Archive for the 'Rosarno' Category

Valarioti, un libro-inchiesta invita a riaprire il caso

15/06/2010

15.01

MAFIE

L’iniziativa nasce da un libro di Alessio Magro e Danilo Chirico che fa luce sui tanti punti oscuri del processo. A 30 anni di distanza, nessun colpevole per l’assassinio del politico comunista e le dichiarazioni di un super pentito ignorate dalla giustizia

ROSARNO (RC) – Riaprire il caso Valarioti. Costituire un comitato per chiedere giustizia a 30 anni dall’assassinio del giovane segretario della sezione comunista di Rosarno, ucciso nel 1980 dalla ‘ndrangheta. E’ l’iniziativa che nasce dal libro inchiesta dei giornalisti trentenni Alessio Magro e Danilo Chirico, edito da Round Robin, intitolato “Il Caso Valarioti. Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria. Un processo a metà”. Il libro è stato presentato a Rosarno in occasione del trentennale lo scorso 11 giugno e poi a Catanzaro due giorni dopo. Nel giugno del 1980, in soli dieci giorni, la ‘ndrangheta assesta due colpi mortali al movimento antimafia, incarnato per la stagione degli anni Settanta dagli amministratori locali del Partito Comunista. L’11 giugno di 30 anni fa viene ucciso all’uscita dalla cena elettorale per la vittoria alle regionali Giuseppe Valarioti, 30 anni, insegnante precario e segretario del Pci di Rosarno. Il 21 dello stesso mese, a Cetraro, sulla costa tirrenica cosentina, in un agguato muore Gianni Losardo, segretario alla Procura di Paola e assessore comunale ai Lavori Pubblici. Losardo viene ucciso poche ore dopo essersi dimesso dalla carica in giunta. Un volume collettivo, “Non vivere in silenzio”, ne ricorda la vicenda giudiziaria. Due delitti eccellenti con cui la ‘ndrangheta segna il passaggio nella stanza dei bottoni. Due omicidi rimasti senza colpevoli. Non c’è un’unica regia dietro i due fatti di sangue, ma c’è una stagione e un contesto di lotta democratica che da quel momento non riesce più ad arginare la violenza e la forza delle ‘ndrine.

Tutto questo è ricostruito nel libro inchiesta di Magro e Chirico che hanno passato al setaccio testimonianze, archivi di giornali, carte giudiziarie. I due autori denunciano: “Nel processo bis per l’omicidio Valarioti non furono prese in considerazione le dichiarazioni del pentito Pino Scriva (del calibro di Tommaso Buscetta) che aveva indicato i mandanti e gli esecutori del delitto. Gli incartamenti di quella testimonianza per errore non furono trasmessi alla procura generale e non allegati al procedimento. Quelle carte si trovano nei sotterranei del tribunale di Palmi, introvabili tra migliaia di faldoni”. Dalle 300 pagine scritte dai due giornalisti reggini, emergono un caso  giudiziario con mille pecche, ma anche le mancanze della politica che ha rinunciato troppo presto a fare pressione per avere la verità sull’omicidio, sottovalutando l’importanza della figura di Valarioti e di quell’atto criminale per la successiva ascesa delle ‘ndrine. La fine del politico rosarnese fu decisa in modo collettivo, da un accordo tra i Piromalli, che già gestivano gli affari per la costruzione del Porto di Gioia Tauro e Giuseppe Pesce, il boss di Rosarno che dovette eseguire quanto stabilito da una sorta di ‘mandamento’ mafioso della Piana di Gioia Tauro. Reticenze, ritrattazioni, sparizioni, morti ammazzati fanno da contorno a queste trame criminali che hanno posto fine alla vita di un giovane pieno di speranze di cambiamento per la sua terra. Giuseppe Valarioti aveva una laurea in Lettere in tasca, un’origine contadina,  la passione per l’archeologia e la capacità di parlare ai giovani dei quartieri poveri, sottraendoli al controllo dei boss. Tutto questo aveva deciso di metterlo nell’azione politica e con la vittoria dei comunisti alle regionali, Valarioti avrebbe potuto denunciare le truffe e gli affari dei clan nell’economia della Piana. Una storia dimenticata che torna alla luce grazie all’interesse dell’associazione antimafia daSud onlus e alla collaborazione nella stesura del libro di Carmela Ferro, all’epoca dei fatti fidanzata di Valarioti.

