Archive for the 'Rosarno' Category

Valarioti, un libro-inchiesta invita a riaprire il caso

15/06/2010

15.01

MAFIE

L’iniziativa nasce da un libro di Alessio Magro e Danilo Chirico che fa luce sui tanti punti oscuri del processo. A 30 anni di distanza, nessun colpevole per l’assassinio del politico comunista e le dichiarazioni di un super pentito ignorate dalla giustizia

ROSARNO (RC) – Riaprire il caso Valarioti. Costituire un comitato per chiedere giustizia a 30 anni dall’assassinio del giovane segretario della sezione comunista di Rosarno, ucciso nel 1980 dalla ‘ndrangheta. E’ l’iniziativa che nasce dal libro inchiesta dei giornalisti trentenni Alessio Magro e Danilo Chirico, edito da Round Robin, intitolato “Il Caso Valarioti. Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria. Un processo a metà”. Il libro è stato presentato a Rosarno in occasione del trentennale lo scorso 11 giugno e poi a Catanzaro due giorni dopo. Nel giugno del 1980, in soli dieci giorni, la ‘ndrangheta assesta due colpi mortali al movimento antimafia, incarnato per la stagione degli anni Settanta dagli amministratori locali del Partito Comunista. L’11 giugno di 30 anni fa viene ucciso all’uscita dalla cena elettorale per la vittoria alle regionali Giuseppe Valarioti, 30 anni, insegnante precario e segretario del Pci di Rosarno. Il 21 dello stesso mese, a Cetraro, sulla costa tirrenica cosentina, in un agguato muore Gianni Losardo, segretario alla Procura di Paola e assessore comunale ai Lavori Pubblici. Losardo viene ucciso poche ore dopo essersi dimesso dalla carica in giunta. Un volume collettivo, “Non vivere in silenzio”, ne ricorda la vicenda giudiziaria. Due delitti eccellenti con cui la ‘ndrangheta segna il passaggio nella stanza dei bottoni. Due omicidi rimasti senza colpevoli. Non c’è un’unica regia dietro i due fatti di sangue, ma c’è una stagione e un contesto di lotta democratica che da quel momento non riesce più ad arginare la violenza e la forza delle ‘ndrine.

Tutto questo è ricostruito nel libro inchiesta di Magro e Chirico che hanno passato al setaccio testimonianze, archivi di giornali, carte giudiziarie. I due autori denunciano: “Nel processo bis per l’omicidio Valarioti non furono prese in considerazione le dichiarazioni del pentito Pino Scriva (del calibro di Tommaso Buscetta) che aveva indicato i mandanti e gli esecutori del delitto. Gli incartamenti di quella testimonianza per errore non furono trasmessi alla procura generale e non allegati al procedimento. Quelle carte si trovano nei sotterranei del tribunale di Palmi, introvabili tra migliaia di faldoni”. Dalle 300 pagine scritte dai due giornalisti reggini, emergono un caso  giudiziario con mille pecche, ma anche le mancanze della politica che ha rinunciato troppo presto a fare pressione per avere la verità sull’omicidio, sottovalutando l’importanza della figura di Valarioti e di quell’atto criminale per la successiva ascesa delle ‘ndrine. La fine del politico rosarnese fu decisa in modo collettivo, da un accordo tra i Piromalli, che già gestivano gli affari per la costruzione del Porto di Gioia Tauro e Giuseppe Pesce, il boss di Rosarno che dovette eseguire quanto stabilito da una sorta di ‘mandamento’ mafioso della Piana di Gioia Tauro. Reticenze, ritrattazioni, sparizioni, morti ammazzati fanno da contorno a queste trame criminali che hanno posto fine alla vita di un giovane pieno di speranze di cambiamento per la sua terra. Giuseppe Valarioti aveva una laurea in Lettere in tasca, un’origine contadina,  la passione per l’archeologia e la capacità di parlare ai giovani dei quartieri poveri, sottraendoli al controllo dei boss. Tutto questo aveva deciso di metterlo nell’azione politica e con la vittoria dei comunisti alle regionali, Valarioti avrebbe potuto denunciare le truffe e gli affari dei clan nell’economia della Piana. Una storia dimenticata che torna alla luce grazie all’interesse dell’associazione antimafia daSud onlus e alla collaborazione nella stesura del libro di Carmela Ferro, all’epoca dei fatti fidanzata di Valarioti.

La postfazione del volume è stata scritta da Giuseppe Lavorato, ‘maestro’ politico di Valarioti ed ex sindaco antimafia di Rosarno da sempre al fianco dei migranti. L’omicidio arrivò al termine di una campagna elettorale infuocata. I manifesti elettorali dei comunisti venivano girati al contrario dagli squadroni mafiosi che seguivano i giovani della sezione come delle ombre. L’automobile di Lavorato fu incendiata. Stessa sorte toccò alla sezione del Pci. Per rispondere alle intimidazioni, i comunisti tennero un comizio in piazza, nello stesso giorno in cui metà del paese partecipava ai funerali della madre del boss Pesce. Dal palco Valarioti lanciò la sua sfida “ i comunisti non si piegheranno”. La risposta arrivò a colpi di lupara e il momento dell’agguato fu scelto con cura: Peppe doveva morire davanti ai compagni fra le braccia di Lavorato, a futuro monito. “Facevamo i comizi casa per casa per dare coraggio a quella gente la cui casa è spesso attaccata a quella del boss – ricorda Lavorato – le rivelazioni di Pino Scriva indicano chiaramente che le cosche di Rosarno furono indotte a partecipare a quell’omicidio per avere voce nella spartizione del bottino di miliardi che ha fatto della ‘ndrangheta quello che è adesso”. Secondo l’ex sindaco: “la ‘ndrangheta colpì a Rosarno perché a Rosarno vi fu lo scontro più duro, aperto, porta a porta. Fu un delitto politico mafioso contro l’unica seria opposizione allo strapotere della mafia”. Lavorato indica la via giudiziaria da percorrere: “Sono da mettere sotto la lente di ingrandimento gli interessi del porto e del comune”. Ma sottolinea: “Le attività economiche furono il fine dell’assassinio ma la causa scatenante fu lo scontro politico elettorale che la ‘ndrangheta lesse come una sfida pericolosa al suo potere”. Anche la rivolta dei migranti di Rosarno insegna cosa possono fare le ‘ndrine quando vedono messo in dubbio il loro controllo sul territorio. (rc)

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Rosarno ricorda Giuseppe Valarioti, l’Impastato calabrese

MAFIE

Una targa del comune, un dibattito e un libro sul “caso” del dirigente della sezione del Pci di Rosarno, trucidato all’età di 30 anni dalla ‘ndrangheta dopo la vittoria alle elezioni amministrative l’11 giugno 1980. Il delitto è rimasto impunito

Rosarno – L’Impastato calabrese, una storia dimenticata. E’ quella di Giuseppe Valarioti, professore e dirigente della sezione del Pci di Rosarno, ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno del 1980. A trent’anni di distanza, nel giorno dell’anniversario della tragica scomparsa, a Rosarno una targa, un libro e un’assemblea pubblica ne celebreranno il ricordo.  Il comune (ancora sciolto per mafia e guidato da una commissione straordinaria dal 2008), in collaborazione con l’associazione Arci dedicherà a Valarioti una targa nella piazza principale del paese che già porta il suo nome. Alle 16, nell’auditorium del Liceo Scientifico “R. Piria”, un dibattito organizzato da Libera contro tutte le mafie, daSud Onlus e l’Associazione per il rinnovamento della sinistra, ripercorrerà la sua vicenda, un simbolo per la lotta antimafia in Calabria. All’incontro parteciperanno esponenti della politica, dei sindacati, del volontariato e dell’associazionismo, insieme all’ex sindaco di Rosarno Giuseppe Lavorato e ad Alessio Magro e Danilo Chirico, autori del libro “Il Caso Valarioti. Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria”, edito da Round Robin.

