Archive for the 'multicultura' Category

Un romanzo di Alberto Mossino racconta il mondo sommerso dei nigeriani in Italia

Immigrazione/Tratta

In “Quell’africana che non parla neanche bene l’italiano”, edito da Terrelibere.org, le strade del sesso, i riti voodoo, i debiti con le madames ma anche una cultura ricca e diversa che si scontra con l’ignoranza dell’italiano medio.

Un racconto semplice, diretto, ironico e senza falsi moralismi per avvicinare il pubblico italiano a un tema scottante e ancora ‘tabù’: la prostituzione e la tratta delle nigeriane. “Quell’africana che non parla neanche bene l’italiano” di Alberto Mossino, edito da Terrelibere.org, è un romanzo che attraverso un intreccio divertente e surreale riesce ad abbattere le barriere culturali nei confronti della comunità nigeriana. E a denudare l’ipocrisia dietro cui si nascondono i clienti: giovani normali annoiati dalla routine che non somigliano affatto a maniaci ostaggio di dipendenze perverse. La storia di Franco, trentenne torinese ex militante dei collettivi, imborghesito e finito a fare l’impiegato insoddisfatto di un’agenzia di recupero crediti, si incrocia con quella di Ekaette – Jennifer. Lei è una giovane prostituta nigeriana che per una serie di coincidenze finirà per intrecciare una relazione con il protagonista, andando oltre il solito fugace rapporto a pagamento consumato su una stradina della campagna piemontese. Dopo una serie di avventure e peripezie, il riscatto dei due, entrambi intrappolati in una vita che non corrisponde ai loro sogni, passerà per espedienti poco legali. Le vie lecite sono inaccessibili. Lo scopre il protagonista e con lui il lettore. Entrambi acquistano consapevolezza dell’impossibilità per una ragazza sfruttata dal racket della prostituzione di uscirne da sola. La rete criminale internazionale che organizza i viaggi dalla Nigeria assoggetta le vittime con riti voodoo. Il ricatto psicologico nei confronti delle ragazze che si ribellano passa per le minacce di violenze alle loro famiglie in Africa. Quando Franco si rivolge ai suoi genitori per chiedere aiuto, tramite il parroco viene indirizzato a un’associazione che cura “la dipendenza da prostitute”. La messa alla berlina dell’ignoranza dell’italiano medio come Franco che a stento mastica qualche parola d’inglese con le sue conquiste (“Ai miss iu tu bebi”) crea alcuni dei passi meglio riusciti dell’opera.

Tutta la vicenda ruota sapientemente attorno al debito di 40.000 euro contratto dalla ragazza nei confronti della donna che la sfrutta, la “madame”. In questi casi, la clandestinità rende le ragazze più ricattabili e serve ad oleare il meccanismo dello sfruttamento. “Per uno straniero irregolare è più facile vincere alla lotteria che riuscire ad avere il permesso di soggiorno” è la conclusione cui arriva Franco, quando è ormai ossessionato da quel pezzo di carta senza il quale la sua ragazza non può andare a vivere con lui e affrancarsi dalla vita in strada. Riflette: “Mi chiedo se spesso dietro il rifiuto del permesso di soggiorno da parte delle autorità non ci sia una volontà punitiva e l’interesse ad avere una moltitudine di schiavi che facciano comodo soprattutto all’economia sommersa”. E il viaggio del protagonista tra l’esercito degli schiavi tocca Catania, con l’uccisione di una  nigeriana massacrata per rapina, Padova e l’Emilia Romagna, passando per Castel Volturno. Sulla Domiziana hanno base molte madames, che gestiscono la tratta in altre zone dell’Italia. Fanno da sfondo la mafia nigeriana e i traffici di droga, le rivolte nel Cpt di Torino e le proteste per chiuderlo. Un capitolo illustrato con tavole di Sergio Ponchione, racconta un’altra storia: il “viaggio allucinante” di chi transita da Agades e dal Maghreb prima di imbarcarsi sulle rotte per l’Europa.

Mossino, che da oltre 15 anni ad Asti si occupa di immigrazione, tratta e prostituzione, riesce a raccontare queste tappe obbligate della violenza sui migranti senza cadere in vittimismi o luoghi comuni. Le figure che delinea non sono mai banali, i nigeriani in Italia diventano personaggi accattivanti e intriganti. Il protagonista del romanzo, Franco, è rapito dalle fattezze delle esuberanti ragazze africane e si addentra nei sobborghi di Torino affascinato dalle loro feste. Allo stesso modo il lettore scopre un mondo segreto. Dall’attivista e icona della musica afro Fela Kuti alle funzioni chiassose dei predicatori della Chiesta Pentecostale. Familiarizza con i termini della cultura nigeriana: dall oyibò, il fidanzato italiano delle ragazze che sborsa cifre assurde per loro a espressioni intraducibili come ye ye de smell. Questa fotografia della nuova Italia non è solo colore. Trasuda energia. E’ la voglia di vivere di questa generazione di giovani dalla pelle nera che sono arrivati in Europa disposti a ogni sacrificio per realizzare un progetto di vita migliore. Sempre in bilico tra fantasia e vissuto (i personaggi sono fittizi, il contesto è reale, avverte l’autore in una nota), il volume si chiude con un approfondimento sul sistema di sfruttamento delle donne nigeriane, a cura di Francesco Carchedi (Parsec – Ricerche ed interventi sociali). Le stime attuali parlano di circa 10.000 donne coinvolte nella tratta, di cui il 10-12% minorenni. Un numero raddoppiato rispetto alle 5.000 vittime di metà degli anni Novanta, quando il fenomeno prese piede nel nostro Paese. In media ci vogliono quattro o cinque anni di vita di strada per estinguere il debito contratto con il sistema delle madames. (rc)

“Mondiali al Contrario”, in Italia arrivano i baraccati del Sud Africa

14/05/2010

10.21
DIRITTI

L’iniziativa dei missionari comboniani con i leader di un grande movimento degli slums per raccontare gli sgomberi, gli sfratti e le operazioni contro i più poveri prima dei mondiali di calcio 2010