La postfazione del volume è stata scritta da Giuseppe Lavorato, ‘maestro’ politico di Valarioti ed ex sindaco antimafia di Rosarno da sempre al fianco dei migranti. L’omicidio arrivò al termine di una campagna elettorale infuocata. I manifesti elettorali dei comunisti venivano girati al contrario dagli squadroni mafiosi che seguivano i giovani della sezione come delle ombre. L’automobile di Lavorato fu incendiata. Stessa sorte toccò alla sezione del Pci. Per rispondere alle intimidazioni, i comunisti tennero un comizio in piazza, nello stesso giorno in cui metà del paese partecipava ai funerali della madre del boss Pesce. Dal palco Valarioti lanciò la sua sfida “ i comunisti non si piegheranno”. La risposta arrivò a colpi di lupara e il momento dell’agguato fu scelto con cura: Peppe doveva morire davanti ai compagni fra le braccia di Lavorato, a futuro monito. “Facevamo i comizi casa per casa per dare coraggio a quella gente la cui casa è spesso attaccata a quella del boss – ricorda Lavorato – le rivelazioni di Pino Scriva indicano chiaramente che le cosche di Rosarno furono indotte a partecipare a quell’omicidio per avere voce nella spartizione del bottino di miliardi che ha fatto della ‘ndrangheta quello che è adesso”. Secondo l’ex sindaco: “la ‘ndrangheta colpì a Rosarno perché a Rosarno vi fu lo scontro più duro, aperto, porta a porta. Fu un delitto politico mafioso contro l’unica seria opposizione allo strapotere della mafia”. Lavorato indica la via giudiziaria da percorrere: “Sono da mettere sotto la lente di ingrandimento gli interessi del porto e del comune”. Ma sottolinea: “Le attività economiche furono il fine dell’assassinio ma la causa scatenante fu lo scontro politico elettorale che la ‘ndrangheta lesse come una sfida pericolosa al suo potere”. Anche la rivolta dei migranti di Rosarno insegna cosa possono fare le ‘ndrine quando vedono messo in dubbio il loro controllo sul territorio. (rc)

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Rosarno ricorda Giuseppe Valarioti, l’Impastato calabrese

MAFIE

Una targa del comune, un dibattito e un libro sul “caso” del dirigente della sezione del Pci di Rosarno, trucidato all’età di 30 anni dalla ‘ndrangheta dopo la vittoria alle elezioni amministrative l’11 giugno 1980. Il delitto è rimasto impunito

Rosarno – L’Impastato calabrese, una storia dimenticata. E’ quella di Giuseppe Valarioti, professore e dirigente della sezione del Pci di Rosarno, ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno del 1980. A trent’anni di distanza, nel giorno dell’anniversario della tragica scomparsa, a Rosarno una targa, un libro e un’assemblea pubblica ne celebreranno il ricordo.  Il comune (ancora sciolto per mafia e guidato da una commissione straordinaria dal 2008), in collaborazione con l’associazione Arci dedicherà a Valarioti una targa nella piazza principale del paese che già porta il suo nome. Alle 16, nell’auditorium del Liceo Scientifico “R. Piria”, un dibattito organizzato da Libera contro tutte le mafie, daSud Onlus e l’Associazione per il rinnovamento della sinistra, ripercorrerà la sua vicenda, un simbolo per la lotta antimafia in Calabria. All’incontro parteciperanno esponenti della politica, dei sindacati, del volontariato e dell’associazionismo, insieme all’ex sindaco di Rosarno Giuseppe Lavorato e ad Alessio Magro e Danilo Chirico, autori del libro “Il Caso Valarioti. Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria”, edito da Round Robin.