Il volume verrà presentato a Rosarno in anteprima e raccoglie cinque anni di ricerche dei giornalisti reggini Magro e Chirico, nel tentativo di risollevare dall’oblìo la storia di Giuseppe Valarioti, un giovane professore di lettere, appassionato di studi archeologici sulla Rosarno magno-greca, l’antica Medma. Ma soprattutto un attivista politico, che guidava la sezione rosarnese del Pci e che fu trucidato a soli trent’anni di età a colpi di lupara nella notte, all’uscita da un ristorante dopo avere festeggiato la vittoria del partito comunista alle elezioni amministrative. Un delitto efferato che arrivò al termine di una campagna elettorale con la tensione alle stelle, segnata da attentati contro gli esponenti e la sede comunista. E da un segnale minaccioso: i manifesti appena affissi dai militanti comunisti venivano capovolti dai mafiosi. Non stracciati, ma girati al contrario, segno che gli uomini della ‘ndrangheta seguivano passo passo le mosse degli attivisti politici. Un crimine su cui la giustizia non ha mai fatto piena luce, rimasto impunito. E fino a questo momento anche sconosciuto ai più, sia in Italia sia in Calabria. Una storia che somiglia a quella di Peppino Impastato a Cinisi, con l’eccezione che Valarioti non apparteneva a una famiglia legata alla mafia.
L’incontro dell’11 giugno arriva a cinque mesi esatti dalla rivolta degli africani e dalla caccia ai neri a fucilate. L’obiettivo, si legge sul manifesto,  è quello di “unire giovani, immigrati, agricoltori e lavoratori onesti per difendere i diritti di tutti, liberare le popolazioni dall’oppressione mafiosa, costruire lo sviluppo democratico, sociale e civile”. (rc)

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Castel Volturno, associazioni contro il sindaco: “E’ irresponsabile”

05/05/2010
11.30
IMMIGRAZIONE

“Rischia di scatenare una guerra tra poveri, non sono gli immigrati la rovina del paese”. Un documento dei Comboniani e di altre realtà in risposta alle dichiarazioni di Antonio Scalzone che aveva invocato “un’altra Rosarno”

Castel Volturno – Le affermazioni del neosindaco di Castel Volturno Antonio Scalzone “spaventano” le associazioni umanitarie che lavorano con i migranti sul territorio. Recentemente il primo cittadino aveva detto di essere pronto a fare la guerra agli stranieri con “un’altra Rosarno”. Oggi le associazioni hanno diramato un comunicato in risposta a quelle che definiscono “le allarmanti dichiarazioni del sindaco”.
“Lei in questo modo si sta assumendo tutta la responsabilità di gettare benzina su un fuoco già acceso – si legge nella nota – perché chiamare alla rivolta una popolazione Italiana già esasperata e sofferente, è solamente un atto irresponsabile. Lo hanno capito anche i vertici del suo partito che hanno subito preso le distanze”.

Ricordando che il disagio e il degrado che vivono i residenti italiani di Castel Volturno dipende dall’assenza delle istituzioni e di servizi sociali, le associazioni rispondono così a Scalzone: “Lei continua a dire che Castel Volturno è alla deriva a causa degli immigrati, confondendo così le carte in tavola, scatenando una inutile e illogica guerra tra poveri”. Il documento è firmato da AltroModo Flegreo, Associazione Jerry Masslo, Centro Sociale “Ex Canapificio”, MIssonari Comboniani, Operazione Colomba e Padri Sacramentini. Tutte le realtà che operano nell’area e che sono state attaccate dal sindaco per il loro impegno a fianco degli immigrati. “Ha affermato che siamo noi la rovina di Castel Volturno – dicono le associazioni parlando con un’unica voce – Che sono le associazioni che tentano di camminare con gli immigrati a fare da calamita. Ma lei dimentica che molto prima che si costituissero le varie associazioni operanti oggi sul territorio, a poca distanza dalla Domitiana c’era il “ghetto”, luogo ove si ammucchiavano oltre 2500 persone provenienti da varie parti dell’Africa; erano venute senza che vi fosse alcun servizio di accoglienza, o di tipo sanitario, o di assistenza. Venivano qui per cercare lavoro, ben sapendo che dovevano dormire in casupole abbandonate, sotto lamiere e cartoni, senza acqua potabile, né servizi igienici; senza assistenza medica a parte il pronto soccorso”.

Il documento ricorda che le associazioni “ La Jerry Masslo, con i suoi ambulatori, il Fernandes con la sua accoglienza, i Comboniani con il loro asilo, Angelo Luciano con le case famiglie, il Centro Sociale con i suoi sportelli, sono state il risultato e non la causa della presenza di immigrati; sono state risposte a bisogni. Le associazioni hanno sempre fatto proposte concrete come per esempio il “Patto per Castel Volturno” ma sono state invece le Istituzioni a rimanere sordi a queste proposte”.

Dichiarandosi pronte a un tavolo di dialogo con il primo cittadino, le associazioni pro migranti sottolineano che “ogni discorso riguardante l’immigrazione a Castel Volturno passa necessariamente per il permesso di soggiorno”. Secondo l’analisi fatta dopo anni di lavoro sulla questione, il documento conclude: “ Non si risolverà mai nessun problema se gli immigrati non possono ottenere il documento, se non hanno la possibilità di costruirsi una vita più stabile e sicura, finalmente più liberi da schiavisti e lavoro nero. In effetti i fatti di Rosarno qualche cosa ce lo hanno insegnato: ci hanno dimostrato che mantenere persone in clandestinità non favorisce l’emersione della schiavitù e del lavoro in nero”. (rc)
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“Rosarno è solo la punta dell’iceberg”. L’indagine dell’Oim

27/04/2010

17.26
IMMIGRAZIONE

Sfruttamento della manodopera straniera a Castel Volturno: 15 euro per 11 ore di lavoro. 500 nigeriane vittime della tratta. “Potenziare i controlli”