ROMA – I mondiali di calcio in Sud Africa rischiano di nascondere dietro un’immagine patinata la realtà degli sgomberi contro i poveri e le condizioni misere di chi vive ai margini. Nel paese che fu dell’apartheid, sembra che la segregazione non sia finita. E’ quanto emerge da due diverse iniziative. La prima è la campagna “Mondiali al Contrario” che nasce proprio con lo scopo di squarciare il velo sulla povertà del paese e porta in Italia dal 18 al 30 maggio alcuni attivisti del più grande movimento sociale sudafricano, Abahlali baseMjondolo. Il nome significa «quelli che vivono nelle baracche» in lingua zulu e ha sede in più di 40 città. La seconda è un rapporto di Medici Senza Frontiere che denuncia le terribili condizioni di vita dei rifugiati che arrivano in Sud Africa. Anche loro sono spesso confinati in ghetti e sgomberati con la forza.
Philani Zungu, Thembani Ngongonna e una donna, Busisiwe Mdlalose, sono tre leader del movimento dei baraccati che grazie all’iniziativa di solidarietà lanciata dai missionari Comboniani di Castel Volturno, dalla testata “Carta” e dal documentarista Michele Citoni faranno tappa in molte città italiane, ospiti di associazioni e realtà sensibili ai temi dei movimenti politici organizzati dal basso. I “Mondiali al contrario” saranno a Caserta e a Castel Volturno il 18 , a Reggio Calabria il giorno seguente, il 20 all’Aquila con il movimento delle carriole, il 21 a Pescara, il 22 a Pisa, il 23 a Verona, il 24 a Vicenza con i comitati No Dal Molin,, il 25 a Milano, il 26 a Varese, poi in Val di Susa e infine a Roma.
Filippo Mondini, missionario comboniano di base a Castel Volturno dopo essere stato in Sud Africa dal 2004 al 2008 conosce bene la realtà dei baraccati, con i quali ha vissuto per cinque mesi. La racconta così: “Ci sono tantissimi topi e ogni anno diversi casi di bambini mangiati dai topi. Non c’è privacy e ne soffrono soprattutto le donne. Le latrine sono buche comuni scavate nella terra. Non c’è mai silenzio, né elettricità. D’inverno è freddissimo, d’estate c’è un caldo atroce. La piaga degli incendi è terribile e c’è un’altissima disoccupazione”. Nel paese con il più alto grado di urbanizzazione dell’Africa sub sahariana, secondo Mondini, ci sono 180mila baraccati a Durban, 250mila a Cape Town e altrettanti a Johannesburg. Emerge uno spaccato inquietante per i diritti umani nel paese che ospiterà i mondiali di calcio. Da anni si verificano arresti dei ragazzi di strada e operazioni di espulsione delle masse povere dal centro verso le periferie dei “transit camp” con i container. “Tutto per ripulire l’immagine delle città in vista dei mondiali – dice ancora Mondini – i venditori ambulanti allontanati dalle zone adiacenti allo stadio, i poveri tagliati fuori”. Un processo che va avanti da anni ed è stato raccontato dal missionario comboniano attraverso una serie di cronache messe in rete. Demolizioni di baracche a Durban decise dalla municipalità senza la necessaria autorizzazione della corte locale, violenze e attacchi di milizie armate contro l’insediamento di Kennedy Road, una delle più grandi baraccopoli di Durban, con più di settemila abitanti. E’ qui che nel 2005 è nato il movimento Abahlali BaseMjondolo.
La lotta che gli attivisti portano avanti non è tanto per il diritto alla casa e per l’accesso ai servizi di base, è una battaglia per la democrazia popolare. L’obiettivo del movimento è che le autorità consultino i residenti degli insediamenti (shack dwellers) prima di prendere decisioni che li riguardano. L’abolizione dello “slum act” è una delle vittorie dei baraccati. Dopo un ricorso del movimento, la corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale la legge che permetteva alle municipalità di radere al suolo gli insediamenti senza l’ordine di un tribunale. Un’altra battaglia è stata quella per abolire l’affitto per le baracche. In diversi insediamenti alcuni attivisti sono stati minacciati di morte dagli «slumlords» che controllavano la baraccopoli. Molte volte il movimento ha fermato demolizioni o sfratti, ha difeso il diritto di erigere nuovi insediamenti o l’espansione di quelli già esistenti, ha connesso migliaia di persone all’elettricità e soprattutto ha permesso a tutti di partecipare nelle scelte comunitarie.
Le accuse rivolte all’African National Congress che guida il paese è di avere tradito le speranze di «vita migliore per tutti» che erano state alla base della lotta anti-apartheid. E allo stesso tempo di voler costruire una «world class city», una città senza slum. Con interventi da shock economy rafforzati con i preparativi dei mondiali di calcio 2010: eliminare le baraccopoli nelle principali città così i turisti internazionali non le vedranno. “Stanno creando delle città nelle quali essere poveri è un crimine”, affermano i leader del movimento . (rc)
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Pisacane, si attende la decisione dell’ufficio scolastico sulle prime classi

24/03/2010
16.50
IMMIGRAZIONE

Dibattito sul tetto del 30% all’università di Roma Tre. La preside Marciano: “Se non ci sarà una deroga colpiti i diritti di tutti”. E intanto la scuola di Tor Pignattara è stata accorpata alla scuola media con maggior numero di stranieri
Roma – E’ stata presentata ieri la richiesta per le prime classi per il prossimo anno scolastico del municipio VI, quello in cui ricade la scuola elementare Carlo Pisacane con quasi il 90% di bambini stranieri, quasi tutti nati in Italia. Si attende nelle prossime tre settimane il responso dell’ufficio scolastico regionale, da cui si apprenderà se gli alunni di cittadinanza non italiana nati nel nostro paese vengono considerati stranieri oppure se c’è una deroga al tetto del 30% stabilito dalla circolare del ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. “Sappiamo che la circolare prevede una deroga per allievi nati in Italia o che parlino l’italiano, la scuola Carlo Pisacane ha chiesto la deroga e ci aspettiamo che l’ufficio scolastico regionale la conceda”, ha detto la preside della Pisacane, Nunzia Marciano, intervenuta a un convegno dell’università di Roma Tre.