Il volume verrà presentato a Rosarno in anteprima e raccoglie cinque anni di ricerche dei giornalisti reggini Magro e Chirico, nel tentativo di risollevare dall’oblìo la storia di Giuseppe Valarioti, un giovane professore di lettere, appassionato di studi archeologici sulla Rosarno magno-greca, l’antica Medma. Ma soprattutto un attivista politico, che guidava la sezione rosarnese del Pci e che fu trucidato a soli trent’anni di età a colpi di lupara nella notte, all’uscita da un ristorante dopo avere festeggiato la vittoria del partito comunista alle elezioni amministrative. Un delitto efferato che arrivò al termine di una campagna elettorale con la tensione alle stelle, segnata da attentati contro gli esponenti e la sede comunista. E da un segnale minaccioso: i manifesti appena affissi dai militanti comunisti venivano capovolti dai mafiosi. Non stracciati, ma girati al contrario, segno che gli uomini della ‘ndrangheta seguivano passo passo le mosse degli attivisti politici. Un crimine su cui la giustizia non ha mai fatto piena luce, rimasto impunito. E fino a questo momento anche sconosciuto ai più, sia in Italia sia in Calabria. Una storia che somiglia a quella di Peppino Impastato a Cinisi, con l’eccezione che Valarioti non apparteneva a una famiglia legata alla mafia.
L’incontro dell’11 giugno arriva a cinque mesi esatti dalla rivolta degli africani e dalla caccia ai neri a fucilate. L’obiettivo, si legge sul manifesto,  è quello di “unire giovani, immigrati, agricoltori e lavoratori onesti per difendere i diritti di tutti, liberare le popolazioni dall’oppressione mafiosa, costruire lo sviluppo democratico, sociale e civile”. (rc)

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Castel Volturno, associazioni contro il sindaco: “E’ irresponsabile”

05/05/2010
11.30
IMMIGRAZIONE

“Rischia di scatenare una guerra tra poveri, non sono gli immigrati la rovina del paese”. Un documento dei Comboniani e di altre realtà in risposta alle dichiarazioni di Antonio Scalzone che aveva invocato “un’altra Rosarno”

Castel Volturno – Le affermazioni del neosindaco di Castel Volturno Antonio Scalzone “spaventano” le associazioni umanitarie che lavorano con i migranti sul territorio. Recentemente il primo cittadino aveva detto di essere pronto a fare la guerra agli stranieri con “un’altra Rosarno”. Oggi le associazioni hanno diramato un comunicato in risposta a quelle che definiscono “le allarmanti dichiarazioni del sindaco”.
“Lei in questo modo si sta assumendo tutta la responsabilità di gettare benzina su un fuoco già acceso – si legge nella nota – perché chiamare alla rivolta una popolazione Italiana già esasperata e sofferente, è solamente un atto irresponsabile. Lo hanno capito anche i vertici del suo partito che hanno subito preso le distanze”.

Ricordando che il disagio e il degrado che vivono i residenti italiani di Castel Volturno dipende dall’assenza delle istituzioni e di servizi sociali, le associazioni rispondono così a Scalzone: “Lei continua a dire che Castel Volturno è alla deriva a causa degli immigrati, confondendo così le carte in tavola, scatenando una inutile e illogica guerra tra poveri”. Il documento è firmato da AltroModo Flegreo, Associazione Jerry Masslo, Centro Sociale “Ex Canapificio”, MIssonari Comboniani, Operazione Colomba e Padri Sacramentini. Tutte le realtà che operano nell’area e che sono state attaccate dal sindaco per il loro impegno a fianco degli immigrati. “Ha affermato che siamo noi la rovina di Castel Volturno – dicono le associazioni parlando con un’unica voce – Che sono le associazioni che tentano di camminare con gli immigrati a fare da calamita. Ma lei dimentica che molto prima che si costituissero le varie associazioni operanti oggi sul territorio, a poca distanza dalla Domitiana c’era il “ghetto”, luogo ove si ammucchiavano oltre 2500 persone provenienti da varie parti dell’Africa; erano venute senza che vi fosse alcun servizio di accoglienza, o di tipo sanitario, o di assistenza. Venivano qui per cercare lavoro, ben sapendo che dovevano dormire in casupole abbandonate, sotto lamiere e cartoni, senza acqua potabile, né servizi igienici; senza assistenza medica a parte il pronto soccorso”.

Il documento ricorda che le associazioni “ La Jerry Masslo, con i suoi ambulatori, il Fernandes con la sua accoglienza, i Comboniani con il loro asilo, Angelo Luciano con le case famiglie, il Centro Sociale con i suoi sportelli, sono state il risultato e non la causa della presenza di immigrati; sono state risposte a bisogni. Le associazioni hanno sempre fatto proposte concrete come per esempio il “Patto per Castel Volturno” ma sono state invece le Istituzioni a rimanere sordi a queste proposte”.

