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STORIE DA UN EX-AMBASCIATA Roma: le testimonianze dei rifugiati somali a Via dei Villini

Il 21 dicembre scorso Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha rivolto un appello alle istituzioni (Comune, Provincia, Regione, Ministero dell’Interno) affinché si individuassero con urgenza soluzioni di accoglienza dignitose e percorsi di integrazione per i numerosi rifugiati somali costretti a vivere in condizioni disumane presso l’ex-ambasciata somala di Via dei Villini a Roma. In un edificio fatiscente, infestato dai topi e sprovvisto dei servizi più elementari (luce, riscaldamento, bagni, servizi igienici) continuano a vivere ammassate 140 persone allo stremo, tutte in possesso di un regolare permesso di soggiorno per protezione internazionale.
A un mese di distanza, in attesa che arrivino soluzioni concrete ( vedi documentazione fotografica sulla situazione attuale STORIE DA UN EX-AMBASCIATA), MEDU continua l’azione di supporto socio-sanitario ai rifugiati attraverso la propria unità mobile. Le operatici e gli operatori di Medici per i Diritti Umani hanno inoltre iniziato a raccogliere le testimonianze dei pazienti e degli altri rifugiati. Oltre l’anamnesi medica, storie di vita indispensabili per comprendere il disagio e la sofferenza di persone che, private di ogni prospettiva di integrazione, combattono quotidianamente per conservare la propria dignità. Testimonianze utili – forse – a far si che questa vicenda non torni ad essere una storia dimenticata di esclusione.

La storia di A.
A. ha meno di trent’anni e ci racconta la sua storia un martedì sera. Siamo con l’unità mobile di Medici per i Diritti Umani davanti all’ex ambasciata somala, nell’esclusivo quartiere a ridosso di Porta Pia. Dopo la visita medica trova del tutto naturale la nostra richiesta di ascoltare e raccogliere la sua testimonianza. A. è un fiume di parole, ma il ritmo del suo narrare è lento, placido. Sembra aver raccontato cento volte la sua storia a sé stesso e mai a nessun altro.
Vengo dalla Somalia, Mogadiscio. Lì facevo il giornalista radio televisivo. Ero un corrispondente, poi…Da venti anni in Somalia si combatte una guerra civile iniziata nel ‘90-‘91. Anche molti miei amici erano giornalisti ma poi con la guerra e la violenza non si poteva più parlare, non si poteva più scrivere la verità. Molti giornalisti sono stati uccisi. Per questo sono fuggito dalla Somalia. Sono stato minacciato di morte perché dicevo la verità. Si, solo per questo sono fuggito. A Mogadiscio avevo tutto ciò di cui avevo bisogno, solo la paura mi ha fatto andare via e ora qui non ho niente. Quando ti chiamano ti uccidono di sicuro.
Ho lasciato la Somalia a novembre del 2007. Lì ci sono i miei genitori, mio fratello , mia sorella e mia moglie. O meglio, quella che era mia moglie perché quando sono venuto qui abbiamo divorziato. Come potevamo restare insieme? Io non posso tornare in Somalia e lei non può venire qui. Quando chiamo a casa mi dicono che la situazione è sempre peggiore, che uccidono sempre di più, ogni giorno. Ci sono persone che si fanno esplodere per strada…La mia famiglia ora vive a circa trenta chilometri da Mogadiscio. Lì è meno pericoloso, c’è meno violenza.
Sono fuggito all’improvviso, verso il confine con l’Etiopia. Allora i miei genitori hanno venduto la casa dove vivevano per pagare il mio viaggio. Non avevo documenti perché non esisteva un governo in Somalia, per questo ho dovuto pagare moltissimi soldi per ottenere il passaporto. Dall’Etiopia sono andato in Sudan e poi in Libia. Ho impiegato tre mesi, ma appena arrivato i soldati libici mi hanno arrestato perché allora non avevo ancora i documenti. Sono stato in carcere sette mesi. Il carcere in Libia è duro, durissimo. Non hai un letto, si dorme sul pavimento, si mangia una volta al giorno e spesso picchiano con i manganelli. Sono riuscito ad uscire dal carcere solo pagando mille dollari al comandante dei soldati e sono fuggito in fretta verso l’Italia perché se fossi rimasto lì e mi avessero messo di nuovo in prigione, non ne sarei più uscito. Sono venuto in barca con altre 140 persone. Una sola barca, tre giorni e tre notti nel Mediterraneo. Poi la barca ha iniziato a spaccarsi, allora ci siamo spogliati e abbiamo cercato di tappare le crepe con i nostri vestiti…perché la vita è importante, si…
In Sudan e Libia abbiamo attraversato 3000 chilometri di deserto. Se si fermava la macchina, morivamo tutti, tutti.
Così siamo arrivati in Sicilia, a Pozzallo, dove ci hanno preso le impronte digitali e poi trasferito per sei mesi in un centro in Sicilia in attesa dei documenti. Dopo sei mesi ho ottenuto la protezione sussidiaria (permesso di soggiorno per protezione internazionale, ndr) e mi hanno mandato via dal centro. Era il maggio 2009. E’ così che sono arrivato qui, a Roma, nell’ambasciata. Ma qui è impossibile vivere. Appena ho visto le condizioni ho chiamato la mia famiglia che mi ha mandato dei soldi e sono partito per la Svezia dove sono rimasto per sei mesi. Lì le condizioni sono molto migliori. Ti danno da mangiare e un posto dove dormire. Stavo anche imparando la lingua ma poi hanno scoperto che avevo le impronte in Italia e mi hanno rimandato indietro (il Regolamento di Dublino, in vigore nei paesi dell’Ue, stabilisce che si può richiedere asilo una sola volta e che è il primo paese europeo in cui si entra a dover vagliare la domanda, ndr). Tornato in Italia, sono subito ripartito per la Finlandia. Non potevo restare in queste condizioni e poi dovevo lavorare per mandare soldi alla mia famiglia che ha speso tutto per me. In Finlandia mi davano 500 dollari al mese, molti, no? Lì la vita era molto, molto migliore. Dopo sei mesi però hanno scoperto di nuovo che avevo le impronte qui e mi hanno detto: “Tu sei Dublino”…e di nuovo mi hanno mandato in Italia. Dopo altri due mesi in Italia, sono ripartito. Olanda questa volta, ma ero malato, avevo una fistola e mi hanno operato d’urgenza. Poi sono rimasto altri sei mesi in un centro ma anche in Olanda hanno scoperto le mie impronte, mi hanno arrestato e sono stato un mese in carcere e quando mi hanno liberato mi hanno rimandato qui. Era il 23 dicembre 2010 quando sono arrivato, solo 19 giorni fa. Ora ho deciso di restare qui, devo restare per forza qui. Non mi muoverò più. Ora ho vissuto tutti i problemi di essere un Dublino e non me ne andrò più. Ora basta. Se potessi, tornerei a casa, se ci fosse la pace, ma la pace non c’è.
Qui nell’ambasciata, di notte non riesco a dormire. Penso, penso, penso sempre…non si fermano mai i pensieri. Penso sempre a questa vita difficile , al mio futuro, ogni giorno e ogni notte, ma penso che qui il mio futuro non esiste. Io ora sto studiando l’italiano. Già lo parlo un po’ e capisco tutto perché l’ho studiato in Somalia. Se avessi una casa, un posto dove stare, sono sicuro che potrei ottenere tutto….

