l’Oim è presente con il progetto “Praesidium”, finanziato dal Ministero dell’Interno. Nel dossier si evidenzia come lo sfruttamento lavorativo di manodopera immigrata riguarda tutti i migranti, sia quelli in regola con il permesso di soggiorno che quelli senza documenti. Da quanto emerge dal rapporto, i controlli delle autorità si limitano a verificare la regolarità della presenza dello straniero sul territorio italiano, senza influenzare le condizioni di sfruttamento sul lavoro di cui è vittima la manodopera straniera.
“Nonostante il fatto che la zona di Castel Volturno sia nota per la diffusione del lavoro irregolare sia nel settore dell’agricoltura sia in quello dell’edilizia – afferma Simona Moscarelli, esperto legale dell’Oim – è da sottolineare come i controlli da parte delle istituzioni locali sulle condizioni lavorative dei migranti debbano essere necessariamente potenziati”.
“E’ fondamentale che durante tali controlli – spiega la Moscarelli – le forze dell’ordine operanti non si limitino alla mera verifica della situazione di irregolarità dei migranti ma approfondiscano le situazioni di grave sfruttamento lavorativo degli stessi, assicurando una forma di protezione ai casi più vulnerabili o a coloro che sono disponibili a collaborare e denunciare gli sfruttatori alle autorità, ad esempio tramite il rilascio del permesso di soggiorno per protezione sociale”
Il rapporto dell’Oim identifica 3 gruppi di migranti costretti a lavorare in situazioni degradanti e insicure: i cittadini sub-sahariani impiegati nel settore agricolo ed edilizio, i cittadini maghrebini ed egiziani che lavorano per lo più nella raccolta delle fragole nell’agricoltura, i cittadini indiani e pakistani, i più invisibili, che vengono impiegati nelle aziende bufaline in virtù della particolare attenzione e dedizione che prestano, per motivi religiosi, alla cura del bestiame.
Ricevono dai 15 ai 35 euro per una giornata lavorativa di undici ore. “Non mancano casi in cui i migranti non vengano pagati per il lavoro svolto, nonché casi in cui – alla richiesta dei pagamenti dovuti – subiscano minacce e violenze da parte dei propri datori di lavoro”, si legge nel dossier.
Un’altra grave forma di sfruttamento è quello sessuale. Nell’area, secondo l’Oim, ci sono anche circa 500 donne nigeriane vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. “La maggior parte di loro è arrivata nel 2008 sbarcando a Lampedusa. Diversa è la situazione delle cittadine straniere nigeriane arrivate nel 2009. Sembra infatti che, chiusa la rotta di Lampedusa, i trafficanti si siano già riorganizzati e che la maggioranza delle donne arrivi ora in aereo, con visto di ingresso regolare anche se spesso con un passaporto di un’altra persona”, spiega l’Ong. (rc)

Castel Volturno, prostitute per 10 euro

28/04/2010
13.01
IMMIGRAZIONE

Rapporto Oim: almeno cinquecento nigeriane vittime della tratta e senza protezione. A sfruttarle sono ‘madames’ africane ma anche donne italiane. Altre ragazze arrivano dall’Europa dell’Est. Vorrebbero lasciare la strada per un lavoro regolare

Roma- Si prostituiscono sulla strada per 10-15 euro. A casa chiedono dai 25 ai 40 euro. Sono ricattate, subiscono violenze e non possono andare liberamente in ospedale. Vivono in case sovraffollate e a volte devono anche condividere un letto in due persone. Lavorano in aree desolate e strade secondarie, dove non c’è possibilità di chiedere aiuto in caso di necessità. Il mercato del sesso nel Casertano fa carne da macello di tante giovani ventenni, soprattutto nigeriane ma anche dei paesi dell’Est. Lo afferma il rapporto dell’Oim su Castel Volturno, delineando uno spaccato delle gravissime violazioni dei diritti umani commessi sui migranti in Italia.

