Archive for the 'Rom' Category

su Theorema n.6

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Vite di cartone

Dalle baracche nel parco di Centocelle al prato di Villa De Sanctis. Da un ex deposito di birra occupato alla sala consiliare del municipio. La diaspora a tappe di quasi 500 rom rumeni, dopo il primo sgombero eclatante del Piano Nomadi. Nei prossimi sei mesi dovrebbero essere trasferite migliaia di persone e centinaia di bambini.

Ottanta baracche si accasciano al suolo, afflosciate come scatole di cartone. La pala meccanica della ruspa si abbatte sul tetto. Legno e lamiere contorte crollano senza opporre resistenza. Le casette se ne vanno senza fare troppo rumore, come i loro proprietari qualche ora prima. Tra i cumuli di macerie e la vegetazione, un vecchio e sua moglie ritornano spingendo un passeggino vuoto. Vorrebbero riprendere le cose lasciate al momento della fuga. Gli agenti di polizia glielo impediscono. Niente può essere portato via. Non si può rientrare nel fosso. La ruspa è al lavoro. A mezzogiorno è tutto finito. In quattro ore il campo rom del Parco di Centocelle è stato abbattuto. Altrettanto velocemente sui giornali questo diventa “lo sgombero del Casilino 700”. In realtà un campo con questo nome non esiste da anni. Da quando fu raso al suolo per volere delle amministrazioni di centro-sinistra. Ma la parola “Casilino” fa effetto. E’ un fantasma che riporta alla memoria della gente il “Casilino 900”, il campo rom più grande d’Europa, da quarant’anni a poche centinaia di metri di distanza. Il parco di Centocelle confina con il Casilino 900 e con degli sfasciacarrozze. Gli atti vandalici sono stati numerosi.



Per due anni, 500 rom romeni hanno vissuto in due campi nel parco. Fino all’alba dell’11 novembre scorso. All’irruzione della polizia, le famiglie rom fuggono, lasciando le baracche deserte e portandosi dietro quello che possono. 69 persone vengono identificate e 19 denunciate per reati ambientali e di costruzione abusiva. Sei finiscono al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. Uomini dell’Ama e del corpo forestale vengono chiamati per la bonifica, che avrà tempi lunghi. Le operazioni sono guidate dal dirigente della Questura Raffaele Clemente e seguite dal vice capo di gabinetto del sindaco Alemanno, Tommaso Profeta. Ai rom offrono il rimpatrio assistito in Romania o l’accoglienza per sole donne e bambini. Le famiglie rifiutano entrambe le proposte e soprattutto si oppongono all’idea di dividersi.

Florin è uno di loro. Ha 14 anni, è esile e con il braccio sinistro malato. Lo tiene appeso al collo con un pezzo di stoffa, come se fosse rotto. Ma non ha ingessature. Dopo la distruzione della sua baracca, insieme agli altri si è accampato a Villa De Sanctis. Ovunque, a vista, sul prato, ci sono pacchi, valigie, donne con bambini piccoli. “Perché ci fai le foto?” mi domanda Florin da lontano, mentre il mirino della mia macchina fotografica inquadra una bicicletta rosa e un uomo sullo sfondo. E’ suo padre, mi dice. Si avvicina e cominciamo a parlare.”Dove dormiamo stanotte?”, chiede. Prima che faccia buio, molte delle persone sgomberate occupano un ex deposito di birra. Florin mi accompagna dentro. Lo stabile è composto da alcuni edifici e magazzini disposti a quadrato attorno a un grande cortile interno. Le strutture non hanno porte. Saliamo le scale. In ogni stanzone fatiscente c’è già qualcuno. Tutti si affrettano ad accaparrarsi un posto. Qualcuno cerca di fare pulizia con una vecchia scopa. Ci affacciamo dalla finestra senza vetri. Nel cortile di sotto è appena arrivato un camion carico di materassi. C’è l’assalto, uomini e donne si lanciano alla conquista. “Sono dei poveretti. Non vedi come si battono?”, mi dice Florin. Povertà e dignità hanno fatto a pugni. Chi non ha una casa non può vivere da essere umano.

Florin e la sua comunità sono profughi nella periferia della città. Una diaspora a tappe, con l’esodo delle famiglie rom, forzatamente nomadi, da un angolo all’altro del VI, VII e X municipio. La mattina seguente un cordone di agenti e furgoni della polizia sbarra l’accesso a via dei Gordiani. Al di là c’è l’ex deposito di birra occupato.