La storia di I.
Gennaio, ex-ambasciata di Via dei Villini. E’ già notte e un gruppo di rifugiati ha appena terminato una giornata di lavoro per ripulire di ingombri alcuni locali dell’edificio, per rendere un po’ meno invivibile questo posto. Ci troviamo in una delle disastrate sale che doveva essere luogo di rappresentanza diplomatica; forse lo studio stesso dell’ambasciatore. I. ci accoglie con amicizia insieme ad altri ragazzi offrendoci le seggiole meno mal ridotte. Accanto a lui O. ha appena ottenuto un appuntamento al centro diabetologico del policlinico Umberto in seguito alle indicazione dell’unità mobile. O. è affetto da diabete scompensato ed è iperteso. Nonostante sia titolare di un permesso di soggiorno per protezione sussidiaria non è ancora iscritto al servizio sanitario nazionale poiché non sapeva di averne diritto. In un’atmosfera surreale, illuminati da un’unica candela, I. ci racconta la sua storia.
Fino a pochi anni fa vivevo nel mio paese, la Somalia, nella città di Mogadiscio, anche se non sono nato lì ma in una piccola città che si chiama Baardheere. Poi dal 1988 la mia famiglia si è trasferita a Mogadiscio.
Nel 2006 è iniziata la guerra tra il governo e le corti islamiche, l’UCI (Unione delle Corti Islamiche, ndr). Ancora non c’era Al Shabaab (“La Gioventù”, gruppo insurrezionale islamico comparso dopo la sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche da parte del Governo Federale di transizione, ndr). Poi sono entrati in Somalia anche i soldati Etiopi. In questo momento venivano uccise molte persone, la guerra peggiorava. Io mi trovavo con la mia famiglia a Mogadiscio; volevamo andare via, avevamo troppa paura. Io ho pensato di fuggire in Italia dove sono arrivato a febbraio del 2008. Sono partito dal mio Paese in macchina fino al confine con l’Etiopia, poi in pullman fino ad Addis Abeba. Sono stato lì due mesi e poi ho preso un altro pullman fino al confine con il Sudan. Molte persone pagano tanti soldi per arrivare in Sudan, io no, sono andato in pullman ma poi dal confine ho camminato, da solo, per undici giorni, mi davano da mangiare delle persone che incontravo, dei contadini…
Dopo undici giorni sono arrivato ad Al Kadarif e ci sono restato 7 giorni. Poi ho preso un altro pullman fino a Kartoum e da lì c’è il deserto. Ho pagato molti soldi per attraversare il deserto per nove giorni. Ho iniziato la traversata il 28 dicembre quindi ho passato il primo gennaio nel deserto, con il sole, senza acqua. Abbiamo passato l’anno nuovo nella sabbia. Qualcuno cadeva dalla macchina, qualcuno veniva buttato, qualcuno moriva e poi nel deserto vedevamo tante persone morte di sete o lasciate nel deserto… tante.
Non c’è acqua. Quella che c’è sulla macchina finisce subito e dopo quelli che guidano ti danno massimo mezzo bicchiere d’acqua al giorno. Se la macchina si ferma o si rompe, la gente muore nel deserto. Altre volte quando si svegliano la mattina non c’è più la macchina e allora restano lì finché muoiono. Ci sono etiopi, somali… .Noi siamo rimasti gli ultimi quattro giorni senza mangiare.
Il 9 gennaio sono arrivato a Tripoli, in Libia, poi il 21 febbraio ho provato ad attraversare il mare, ma il motore della barca si è rotto e siamo rimasti in mare 5 giorni. Sono morte 5 persone, una ragazza e quattro ragazzi…abbiamo dovuto lasciarli in mare. Avevo pagato 1000 dollari e mi sono ritrovato di nuovo in Libia dove sono riuscito a scappare ai soldati. Siamo tornati vicino Tripoli e dopo due giorni ho ritentato la via del mare pagando di nuovo. Un giorno del febbraio 2008 alle 10 di sera sono entrato a Lampedusa, per fortuna. Sono rimasto lì 5 giorni e poi ci hanno mandato al CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo, ndr) di Crotone dove sono rimasto sei mesi fino ad agosto quando mi hanno dato la protezione sussidiaria.