Dichiarandosi pronte a un tavolo di dialogo con il primo cittadino, le associazioni pro migranti sottolineano che “ogni discorso riguardante l’immigrazione a Castel Volturno passa necessariamente per il permesso di soggiorno”. Secondo l’analisi fatta dopo anni di lavoro sulla questione, il documento conclude: “ Non si risolverà mai nessun problema se gli immigrati non possono ottenere il documento, se non hanno la possibilità di costruirsi una vita più stabile e sicura, finalmente più liberi da schiavisti e lavoro nero. In effetti i fatti di Rosarno qualche cosa ce lo hanno insegnato: ci hanno dimostrato che mantenere persone in clandestinità non favorisce l’emersione della schiavitù e del lavoro in nero”. (rc)
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“Rosarno è solo la punta dell’iceberg”. L’indagine dell’Oim

27/04/2010

17.26
IMMIGRAZIONE

Sfruttamento della manodopera straniera a Castel Volturno: 15 euro per 11 ore di lavoro. 500 nigeriane vittime della tratta. “Potenziare i controlli”

ROMA – “Rosarno è solo la punta dell’iceberg”. E’ quanto afferma l’Oim, l’ Organizzazione internazionale per le migrazioni, che ha presentato un rapporto sulle condizioni di sfruttamento dei migranti a Castel Volturno. Nel casertano l’Oim è presente con il progetto “Praesidium”, finanziato dal Ministero dell’Interno. Nel dossier si evidenzia come lo sfruttamento lavorativo di manodopera immigrata riguarda tutti i migranti, sia quelli in regola con il permesso di soggiorno che quelli senza documenti. Da quanto emerge dal rapporto, i controlli delle autorità si limitano a verificare la regolarità della presenza dello straniero sul territorio italiano, senza influenzare le condizioni di sfruttamento sul lavoro di cui è vittima la manodopera straniera.
“Nonostante il fatto che la zona di Castel Volturno sia nota per la diffusione del lavoro irregolare sia nel settore dell’agricoltura sia in quello dell’edilizia – afferma Simona Moscarelli, esperto legale dell’Oim – è da sottolineare come i controlli da parte delle istituzioni locali sulle condizioni lavorative dei migranti debbano essere necessariamente potenziati”.
“E’ fondamentale che durante tali controlli – spiega la Moscarelli – le forze dell’ordine operanti non si limitino alla mera verifica della situazione di irregolarità dei migranti ma approfondiscano le situazioni di grave sfruttamento lavorativo degli stessi, assicurando una forma di protezione ai casi più vulnerabili o a coloro che sono disponibili a collaborare e denunciare gli sfruttatori alle autorità, ad esempio tramite il rilascio del permesso di soggiorno per protezione sociale”
Il rapporto dell’Oim identifica 3 gruppi di migranti costretti a lavorare in situazioni degradanti e insicure: i cittadini sub-sahariani impiegati nel settore agricolo ed edilizio, i cittadini maghrebini ed egiziani che lavorano per lo più nella raccolta delle fragole nell’agricoltura, i cittadini indiani e pakistani, i più invisibili, che vengono impiegati nelle aziende bufaline in virtù della particolare attenzione e dedizione che prestano, per motivi religiosi, alla cura del bestiame.
Ricevono dai 15 ai 35 euro per una giornata lavorativa di undici ore. “Non mancano casi in cui i migranti non vengano pagati per il lavoro svolto, nonché casi in cui – alla richiesta dei pagamenti dovuti – subiscano minacce e violenze da parte dei propri datori di lavoro”, si legge nel dossier.
Un’altra grave forma di sfruttamento è quello sessuale. Nell’area, secondo l’Oim, ci sono anche circa 500 donne nigeriane vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. “La maggior parte di loro è arrivata nel 2008 sbarcando a Lampedusa. Diversa è la situazione delle cittadine straniere nigeriane arrivate nel 2009. Sembra infatti che, chiusa la rotta di Lampedusa, i trafficanti si siano già riorganizzati e che la maggioranza delle donne arrivi ora in aereo, con visto di ingresso regolare anche se spesso con un passaporto di un’altra persona”, spiega l’Ong. (rc)