“Se non ci sarà la deroga, a essere colpiti saranno i diritti di tutti, perché ci sono anche gli italiani nella scuola e come gli stranieri saranno privati del loro diritto di scelta se non dovessero formarsi le prime classi”, ha continuato la dirigente scolastica. “Alla seconda conferenza sull’immigrazione con il ministro Maroni e anche sulla rivista Libertà civili del ministero dell’Interno, la Pisacane è stata additata come scuola modello” ha ricordato Marciano davanti agli studenti della facoltà di Scienze della Formazione dell’ateneo capitolino. “Non è stato fatto nulla perché la scuola fosse fuori da questo tetto”- ha continuato – ricordando che a dicembre la Pisacane è stata accorpata con un altro istituto del territorio perché conta un numero non sufficiente di iscritti. “Avevamo chiesto che la scuola con più stranieri fosse accorpata alla scuola con più italiani – ha spiegato – ma comune, provincia e regione non hanno ascoltato il nostro parere tecnico di dirigenti scolastici e hanno accorpato la Pisacane con la scuola media con il maggior numero di stranieri”. Si tratta della scuola media Pavoni, che al momento è anche la scuola Polo che ha presentato la richiesta per le prime classi del territorio all’ufficio scolastico regionale. “Questa situazione poteva essere risolta molto prima di arrivare a parlare di esclusione del diritto di scelta da parte dei genitori”, ha affermato la preside.

Che la polemica intorno alla Pisacane sia soprattutto una guerra tra italiani è chiaro per Andrea Priori, dell’Osservatorio sul razzismo e le diversità “M.G.Favara” di Roma Tre. “Se la campagna diffamatoria contro la scuola è stata portata avanti da genitori di bambini italiani, la campagna di difesa è portata avanti da altri genitori di bambini italiani – ha dichiarato l’esperto – ad esempio i genitori bengalesi che hanno i bambini a scuola prendono posizione ma non si espongono e con il clima molto teso che c’è in Italia verso gli stranieri, comunità come quelle del Bangladesh sono molto preoccupate di non dare fastidio e di non esporsi”. Alla conferenza, dal titolo “Quale scuola per quale cittadinanza? Il futuro dell’istituto Pisacane tra conflitti di simboli ed esclusione delle seconde generazioni” hanno preso parte anche Imran Uddin Munna, preside della Bangla Academy di Tor Pignattara e Shamim Kabir, editore di alcune pubblicazioni in lingua bengali. “Ho parlato con i genitori ma questo davvero non è un problema dei bambini, è un problema del governo italiano che ha fatto questa norma del 30%” , ha detto Munna.
Intanto è partito il ricorso al Tar dell’associazione Progetto Diritti. Sono dieci i genitori che hanno aderito al ricorso, tra cui un italiano, Federico Angelucci. “Ho fatto ricorso perché temo la scuola chiuda e mi sento leso nel mio diritto di scegliere per mio figlio in base all’offerta formativa che considero migliore e anche colpito come cittadino che vede chiudere una scuola del quartiere”, ha raccontato Angelucci. Il papà di Tor Pignattara ha detto di avere visto “un buon piano formativo e insegnanti molto motivati alla Pisacane” e di essere rimasto stupito “dalle tante interviste richieste da telegiornali e telvisioni per il solo fatto di avere iscritto un figlio in quella scuola”. Secondo l’avvocato Arturo Salerni che cura il ricorso, “la circolare della Gelmini dell’8 gennaio e quella successiva dell’ufficio scolastico regionale del Lazio violano le norme sulla discriminazione razziale, le disposizioni comunitarie, la convenzione dei diritti del fanciullo e l’art. 3 della Costituzione che prevede tra i compiti della Repubblica rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza dei cittadini, non di crearne altri”.

Parole dure che motivano il ricorso al tribunale amministrativo del Lazio. Tuttavia non è stata chiesta la sospensiva della circolare, perché prima si aspetta di sapere come si pronuncerà l’ufficio scolastico regionale sulla formazione delle prime classi per l’anno prossimo. “Abbiamo deciso di parlarne all’università perché la vicenda della Pisacane non è una questione locale – ha commentato Francesco Pompeo, docente di Antropologia Culturale – è stata trasformata in un conflitto di simboli sulle politiche educative. Non è un modello praticabile pensare di risolverlo slegando le persone dal territorio in cui vivono”. (raffaella cosentino)
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Badolato e Riace, l’dea dell’accoglienza e lo sforzo dell’integrazione

Sono i due comuni calabresi al centro della storia de ‘’Il Volo’’, la docu-fiction di una decina di minuti diretta da Wim Wenders. E della prima legge regionale sul ripopolamento dei borghi con i profughi

