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Rosarno, LA SICUREZZA FA AFFARI

casa del centro di Rosarno affittata a braccianti africani - aprile 2010

15 TERRITORI – IL MANIFESTO
28.04.2010

* APERTURA | di Raffaella Cosentino, Antonello Mangano – ROSARNO
altra italia – DOPO LA CACCIA AL NERO I PROGETTI A SEI ZERI

Fiumi di denaro per progetti sui migranti, pochissimo per risolvere l’emergenza alloggi durante la raccolta delle clementine. La Rognetta, luogo simbolo dello schiavismo nella piana di Gioia Tauro, diventerà una piazza con mercato settimanale, parcheggi e un campo da tennis. Nel frattempo alcune centinaia di immigrati sono rientrati e vivono dispersi nelle campagne, in condizioni peggiori di prima. E per l’autunno si prepara una nuova emergenza

Chiusa la stagione della raccolta delle arance, a Rosarno si apre quella dei fiumi di denaro pubblico in nome della “sicurezza”. Progetti a sei zeri nati con le due rivolte degli africani che a dicembre 2008 e a gennaio 2010 crearono attenzione sulle condizioni miserevoli dei braccianti stagionali. Soldi che arrivano in un territorio dominato dalle ‘ndrine dei Pesce e dei Bellocco con il comune sciolto per infiltrazioni mafiose. La misura è stata anche prorogata di altri sei mesi per le stesse motivazioni, il pericolo di inquinamento delle istituzioni da parte della ‘ndrangheta. I tre milioni di euro in arrivo dal ministero dell’Interno erano saltati fuori già alla fine della caccia ai neri che è stata la vergogna dell’Italia nel mondo. Finanziamenti elargiti una manciata di giorni prima della guerriglia urbana dei rosarnesi contro i lavoratori africani che per la seconda volta in due anni si erano ribellati alla violenza delle ‘ndrine.
In comune c’è un’attività febbrile di studi di fattibilità, progettazioni, consultazioni per presentare progetti sui migranti dalle finalità più varie. Corsi di formazione per istruire gli africani nella raccolta di clementine e agrumi, avviamento al lavoro nei campi, laboratori, esposizioni e perfino un “albergo diffuso” su tutta la Piana di Gioia Tauro. Salta all’occhio la sproporzione tra il volume dei finanziamenti e il numero di alloggi previsti per gli immigrati, considerato che l’emergenza umanitaria che vivono ogni inverno duemila braccianti stagionali stranieri è dovuta in gran parte ai tuguri in cui alloggiano. Secondo quanto afferma il commissario Rosario Fusaro, tra un anno, quando sarà costruito il centro polifunzionale da due milioni di euro, nell’annessa foresteria dormiranno 60 immigrati.
Il commissario non sa dire sulla base di quali criteri verranno scelti i lavoratori a cui dare un tetto, a parte il possesso del permesso di soggiorno. Ma la prossima stagione agrumaria inizia a ottobre. Quindi in attesa della foresteria, tra poco il comune presenterà un progetto con moduli abitativi prefabbricati in comodato gratuito da parte del Viminale. Non oltre 150 posti letto, per i quali i migranti pagheranno un canone minimo, gestito dal comune in partnership con associazioni non meglio specificate, tra cui dovrebbero esserci anche i gesuiti. Tutti alloggi riservati a chi è in regola con il permesso di soggiorno.