Rosarno, 5 euro per un mese di lavoro

03/05/2010

16.48
IMMIGRAZIONE
Due stagionali burkinabè e un cittadino rosarnese sono stati fermati dalla polizia mentre discutevano del mancato pagamento per il lavoro prestato nei campi. Il tutto mentre erano in corso i comizi dei sindacalisti per il primo maggio

Rosarno – Cinque euro per un mese di lavoro. L’ennesimo episodio di sfruttamento degli africani nella cittadina calabrese si è consumato mentre i leader sindacali di Cgil, Cisl e Uil intervenivano sul palco del primo maggio. In una delle vie adiacenti a piazza Valarioti, due stagionali burkinabè e un cittadino rosarnese sono stati fermati dalla polizia nel corso di una discussione sul mancato pagamento di uno dei due stranieri per il lavoro prestato nei campi. Il tutto è avvenuto sotto gli occhi dei passanti e di alcuni manifestanti.

“Ho lavorato per un mese, raccogliendo 60 cassette di arance e tutto quelllo che ne ho ricavato sono queste cinque euro” ha raccontato il lavoratore africano, stringendo in un pugno una banconota. Secondo la testimonianza del bracciante burkinabè, dopo la fine della raccolta, l’italiano non si è fatto più trovare, senza pagargli neanche una giornata di lavoro. L’africano, accompagnato da un connazionale, ha incontrato per caso il suo datore di lavoro per la strada e ha preteso il pagamento. A quel punto l’italiano gli ha dato cinque euro per trarsi d’impaccio. I due africani cercavano al contrario di trattenerlo e ne è nata una discussione accesa. Un giovane passante di Rosarno suggeriva al ragazzo africano di stare zitto, dicendogli: “ti metti d’accordo dopo, lo vai a trovare a casa”. Gli agenti di polizia che si trovavano in servizio per la manifestazione sono intervenuti e hanno fermato le tre persone coinvolte, l’italiano e i due stranieri, portandole al commissariato di Gioia Tauro per l’identificazione. Sono stati tutti rilasciati dopo poco. Il lavoratore del Burkina Faso era arrivato per la prima volta nella cittadina calabrese a febbraio, dopo gli scontri. In precedenza viveva a Castel Volturno. (raffaella cosentino)

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Rosarno, prima della rivolta gli africani denunciarono lo sfruttamento

12.47 27 aprile 2010
IMMIGRAZIONE

Parla uno degli immigrati sulle cui dichiarazioni si basano le indagini: “Ci hanno dato 700 euro da dividere in dieci per sette giorni di lavoro è noi siamo andati a dire ai carabinieri che non volevano pagarci”

Roma – Prima che un commando su un suv scuro sparasse sui lavoratori africani di Rosarno, dando vita alla rivolta del 7 gennaio, gli stagionali immigrati avevano denunciato alle forze dell’ordine lo sfruttamento di cui erano vittime nei campi. E’ quanto emerge dalla testimonianza di uno dei migranti portati dalla Piana di Gioia Tauro nel centro di Sant’Anna di Crotone e qui arrestati e trasferiti nel Cie di Bari il 13 gennaio scorso. Un mese dopo è stato rilasciato proprio per le denunce che aveva sporto. Redattore Sociale ha raccolto la sua testimonianza a Castel Volturno, mantenendone l’anonimato per ragioni di sicurezza. Il ragazzo africano, infatti, è in attesa di entrare in un programma di protezione.