All’uscita del centro avevo l’indirizzo di dove avrei trovato alloggio a Roma: Via dei Villini numero 9. Allora sono venuto a Roma ma le condizioni dell’ambasciata non mi piacevano e allora ho preso il treno per Firenze dove c’era una casa dei Somali. Lì vivevano un mio amico con il padre e mi hanno consigliato di andare a cercare lavoro a Catanzaro, in un circo. Così sono partito e ho iniziato a lavorare in nero come operaio. Pulivo, sistemavo gli animali…lama, cammelli, serpenti. Ho lavorato con loro quasi 5 mesi girando per la Calabria e la Sicilia. Poi a settembre del 2008 è arrivata la mia moglie attuale. Lei era la moglie di un mio cugino che è morto e aveva già un figlio. L’hanno mandata in un centro vicino Siracusa, io andavo sempre e ci siamo sposati. Poi ha avuto il documento e siamo andati subito in Svizzera perché ora eravamo una mamma con un bambino e io …era troppo difficile vivere nel circo con la carovana. Siamo andati tutti in Svizzera in treno, fino a Zurigo dove siamo rimasti nove mesi da gennaio a settembre. Ricordo bene perché è stato un bel periodo che resta sempre nel mio cuore. Ero con la mia famiglia, mi davano un po’ di soldi, andavo sempre a scuola così speravo di trovare un lavoro, i documenti, un buon futuro e di poter vivere bene, ma poi hanno scoperto che avevamo le impronte in Italia e dicevano che non potevamo restare lì. Mia moglie in quel momento era incinta. Il mio figlio piccolo è nato lì in Svizzera.
Quando alla fine ci hanno rimandato in Italia, siamo finiti in un altro centro qui a Roma. Avevamo una stanza di tre metri e ci vivevamo in 4. Lì mangiavamo e dormivamo, ma mia moglie ha iniziato a star male per problemi psichiatrici perché lì la vita era troppo difficile, ed è stata ricoverata in ospedale. Dopo più di un mese è uscita dall’ospedale e gli assistenti sociali hanno trovato per lei un posto nell’emergenza freddo, ma di giorno doveva stare fuori e non era possibile perché doveva prendere tante medicine, stava male, non riusciva a dormire bene, a camminare, a stare seduta… e’ stato un momento difficilissimo. Io ho cercato per lei un altro centro ma era solo per la notte anche questo. Alla fine ho trovato il centro “Dono di Maria”, delle suore, dove poteva restare anche di giorno e adesso è ancora lì. Questa vita è troppo difficile, non va bene. Io da una parte, i miei figli da un’altra, mia moglie da un’altra ancora. Penso però a quelli che sono nel nostro Paese, la mia famiglia…io sono andato via sperando di trovare un futuro. Nel mio paese continuano a uccidere molte persone. Ora in Somalia la situazione è terribile.
Per le persone più povere che fuggono adesso dalla Somalia l’unica possibilità è di arrivare in Yemen attraversando il mare con dei barconi ma è molto pericoloso oppure alcuni passano dall’Egitto per arrivare in Israele ma anche qui è molto pericoloso perchè i soldati egiziani (alla frontiera del Sinai, ndr) gli sparano. La mia famiglia si aspetta che io mandi dei soldi. Dieci giorni fa è morto mio zio e mi hanno chiesto di mandare i soldi per il funerale, per comprare il riso, i cammelli…ma io come faccio? Di soldi non ne ho! Io sono l’unico in Europa. Anche per loro è difficile, ma stanno meglio di me perché loro muoiono una sola volta se li uccide un ladro o un sicario, hanno paura della morte una volta sola. Io invece sono sempre morto, anzi ora non sono né morto né vivo, sono a metà.
Adesso vorrei studiare l’italiano, cercare un lavoro. Da quattro giorni vado a scuola…è la prima volta qui in Italia. In Somalia facevo tanti lavori. Mia madre ha un negozio grande che vende tante cose, poi lavoravo come gommista, agricoltore, affittavo i camion per trasportare i prodotti nella nostra città di prima, Baardheere, dove si producono soprattutto tabacco e cipolle.
Qui nell’ambasciata la maggior parte delle persone se ne va perché qui non trovano niente…un lavoro, un corso, un posto dove stare…così vanno in altri paesi, anche se sanno che li rimanderanno indietro perché hanno le impronte qui, ma fino ad allora passeranno sei mesi e allora qui farà caldo e non sarà così duro dormire fuori…c’è un mio amico che si è bruciato le mani, 4 mesi fa, per cancellare le sue impronte così è riuscito ad andarsene e ad ottenere i documenti in un altro paese. Ora è in Svezia. Un altro, per fare questo ha perso le dita delle mani che sono andate in cancrena . Ora è in Inghilterra, ha i documenti, ma non ha più le mani.