Nuovi schiavi, tratta degli esseri umani e sfruttamento sul lavoro con il coinvolgimento delle organizzazioni criminali. Con dei distinguo. Non sempre esiste un nesso tra lo sfruttamento lavorativo e situazioni di tratta degli esseri umani. “Molto spesso i trafficanti si limitano a facilitare l’ingresso illegale dei migranti ma non sono anche gli sfruttatori finali degli stessi, che sono invece per lo più cittadini italiani”, spiega il rapporto. Il sistema di tratta è invece più chiaro nel caso della prostituzione delle nigeriane nella zona. “Le vittime dello sfruttamento sessuale sono invece inserite in un circuito di traffico di esseri umani vero e proprio in cui è possibile distinguere le varie condotte criminali e individuare un collegamento tra i soggetti dediti al reclutamento, al trasporto e allo sfruttamento”, sottolineano i legali dell’Oim.

Castel Volturno è uno dei principali luoghi di residenza delle “madames”, cittadine nigeriane che controllano il business dello sfruttamento sessuale, anche quando le vittime operano in altre zone d’Italia. E che legano le loro vittime con un rito “vodoo” che le vincola psicologicamente già al momento della partenza dall’Africa. Si stima che nell’area oltre 500 giovani donne nigeriane lavorino quotidianamente nel mercato del sesso. Una cifra a cui si arriva sulla base delle segnalazioni delle associazioni locali sulle donne nigeriane che lavorano sulla strada tra la Provincia di Caserta e quella di Napoli. Due terzi di loro vivono a Castel Volturno, a cui si aggiungono le donne provenienti dall’Europa dell’est, ucraine, romene, albanesi e bulgare. Le europee abitano però a Mondragone. Altri luoghi di residenza delle migranti sono i dintorni di S. Antimo e Aversa.

Sono vittime di un ricatto, circa il 70% di loro deve ancora finire di pagare il debito contratto per raggiungere l’Italia e solo una piccola percentuale è titolare di permesso di soggiorno, solitamente perché gli è stata riconosciuta qualche forma di protezione internazionale.
Come funziona il mercato del sesso? “Nella maggior parte dei luoghi le ragazze effettuano dei veri e propri turni di lavoro (mattina o sera). Recentemente, però, molte di esse hanno iniziato a lavorare senza sosta per tutto il giorno, spesso cambiando zona – si legge nel rapporto – i principali luoghi della prostituzione sono: Casalnuovo, Marigliano, Caivano, Ischitella-Trentola Ducenta, Giugliano (dove lavorano più di quindici ragazze nigeriane e una decina di ragazze dell’Europa dell’est) e Licola”. L’eta media è tra i 20 e i 30 anni.

La maggior parte delle donne nigeriane arrivate nel 2008, è sbarcata a Lampedusa e deve ancora finire di pagare un debito che ammonta in media a 40 mila euro. I trafficanti si adeguano anche ai respingimenti in mare. Infattim le nigeriane arrivate nel 2009, sono sbarcate da un aereo, non più da un gommone, spesso facendo scalo in Francia, con visto di ingresso regolare anche se spesso con un passaporto di un’altra persona. In questi casi, il debito da pagare è superiore rispetto alle ragazze arrivate via mare e ammonta dai 50 ai 60 mila euro. In alcune zone, in particolare a Casalnuovo, le migranti hanno riferito di pagare, oltre al debito alle madame nigeriane, una somma di 100-150 euro mensili ad una donna italiana per poter occupare il posto in cui lavorano.

“Molte donne nigeriane vittime della tratta hanno presentato e continuano a presentare richiesta di protezione internazionale, a volte all’arrivo a Lampedusa o a Fiumicino, altre volte soltanto quando giungono a Roma. E’ raro che durante l’audizione dinanzi alla competente Commissione territoriale emerga la condizione di tratta e sfruttamento e non è facile che ad esse venga riconosciuta qualche forma di protezione”, si legge nel rapporto. Le migranti dichiarano di essere disposte a lasciare la strada qualora avessero la possibilità di ottenere un lavoro regolare, anche laddove il salario fosse inferiore rispetto a quanto riescono a guadagnare lavorando sulla strada.

Il tempo impiegato per estinguere il debito è in media di due anni, anche se per alcune ragazze è necessario un periodo molto più lungo perchè devono contribuire alle spese di affitto delle abitazioni, alle spese domestiche, e talvolta persino alle spese dei trafficanti. Dal momento che in molti casi è la stessa madame a gestire i pagamenti, è difficile che le ragazze si rendano conto delle spese che sono effettivamente sostenute. (rc)
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