ROMA – “Rosarno è solo la punta dell’iceberg”. E’ quanto afferma l’Oim, l’ Organizzazione internazionale per le migrazioni, che ha presentato un rapporto sulle condizioni di sfruttamento dei migranti a Castel Volturno. Nel casertano l’Oim è presente con il progetto “Praesidium”, finanziato dal Ministero dell’Interno. Nel dossier si evidenzia come lo sfruttamento lavorativo di manodopera immigrata riguarda tutti i migranti, sia quelli in regola con il permesso di soggiorno che quelli senza documenti. Da quanto emerge dal rapporto, i controlli delle autorità si limitano a verificare la regolarità della presenza dello straniero sul territorio italiano, senza influenzare le condizioni di sfruttamento sul lavoro di cui è vittima la manodopera straniera.
“Nonostante il fatto che la zona di Castel Volturno sia nota per la diffusione del lavoro irregolare sia nel settore dell’agricoltura sia in quello dell’edilizia – afferma Simona Moscarelli, esperto legale dell’Oim – è da sottolineare come i controlli da parte delle istituzioni locali sulle condizioni lavorative dei migranti debbano essere necessariamente potenziati”.
“E’ fondamentale che durante tali controlli – spiega la Moscarelli – le forze dell’ordine operanti non si limitino alla mera verifica della situazione di irregolarità dei migranti ma approfondiscano le situazioni di grave sfruttamento lavorativo degli stessi, assicurando una forma di protezione ai casi più vulnerabili o a coloro che sono disponibili a collaborare e denunciare gli sfruttatori alle autorità, ad esempio tramite il rilascio del permesso di soggiorno per protezione sociale”
Il rapporto dell’Oim identifica 3 gruppi di migranti costretti a lavorare in situazioni degradanti e insicure: i cittadini sub-sahariani impiegati nel settore agricolo ed edilizio, i cittadini maghrebini ed egiziani che lavorano per lo più nella raccolta delle fragole nell’agricoltura, i cittadini indiani e pakistani, i più invisibili, che vengono impiegati nelle aziende bufaline in virtù della particolare attenzione e dedizione che prestano, per motivi religiosi, alla cura del bestiame.
Ricevono dai 15 ai 35 euro per una giornata lavorativa di undici ore. “Non mancano casi in cui i migranti non vengano pagati per il lavoro svolto, nonché casi in cui – alla richiesta dei pagamenti dovuti – subiscano minacce e violenze da parte dei propri datori di lavoro”, si legge nel dossier.
Un’altra grave forma di sfruttamento è quello sessuale. Nell’area, secondo l’Oim, ci sono anche circa 500 donne nigeriane vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. “La maggior parte di loro è arrivata nel 2008 sbarcando a Lampedusa. Diversa è la situazione delle cittadine straniere nigeriane arrivate nel 2009. Sembra infatti che, chiusa la rotta di Lampedusa, i trafficanti si siano già riorganizzati e che la maggioranza delle donne arrivi ora in aereo, con visto di ingresso regolare anche se spesso con un passaporto di un’altra persona”, spiega l’Ong. (rc)

Rosarno, 5 euro per un mese di lavoro

03/05/2010

16.48
IMMIGRAZIONE
Due stagionali burkinabè e un cittadino rosarnese sono stati fermati dalla polizia mentre discutevano del mancato pagamento per il lavoro prestato nei campi. Il tutto mentre erano in corso i comizi dei sindacalisti per il primo maggio

Rosarno – Cinque euro per un mese di lavoro. L’ennesimo episodio di sfruttamento degli africani nella cittadina calabrese si è consumato mentre i leader sindacali di Cgil, Cisl e Uil intervenivano sul palco del primo maggio. In una delle vie adiacenti a piazza Valarioti, due stagionali burkinabè e un cittadino rosarnese sono stati fermati dalla polizia nel corso di una discussione sul mancato pagamento di uno dei due stranieri per il lavoro prestato nei campi. Il tutto è avvenuto sotto gli occhi dei passanti e di alcuni manifestanti.

“Ho lavorato per un mese, raccogliendo 60 cassette di arance e tutto quelllo che ne ho ricavato sono queste cinque euro” ha raccontato il lavoratore africano, stringendo in un pugno una banconota. Secondo la testimonianza del bracciante burkinabè, dopo la fine della raccolta, l’italiano non si è fatto più trovare, senza pagargli neanche una giornata di lavoro. L’africano, accompagnato da un connazionale, ha incontrato per caso il suo datore di lavoro per la strada e ha preteso il pagamento. A quel punto l’italiano gli ha dato cinque euro per trarsi d’impaccio. I due africani cercavano al contrario di trattenerlo e ne è nata una discussione accesa. Un giovane passante di Rosarno suggeriva al ragazzo africano di stare zitto, dicendogli: “ti metti d’accordo dopo, lo vai a trovare a casa”. Gli agenti di polizia che si trovavano in servizio per la manifestazione sono intervenuti e hanno fermato le tre persone coinvolte, l’italiano e i due stranieri, portandole al commissariato di Gioia Tauro per l’identificazione. Sono stati tutti rilasciati dopo poco. Il lavoratore del Burkina Faso era arrivato per la prima volta nella cittadina calabrese a febbraio, dopo gli scontri. In precedenza viveva a Castel Volturno. (raffaella cosentino)

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Rosarno, prima della rivolta gli africani denunciarono lo sfruttamento

12.47 27 aprile 2010
IMMIGRAZIONE

Parla uno degli immigrati sulle cui dichiarazioni si basano le indagini: “Ci hanno dato 700 euro da dividere in dieci per sette giorni di lavoro è noi siamo andati a dire ai carabinieri che non volevano pagarci”

Roma – Prima che un commando su un suv scuro sparasse sui lavoratori africani di Rosarno, dando vita alla rivolta del 7 gennaio, gli stagionali immigrati avevano denunciato alle forze dell’ordine lo sfruttamento di cui erano vittime nei campi. E’ quanto emerge dalla testimonianza di uno dei migranti portati dalla Piana di Gioia Tauro nel centro di Sant’Anna di Crotone e qui arrestati e trasferiti nel Cie di Bari il 13 gennaio scorso. Un mese dopo è stato rilasciato proprio per le denunce che aveva sporto. Redattore Sociale ha raccolto la sua testimonianza a Castel Volturno, mantenendone l’anonimato per ragioni di sicurezza. Il ragazzo africano, infatti, è in attesa di entrare in un programma di protezione.

“Un uomo, un proprietario terriero, ha chiamato me e altri, in totale dieci persone, per raccogliere le arance per due settimane – racconta il testimone parlando in inglese – ma poi non voleva pagarci, alla fine ci ha dato 700 euro da dividere in dieci per quindici giorni di lavoro”. Sono meno di sette euro a bracciante per lavorare nei campi per 12 ore, dalle sette del mattino fino alla sera. “Vivevamo a Rosarno ma il lavoro era a Gioia Tauro, dovevamo andare in macchina con i caporali e pagavamo 2 euro e 50 centesimi a persona al giorno per essere portati sui campi”, continua il bracciante africano. “Per cinque volte siamo andati a chiedere i soldi e l’italiano ci ha sempre risposto: domani, venite domani. Alla fine ci disse che non aveva i soldi e che se non ci stava bene saremmo dovuti andare a raccontarlo ai carabinieri”. Questo succedeva a dicembre del 2009. “Così in sette siamo andati a fare denuncia ai carabinieri, ci hanno dato un pezzo di carta e ci hanno detto che ci avrebbero fatto sapere ma non ci hanno mai telefonato”. Secondo il racconto del testimone africano, di queste sette persone, tre erano in regola con il permesso di soggiorno e quattro non avevano i documenti, ma avevano riferito ugualmente del mancato pagamento alle forze dell’ordine. Due di loro sono finiti in arresto e portati nel Cie nei giorni della rivolta. La persona intervistata da Redattore Sociale è uno di questi ultimi e racconta quello che è successo durante la caccia ai neri di Rosarno in stile Ku Klux Klan.