Da dormitorio a mercato
La Rognetta, un tempo fabbrica di trasformazione del succo d’arancia, poi rudere senza tetto in cui d’inverno si riparavano tra gli stenti almeno 400 africani in gran parte francofoni, è stato uno dei luoghi simbolo dello schiavismo della Piana. Prima che le ruspe la buttassero giù, era la casa senza elettricità e senz’acqua degli africani di Rosarno. Proprio di fronte alla scuola media “Scopelliti-Green”. Sotto gli occhi di tutti, si riempiva di fantasmi dalla pelle nera a ottobre per svuotarsi a marzo. È l’unico dei dormitori lager a essere stato completamente demolito. Il primo a essere sgomberato dalle forze dell’ordine la sera dell’8 gennaio sotto la pressione delle ronde e delle barricate armate dei rosarnesi. Il primo luogo da cui dare un segnale alla popolazione locale e da cui i neri dovevano sparire per sempre. Ma il suo destino era già segnato. Meno di un mese prima, a dicembre, il ministero dell’Interno aveva approvato un progetto comunale di riqualificazione urbana per la sicurezza del territorio. L’area diventerà una piazza con un anfiteatro che ospiterà un mercato settimanale con box per i vigili, parcheggi e anche un pallone tensostatico con all’interno un campo da tennis. Costo dell’operazione: 930 mila euro.
Il progetto esecutivo è in fase di approvazione e presto andrà a gara. L’altro intervento già finanziato dal Viminale per due milioni di euro con i fondi del Pon Sicurezza, obiettivo 2.5 per il riutilizzo dei beni confiscati, è un centro polifunzionale con la foresteria per soli 60 stranieri regolari. Dovrebbe sorgere tra un anno all’interno dell’ex cementificio Beton Medma, un bene confiscato ai clan D’Agostino e Bellocco. Ci sarà un edificio su due piani, da costruire ex novo, con posti letto, sale comuni e strutture per la formazione professionale dei braccianti agricoli. «Tutte iniziative presentate al ministero all’inizio del 2009 – racconta Fusaro – per individuare un centro per l’accoglienza e la formazione, per affrontare l’emergenza umanitaria, progetti nati dopo la manifestazione pacifica degli africani di dicembre 2008 per il ferimento di due loro compagni da parte di un giovane di Rosarno». Chiarita l’origine, vale a dire la richiesta del rispetto dei diritti umani da parte degli africani, quale sarà il risultato? A lavorare sui progetti in corso saranno tutte imprese locali.
«Ci saranno sicuramente un indotto e una forte ricaduta per l’occupazione di Rosarno» evidenzia il commissario. E questi sono solo gli appalti certi. Perché ci sono almeno altri due grossi progetti allo studio. Il primo da presentare sempre al ministero di Roberto Maroni per la ristrutturazione di un vecchio cinema di proprietà comunale per farne un centro di aggregazione per stranieri con laboratori artigianali e sale espositive. Al momento si trova in fase di approvazione preliminare da parte della prefettura di Reggio Calabria. L’altro, di cui si sta studiando la fattibilità con la Provincia, eventuale ente capofila, è per un sistema di “albergo diffuso” su tutta la Piana. Allo stato dei fatti, sembra una soluzione che richiede molto tempo e tanti soldi. Si devono individuare gli immobili, ristrutturarli e darli in gestione. Inoltre, per ora, solo i comuni di Rosarno, Galatro e San Ferdinando si sono resi disponibili.

demolita la Rognetta, quest'area diventerà un mercato

gli ultimi oggetti personali dei braccianti lasciati tra cumuli di macerie

Che fine ha fatto la task force?
Stando così le cose, in autunno l’emergenza abitativa per gli stagionali rischia di ripresentarsi. «Devono muoversi anche gli altri comuni, Rosarno non può risolvere un problema che è di tutta la Piana», sostiene ancora il commissario Rosario Fusaro. Un’intesa con la Compagnia del Gesù maturata lo scorso autunno per realizzare un villaggio da 500 posti su un’area del comune è stata congelata dai fatti di gennaio. «Quello che è successo l’abbiamo visto tutti, ma perché è successo qualcuno l’ha capito?» si chiede il componente della commissione straordinaria che guida il comune dal 2008. Troppi africani tutti insieme in un posto non ci devono stare. Non solo e non tanto per non creare ghetti. Infatti questa linea è quella seguita a Rosarno dopo gli scontri che hanno spazzato via migliaia di stagionali di pelle nera in soli tre giorni. I braccianti schiavi sono tornati alla spicciolata già a partire dalla settimana seguente alla rivolta. Circa 400 persone, anche i media li hanno notati. Ma vivono in case fatiscenti del paese a gruppi di dieci, pagando cinquanta euro di affitto a testa più le utenze.
O dispersi nelle campagne, adesso davvero invisibili e difficili da raggiungere per chi volesse monitorare la situazione. Si incontrano per le strade in bicicletta o nelle agenzie di money transfer. Tanti sono senegalesi che arrivano dal nord Italia, dove, dicono, non c’è più lavoro. La fine della raccolta li porterà in altre campagne del sud. E quando i sindacati marceranno per il primo maggio a Rosarno, la maggioranza degli africani non ci sarà. Ma il fatto che i proprietari terrieri li abbiano richiamati per lavorare in nero, nonostante le indicazioni della task force di Maroni, e che siano stati lasciati fare dalle istituzioni e dalla ‘ndrangheta, conferma che gli stranieri sono indispensabili all’agricoltura della zona. Per giustificare i corsi di formazione in raccolta degli agrumi, Fusaro dice: «L’avviamento al lavoro lo faranno le istituzioni e questo dovrebbe incidere sul caporalato». Tuttavia è evidente che le dinamiche di caporalato sono legate a un problema di sottosviluppo dell’economia agrumaria con le arance pagate ai produttori appena sei centesimi al chilo. «La politica agricola così com’è strutturata non ha sviluppo – ammette in un secondo momento Fusaro – abbiamo ampiamente segnalato questo aspetto agli europarlamentari venuti in visita a Rosarno, alle commissioni parlamentari e alla task force del ministro Roberto Maroni».