Grecia, MSF denuncia la situazione critica per migranti e richiedenti asilo nelle strutture di detenzione nella regione di Evros

MSF chiede al governo greco misure immediate per garantire condizioni di accoglienza dignitose per i migranti

Roma/Atene, 14 Dicembre 2010 – Migranti e richiedenti asilo detenuti nella regione di Evros, nel nord della Grecia, si trovano in una situazione critica. Negli ultimi due mesi il numero dei migranti senza documenti che ha attraversato il confine dalla Turchia verso la Grecia è aumentato significativamente, fino a 300 nuovi arrivi al giorno. A seguito del recente afflusso, le strutture di detenzione sono sovraffollate mentre le condizioni delle celle sono spaventose. Per rispondere agli urgenti bisogni dei migranti detenuti, Medici Senza Frontiere (MSF) ha avviato un intervento di emergenza nella regione di Evros, fornendo assistenza medica e umanitaria.

Durante una valutazione effettuata nel mese di novembre in due centri di detenzione (Venna, Fylakio) e in tre stazioni di polizia di frontiera (Soufli, Tychero e Feres), MSF ha documentato le condizioni dure e disumane in cui vengono tenuti i migranti trattenuti. Molte delle strutture sono sovraffollate e operano con una capacità due o tre volte superiore alle loro possibilità. A causa della mancanza di spazio, uomini, donne, giovani e minori non accompagnati vengono tenuti insieme nelle stesse celle. Molti dormono sul pavimento accanto alle toilette. Strutture di detenzione capaci di ospitare più di 100 persone hanno soltanto due toilette e due docce e manca il materiale per la pulizia e l’igiene personale. Nonostante la presenza dello staff medico del Ministero della Sanità in molte strutture (inclusi medici, infermieri e uno psicologo), i servizi medici sono ancora inadeguati per le esigenze dei detenuti a causa del numero insufficiente di medici, l’assenza di interpreti e la mancanza di uno screening medico dei nuovi arrivati. In più, migranti e richiedenti asilo ricevono informazioni scarse o nulle sul loro status legale e sul sistema di detenzione.