“Ero spaventato perché vivevo in un piccolo casolare ed eravamo solo in 15, per cui ho pensato fosse meglio andare alla fabbrica per nascondermi”. Dopo l’incendio della famigerata Cartiera di San Ferdinando avvenuto a luglio del 2009, la nuova ‘fabbrica’ per gli africani era l’oleificio ex Opera Sila sulla statale 18, nel comune di Gioia Tauro, in cui vivevano a gennaio ormai circa mille stagionali. A poca distanza, in località Spartimento, i rosarnesi avevano fatto una barricata armati di spranghe. La fabbrica era piantonata dagli agenti di polizia e presto arrivarono gli autobus per sgomberare gli occupanti. “Abbiamo detto alla polizia che volevamo andarcene, ma ci hanno risposto che non potevamo lasciare il posto da soli – racconta ancora il ragazzo – quindi ci hanno detto che ci avrebbero accompagnati alla stazione con il pullman. Invece siamo arrivati al campo di Crotone (il Cara- Cie di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, ndr.)”. Alla vista del centro, che molti conoscevano bene perché ci erano passati da richiedenti asilo all’arrivo in Italia, centinaia sono fuggiti a piedi dirigendosi alla stazione ferroviaria di Crotone, che dista 14 chilometri. Il ragazzo africano che aveva denunciato il suo aguzzino italiano però decise di rimanere, credendo alle parole degli operatori del centro. “Ci dissero: dormite qui stanotte e domani vi accompagnamo alla stazione. Il giorno seguente rimandarono all’indomani – continua – intanto ci identificavano facendoci le fotografie e il 13 gennaio siamo stati arrestati e mandati al Cie di Bari”. Reato commesso: inottemperanza a una precedente espulsione.

Il testimone intervistato da Redattore Sociale vive in Italia da cinque anni e ha sempre fatto il bracciante stagionale dal casertano a Foggia. Dal 2008 viveva stabilmente a Rosarno e ricorda l’episodio del dicembre di quell’anno, quando insieme ad altre centinaia di africani aveva protestato pacificamente per il ferimento di due di loro in un agguato di stampo mafioso con finalità di rapina da parte di un giovane del posto. Il colpevole fu identificato e arrestato grazie alle tante testimonianze rilasciate dagli immigrati. “In quell’occasione la polizia ci aveva detto che non sarebbe più successo niente del genere e invece lo ‘shooting’ si è verificato un’altra volta”. La totale mancanza di sicurezza in cui vivevano gli africani di Rosarno è testimoniata anche dal fatto che erano costretti a vivere in tuguri e vecchie fabbriche o casolari con il tetto sfondato. Ghetti molto ben identificabili da chi volesse commettere dei soprusi ai loro danni. “Ho provato ad affittare una stanza ma a Rosarno era troppo difficile e poi ci chiedevano affitti troppo alti, anche 500 euro per tre stanze”, ricorda infine il testimone dello sfruttamento e dello schiavismo della Piana di Gioia Tauro. (rc)
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`Ci dicevano sempre: domani vi paghiamo`

28 aprile 2010 – Rosarno. Una testimonianza
autore dell”articolo Raffaella Cosentino il manifesto

I lavoratori africani stanno denunciando da mesi – agli organi inquirenti italiani – le violenze e lo sfruttamento subito nella Piana di Gioia Tauro. Ma solo dopo i fatti di gennaio le loro parole si sono tramutate in provvedimenti concreti. L`odissea di un gruppo di lavoratori, da Rosarno al Cie di Crotone e di Bari fino a Caserta. “Vi faremo sapere”, dicevano i carabinieri fino a dicembre. Oggi per loro si parla di permesso per protezione umanitaria. E di galera per gli sfruttatori.

Caserta – Avevano denunciato spontaneamente alle forze dell`ordine lo sfruttamento che subivano nei campi. Lo avevano fatto per chiedere il rispetto dei loro diritti. Sono finiti ugualmente nel Centro di identificazione e di espulsione di Bari. Le dichiarazioni dei lavoratori stagionali africani sono all`origine della più grossa indagine giudiziaria realizzata in Calabria sulla rete del caporalato, che coinvolge stranieri e proprietari terrieri italiani dopo i fatti di Rosarno. Grazie alla collaborazione giudiziaria fornita, alcuni di loro hanno potuto lasciare il Cie ed essere inseriti in un programma di protezione. Ma dal racconto di uno di questi testimoni, viene fuori un particolare importante: alcune denunce erano state fatte prima della rivolta di gennaio, rompendo con l`omertà della Piana di Gioia Tauro.

Una possibile chiave di lettura per questa pagina nera della storia repubblicana di cui ancora non esiste una spiegazione chiara. Abbiamo incontrato a Caserta uno dei ragazzi rilasciati dal Cie pugliese e per ragioni di sicurezza ne manteniamo l`anonimato. La sua testimonianza parla di dieci braccianti africani, contattati da un proprietario terriero italiano, per raccogliere le arance per due settimane. Dopo essersi spaccati la schiena nei campi per dodici ore al giorno, hanno ricevuto in totale 700 euro. Da dividere fra tutti. E da cui bisogna sottrarre le 2,50 euro a testa che ogni volta dovevano pagare al caporale che li portava a lavorare in auto da Rosarno a Gioia Tauro. Era dicembre del 2009.

«Per cinque volte siamo andati a chiedere i soldi e l`italiano ci ha sempre risposto: tornate domani – racconta il ragazzo africano – alla fine disse che non aveva i soldi e che se non ci stava bene saremmo dovuti andare dai carabinieri». Secondo il testimone, andarono in sette a riferire del mancato pagamento alle forze dell`ordine, tre dei quali in regola con il permesso di soggiorno e quattro senza documenti. «I carabinieri ci hanno dato un pezzo di carta e ci hanno detto che ci avrebbero fatto sapere ma non ci hanno mai telefonato». Due di questi sette sono finiti nel Cie di Bari subito dopo la rivolta. Ecco com`è successo.

«Ero spaventato perché vivevamo solo in 15 in una casetta, per cui ho pensato fosse meglio andare alla fabbrica (l`ex oleificio Opera Sila) per nascondermi – ricorda – abbiamo detto alla polizia che volevamo andarcene, ma ci hanno risposto che non potevamo lasciare il posto da soli e che ci avrebbero accompagnati alla stazione con il pullman. Invece siamo arrivati al campo di Crotone (il Cara- Cie di Isola Capo Rizzuto, ndr)». Appena scesi dall`autobus, in centinaia sono fuggiti a piedi dirigendosi alla stazione ferroviaria di Crotone, che dista 14 chilometri. Ma il ragazzo africano che intervistiamo a Caserta racconta di essere rimasto nel centro. «Perché gli operatori ci dicevano: dormite qui stanotte e domani vi accompagnamo alla stazione. Il giorno seguente rimandarono all`indomani, intanto ci fotografavano per identificarci e il 13 gennaio siamo stati arrestati e mandati al Cie di Bari». Reato commesso: inottemperanza a una precedente espulsione.