E’ il secondo sgombero in 24 ore nei confronti delle stesse persone. Davanti agli agenti ci sono gli insegnanti e la preside della scuola elementare Iqbal Masih. Circa 40 bambini frequentavano regolarmente negli istituti del quartiere, accompagnati dai genitori. “Questa comunità di romeni è la più attenta alla scolarizzazione che abbiamo mai avuto – dice la preside Simonetta Salacone – sono bambini pulitissimi e costanti a scuola, i genitori facevano un grandissimo sforzo nonostante vivessero nelle baracche. Non rubano, riciclano i materiali che trovano nei cassonetti. Sono come i nosti immigrati meridionali di cinquant’anni fa che si spostavano per sfuggire alla povertà e vivevano nelle baraccopoli”. La preside cerca di fare filtrare attraverso i poliziotti una lista con dei nomi. E’ quella dei genitori dei bambini che sono a scuola. Non si sa che fine abbiano fatto le loro famiglie, né se qualcuno verrà a riprenderli. Quando un autobus su cui sono stati fatti salire alcune decine di rom tenta di partire, il vicepresidente del VI municipio Antonio Vannisanti, alcuni consiglieri e i ragazzi dell’associazione Popica provano inutilmente a bloccarlo. Momenti di tensione, ma il bus se ne va e nessuno sa dire dove è diretto.

Florin intanto si è disperso nei campi adiacenti a Villa De Sanctis. Lo ritrovo il giorno seguente. Dorme con altre trenta persone nella sala consigliare del municipio, alla Marranella. Lo incontro per l’ultima volta. Non sono più riuscita a sapere che fine abbia fatto. Non è tra quelli che hanno trovato alloggio a Metropoliz, uno stabile occupato sulla via Prenestina. Potrebbe essere tra i cento portati dal comune sulla via Salaria. “E’ una struttura protetta e segreta, non identificabile”, mi dice al telefono lo staff dell’assessore alle Politiche Sociali Sveva Belviso. I giornalisti non possono visitarla. In realtà è un’ex cartiera sgomberata a settembre. Una soluzione temporanea che arriva solo dopo l’appello mondiale lanciato da Amnesty International sulle violazioni dei diritti umani commesse ai danni dei rom, ai quali non era stato notificato lo sgombero e che dovrebbero essere risarciti dei beni perduti. Giorni dopo, quando una delegazione di politici riesce a entrare, Daniele Ozzimo, consigliere Pd in Campidoglio racconta: “Anche se dormono in due grandi ambienti riscaldati in condizioni dignitose tutto lo stabile circostante cade a pezzi, con le vetrate spaccate e i muri semidistrutti”. Secondo il consigliere Pd, “è un’accoglienza non prevista che l’amministrazione ha concesso obtorto collo. Con due sgomberi in 24 ore l’intento era quello di disperdere ed esasperare quella gente al punto di portarli ad accettare il rimpatrio assistito”. E’ stata la prima operazione eclatante del Piano Nomadi del prefetto Giuseppe Pecoraro, commissario straordinario per l’emergenza rom. Pochi giorni prima era finito sui giornali un documento riservato dei consiglieri Pdl che sollecitavano il sindaco ad accelerare la chiusura del Casilino 900. Con La Martora e Tor De Cenci dovevano essere i tre campi da dimezzare entro ottobre 2009 e chiudere nei primi sei mesi del 2010. Significa trasferire 1500 persone, di cui almeno 500 bambini. Ma secondo il piano, nei prossimi sei mesi dovrebbero essere sgomberate altre duemila persone da 80 baraccopoli ‘abusive’. Un esodo interno alla città, per arrivare a 13 campi attrezzati, vigilati e videosorvegliati, chiamati ‘villaggi’.