BADOLATO (Cz) – Due storie sull’incontro tra diversi Sud del mondo, sui problemi e l’importanza della convivenza e della solidarietà. Ripopolare le case del borgo, svuotate dall’emigrazione degli ultimi cinquant’anni, ospitandovi i profughi arrivati con le carrette del mare. Fu questa l’idea che nel 1996 venne all’allora sindaco di Badolato, Gerardo Mannello, e a un comitato di suoi cittadini, quando, a una decina di chilometri di distanza, sulla spiaggia di Santa Caterina dello Jonio, nella notte del 26 dicembre, approdò la nave Ararat con il suo carico di quasi mille curdi in fuga dalle persecuzioni etniche. Fu il più grosso sbarco mai avvenuto nel sud Italia. Così Badolato balzò agli onori delle cronache per la sua solidarietà, dopo essere stato per tanti anni “un paese in vendita”, a causa della mancanza di abitanti. Venne aperto un piccolo ristorantino curdo, “L’Ararat” appunto e si fecero manifestazioni nei comuni della zona che mescolavano cultura e cucina curda con quella calabrese. Il gesto spontaneo di accoglienza di Badolato è stato il primo e per lungo tempo anche l’unico in Italia. Tuttavia, l’esperimento in questo comune non ha retto al passare degli anni. Un po’ perché il progetto migratorio dei curdi era di arrivare in Germania, dove la loro comunità è molto radicata, un po’ perché raggiungere il nord Europa era più semplice per gli immigrati quindici anni fa. Ma anche perché, nonostante i cospicui finanziamenti stanziati dal governo (ministro dell’Interno era Giorgio Napolitano che visitò i curdi a Badolato), non si riuscirono a creare le opportunità di lavoro e di insediamento per oltre 400 profughi. Né forse a coinvolgere tutta la comunità locale in progetti integrati con i nuovi arrivati. L’architetto Francesco Criniti fu tra i promotori di una petizione firmata alla fine degli anni Novanta da circa 350 persone. “Centinaia di curdi hanno vissuto per almeno un anno in condizioni igieniche indegne all’interno di un ex edificio scolastico – ricorda Criniti – per questo quasi tutti gli abitanti del borgo firmarono per cambiarne la sistemazione oppure mandarli via. Non ce l’avevamo con loro, dicevamo solo che non era giusto lasciarli in quellla situazione”. Risultato fu che in breve tempo la scuola venne chiusa e i curdi destinati ad altri centri di accoglienza in Calabria. Di quell’esperienza a Badolato resta la sede del Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) con una quindicina di rifugiati e richiedenti asilo di varie nazionalità con progetti per il loro inserimento, secondo il numero di posti stabilito dallo Spraar. Dice la coordinatrice Daniela Trapasso “altri 15 sono rimasti a Badolato alla fine dei progetti e una trentina di curdi vivono ancora nella frazione marina del comune”. Tuttavia, non si è riusciti nell’obiettivo finale di ripopolare il borgo con i nuovi arrivati.
Di questa esperienza ha fatto tesoro l’attuale sindaco di Riace, Domenico Lucano, che è riuscito a vincere per ben due volte le elezioni proprio perché ha convinto i suoi concittadini della bontà del progetto di ridare vita al paese in collina accogliendo i rifugiati. E la sua stessa comunità lo ha premiato conferendogli la fascia di primo cittadino nel 2004 e riconfermandogli la fiducia lo scorso giugno. L’idea Lucano l’ha presa da Badolato, comprendendo che essere solidali poteva creare un valore economico. “Dopo decenni di piani di sviluppo selvaggi con l’abbandono delle colline per una devastazione edile e ambientale della costa, mi aveva colpito l’idea di fare dell’arrivo di disperati la chiave per cambiare le cose, un’occasione per riscoprire la vita comunitaria”. Così, racconta il sindaco, con altri due amici iniziò, alla fine degli anni Novanta una sperimentazione spontanea a Riace, sempre con i profughi curdi, che nel frattempo continuavano ad arrivare sulla costa a bordo di barconi. Nonostante l’impegno, anche a Riace di curdi interessati dai progetti dal 1998 al 2001 non ne sono rimasti molti, solo due o tre famiglie. Quasi tutti gli altri sono ripartiti per il nord Europa. Ma Lucano non si è fermato qui, con la sua idea di un “piano regolatore a crescita zero perché prima di costruire si devono riempire le case lasciate vuote” ha vinto alle urne. Dal 2001 Riace è nel sistema Sprar con Badolato e Isola Capo Rizzuto. In seguito si sono aggiunti Carfizi, Cosenza e Acri. L’anno scorso per l’emergenza Lampedusa, Riace ha coinvolto anche i comuni vicini di Stignano e Caulonia, dove però non c’era l’esperienza maturata negli anni. Oggi a Riace borgo ci sono 100 persone con asilo politico o protezione umanitaria su 700 abitanti. 26 di loro sono bambini. Sono curdi, serbi, libanesi, palestinesi, eriteri, etiopi, somali e ghanesi. A fine Ottobre arriveranno altri 200 palestinesi di un campo profughi al confine tra Siria e Iraq. “A quel punto avremmo raggiunto il massimo, non potremo prenderne altri”, dice Lucano. Accoglienza e turismo, botteghe equo-solidali, tavernette e laboratori di ceramiche e tessitura. In questi progetti lavorano gli immigrati e circa 15 giovani di Riace, altrimenti disoccupati. “Con la vittoria alle elezioni del 2004 del gruppo promotore delle iniziative, le attività diventano stabili e inizia la ristrutturazione del paese” spiega Gianfranco Schiavone, giurista dell’Asgi, triestino ed ex consulente della giunta Illy. Da questa esperienza è nata una legge regionale, la prima nel suo genere in Italia, nel tentativo di farne un esperimento sociale ripetibile. Si finanziano progetti che possono essere presentati solo dai comuni per iniziative pluriennali con alla base un’idea per creare sviluppo accogliendo i rifugiati. La legge rimane tuttavia simbolica perché manca il piano attuativo e rischia di restare lettera morta se non lo si approva prima della fine della legislatura. A valutare le proposte è l’amministrazione regionale, sulla base del parere di un comitato di 5 garanti, di cui fanno parte un rappresentante dell’Acnur e 4 esperti di immigrazione ed economia solidale. Su tutta la vicenda dei nuovi residenti della locride sta lavorando anche il documentarista Vincenzo Caricari, già autore di ‘La guerra di Mario’ sull’impegno antimafia di Mario Congiusta dopo l’uccisione del figlio Gianluca, un giovane imprenditore di Siderno che non si era piegato alle richieste estorsive indirizzate al futuro suocero. Caricari segue da mesi con la sua videocamera l’interazione tra tutte queste culture diverse e i vecchi abitanti del paese. Grazie a Riace la locride, notoriamente terra di ‘ndrangheta e di delitti impuniti, risolleva la sua immagine e le sue sorti. Di certo al sindaco Lucano, del partito “della sinistra immaginaria, quella che non esiste”, come dice lui, non mancano le trovate originali. Ha accolto Wenders e la sua troupe con tre somarelli in piazza, che solitamente usa per la raccolta differenziata porta a porta. Su ognuno un cartello “noi la differenza la facciamo solo dei rifiuti”. È la politica di Riace contro i respingimenti. (raffaella cosentino)

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Pubblicato il 21 settembre 2009

Il realismo di Wenders: il regista e l’incontro con un bambino afghano a Riace

Diventa una docu-fiction ‘’Il Volo’’, ultima opera del regista tedesco, girata in Calabria. Il genio del cinema commosso dal vissuto dei rifugiati: “Mi si è spezzato il cuore, qui l’utopia è vera”. La rivoluzione della vita reale in 3D