Simona Moscarelli, responsabile dell`ufficio legale dell`Oim, l`Organizzazione internazionale per le migrazioni, che ha seguito il caso con i suoi avvocati spiega: «su 43 reclusi a Bari, benché tutti vittime dello sfruttamento, solo 9 hanno ottenuto di essere messi sotto protezione secondo l`articolo 18». I legali hanno raccolto dagli africani denunce accurate e gli sfruttatori sono stati identificati con numeri di cellulare e targhe delle automobili.

Rosarno, LA SICUREZZA FA AFFARI

casa del centro di Rosarno affittata a braccianti africani - aprile 2010

15 TERRITORI – IL MANIFESTO
28.04.2010

* APERTURA | di Raffaella Cosentino, Antonello Mangano – ROSARNO
altra italia – DOPO LA CACCIA AL NERO I PROGETTI A SEI ZERI

Fiumi di denaro per progetti sui migranti, pochissimo per risolvere l’emergenza alloggi durante la raccolta delle clementine. La Rognetta, luogo simbolo dello schiavismo nella piana di Gioia Tauro, diventerà una piazza con mercato settimanale, parcheggi e un campo da tennis. Nel frattempo alcune centinaia di immigrati sono rientrati e vivono dispersi nelle campagne, in condizioni peggiori di prima. E per l’autunno si prepara una nuova emergenza

Chiusa la stagione della raccolta delle arance, a Rosarno si apre quella dei fiumi di denaro pubblico in nome della “sicurezza”. Progetti a sei zeri nati con le due rivolte degli africani che a dicembre 2008 e a gennaio 2010 crearono attenzione sulle condizioni miserevoli dei braccianti stagionali. Soldi che arrivano in un territorio dominato dalle ‘ndrine dei Pesce e dei Bellocco con il comune sciolto per infiltrazioni mafiose. La misura è stata anche prorogata di altri sei mesi per le stesse motivazioni, il pericolo di inquinamento delle istituzioni da parte della ‘ndrangheta. I tre milioni di euro in arrivo dal ministero dell’Interno erano saltati fuori già alla fine della caccia ai neri che è stata la vergogna dell’Italia nel mondo. Finanziamenti elargiti una manciata di giorni prima della guerriglia urbana dei rosarnesi contro i lavoratori africani che per la seconda volta in due anni si erano ribellati alla violenza delle ‘ndrine.
In comune c’è un’attività febbrile di studi di fattibilità, progettazioni, consultazioni per presentare progetti sui migranti dalle finalità più varie. Corsi di formazione per istruire gli africani nella raccolta di clementine e agrumi, avviamento al lavoro nei campi, laboratori, esposizioni e perfino un “albergo diffuso” su tutta la Piana di Gioia Tauro. Salta all’occhio la sproporzione tra il volume dei finanziamenti e il numero di alloggi previsti per gli immigrati, considerato che l’emergenza umanitaria che vivono ogni inverno duemila braccianti stagionali stranieri è dovuta in gran parte ai tuguri in cui alloggiano. Secondo quanto afferma il commissario Rosario Fusaro, tra un anno, quando sarà costruito il centro polifunzionale da due milioni di euro, nell’annessa foresteria dormiranno 60 immigrati.
Il commissario non sa dire sulla base di quali criteri verranno scelti i lavoratori a cui dare un tetto, a parte il possesso del permesso di soggiorno. Ma la prossima stagione agrumaria inizia a ottobre. Quindi in attesa della foresteria, tra poco il comune presenterà un progetto con moduli abitativi prefabbricati in comodato gratuito da parte del Viminale. Non oltre 150 posti letto, per i quali i migranti pagheranno un canone minimo, gestito dal comune in partnership con associazioni non meglio specificate, tra cui dovrebbero esserci anche i gesuiti. Tutti alloggi riservati a chi è in regola con il permesso di soggiorno.

Da dormitorio a mercato
La Rognetta, un tempo fabbrica di trasformazione del succo d’arancia, poi rudere senza tetto in cui d’inverno si riparavano tra gli stenti almeno 400 africani in gran parte francofoni, è stato uno dei luoghi simbolo dello schiavismo della Piana. Prima che le ruspe la buttassero giù, era la casa senza elettricità e senz’acqua degli africani di Rosarno. Proprio di fronte alla scuola media “Scopelliti-Green”. Sotto gli occhi di tutti, si riempiva di fantasmi dalla pelle nera a ottobre per svuotarsi a marzo. È l’unico dei dormitori lager a essere stato completamente demolito. Il primo a essere sgomberato dalle forze dell’ordine la sera dell’8 gennaio sotto la pressione delle ronde e delle barricate armate dei rosarnesi. Il primo luogo da cui dare un segnale alla popolazione locale e da cui i neri dovevano sparire per sempre. Ma il suo destino era già segnato. Meno di un mese prima, a dicembre, il ministero dell’Interno aveva approvato un progetto comunale di riqualificazione urbana per la sicurezza del territorio. L’area diventerà una piazza con un anfiteatro che ospiterà un mercato settimanale con box per i vigili, parcheggi e anche un pallone tensostatico con all’interno un campo da tennis. Costo dell’operazione: 930 mila euro.
Il progetto esecutivo è in fase di approvazione e presto andrà a gara. L’altro intervento già finanziato dal Viminale per due milioni di euro con i fondi del Pon Sicurezza, obiettivo 2.5 per il riutilizzo dei beni confiscati, è un centro polifunzionale con la foresteria per soli 60 stranieri regolari. Dovrebbe sorgere tra un anno all’interno dell’ex cementificio Beton Medma, un bene confiscato ai clan D’Agostino e Bellocco. Ci sarà un edificio su due piani, da costruire ex novo, con posti letto, sale comuni e strutture per la formazione professionale dei braccianti agricoli. «Tutte iniziative presentate al ministero all’inizio del 2009 – racconta Fusaro – per individuare un centro per l’accoglienza e la formazione, per affrontare l’emergenza umanitaria, progetti nati dopo la manifestazione pacifica degli africani di dicembre 2008 per il ferimento di due loro compagni da parte di un giovane di Rosarno». Chiarita l’origine, vale a dire la richiesta del rispetto dei diritti umani da parte degli africani, quale sarà il risultato? A lavorare sui progetti in corso saranno tutte imprese locali.
«Ci saranno sicuramente un indotto e una forte ricaduta per l’occupazione di Rosarno» evidenzia il commissario. E questi sono solo gli appalti certi. Perché ci sono almeno altri due grossi progetti allo studio. Il primo da presentare sempre al ministero di Roberto Maroni per la ristrutturazione di un vecchio cinema di proprietà comunale per farne un centro di aggregazione per stranieri con laboratori artigianali e sale espositive. Al momento si trova in fase di approvazione preliminare da parte della prefettura di Reggio Calabria. L’altro, di cui si sta studiando la fattibilità con la Provincia, eventuale ente capofila, è per un sistema di “albergo diffuso” su tutta la Piana. Allo stato dei fatti, sembra una soluzione che richiede molto tempo e tanti soldi. Si devono individuare gli immobili, ristrutturarli e darli in gestione. Inoltre, per ora, solo i comuni di Rosarno, Galatro e San Ferdinando si sono resi disponibili.