“La situazione è critica per tutte le persone trattenute. I migranti non hanno un posto per dormire, non possono uscire nel cortile e molti di loro sono costretti a vivere per settimane o persino per mesi in condizioni di vita inaccettabili,” dice Ioanna Pertsinidou, coordinatrice dell’emergenza per MSF. “Abbiamo deciso di intervenire immediatamente per offrire assistenza medica e umanitaria.” Dall’inizio di dicembre, un team di MSF si trova nella regione di Evros per fornire assistenza sanitaria e migliorare le condizioni di vita e igiene nelle strutture detentive. Due medici di MSF stanno lavorando nelle stazioni di polizia di frontiera a Tychero e Soufli, per curare i pazienti per lo più affetti da patologie respiratorie e infezioni della pelle causate dalle dure condizioni di vita. Un logista lavora per migliorare le condizioni igieniche all’interno dei centri e un team di MSF sta inoltre distribuendo sacchi a pelo.

“Quello che vediamo ogni giorno nei centri di detenzione è indescrivibile. In alcuni giorni, nella stazione di polizia di Soufli, pensata per ospitare 80 persone, si possono trovare più di 140 migranti. A Tychero, che ha una capacità di 45 persone, ne abbiamo contate 130. A Feres la notte scorsa abbiamo distribuito sacchi a pelo a 115 migranti, nonostante la capacità sia di sole 35 persone. Una donna con seri problemi ginecologici, ci ha detto che non c’era spazio per dormire e non ha avuto altra scelta che dormire in bagno. Nel centro di detenzione di Fylakio, pochi giorni fa le celle sono state allagate dai liquami provenienti dai bagni rotti. MSF ha assicurato la disinfezione delle celle e delle toilette. A Soufli, dove gli inverni sono famosi per la loro durezza, con temperature sotto lo zero, il riscaldamento non funziona e non c’è acqua calda. In molte strutture di detenzione, abbiamo visto minori non accompagnati detenuti nelle celle insieme agli adulti per diversi giorni, senza che fosse consentito loro di uscire in cortile”, racconta Ioanna Pertsinidou di MSF.

E’ necessaria una risposta immediata e coordinata per affrontare questa situazione inaccettabile e garantire che i migranti detenuti vivano in condizioni umane e dignitose. MSF chiede al governo greco di attuare immediatamente misure che assicurino un’accoglienza di migranti e richiedenti asilo che rispetti la loro dignità. MSF chiede inoltre all’Unione Europea e ai suoi Stati membri di condividere le responsabilità nell’accoglienza di migranti e richiedenti asilo, invece di concentrarsi solo sulle misure restrittive, come lo schieramento delle squadre di intervento rapido di FRONTEX lungo i confini.

Faith Come Sakineh, ma l’Italia l’ha espulsa

22/11/2010 13.49 IMMIGRAZIONE
Nessuna notizia della ragazza rimpatriata in Nigeria. Rischia la pena di morte

È calato il silenzio sul caso di Faith Aiworo, espulsa senza esaminare la richiesta d’asilo. Aveva ucciso un uomo per difendersi da una violenza sessuale ed era fuggita in Italia. L’avvocato: “Farò ricorso a Strasburgo”

ROMA – Dopo che l’Italia ha rispedito in Nigeria Faith Aiworo, non si hanno più notizie della ragazza di 23 anni espulsa a luglio dal Centro di identificazione e di espulsione di Bologna. Letteralmente sparita nel nulla. Il suo avvocato Alessandro Vitale e le associazioni umanitarie hanno lanciato ripetuti appelli perché nel suo paese Faith rischia la pena di morte. Ma finora nemmeno l’ambasciata italiana in Nigeria ha mai risposto al Consiglio italiano per i rifugiati che aveva sollecitato mesi fa la nostra rappresentanza diplomatica a interessarsi del caso per capire dove fosse stata portata la ragazza e spingere per un suo rientro in Italia. Faith Aiworo era fuggita dalla Nigeria spinta dalla sua famiglia, dopo essere stata rilasciata su cauzione per aver ucciso un uomo che aveva tentato di stuprarla. “Il timore è che la famiglia facoltosa dell’uomo possa influenzare il fragile sistema giuridico nigeriano attribuendole un omicidio volontario invece di una legittima difesa” spiega Shukri Said, attivista e giornalista, fondatrice dell’osservatorio Migrare. Said chiede “un intervento del ministro degli Esteri Frattini perché il caso non è stato né risolto, né chiarito e, nonostante sia calato il silenzio su questo problema, noi non ci siamo arresi”.