RIACE (Rc) – Dalla favola alla realtà. Dal cortometraggio alla docu-fiction. Il backstage de “Il Volo” è a sua volta una storia da raccontare. Protagonista Wim Wenders e la sua sensibilità di genio del cinema che, arrivato in Calabria per girare secondo un copione, lo ha completamente stravolto dopo aver conosciuto i rifugiati che vivono a Riace. Dopo aver incontrato lo sguardo di un bambino afghano. Lo ha spiegato lui stesso con una lettera pubblicata da “Il Quotidiano della Calabria” al termine delle riprese. “L’idea di modificare la sceneggiatura mi è venuta pochi giorni fa sulla spiaggia di Scilla, quando il piccolo Ramadullah mi ha guardato negli occhi e mi ha chiesto: Verrai a Riace?”, scrive Wenders. “Insomma, quando ho visto i bambini veri, le persone vere il cuore mi si è spezzato. In confronto con quello che loro hanno dovuto sopportare la nostra storia mi è sembrata quasi irrilevante – continua la lettera – vengono da paesi lontani e adesso vivono qui, in Calabria. E’ strano, ma l’utopia che noi raccontiamo io l’ho vista viva, vera sui loro volti, molto più che nella nostra fiction. Da qui l’idea di aggiungere alla nostra storia un tocco di realtà”. Dice ancora il regista: “Ma c’è un altro motivo importante che mi spinge a modificare il racconto: stiamo girando in 3D e allora mi sono chiesto: cosa c’è di più rivoluzionario che raccontare la vita reale in 3D? Non è mai stato fatto finora”. A far cambiare idea a Wenders è stata un’esigenza di “più realtà, più verità”. Gli otto minuti de “Il Volo”, che potrebbero diventare il doppio in fase di montaggio, sono un concentrato di umanità, con alla base il tema chiave della convivenza.“Sono convinto che in futuro gli uomini dovranno vivere insieme, condividere. Altrimenti sarà la fine per tutti!Vivere insieme è molto meglio che morire insieme..” Con queste parole, il regista di “Paris, Texas” si congeda da Riace e Badolato, i due comuni della costa jonica calabrese protagonisti delle storie di accoglienza a migranti e rifugiati sbarcati sulla costa calabrese e a Lampedusa. Un viaggio che ha arricchito in primis lo stesso Wenders, il quale, nel confronto con la realtà calabra ha cambiato la sua opera nel corso dei dieci giorni di lavorazione. Così “Il Volo” è diventato una docu-fiction di una decina di minuti e non più un cortometraggio, grazie all’inserimento di interviste ai piccoli rifugiati afghani che vivono a Riace e al sindaco del comune della locride, Domenico Lucano, che da dieci anni si occupa dell’integrazione dei migranti. In origine era una favola, protagonisti un sindaco e un bambino che decidono di accogliere gli extracomunitari per ripopolare il paese abbandonato in seguito all’emigrazione degli abitanti originari. La sceneggiatura scritta da Eugenio Melloni era nata da un fatto di cronaca realmente accaduto, vale a dire l’accoglienza a Badolato dei mille curdi sbarcati con la nave Ararat nella notte del 26 dicembre 1996 sulla spiaggia di un altro comune della zona, S.Caterina dello Jonio. La maggiorparte delle riprese ha avuto come location proprio Badolato, tranne per la scena dello sbarco, girata a Scilla per rispettare il copione che parlava di un paese a picco sul mare.
Inaspettatamente gli ultimi ciack sono stati a Riace, dove Wenders ha voluto inserire anche un momento di gioia, con tutti gli immigrati e gli abitanti del paese che dai vicoli corrono convergendo nella piazzetta centrale in un abbraccio al primo cittadino Domenico Lucano, al centro della scena. Poco dopo, al regista è stata conferita dal sindaco la cittadinanza onoraria. Una conclusione da ‘favola vera’, dopo che l’incontro tra Lucano e la troupe alcuni giorni prima sul set a Scilla non era stato dei migliori. Il sindaco infatti si era battuto per fare avere un compenso ai rifugiati che lui stesso aveva accompagnato sulla spiaggia per la scena dello sbarco portandoli all’alba con due autobus dalla costa jonica a quella tirrenica. La produzione infatti non aveva previsto di pagare le comparse, né quelle italiane né gli stranieri. Ma grazie alle proteste di Lucano, i ‘suoi’ rifugiati hanno ottenuto una piccola somma come rimborso per la fatica di avere atteso con i bambini sulla spiaggia per un giorno intero. (raffaella cosentino)
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pubblicato il 21 settembre 2009

Passaggio a Sud – Pensieri per uscire dalla crisi

Quattro giorni di libri, film, fotografie, testimonianze, assemblee, dibattiti

25/28 febbraio 2010

Spazio daSud

Via Gentile da Mogliano, 170 – Pigneto – Roma

Giovedì 25 febbraio – ore 19,30

Crisi e giustizia – Le mafie del Sud e la Quinta Mafia nel Lazio

Il libro. “Ius Sanguinis” di Paola Bottero

Il film. “La guerra di Mario” di Vincenzo Caricari

La testimonianza Mario Congiusta, presidente ass. Gianluca Congiusta

L’inchiesta. La quinta mafia di Alessio Magro

Venerdì 26 febbraio ore 20,30

Crisi e democrazia

Il fumetto. Anteprima della graphic novel sulla storia del giornalista Pippo Fava della collana Libeccio di daSud e Round Robin Editrice

L’evento. Roma si mobilita per il No Mafia day a Reggio Calabria: incontro con i promotori della manifestazione nazionale del 13 marzo

L’assemblea. Dal Caso Calabria al No Mafia day: Rosarno, Ponte, Bombe, Elezioni Regionali

Incontro con Claudio Fava

Sabato 27 febbraio 2010 ore 20,30

Crisi ed emergenza

Quando la storia d’Italia si scrive in deroga a legalità e trasparenza

Il libro. “Potere assoluto – La protezione civile al tempo di Bertolaso” con Emanuele Bonaccorsi
Le videoinchieste. Anteprima di “Comando e controllo” (sul terremoto in Abruzzo) con Alberto Puliafito
e “I furbetti della vasca” (sui mondiali di nuoto a Roma) con Vittorio Romano

Le immagini. “C.a.s.e.” – Proiezione degli scatti di Arianna Catania e Pietro Guglielmino

Le testimonianze.
I comitati aquilani raccontano – con Angelo Venti, Antonio Musella / No discarica Chiaiano

Domenica 28 febbraio 2010 ore 19

Crisi e identità – Da Rosarno a Roma. E ritorno. Verso il primo marzo nella Capitale

Il concerto. Musiche migranti per raccontare il sud e la contaminazione delle identità

Nino Foresteri unplugged

Il racconto. Come nasce e cresce un progetto musicale, la musica come spazio di intercultura.