demolita la Rognetta, quest'area diventerà un mercato

gli ultimi oggetti personali dei braccianti lasciati tra cumuli di macerie

Che fine ha fatto la task force?
Stando così le cose, in autunno l’emergenza abitativa per gli stagionali rischia di ripresentarsi. «Devono muoversi anche gli altri comuni, Rosarno non può risolvere un problema che è di tutta la Piana», sostiene ancora il commissario Rosario Fusaro. Un’intesa con la Compagnia del Gesù maturata lo scorso autunno per realizzare un villaggio da 500 posti su un’area del comune è stata congelata dai fatti di gennaio. «Quello che è successo l’abbiamo visto tutti, ma perché è successo qualcuno l’ha capito?» si chiede il componente della commissione straordinaria che guida il comune dal 2008. Troppi africani tutti insieme in un posto non ci devono stare. Non solo e non tanto per non creare ghetti. Infatti questa linea è quella seguita a Rosarno dopo gli scontri che hanno spazzato via migliaia di stagionali di pelle nera in soli tre giorni. I braccianti schiavi sono tornati alla spicciolata già a partire dalla settimana seguente alla rivolta. Circa 400 persone, anche i media li hanno notati. Ma vivono in case fatiscenti del paese a gruppi di dieci, pagando cinquanta euro di affitto a testa più le utenze.
O dispersi nelle campagne, adesso davvero invisibili e difficili da raggiungere per chi volesse monitorare la situazione. Si incontrano per le strade in bicicletta o nelle agenzie di money transfer. Tanti sono senegalesi che arrivano dal nord Italia, dove, dicono, non c’è più lavoro. La fine della raccolta li porterà in altre campagne del sud. E quando i sindacati marceranno per il primo maggio a Rosarno, la maggioranza degli africani non ci sarà. Ma il fatto che i proprietari terrieri li abbiano richiamati per lavorare in nero, nonostante le indicazioni della task force di Maroni, e che siano stati lasciati fare dalle istituzioni e dalla ‘ndrangheta, conferma che gli stranieri sono indispensabili all’agricoltura della zona. Per giustificare i corsi di formazione in raccolta degli agrumi, Fusaro dice: «L’avviamento al lavoro lo faranno le istituzioni e questo dovrebbe incidere sul caporalato». Tuttavia è evidente che le dinamiche di caporalato sono legate a un problema di sottosviluppo dell’economia agrumaria con le arance pagate ai produttori appena sei centesimi al chilo. «La politica agricola così com’è strutturata non ha sviluppo – ammette in un secondo momento Fusaro – abbiamo ampiamente segnalato questo aspetto agli europarlamentari venuti in visita a Rosarno, alle commissioni parlamentari e alla task force del ministro Roberto Maroni».

vestititi da lavoro e stivali sul balcone dell'alloggio dei braccianti agricoli senegalesi

I vecchi fondi, chi ben comincia…
Intanto, con i primi 200 mila euro mandati dal ministro Maroni a maggio dell’anno scorso, sono stati comprati dalla ditta Tubes di Polistena 15 servizi igienici. Sono moduli bagno-container con doccia che potrebbero essere allacciati alla rete idrica e fognaria. Costo totale: 132 mila euro. Rosarno, ente capofila per l’emergenza immigrazione, dopo gli incontri con gli altri comuni coinvolti, Gioia Tauro, San Ferdinando e Rizziconi, è riuscita a fare un bando in extremis a metà dicembre per non perdere il finanziamento che scadeva a fine 2009. Il risultato è che giacciono inutilizzati nell’area industriale di Gioia Tauro perché sono arrivati troppo tardi, a fine gennaio, quando ormai le baraccopoli erano sparite. Avrebbero dovuto sostituire i bagni chimici che sono stati noleggiati da aprile a dicembre del 2009 al costo complessivo di altri 29 mila euro.

Memoria
Per velocizzare i tempi e per far sì che tutto sia realizzato prima della prossima stagione agrumaria molti interventi saranno avviati con affidamenti fiduciari, in quanto al di sotto del limite fissato per legge. Ma siamo a Rosarno, e basta guardarsi intorno per trovare i segni dello spreco del denaro pubblico, per esempio la vasta area industriale fantasma oppure i ruderi degli edifici destinati a sontuosi progetti industriali e diventati rifugi per sans papiers. La “Cartiera” era teoricamente un edificio destinato alla produzione di moduli per telescriventi, ma nei fatti è stata una casa da incubo per i lavoratori stranieri per una quindicina d’anni. I progetti risalgono al 2007, quando con un solenne protocollo alla Prefettura di Reggio Calabria si decise di trasformarla in centro d’aggregazione sociale (cosa mai avvenuta, la Cartiera fu mestamente sgomberata la scorsa estate in seguito a un incendio). Ora si ricomincia. Da queste parti pure un riot dagli echi planetari può trasformarsi in una richiesta di finanziamenti.

Crotone senza misericordia

FUORIPAGINA IL MANIFESTO
07/04/2010

In visita nel Cie calabrese. Dove sono rinchiusi molti migranti «italiani», come il «marocchino di Isola Capo Rizzuto», un ambulante nel nostro paese da oltre 25 anni che tutti conoscevano, fermato perché vendeva cd falsi. Con loro un pugno di vittime della «caccia al nero» di Rosarno e 700 aspiranti rifugiati nel vicino centro per richiedenti asilo, soprattutto kurdi, afghani e iracheni. Le storie e la vita all’interno del centro di detenzione per immigrati più grande d’Europa