“Un uomo, un proprietario terriero, ha chiamato me e altri, in totale dieci persone, per raccogliere le arance per due settimane – racconta il testimone parlando in inglese – ma poi non voleva pagarci, alla fine ci ha dato 700 euro da dividere in dieci per quindici giorni di lavoro”. Sono meno di sette euro a bracciante per lavorare nei campi per 12 ore, dalle sette del mattino fino alla sera. “Vivevamo a Rosarno ma il lavoro era a Gioia Tauro, dovevamo andare in macchina con i caporali e pagavamo 2 euro e 50 centesimi a persona al giorno per essere portati sui campi”, continua il bracciante africano. “Per cinque volte siamo andati a chiedere i soldi e l’italiano ci ha sempre risposto: domani, venite domani. Alla fine ci disse che non aveva i soldi e che se non ci stava bene saremmo dovuti andare a raccontarlo ai carabinieri”. Questo succedeva a dicembre del 2009. “Così in sette siamo andati a fare denuncia ai carabinieri, ci hanno dato un pezzo di carta e ci hanno detto che ci avrebbero fatto sapere ma non ci hanno mai telefonato”. Secondo il racconto del testimone africano, di queste sette persone, tre erano in regola con il permesso di soggiorno e quattro non avevano i documenti, ma avevano riferito ugualmente del mancato pagamento alle forze dell’ordine. Due di loro sono finiti in arresto e portati nel Cie nei giorni della rivolta. La persona intervistata da Redattore Sociale è uno di questi ultimi e racconta quello che è successo durante la caccia ai neri di Rosarno in stile Ku Klux Klan.

“Ero spaventato perché vivevo in un piccolo casolare ed eravamo solo in 15, per cui ho pensato fosse meglio andare alla fabbrica per nascondermi”. Dopo l’incendio della famigerata Cartiera di San Ferdinando avvenuto a luglio del 2009, la nuova ‘fabbrica’ per gli africani era l’oleificio ex Opera Sila sulla statale 18, nel comune di Gioia Tauro, in cui vivevano a gennaio ormai circa mille stagionali. A poca distanza, in località Spartimento, i rosarnesi avevano fatto una barricata armati di spranghe. La fabbrica era piantonata dagli agenti di polizia e presto arrivarono gli autobus per sgomberare gli occupanti. “Abbiamo detto alla polizia che volevamo andarcene, ma ci hanno risposto che non potevamo lasciare il posto da soli – racconta ancora il ragazzo – quindi ci hanno detto che ci avrebbero accompagnati alla stazione con il pullman. Invece siamo arrivati al campo di Crotone (il Cara- Cie di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, ndr.)”. Alla vista del centro, che molti conoscevano bene perché ci erano passati da richiedenti asilo all’arrivo in Italia, centinaia sono fuggiti a piedi dirigendosi alla stazione ferroviaria di Crotone, che dista 14 chilometri. Il ragazzo africano che aveva denunciato il suo aguzzino italiano però decise di rimanere, credendo alle parole degli operatori del centro. “Ci dissero: dormite qui stanotte e domani vi accompagnamo alla stazione. Il giorno seguente rimandarono all’indomani – continua – intanto ci identificavano facendoci le fotografie e il 13 gennaio siamo stati arrestati e mandati al Cie di Bari”. Reato commesso: inottemperanza a una precedente espulsione.

Il testimone intervistato da Redattore Sociale vive in Italia da cinque anni e ha sempre fatto il bracciante stagionale dal casertano a Foggia. Dal 2008 viveva stabilmente a Rosarno e ricorda l’episodio del dicembre di quell’anno, quando insieme ad altre centinaia di africani aveva protestato pacificamente per il ferimento di due di loro in un agguato di stampo mafioso con finalità di rapina da parte di un giovane del posto. Il colpevole fu identificato e arrestato grazie alle tante testimonianze rilasciate dagli immigrati. “In quell’occasione la polizia ci aveva detto che non sarebbe più successo niente del genere e invece lo ‘shooting’ si è verificato un’altra volta”. La totale mancanza di sicurezza in cui vivevano gli africani di Rosarno è testimoniata anche dal fatto che erano costretti a vivere in tuguri e vecchie fabbriche o casolari con il tetto sfondato. Ghetti molto ben identificabili da chi volesse commettere dei soprusi ai loro danni. “Ho provato ad affittare una stanza ma a Rosarno era troppo difficile e poi ci chiedevano affitti troppo alti, anche 500 euro per tre stanze”, ricorda infine il testimone dello sfruttamento e dello schiavismo della Piana di Gioia Tauro. (rc)
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`Ci dicevano sempre: domani vi paghiamo`

28 aprile 2010 – Rosarno. Una testimonianza
autore dell”articolo Raffaella Cosentino il manifesto

I lavoratori africani stanno denunciando da mesi – agli organi inquirenti italiani – le violenze e lo sfruttamento subito nella Piana di Gioia Tauro. Ma solo dopo i fatti di gennaio le loro parole si sono tramutate in provvedimenti concreti. L`odissea di un gruppo di lavoratori, da Rosarno al Cie di Crotone e di Bari fino a Caserta. “Vi faremo sapere”, dicevano i carabinieri fino a dicembre. Oggi per loro si parla di permesso per protezione umanitaria. E di galera per gli sfruttatori.