L’avvocato Alessandro Vitale minaccia un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo perché Faith è stata imbarcata sul volo Frontex per il rimpatrio, nonostante quel giorno stesso fosse stata presentata la richiesta di asilo politico. Vitale ha incontrato per la prima volta Faith Aiworo nel Cie di Bologna, dove la ragazza era stata portata lo scorso 30 giugno. Nel capoluogo emiliano era stata di nuovo vittima di un tentativo di violenza sessuale da parte di un altro nigeriano e la polizia era accorsa su segnalazione dei vicini di casa, allarmati dalle urla. Ma gli agenti hanno arrestato anche la vittima dell’abuso perché non aveva ottemperato a precedenti decreti di espulsione. Per Vitale è stata una lotta contro il tempo, in 20 giorni ha dovuto ricostruire il passato della sua assistita, che non aveva mai chiesto asilo e non parlava l’italiano. “I documenti richiesti agli avvocati in Nigeria tardavano ad arrivare, perché, fiutato il bisogno urgente che ne avevamo, al fidanzato di Faith è stato chiesto di pagare per avere le informazioni”, spiega il legale. Anche avere la firma della ragazza sulla richiesta di asilo è stato complicato perché lei era nel Cie.

“La richiesta d’asilo può essere espressa in qualsiasi forma e la persona non può essere espulsa – continua Vitale – saputo che la stavano portando via, ho contattato la questura di Bologna per segnalare che stavano facendo un’espulsione illegittima e ho inviato la richiesta di asilo via fax alle polizie di frontiera degli aeroporti di Bologna e di Fiumicino”. Questi sono “comportamenti illegali” secondo l’avvocato perché “questo modo di fare viola costantemente l’art.3 della convenzione europea dei diritti dell’uomo che impedisce il rimpatrio se c’è il rischio di torture o della pena di morte”. Vitale aggiunge che “solo ottenendo una condanna dell’Italia alla Corte europea per i diritti dell’uomo sarà possibile coinvolgere le istituzioni per sapere dove e come sta la ragazza”. Intanto si sono perse le tracce anche del fidanzato nigeriano di Faith, che era l’unico contatto di Vitale. Potrebbe essere tornato in Africa per cercare la ragazza. Il 15 settembre c’è stata l’udienza al Giudice di Pace sul ricorso al decreto di espulsione ma ancora non è stata emessa la sentenza. In caso di pronuncia negativa, Vitale farà ricorso a Strasburgo. Faith è stata espulsa così velocemente che neanche una richiesta di permesso temporaneo per motivi di giustizia, come persona offesa e unica testimone del tentato stupro, ha avuto modo di essere esaminata dalla procura di Bologna. Ora si teme che lei venga impiccata. (raffaella cosentino)
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Gli africani scioperano contro lo sfruttamento sul lavoro, i giornalisti quando?

Castel Volturno, 8 ottobre 2010
Alle rotonde dove ogni mattina all’alba si recluta manodopera in nero, gli africani ci hanno messo ‘la faccia’ contro il lavoro nero e il caporalato. Kalifoo Ground Strike. “OGGI NON LAVORO PER MENO DI 50 EURO. Una grande esperienza esserci
Di regola i giovani giornalisti freelance, quelli che vi raccontano le notizie da cani sciolti, liberi, senza editori nè padroni, vengono pagati molto meno di un bracciante agricolo, meno degli sfruttati di cui raccontano le storie. Chi vi ha raccontato l’onda verde in Iran? Chi vi ha raccontato Rosarno? Chi ha rischiato per portare fuori da Gaza le immagini delle distruzioni che altrimenti non avreste mai visto? Chi conosce l’Italia vera, quella di chi non arriva a fine mese, di chi lotta per i diritti, di chi non si arrende? I freelance. Ormai il giornalismo ‘sul campo’ nel nostro paese si fa fuori dalle redazioni, senza contratto, senza sicurezza, senza garanzie. Ma questo, cari lettori, voi non lo sapete.
Come non sapete che un giornalista freelance, con le spese interamente a suo carico, può arrivare a essere pagato 4 centesimi al rigo, 3 euro, 5, 10 euro ad articolo. Che esistono giornali che si rifiutano di impegnarsi a pagare i collaboratori due volte l’anno. Gli stessi giornali incassano con la pubblicità e con i contributi pubblici, ma restano sacche di potere appannaggio di una vecchia casta. Per tutelare la libertà di stampa, tuteliamo i freelance, quelli che le notizie le vanno a trovare e verificare per davvero.