* | Raffaella Cosentino

Cinque mesi di reclusione nel centro di identificazione e di espulsione di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto hanno cancellato la speranza dagli occhi verdi di Maher. Ventitrè anni, tunisino. Dell’Italia ha visto solo il Cie. È finito dentro appena ha messo piede in Europa. A novembre del 2009, due giorni dopo lo sbarco in Sicilia. Ha pagato duemila euro per regalarsi questo incubo. Per arrivare sull’altra sponda del Mediterraneo passando dalla Libia. Maher ha rifiutato di chiedere asilo politico. Il suo sogno è andare in Germania dal fratello maggiore, che vive lì da quasi vent’anni. Il nostro paese doveva essere solo un luogo di transito. «Il mio programma è svanito – dice a testa bassa – anche moralmente non ho più forza. Mi sembra tutto un’illusione». Poche parole in arabo, pronunciate a stento con l’aiuto della mediatrice culturale. Un breve incontro dopo una lunga attesa. La richiesta alla prefettura di Crotone per visitare il Cie di Isola Capo Rizzuto è datata 29 settembre 2009. Tanti mesi per avere l’ok del ministero dell’Interno. Ci vengono concesse quattro ore. Tre delle quali le passiamo nel centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), scortati da un coordinatore e da un poliziotto. Negli ultimi preziosi sessanta minuti riusciamo a visitare il Cie. La prima cosa che chiediamo è di raccogliere le storie di alcuni immigrati reclusi. Ci assicurano che è possibile. Prima però bisogna parlare con la direttrice del centro, con il coordinatore, con l’assistente legale e con la mediatrice culturale. Visitiamo con la direttrice il cortile esterno dei due edifici che costituiscono il Cie, ma la polizia non ci permette di avvicinarmi a nessuno. «Potrebbero scoppiare dei disordini, il nostro lavoro qui è già abbastanza difficile» è la motivazione che danno. Non si può entrare nei dormitori. Al ritorno, per il poliziotto responsabile della sicurezza il nostro tempo è scaduto, dobbiamo andarcene. Solo dopo proteste e molte insistenze, ci permettono di incontrare Maher. Hanno scelto lui «perché è uno dei più tranquilli». Il ragazzo arriva nell’ufficio della direzione molto scosso. Trema di paura. Il suo disagio aumenta davanti alle nostre domande. Sa che ha davanti una giornalista ma per lui sono soprattutto una donna sconosciuta. L’ennesimo trauma dopo il viaggio che l’ha catapultato dalla Tunisia non in Europa, come pensava, ma in una dimensione senza tempo, di cui non comprende le regole. I giorni devono sembrare interminabili per un ragazzo che quasi non ha ancora la barba e condivide gli spazi di reclusione con altri 47 immigrati di diverse nazionalità, tanti con precedenti penali per spaccio e furto. L’orizzonte quotidiano sono due alte recinzioni. Una è in ferro. L’altra è un muro di cemento. In mezzo c’è un cortile presidiato dalle camionette delle forze dell’ordine. Due palazzine verdi, un tempo alloggi della vecchia base dell’aeronautica militare, poi cpt. Chiuse a maggio 2007 dal Viminale, abbandonate e infine riaperte d’urgenza il 20 febbraio 2009 per trasferirci parte degli immigrati dopo la rivolta e l’incendio nel Cie di Lampedusa.

E i posti aumentano
Le Misericordie d’Italia, che gestiscono il Cara da anni, hanno coordinato la riapertura nella fase di emergenza e poi formalizzato la gestione anche del Cie vincendo il bando del 26 maggio 2009. I due edifici sono divisi in un totale di quattro moduli. Al momento sono in corso i lavori di ristrutturazione. Una volta completati a fine aprile, i posti aumenteranno fino a 124. Se davvero i detenuti dovessero più che raddoppiare, la situazione potrebbe sfuggire di mano. Già così la tensione è alle stelle come la disperazione. La testimonianza inequivocabile dell’emergenza umanitaria e psicologica è uno squarcio di diversi metri nel muro esterno della prima palazzina. Un buco enorme fatto dai reclusi sbattendo contro la parete i letti e le reti metalliche a ripetizione fino a spaccare diverse file di mattoni. «Ogni giorno è una guerra, abbiamo scontri, feriti, moduli smontati, atti di autolesionismo» è lo sfogo di un poliziotto. Il coordinatore Salvatore Petrocca, delle Misericordie, vuole precisare che «non ci sono stati veri e propri tafferugli». Ma poi ammette: «Le persone soffrono e sfasciano tutto. Ad esempio le televisioni, ne abbiamo cambiate 17 in poco tempo». Al Cie di Sant’Anna le cose sono peggiorate dopo il pacchetto sicurezza. Lo dicono tutti quelli che ci lavorano. «Sei mesi sono troppi per l’identificazione. Gli immigrati accettano perfino l’idea della reclusione ma non così a lungo» racconta Auatif, mediatrice culturale marocchina. «I maggiori dissensi li abbiamo avuti quando sono entrati in vigore i 180 giorni, i detenuti non riescono a capire le ragioni di questa norma» afferma anche la direttrice Rosa Viola.

Gli immigrati di Rosarno
In un anno dall’apertura, fino a marzo scorso, 631 persone sono state detenute nel Cie di Sant’Anna. Storie diverse, ma una costante: la maggioranza è in Italia da almeno dieci anni. Immigrati italiani. «Il marocchino di Isola Capo Rizzuto», un venditore ambulante da 25 anni in paese e conosciuto da tutti, si è fatto tre mesi in carcere. Ha raccontato di essere stato fermato dopo un controllo perché vendeva cd falsi. Un sessantenne, i cui figli già sposati vivono a Isola. È potuto uscire solo per motivi di salute. Con l’intimazione di lasciare il territorio nazionale entro 5 giorni. Ci sono poi sei immigrati trasferiti da Rosarno ai primi di gennaio dalle forze dell’ordine nei giorni della “caccia al nero” con i fucili a pallini. Lavoratori stagionali sfruttati per 25 euro nella raccolta delle arance, presi di mira da attacchi razzisti e sfuggiti agli agguati delle ‘ndrine con lo sgombero da parte degli agenti. Una pulizia etnica che ha segnato per sempre la vergogna dell’Italia nel mondo. In carcere non ci sono gli aguzzini, bensì le vittime. Reato commesso: avevano tutti a carico una precedente espulsione. Tre di loro sono richiedenti asilo. Vengono da Liberia, Burkina Faso ed Etiopia. «Con a carico un’espulsione, pur non avendo mai fatto prima la domanda per lo status di rifugiato, devono stare nel Cie» spiega l’avvocato Francesco Vizza. La commissione territoriale deciderà entro la settimana. Altri tre, due mauritani e un maliano, avevano già avuto la richiesta di asilo rifiutata proprio dalla questura di Crotone. «Non possono ripeterla perché non ci sono fatti nuovi» sostiene ancora l’assistente legale del centro. Un iter che contrasta con le richieste per il permesso di soggiorno ai migranti di Rosarno portate avanti da mesi dalle associazioni antirazziste con sit in e proteste come quella delle “arance insanguinate” davanti al Senato.