Caserta – Avevano denunciato spontaneamente alle forze dell`ordine lo sfruttamento che subivano nei campi. Lo avevano fatto per chiedere il rispetto dei loro diritti. Sono finiti ugualmente nel Centro di identificazione e di espulsione di Bari. Le dichiarazioni dei lavoratori stagionali africani sono all`origine della più grossa indagine giudiziaria realizzata in Calabria sulla rete del caporalato, che coinvolge stranieri e proprietari terrieri italiani dopo i fatti di Rosarno. Grazie alla collaborazione giudiziaria fornita, alcuni di loro hanno potuto lasciare il Cie ed essere inseriti in un programma di protezione. Ma dal racconto di uno di questi testimoni, viene fuori un particolare importante: alcune denunce erano state fatte prima della rivolta di gennaio, rompendo con l`omertà della Piana di Gioia Tauro.

Una possibile chiave di lettura per questa pagina nera della storia repubblicana di cui ancora non esiste una spiegazione chiara. Abbiamo incontrato a Caserta uno dei ragazzi rilasciati dal Cie pugliese e per ragioni di sicurezza ne manteniamo l`anonimato. La sua testimonianza parla di dieci braccianti africani, contattati da un proprietario terriero italiano, per raccogliere le arance per due settimane. Dopo essersi spaccati la schiena nei campi per dodici ore al giorno, hanno ricevuto in totale 700 euro. Da dividere fra tutti. E da cui bisogna sottrarre le 2,50 euro a testa che ogni volta dovevano pagare al caporale che li portava a lavorare in auto da Rosarno a Gioia Tauro. Era dicembre del 2009.

«Per cinque volte siamo andati a chiedere i soldi e l`italiano ci ha sempre risposto: tornate domani – racconta il ragazzo africano – alla fine disse che non aveva i soldi e che se non ci stava bene saremmo dovuti andare dai carabinieri». Secondo il testimone, andarono in sette a riferire del mancato pagamento alle forze dell`ordine, tre dei quali in regola con il permesso di soggiorno e quattro senza documenti. «I carabinieri ci hanno dato un pezzo di carta e ci hanno detto che ci avrebbero fatto sapere ma non ci hanno mai telefonato». Due di questi sette sono finiti nel Cie di Bari subito dopo la rivolta. Ecco com`è successo.

«Ero spaventato perché vivevamo solo in 15 in una casetta, per cui ho pensato fosse meglio andare alla fabbrica (l`ex oleificio Opera Sila) per nascondermi – ricorda – abbiamo detto alla polizia che volevamo andarcene, ma ci hanno risposto che non potevamo lasciare il posto da soli e che ci avrebbero accompagnati alla stazione con il pullman. Invece siamo arrivati al campo di Crotone (il Cara- Cie di Isola Capo Rizzuto, ndr)». Appena scesi dall`autobus, in centinaia sono fuggiti a piedi dirigendosi alla stazione ferroviaria di Crotone, che dista 14 chilometri. Ma il ragazzo africano che intervistiamo a Caserta racconta di essere rimasto nel centro. «Perché gli operatori ci dicevano: dormite qui stanotte e domani vi accompagnamo alla stazione. Il giorno seguente rimandarono all`indomani, intanto ci fotografavano per identificarci e il 13 gennaio siamo stati arrestati e mandati al Cie di Bari». Reato commesso: inottemperanza a una precedente espulsione.

Simona Moscarelli, responsabile dell`ufficio legale dell`Oim, l`Organizzazione internazionale per le migrazioni, che ha seguito il caso con i suoi avvocati spiega: «su 43 reclusi a Bari, benché tutti vittime dello sfruttamento, solo 9 hanno ottenuto di essere messi sotto protezione secondo l`articolo 18». I legali hanno raccolto dagli africani denunce accurate e gli sfruttatori sono stati identificati con numeri di cellulare e targhe delle automobili.


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