Raffaella Cosentino

Copyright Raffaella Cosentino

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I TRENTA CAMPI LIBICI PIENI DI MERCE DI SCAMBIO su IL RIFORMISTA

Censimento impossibile; non esistono dati ufficiali; spesso dei detenuti non viene neanche chiesta l’identità

Cinque miliardi di euro l’anno per “fermare l’immigrazione clandestina” e impedire che l’Europa diventi Africa. È questo il prezzo che secondo Muammar Gheddafi dovrebbe pagare il Vecchio Continente perché la Jamahiryia non apra le porte dei suoi campi di detenzione sovraffollati. Il leader libico gioca col ruolo del suo Paese, definito nel rapporto della missione Frontex del maggio- giugno 2007, “un luogo di transito dal Nord Africa per l’Italia, Malta e il resto dell’UE”. Ma, secondo questo stesso rapporto, “la Libia è anche chiaramente un paese di destinazione per la migrazione illegale” e un polo di attrazione “per la manodopera straniera”.
Anche per questa ragione centinaia di migranti, partendo dall’Africa subasahariana, affrontano viaggi che possono durare fino a sei mesi, per arrivare laddove il rischio di essere trasferiti nei campi di detenzione è altissimo. Ma, nella maggior parte dei casi, coloro che si sottopongono a una simile via crucis fuggono da guerre e da persecuzioni politiche. L’approdo è quasi sempre la Libia dove ad attenderli ci sono poliziotti o agenti locali che fanno il resto. Non esistono dati, né testimonianze ufficiali di ciò che avviene una volta che si entra nel circuito della legalità libica. Esistono solo resoconti di chi quest’esperienza l’ha vissuta o di chi è riuscito a fotografarla, come fa il sito Fortresse Europe che dal 2006 racconta ogni giorno le rotte dell’emigrazione: “ammassati uno sull’altro. A terra vedo degli stuoini e qualche lercio materassino in gommapiuma. Sui muri qualcuno ha scritto Guantanamo. Ma non siamo nella base americana. Siamo a Zlitan, in Libia”.
Secondo Frontex, “le condizioni di queste strutture possono essere descritte come rudimentali e prive dei servizi di base”. Al di là delle perifrasi utilizzate nei rapporti ufficiali, i campi di detenzione appaiono come vere e proprie prigioni; terra di nessuno, se per nessuno si intende il diritto e la legalità internazionali. Le forze di polizia libiche che li gestiscono sono accusati spesso di violenze sui detenuti (l’ultimo episodio che ha suscitato polemiche riguarda i 400 eritrei reclusi e infine rilasciati), ma tutto questo è difficilmente provabile. Ai delegati dell’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati, non è concesso l’ingresso e l’attività di monitoraggio è resa ancora più difficile dalla recente decisione delle autorità libiche di chiudere l’ufficio dell’Alto Commissariato che ha sede a Tripoli. L’organizzazione continua a seguire dei progetti insieme all’ong libica International Organisation for Peace Care and Relief (IOPCR) che, invece, ha diritto di accesso.
Ancora più difficile farne una mappatura e soprattutto censire le persone che vi sono detenute, visto che non sempre si procede alle identificazioni.
Chi li ha visitati ne ha contati una trentina, sparsi per tutto il paese. Sebha, Zlitan, Misratah. Brak, Ganfuda, Marj, Khums, Garabulli e Bin Ulid; sono solo alcuni. Concentrati per lo più sulla costa, “ci sono dei veri e propri centri di raccolta, come quelli di Sebha, Zlitan, Zawiyah, Kufrah e Misratah, dove vengono radunati i migranti e i rifugiati arrestati durante le retate o alla frontiera. Poi ci sono strutture più piccole, come quelle di Qatrun, Brak, Shati, Ghat, Khums, dove gli stranieri sono detenuti per un breve periodo prima di essere inviati nei centri di raccolta. E poi ci sono le prigioni: Jadida, Fellah, Twaisha, Ain Zarah”, racconta Gabriele Del Grande sul sito Fortresse Europe. Queste ultime sono prigioni comuni, nelle quali esistono delle aree dedicate agli stranieri privi di documenti. Quel che è certo è che non esiste un tempo massimo di permanenza, come nei Cie italiani, e che la situazione è peggiorata da quando ha avuto inizio la politica dei respingimenti. Stando all’ultimo rapporto del Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR), almeno 1300 immigrati e rifugiati sono stati ricondotti dallo Stretto di Sicilia alla Libia, da maggio ad ottobre 2009, senza fare alcuna distinzione di nazionalità, genere, età e stato fisico. Una situazione che ha favorito una gestione irregolare, tanto che non mancano testimonianze di vere e proprie cessioni di essere umani immessi poi nelle rotte della prostituzione. Gli immigrati rispediti indietro finiscono per ingolfare stanze, già colme, che stipano anche 50/60 persone in 12/13 metri quadri. A Zliten ne sono detenuti 233; circa 600 a Sebha; 394 a Ganfuda. È la merce di scambio che Gheddafi pare voglia usare con l’Europa, Italia soprattutto.

Antonella Vicini

IL RIFORMISTA, 1 sett. 2010.