Il dossier. Arance insanguinate di daSud e Stopndrangheta.it

Da giovedì 25 a domenica 28 dalle 17

La mostra. “Per amore del mio popolo” – il fumetto su Don Peppe Diana

Tutte le sere cenaperitivo

Raccolta fondi in beneficienza per i lavoratori migranti di Rosarno che vivono a Roma

“MODENA CITY RAMBLERS” PER ROSARNO

MARTEDI 23 FEBBRAIO ORE 20 E 30
SPAZIO DASUD

Reading e sound insieme a Franco D’Aniello

Accompagnamento musicale Gianluca Spirito dei Ned Ludd

Diretta web a partire dalle 20 e 30 sul sito nella sezione live

Spazio daSud – via Gentile da Mogliano 170 – Pigneto Roma
http://www.dasud.itinfo@dasud.it – facebook: daSud onlus – tel. 06. 83603427

Volontari dell’Operazione Colomba a Castel Volturno: “Specchio dell’Italia”

16/02/2010
13.53
IMMIGRAZIONE
Marco Ramigni ed Erica Scalfi sono il primo presidio italiano del corpo non violento di pace dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Tra le attività un doposcuola con i comboniani e una scuola di calcetto

Castel Volturno – Dal Nord-est a Castel Volturno per capire cosa succede in terra dei casalesi e aiutare a ridurre la violenza e creare momeni di condivisione tra italiani e immigrati. Marco Ramigni ed Erica Scalfi sono due giovani partiti da Padova e da Trento, che hanno dato la disponibilità a vivere sulla via Domiziana per almeno un anno. Volontari, non retribuiti, solo con le spese coperte per vitto, alloggio e trasporti. Sono loro il primo presidio italiano dell’Operazione Colomba, un corpo non violento di pace dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi. L’Operazione Colomba è nata nel 1992 da alcuni obiettori di coscienza sull’esperienza della guerra nella ex-Jugoslavia. Da allora, i volontari hanno vissuto accanto ai rifugiati, promuovendo il dialogo tra persone divise dai conflitti in Sierra Leone (1997), in Kossovo e Albania (dal 1998), a Timor Est (1999), in Chiapas-Messico (1998-2002), in Cecenia-Russia (2000-2001), nella Repubblica Democratica del Congo (2001) e nella Striscia di Gaza in Israele-Palestina (dal 2002) e in Nord Uganda (dal 2005).

Marco è stato nei territori palestinesi, Erica ha prestato la sua opera in Kossovo. “L’immigrazione e il pacchetto sicurezza hanno coinciso con l’apertura della prima presenza in Italia – spiega Ramigni – per questo c’è stato un viaggio esplorativo a marzo qui a Castel Volturno e poi io mi sono trasferito stabilmente da luglio scorso”. Vivere con le vittime delle guerre e come loro, nelle stesse condizioni quotidiane, con un atteggiamento di ‘equi-vicinanza’ alle parti in conflitto per sviluppare una proposta neutrale non violenta. E’ questa la ‘mission’ dei volontari sparsi in tutto il mondo. Ma farlo in Italia è, paradossalmente, più difficile. “Per noi riuscire a capire veramente come vive un immigrato senza permesso di soggiorno è complicato perché noi abbiamo i documenti – dice Erica – è un territorio pieno di problematicità. Non solo violenza e camorra, come si è visto dalla strage del commando dei casalesi nel settembre del 2008, ma anche abusivismo e questione ambientale sono decisivi”. Uno dei pilastri dell’attività è la condivisione dei disagi prima della mediazione. Atteggiamento che, ad esempio, ha portato ottimi risultati nel presidio in Kossovo tra serbi e kossovari albanesi, fino a permettere a entrambi di uscire dalle rispettive enclave. “Ma qui davvero ci sentiamo stranieri”, dicono.

Infatti nei tanti mesi trascorsi a Castel Volturno hanno cercato di comprendere il contesto in cui si sviluppa tanta violenza e hanno stretto legami con le altre realtà già operative. Dal Centro Caritas Fernandes, all’associazione Jerry Essan Masslo, dedicata all’attivista immigrato sudafricano ucciso a Villa Literno nel 1989 durante una rapina, dopo aver cercato rifugio in Italia dal regime di apartheid sudafricano. I volontari dell’Operazione Colomba partecipano alle attività del coordinamento antirazzista casertano e tutti i mercoledì vanno all’ex canapificio a Caserta per l’assemblea del movimento migranti e rifugiati. Da tempo aiutano i padri Comboniani alla Casa del Bambino per il doposcuola ai figli degli immigrati. Si tratta di una struttura colorata e accogliente che stride con il paesaggio grigio della via Domiziana. La Casa del bambino è uno specchio della variegata realtà migratoria presente in zona. Dai figli degli africani senza permesso di soggiorno, a quelli di famiglie integrate e residenti sul territorio da anni. Alcuni di questi ragazzi e ragazze frequentano le scuole superiori, anche i licei e si prestano a fare il doposcuola ai più piccoli. Ma ci sono pure donne africane che portano i bambini legati sulla schiena come nelle loro culture tradizionali.