Da sette mesi senza fondi
Il centro di Sant’Anna è il più grande d’Europa, con circa 1500 posti. A dieci anni dalla sua apertura, la maggior parte degli immigrati dorme ancora nei containers con i servizi igienici in comune. Era una base dell’aeronautica militare, oggi contiene il Cie, il Cara e il Centro di accoglienza. In attesa della decisione della commissione territoriale per l’asilo ci sono al momento 700 aspiranti allo status di rifugiato. Ognuno di loro costa 28,88 euro al giorno alle casse dello stato. Sono oltre ventimila euro al giorno in totale. «Una miseria, una delle rette più basse in Italia. Riusciamo ad andare avanti solo perché si lavora su grossi numeri – afferma la direttrice del Cara, Liberata Parisi – sono sette mesi che il ministero dell’Interno non salda i conti del finanziamento che abbiamo vinto come ente gestore con il bando per il 2009-2012». Soldi che non arrivano neanche per il Cie, nonostante la proroga della permanenza a sei mesi. «Paghiamo i fornitori facendo mutui e prestiti» dice ancora Parisi. Per avere un’idea dei costi di questa gigantesca macchina che ruota attorno all’immigrazione e ai permessi di soggiorno, bisogna calcolare che in media ogni richiedente asilo rimane dai quattro ai sei mesi prima di avere il responso della commissione, i cui uffici sono all’interno del centro. A riprova che i respingimenti in mare non risolvono il problema, a Crotone ci sono ancora 100 nuovi ingressi al mese. Cambiano le rotte, è diversa l’umanità in fuga che arriva. Non più africani passati dalla Libia ma soprattutto kurdi, afghani e iracheni che transitano dal confine nord est dell’Italia. Amir è un kurdo iraniano arrivato fino a Bari in un camion. È fermo a Sant’Anna da quattro mesi. Hamidullah ha ancora la famiglia a Kandahar. Suo padre ha messo insieme quello che aveva per farlo partire. Afghanistan, Turchia, Serbia, Ungheria il suo tragitto. Un altro afghano dice di avere «forse 30 anni». In Ungheria è stato fermato e deportato indietro in Serbia. Da lì è arrivato a Patrasso e poi sotto un camion in Italia. Anche lui quattro mesi a Sant’Anna in un container. Sono tutti dublinanti e la loro situazione giuridica è ancora più complessa.
Gli alloggi in cemento hanno solo 256 posti, costruiti nel 2008. La precedenza va a chi sta nel centro da più tempo, ai bambini e alle 30 donne, di cui una decina incinta. I minori hanno anche pochi mesi di età. Per gestire la convenzione e tutti i servizi previsti serve un piccolo esercito. Tra gli altri, ci sono assistenti sociali, psicologi, educatrici, mediatori culturali, istruttori isef per le attività sportive, esperti per la banca dati informatizzata. In totale sono impiegati con contratti a tempo e interinali 150 lavoratori delle Misericordie di Isola Capo Rizzuto. A loro vanno aggiunti 70 lavoratori del comune che gestisce i servizi di pulizia e di manutenzione. Militari, carabinieri e poliziotti per la sicurezza. Il personale sanitario dell’Asp di Crotone per l’infermeria in servizio 24 ore. Una vera fabbrica di posti di lavoro con un indotto ‘prezioso’ in un’area tra le più povere d’Italia, ad altissima disoccupazione. Costi destinati ad aumentare ancora con i lavori in corso per rafforzare la recinzione esterna e per ristrutturare e ampliare i posti delle due palazzine del Cie.

il cancello del centro di Sant'Anna sulla statale jonica 106


difronte all'ingresso le scritte di protesta sul muro della stazione ferroviaria

l'entrata del Cie


le due palazzine che compongono il Cie con le recinzioni


lo squarcio nel muro fatto dai reclusi a fine marzo 2010m


il Cara all'interno


i containers in cui dormono oltre 400 richiedenti asilo

Rosarno, stagionale schiavizzato e pagato con soldi falsi

Una storia di sfruttamento quella di Joseph, ghanese. Con beffa finale: 100 euro falsi nella paga di due mesi di lavoro, dalle cinque del mattino alle otto di sera, accudendo animali e raccogliendo arance. La scoperta dopo la fuga dalla Piana

Castel Volturno – Davanti al centro Fernandes della Caritas, sulla via Domiziana, Joseph B. stringe in un pugno cento euro false. E’ quello che gli è rimasto del suo lavoro stagionale a Rosarno. Joseph ha 27 anni, è del Ghana, è sbarcato a Lampedusa un anno e mezzo fa. Non gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. Dopo la fuga precipitosa dalla Piana di Gioia Tauro è tornato a Castel Volturno, dove sapeva di riuscire a trovare un alloggio in qualche casa fatiscente, ospitato da amici ghanesi. Non sta lavorando, non riesce a trovare niente nemmeno con il caporalato a giornata. E ha finito i soldi. Il suo racconto dell’esperienza in Calabria è un altro tassello dello sfruttamento dei lavoratori stagionali immigrati nelle campagne, della loro invisibilità e del terrore con cui hanno vissuto i giorni della ‘caccia al negro’. Joseph è arrivato per la prima volta alla ‘Fabbrica’ – ex Opera Sila in autunno. Dopo due settimane, ha trovato lavoro presso un agricoltore, che lo ha portato a vivere nella casetta di campagna. “Era sulla strada per Vibo Valentia, in un posto chiamato Scieno (forse scineo, ndr.) – racconta Joseph – mi svegliavo alle cinque del mattino e fino alle sette curavo gli animali: capre, pecore e maiali, poi alle sette l’uomo, Antonio, mi veniva a prendere e mi portava a raccogliere le arance a Rosarno. La sera alle cinque mi riportava indietro e mi occupavo degli animali fino alle otto”. Totale pattuito: 20 euro a giornata. Joseph dice di essere rimasto per due mesi bloccato in questa contrada lontana dai centri abitati, in cui dipendeva in tutto da ciò che gli portava il padrone della terra. “Non potevo andare da nessuna parte, non c’era niente vicino e non avevo nemmeno il gas per cucinare da solo. L’italiano mi portava da mangiare”. Quasi tutti i giorni. Perché a volte, racconta ancora Joseph, l’uomo si assentava per quattro o cinque giorni per andare a Milano a vendere le arance raccolte. In quei casi, il lavoratore africano sostiene di essere rimasto recluso nella casetta di campagna, senza che nessuno gli facesse visita o gli portasse da mangiare. E senza essere pagato per quelle giornate in cui si occupava solo degli animali. In queste condizioni ha lavorato per due mesi. Per il primo ha ricevuto 620 euro, quasi tutti mandati alla moglie e alla figlia in Ghana. Per il secondo mese non era stato ancora pagato quando sono scoppiati i disordini a Rosarno. “A quel punto l’uomo è venuto a portare via il televisore per non farmi vedere cosa stava succendendo – dice ancora Joseph – ma io l’ho saputo da altri ghanesi che mi hanno telefonato sul cellulare”.
Il ragazzo africano racconta di essersi spaventato molto perché il suo datore di lavoro ha improvvisamente cambiato atteggiamento verso di lui, diventando aggressivo dopo la rivolta degli africani. “Avevo saputo che tutti i neri dovevano andare via da Rosarno, temevo per la mia vita e gli ho chiesto di pagarmi il secondo mese e farmi partire, ma lui non ha voluto”. Inizia una specie di trattativa. “Gli ho detto di darmi solo 250 euro, perché avevo urgenza di mandare i soldi alla mia famiglia in Ghana, la mia vita era più importante e volevo scappare”. Secondo il racconto di Joseph, il datore di lavoro rifiuta più volte di pagarlo e alla fine gli consegna solo 150 euro, di cui cento euro false. A quel punto, Joseph, una volta arrivato a Rosarno per le arance, è fuggito e ha raggiunto la stazione del treno. “Andando a lavorare a Rosarno ho perso – commenta – perché ho speso 25 euro di treno per andare e altrettante per tornare, altri dieci euro li ho pagati a chi mi ha trasportato dalla stazione alla fabbrica e venti euro per comprare una bombola di gas per prepararmi da mangiare alla fabbrica”. Ora non gli resta nulla, se non cento euro false. “Arrivato a Castel Volturno ho scoperto che i soldi erano falsi – dice – qui per fortuna un italiano buono di Marano, per cui ho lavorato in passato, mi ha aiutato. Gli ho raccontato che venivo da Rosarno e mi ha dato da mangiare”. (rc)
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