Raffaella Cosentino

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nota: l’articolo si riferisce allo sgombero del campo rom del parco di Centocelle (Roma) a novembre 2009

LA MIA STORIA DA CLANDESTINO di Antun Blazevic

Tratto dal libro “Oltre la rete”, a cura di Serenella Pesarin (Direttore generale per l’attuazione dei provvedimenti giudiziari presso il Dipartimento di Giustizia Minorile) e Raffaele Bracalenti, psicoanalista, presidente dell’Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali , Edizioni Edup, marzo 2009

Questa è la mia storia, ho 47 anni, sono venuto in Italia 28 anni fa come clandestino. Uno straniero, una persona non di cittadinanza italiana. Se però provate a chiedermi di quale Paese sono originario, a quale nazionalità appartengo, vi risponderò che è troppo difficile per me poter dire: “Io sono croato, sebo o macedone”. E’ una storia complicata, una storia che accomuna tutti coloro che vengono dalla ex-Jugoslavia e, in particolare, gli zingari. Mia madre è una gagè (una ‘non-zingara’), una bosniaca cattolica, mentre mio padre è uno zingaro di religione ortodossa. I miei nonni materni sono uno zingaro e una bosniaca musulmana, quelli paterni un ortodosso e una cattolica. A ripercorrere tutto il mio albero genealogico, si rischia di perdersi. E io chi sono? Io sono solo un mezzo zingaro, un meticcio, un miscuglio, sono come il ‘pesto’. Da ragazzo ho vissuto in Slovenia, vicino Vinkovci, nella casa dei nonni: adesso è territorio serbo, ma quando ci abitavo io era zona croata, e ho avuto anche modo di giraare un pò per il paese; poi la decisione di andare in Italia in cerca di fortuna. Era il 17 gennaio 1980: un giorno dopo il mio diciannovesimo compleanno. Un bel modo di festeggiare! Non sono venuto con una carretta del mare: ho attraversato la frontiera a piedi, attraverso i boschi. Da Capo d’Istria ho raggiunto Trieste e da lì, in treno, sono arrivato a Roma. Per quasi sette mesi ho dormito nei treni o nelle stazioni della metropolitana, quasi sempre da solo, senza alcun punto di riferimento nella città. L’inserimento è stato molto lento e faticoso, finchè non ho iniziato a lavorare come restauratore di mobili presso un vecchio artigiano dei Parioli, che però morì solo qualche mese dopo. Per alcuni anni ho continuato a tirare avanti tra un lavoretto e l’altro. Non rubavo all’inizio, ma poi, quando non hai la possibilità di lavorare, di sopravvivere, non hai niente..devi per forza cominciare, e sono stato anche incarcerato. All’inizio degli anni Novanta sono rientrato in Jugoslavia per i fatti della guerra. Da che parte? Non importa più ormai, è storia passata. Comunque, mi sono fatto cinque anni di guerra. Poi, quando ho capito che ra una guerra inutile, che si moriva solo per avere due o tre metri quadrati di terra in più, che tutto sarebbe rimasto come prima, ho deciso di tornare in Italia. Così ho ripreso quella vita di espedienti e piccoli lavoretti.

Poi ho cominciato a stringere i rapporti con gli zingari di Roma e nona vendo la casa avevo deciso di trasferirmi nel campo Casilino 700. “Mi sono subito reso contyo dlele condizioni in cui vivono gli zingari in Italia e ho detto ragazzi svegliamoci, non si può viver così, dobbiamo fare qualcosa!”. Così ho iniziato a impegnarmi nell’associazionismo: facevo parte della A.R.G. ( Amicizia tra Rom e Gagé) ma non avevamo una sede ed era difficili trovare appoggi per le nostre iniziative. Comunque facevamo quel che potevamo, e per un bel pò ho tirato avanti. Finchè un bel giorno, nel 2000, mi hanno preso e mi hanno portato al Centro di permanenza temporanea di Ponte Galeria vicino Roma. Ricordo un impiegato che mi diceva: “Tu devi essere espulso, devi andare via, devi tornare al tuo Paese!” e io: “Scusa, se mi sai dire qual’è il mio paese, io ci torno volentieri!”. Il mio Paese, in realtà, non esiste più: prima si chiamava Jugoslavia, ora si chiama Croazia, Macedoonia, Montenegro…