“La difficoltà qui è proprio leggere la realtà, perché non c’è un conflitto esploso ad alta intensità, ci sono tanti conflitti a bassa intensità che si intrecciano tra loro. E non solo gli immigrati sono le vittime. Anche tanti italiani qui sono da annoverare tra chi subisce il degrado dell’inquinamento e della violenza”. Le parole di Marco Ramigni, dopo tanti mesi trascorsi in un territorio così diverso dal suo, la dicono tutta sul bisogno di un cambiamento innanzitutto culturale a Castel Volturno. Conoscere le persone una a una, al di là della maschera del problema sociale che le investe. Hanno anche seguito gli africani fino a Rosarno lo scorso dicembre, verificando di persona il loro dramma umanitario. E’ questa la pratica dell’azione non violenta messa in atto dai luogotenenti dell’ ‘esercito disarmato’. La loro esperienza viene raccontata sul sito di Operazione Colomba. “Castel Volturno non è un caso particolare, è uno specchio dell’Italia, per vedere tutta la polvere che finisce sotto il tappeto di casa nostra”, scrivono. Non un pezzo d’Africa in Italia, ma un concentrato dei nostri problemi, amplificati alla massima potenza: disoccupazione giovanile all’80%, inquinamento, un intero villaggio abusivo, il famoso Villaggio Coppola, costruito distruggendo parte della Pineta.

Nel tentativo di creare spazi di dialogo, i volontari dell’Operazione Colomba hanno lanciato l’iniziativa di una scuola di calcetto per i bambini immigrati e italiani, che è partita ieri all’interno del centro Fernandes della Caritas. Intanto cercano anche di coinvolgere giovani locali e di allargare la cerchia dei volontari. Servono volontari a breve termine cioè da uno a tre mesi di disponibilità che saranno formati con un corso di cinque giorni. Ma anche giovani disposti a fermarsi uno due anni, per i quali esiste un corso di formazione di lungo periodo. “E’ richiesto di credere nella non violenza”, spiegano. Unico requisito per lavorare per la pace in terra di camorra. (RAFFAELLA COSENTINO) (vedi lancio successivo)
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Roma: al Pigneto 15 giorni di musica, arte e sport per gli africani di Rosarno

E’ l’iniziativa “Bloody Oranges”, i cui fondi raccolti saranno devoluti agli immigrati ospitati nei centri sociali. Anche le associazioni in campo per dare un sostegno economico per le spese legali

ROMA – Quindici giorni di musica, arte, teatro, sport e performance multiculturali in sostegno ai lavoratori africani fuggiti da Rosarno. E’ l’iniziativa culturale “Bloody Oranges” organizzata da daSud Onlus, associazione calabrese contro la ‘ndrangheta, per raccogliere fondi per gli immigrati ospitati al momento in alcuni centri sociali, nel quartiere romano del Pigneto. Il lancio ufficiale è previsto per stasera nella sede di daSud, in via Gentile da Mogliano 170, con la performance di Christian Muela che presenta il suo nuovo album, dal titolo “L’albero”. Seguiranno, fino al 28 febbraio, molti altri eventi nei locali della zona, dal Fanfulla al Dal Verme. Alle iniziative di solidarietà hanno aderito anche alcuni esponenti della band dei Modena City Ramblers, che si esibiranno nella sede dell’associazione il 23 assieme ai Ned Ludd. Musiche africane, readings, raccolte fondi con varie serate fino all’evento conclusivo: un torneo di calcetto nel VI municipio. “Calci solidali, un gol per l’accoglienza, presso l’impianto Pro-Roma calcio.

La vasta realtà associativa del Pigneto si è mobilitata per dare un sostegno economico ad alcune centinaia di immigrati provenienti dagli scontri di Rosarno, che sono stati ospitati dai movimenti di lotta per la casa, come Action o presso il centro sociale ex Snia. “Una proposta culturale e di beneficenza che serve anche a tenere alta l’attenzione sul dopo Rosarno e sulla condizione di indigenza e mancanza di diritti che si trovano a vivere gli stagionali africani fuggiti o deportati dalla Piana di Gioia Tauro”, afferma Alessio Magro, giornalista calabrese e tra i fondatori dell’associazione daSud, che cura l’archivio online “Stopndrangheta”. L’associazione ha anche curato un dossier in fase di pubblicazione dal titolo “Arance Insanguinate”, con lo stesso nome di una campagna in favore dei diritti dei migranti africani che da oltre un mese ha portato sulle piazze la protesta per il permesso di soggiorno a tutti i lavoratori stagionali vittime dello sfruttamento. (rc)

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Vite di cartone

Dalle baracche nel parco di Centocelle al prato di Villa De Sanctis. Da un ex deposito di birra occupato alla sala consiliare del municipio. La diaspora a tappe di quasi 500 rom rumeni, dopo il primo sgombero eclatante del Piano Nomadi. Nei prossimi sei mesi dovrebbero essere trasferite migliaia di persone e centinaia di bambini.

Ottanta baracche si accasciano al suolo, afflosciate come scatole di cartone. La pala meccanica della ruspa si abbatte sul tetto. Legno e lamiere contorte crollano senza opporre resistenza. Le casette se ne vanno senza fare troppo rumore, come i loro proprietari qualche ora prima. Tra i cumuli di macerie e la vegetazione, un vecchio e sua moglie ritornano spingendo un passeggino vuoto. Vorrebbero riprendere le cose lasciate al momento della fuga. Gli agenti di polizia glielo impediscono. Niente può essere portato via. Non si può rientrare nel fosso. La ruspa è al lavoro. A mezzogiorno è tutto finito. In quattro ore il campo rom del Parco di Centocelle è stato abbattuto. Altrettanto velocemente sui giornali questo diventa “lo sgombero del Casilino 700”. In realtà un campo con questo nome non esiste da anni. Da quando fu raso al suolo per volere delle amministrazioni di centro-sinistra. Ma la parola “Casilino” fa effetto. E’ un fantasma che riporta alla memoria della gente il “Casilino 900”, il campo rom più grande d’Europa, da quarant’anni a poche centinaia di metri di distanza. Il parco di Centocelle confina con il Casilino 900 e con degli sfasciacarrozze. Gli atti vandalici sono stati numerosi.