INTERVISTA A LAURA BOLDRINI PER IL RIFORMISTA: L’UNHCR E I RAPPORTI CON LA LIBIA

Joy esce dal Cie. Aveva denunciato la tratta e un ispettore di polizia per tentato stupro

17/06/2010

13.30

Dopo un anno passato tra Cie e carcere e aver rischiato il rimpatrio, è stata trasferita in una località protetta la  nigeriana che durante un’udienza accusò un ispettore capo di polizia di avere tentato di violentarla nel Centro di identificazione e di espulsione di via Corelli a Milano

ROMA – Joy, l’ex prostituta nigeriana che ha denunciato un tentativo di stupro nel Cie di Milano da parte di un ispettore di polizia, ha ottenuto il permesso di soggiorno secondo quanto previsto dall’art.18 perché ha denunciato anche la rete dei suoi sfruttatori. Joy è dunque uscita dal Cie di Modena dove era detenuta ed è stata trasferita in una località segreta perché è entrata in un percorso di “protezione sociale”. Come previsto nei casi delle vittime di tratta, la ragazza vivrà in una casa protetta per due anni e accederà a un percorso di borse lavoro per il reinserimento sociale. Anche la sua amica e compagna di cella nel Cie, Hellen, che aveva confermato le accuse di Joy nei confronti dell’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso, ha ottenuto il permesso di soggiorno. Nel caso di Hellen la commissione territoriale ha concesso l’asilo politico. Lo status di rifugiata di solito non viene accordato alle donne nigeriane, in questo caso si è tenuto conto della particolare complessità della situazione e della storia personale di Hellen rispetto alle minacce dei trafficanti. E’ quanto ha reso noto la cooperativa sociale “Be Free”, contro tratta, violenze e discriminazioni, che gestisce uno sportello per le donne vittime di tratta nel Cie di Ponte Galeria a Roma. Il caso è stato seguito in squadra con gli avvocati dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione). A mobilitarsi per Joy ed Hellen anche le reti antirazziste e il gruppo “noinonsiamocomplici”. Un movimento di sole donne che a Redattore sociale dichiara: “hanno allungato la detenzione nei Cie a sei mesi con il pacchetto sicurezza sull’onda mediatica degli stupri commessi dagli stranieri, ora in nome della nostra sicurezza, si agisce così nei confronti delle donne straniere molestate nei centri di identificazione e di espulsione. Una storia paradigmatica, ma per proteggere Joy lei non deve diventare un simbolo”.

L’incubo giudiziario di Joy inizia un anno fa in una città della Lombardia, a giugno del 2009, quando viene fermata al supermercato per un controllo dei documenti e trasferita al Cie di via Corelli a Milano. Qui, ad agosto del 2009 scoppia una rivolta contro la proroga della detenzione a sei mesi appena entrata in vigore con il pacchetto sicurezza. Per quella rivolta, Joy ed Hellen vengono processate per direttissima assieme ad altre due donne nigeriane, Debby e Priscilla, e a cinque uomini di varie nazionalità. Durante l’udienza, Joy accusa pubblicamente l’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso di molestie sessuali, cioè di aver tentato di usarle violenza all’interno del Centro di identificazione e di espulsione. Hellen conferma le accuse della sua compagna di stanza ed entrambe vengono denunciate per calunnia. Nel frattempo arriva la condanna a sei mesi di carcere per la rivolta di agosto e finiscono tutte in carcere, da cui escono a febbraio, scontata la pena. A quel punto Joy rientra nel Cie, questa volta a Modena e a marzo viene trasferita a Ponte Galeria, in attesa di un imminente rimpatrio su un volo Frontex, nonostante fossero già state avviate le procedure per l’art.18. Grazie alle mobilitazioni anche internazionali attorno al caso, il rimpatrio è stato bloccato e ora Joy è uscita dal circuito Cie – carcere – Cie. Ma la vicenda giudiziaria non si è conclusa, perché restano in piedi sia il procedimento per la tentata violenza sessuala subita sia le indagini per identificare gli sfruttatori della prostituzione che Joy ha denunciato secondo le modalità previste dall’art.18.

“Se la vicenda di Joy non fosse diventata “pubblica”, dando vita a mobilitazioni di piazza in tante città italiane, molto probabilmente sarebbe già stata rimpatriata” scrive il gruppo “noinonsiamocomplici” sul blog del movimento. Intanto sono state trasferite dal Cie di Corso Brunelleschi a Torino, dove erano state traferite dopo i 6 mesi in carcere, le altre due donne nigeriane coinvolte nella rivolta di agosto a Milano, Debby e Priscilla. Sono dirette a Ponte Galeria per il rimpatrio in Nigeria. In loro sostegno, gli attivisti hanno indetto una manifestazione di protesta per oggi alle 14 a Torino, davanti all’ingresso del Cie in via Mazzarello. Una seconda protesta per chiedere la chiusura dei Cie con un corteo è prevista per sabato 19 giugno alle 15.30 a Modena. (rc)

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