E’ difficile dirlo esattamente quante persone eravamo all’interno del campo. C’era un continuo via vai; in media direi circa 80-90 persone, quando più, quando meno. Gli uomini dormivano da una parte, le donne e i bambini dall’altra. All’internod el centro operavano diversi corpi dello Stato: Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, e a fianco delle forze dell’ordine operava anche un gruppo di volontari della Croce Rossa Italiana. Proprio tra questi volontari ho conosciuto quella che sarebbe diventata la mia compagna. Le giornate nel centro trascorrevano senza uno scopo apparente. Ogni tanto, due o tre immigrati, quelli dalla situazione giuridica più complessa, venivano portati presso diverse ambasciate, per capire in quale paese avrebbero dovuto essere rimpatriati. Io, lo zingaro jugoslavo, dovevo peregrinare per tutte le sedi diplomatiche dei paesi balcanici: Macedonia, Croazia, Bosnia, Romania..Da ogni parte dicevano: ” No, questo non è nostro, non possiamo riprendercelo noi!”. Un girono, per sbaglio, mi hanno portato pure in quella di Algeria, insieme ad un ragazzo nordafricano! Al campo ho conosciuto anche un mio compaesano, trasportatod a Rimini a Ponte Galeria, per essere espatriato. Dopo qualche giorno, viene messo sull’aereo  e portato a Sarajevo. A quanto pare hanno combinato qualche pasticcio con l’ambasciata perchè dopo poche ore l’hanno rimandato in Italia, a Ponte Galeria, dicendo che non era cittadino bosniaco!  […]

Noi zingari in questo siamo speciali, perchè prendiamo queste cose come un destino . e contro il destino non puoi combattere, l’unica cosa è accettarlo e prendere da ogni evento, da ogni luogo, quel poco di buono che ti può insegnare. So di essere fortunato ad avere questo carattere e questa storia. ma se penso a molti ragazzi, venuti per esempio dall’Africa, che si sono venduti le quattro cose che avevano per poter andare in quello che ritenevano un Paese civile, per costruire qualcosa. Dopo un paio d’anni devono tornare a casa senza un soldo, senza neanche i vestiti addosso, umiliati, senza il coraggio di presentarsi davanti alla propria famiglia. E’ per questo che alcuni immigrati di Ponte Galeria avevano le braccia fasciate, perchè si ferivano intenzionalmente con i vetri delle bottiglie, come estremo gesto di autolesionismo e disperazione.

Una volta uscito dal campo, scaduti i trenta giorni massimi di detenzione, sono tornato alle ambasciate jugoslave “Nons ei dei nostri – mi ripetevano tutti – non sei iscritto nel registro dei cittadini!” allora mi sono impuntato “Se è così scrivetemelo nero su bianco, metteteci un timbro e facciamola finita!”. Così, con questi documenti, sono andato al tribunale di Civitavecchia e ho presentato un ricorso scritto di mio pugno: “Sentite – ho detto – io sono un signor nessuno, sono un fantasma che vive da 22 anni in Italia. Mi volete mettere in regola o no?”. All’inizio pensavano che scherzassi, ma poi hanno capito che facevo sul serio e nel giro di poco tempo mi hanno dato lo status di apolide. Allora sono andato al comune di Anguillara dove risiedevo: ho dovuto raccontare all’impiegata la storia della mia vita, ma tre giorni dopo mi hanno convocato per darmi la carta d’identità. Quando ho preso questo pezzo di carta, me lo sono guardato, me lo sono rigirato tra le mani e ho pensato: “tutto qua? e ora che diavolo devo farci con questa?”

la mia storia di Toni è probabilmente una storia atipica, estrema, quella di un immigrato che nessuno voleva e che quindi nessuno ha potuto espatriare. Una delle poche storie di Ponte galeria conclusesi con un lieto fine. Dopo neppure una settimana dal mio rilascio ho partecipato a una manifestazione di protesta, davanti a Ponte Galeria. Poi mi sono iscritto a un partito politico, ma anche lì, dopo un pò, preferisco non andare nei particolari. “non so, per noi zingari queste cose non funzionano mai in questo paese”. Ora lavoro come mediatore culturale presso le scuole che frequentano i bambini rom. L’attività in cui però metto più passione è quella di attore in compagnia teatrale autodidatta. I monologhi in cui racconto la mia storia, delle mie origini, di questo groviglio di nazionalità che la vostra burocrazia ha deciso di chiamare “apolidia”, sono i momenti più applauditi.

 

Nota: lo status di apolide è regolato dalla legge e viene concesso nei casi in cui una persona abbia perso la sua cittadinanzadi origine, senza poterne acquisire una nuova; è una procedura molto difficile da ottenere, spesso perchè l’ambasciata del paese di nascita non riconosce la persona come proprio cittadino, ma non rilascia un documento scritto di diniego, necessario per l’Italia ai fini  del riconoscimento delllo status di apolide. In molto casi si ricorre quindi al giudizio in tribunale.


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