Per due anni, 500 rom romeni hanno vissuto in due campi nel parco. Fino all’alba dell’11 novembre scorso. All’irruzione della polizia, le famiglie rom fuggono, lasciando le baracche deserte e portandosi dietro quello che possono. 69 persone vengono identificate e 19 denunciate per reati ambientali e di costruzione abusiva. Sei finiscono al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. Uomini dell’Ama e del corpo forestale vengono chiamati per la bonifica, che avrà tempi lunghi. Le operazioni sono guidate dal dirigente della Questura Raffaele Clemente e seguite dal vice capo di gabinetto del sindaco Alemanno, Tommaso Profeta. Ai rom offrono il rimpatrio assistito in Romania o l’accoglienza per sole donne e bambini. Le famiglie rifiutano entrambe le proposte e soprattutto si oppongono all’idea di dividersi.

Florin è uno di loro. Ha 14 anni, è esile e con il braccio sinistro malato. Lo tiene appeso al collo con un pezzo di stoffa, come se fosse rotto. Ma non ha ingessature. Dopo la distruzione della sua baracca, insieme agli altri si è accampato a Villa De Sanctis. Ovunque, a vista, sul prato, ci sono pacchi, valigie, donne con bambini piccoli. “Perché ci fai le foto?” mi domanda Florin da lontano, mentre il mirino della mia macchina fotografica inquadra una bicicletta rosa e un uomo sullo sfondo. E’ suo padre, mi dice. Si avvicina e cominciamo a parlare.”Dove dormiamo stanotte?”, chiede. Prima che faccia buio, molte delle persone sgomberate occupano un ex deposito di birra. Florin mi accompagna dentro. Lo stabile è composto da alcuni edifici e magazzini disposti a quadrato attorno a un grande cortile interno. Le strutture non hanno porte. Saliamo le scale. In ogni stanzone fatiscente c’è già qualcuno. Tutti si affrettano ad accaparrarsi un posto. Qualcuno cerca di fare pulizia con una vecchia scopa. Ci affacciamo dalla finestra senza vetri. Nel cortile di sotto è appena arrivato un camion carico di materassi. C’è l’assalto, uomini e donne si lanciano alla conquista. “Sono dei poveretti. Non vedi come si battono?”, mi dice Florin. Povertà e dignità hanno fatto a pugni. Chi non ha una casa non può vivere da essere umano.

Florin e la sua comunità sono profughi nella periferia della città. Una diaspora a tappe, con l’esodo delle famiglie rom, forzatamente nomadi, da un angolo all’altro del VI, VII e X municipio. La mattina seguente un cordone di agenti e furgoni della polizia sbarra l’accesso a via dei Gordiani. Al di là c’è l’ex deposito di birra occupato.

E’ il secondo sgombero in 24 ore nei confronti delle stesse persone. Davanti agli agenti ci sono gli insegnanti e la preside della scuola elementare Iqbal Masih. Circa 40 bambini frequentavano regolarmente negli istituti del quartiere, accompagnati dai genitori. “Questa comunità di romeni è la più attenta alla scolarizzazione che abbiamo mai avuto – dice la preside Simonetta Salacone – sono bambini pulitissimi e costanti a scuola, i genitori facevano un grandissimo sforzo nonostante vivessero nelle baracche. Non rubano, riciclano i materiali che trovano nei cassonetti. Sono come i nosti immigrati meridionali di cinquant’anni fa che si spostavano per sfuggire alla povertà e vivevano nelle baraccopoli”. La preside cerca di fare filtrare attraverso i poliziotti una lista con dei nomi. E’ quella dei genitori dei bambini che sono a scuola. Non si sa che fine abbiano fatto le loro famiglie, né se qualcuno verrà a riprenderli. Quando un autobus su cui sono stati fatti salire alcune decine di rom tenta di partire, il vicepresidente del VI municipio Antonio Vannisanti, alcuni consiglieri e i ragazzi dell’associazione Popica provano inutilmente a bloccarlo. Momenti di tensione, ma il bus se ne va e nessuno sa dire dove è diretto.

Florin intanto si è disperso nei campi adiacenti a Villa De Sanctis. Lo ritrovo il giorno seguente. Dorme con altre trenta persone nella sala consigliare del municipio, alla Marranella. Lo incontro per l’ultima volta. Non sono più riuscita a sapere che fine abbia fatto. Non è tra quelli che hanno trovato alloggio a Metropoliz, uno stabile occupato sulla via Prenestina. Potrebbe essere tra i cento portati dal comune sulla via Salaria. “E’ una struttura protetta e segreta, non identificabile”, mi dice al telefono lo staff dell’assessore alle Politiche Sociali Sveva Belviso. I giornalisti non possono visitarla. In realtà è un’ex cartiera sgomberata a settembre. Una soluzione temporanea che arriva solo dopo l’appello mondiale lanciato da Amnesty International sulle violazioni dei diritti umani commesse ai danni dei rom, ai quali non era stato notificato lo sgombero e che dovrebbero essere risarciti dei beni perduti. Giorni dopo, quando una delegazione di politici riesce a entrare, Daniele Ozzimo, consigliere Pd in Campidoglio racconta: “Anche se dormono in due grandi ambienti riscaldati in condizioni dignitose tutto lo stabile circostante cade a pezzi, con le vetrate spaccate e i muri semidistrutti”. Secondo il consigliere Pd, “è un’accoglienza non prevista che l’amministrazione ha concesso obtorto collo. Con due sgomberi in 24 ore l’intento era quello di disperdere ed esasperare quella gente al punto di portarli ad accettare il rimpatrio assistito”. E’ stata la prima operazione eclatante del Piano Nomadi del prefetto Giuseppe Pecoraro, commissario straordinario per l’emergenza rom. Pochi giorni prima era finito sui giornali un documento riservato dei consiglieri Pdl che sollecitavano il sindaco ad accelerare la chiusura del Casilino 900. Con La Martora e Tor De Cenci dovevano essere i tre campi da dimezzare entro ottobre 2009 e chiudere nei primi sei mesi del 2010. Significa trasferire 1500 persone, di cui almeno 500 bambini. Ma secondo il piano, nei prossimi sei mesi dovrebbero essere sgomberate altre duemila persone da 80 baraccopoli ‘abusive’. Un esodo interno alla città, per arrivare a 13 campi attrezzati, vigilati e videosorvegliati, chiamati ‘villaggi’.

Raffaella Cosentino

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nota: l’articolo si riferisce allo sgombero del campo rom del parco di Centocelle (Roma) a novembre 2009


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