vestititi da lavoro e stivali sul balcone dell'alloggio dei braccianti agricoli senegalesi

I vecchi fondi, chi ben comincia…
Intanto, con i primi 200 mila euro mandati dal ministro Maroni a maggio dell’anno scorso, sono stati comprati dalla ditta Tubes di Polistena 15 servizi igienici. Sono moduli bagno-container con doccia che potrebbero essere allacciati alla rete idrica e fognaria. Costo totale: 132 mila euro. Rosarno, ente capofila per l’emergenza immigrazione, dopo gli incontri con gli altri comuni coinvolti, Gioia Tauro, San Ferdinando e Rizziconi, è riuscita a fare un bando in extremis a metà dicembre per non perdere il finanziamento che scadeva a fine 2009. Il risultato è che giacciono inutilizzati nell’area industriale di Gioia Tauro perché sono arrivati troppo tardi, a fine gennaio, quando ormai le baraccopoli erano sparite. Avrebbero dovuto sostituire i bagni chimici che sono stati noleggiati da aprile a dicembre del 2009 al costo complessivo di altri 29 mila euro.

Memoria
Per velocizzare i tempi e per far sì che tutto sia realizzato prima della prossima stagione agrumaria molti interventi saranno avviati con affidamenti fiduciari, in quanto al di sotto del limite fissato per legge. Ma siamo a Rosarno, e basta guardarsi intorno per trovare i segni dello spreco del denaro pubblico, per esempio la vasta area industriale fantasma oppure i ruderi degli edifici destinati a sontuosi progetti industriali e diventati rifugi per sans papiers. La “Cartiera” era teoricamente un edificio destinato alla produzione di moduli per telescriventi, ma nei fatti è stata una casa da incubo per i lavoratori stranieri per una quindicina d’anni. I progetti risalgono al 2007, quando con un solenne protocollo alla Prefettura di Reggio Calabria si decise di trasformarla in centro d’aggregazione sociale (cosa mai avvenuta, la Cartiera fu mestamente sgomberata la scorsa estate in seguito a un incendio). Ora si ricomincia. Da queste parti pure un riot dagli echi planetari può trasformarsi in una richiesta di finanziamenti.

Crotone senza misericordia

FUORIPAGINA IL MANIFESTO
07/04/2010

In visita nel Cie calabrese. Dove sono rinchiusi molti migranti «italiani», come il «marocchino di Isola Capo Rizzuto», un ambulante nel nostro paese da oltre 25 anni che tutti conoscevano, fermato perché vendeva cd falsi. Con loro un pugno di vittime della «caccia al nero» di Rosarno e 700 aspiranti rifugiati nel vicino centro per richiedenti asilo, soprattutto kurdi, afghani e iracheni. Le storie e la vita all’interno del centro di detenzione per immigrati più grande d’Europa

* | Raffaella Cosentino

Cinque mesi di reclusione nel centro di identificazione e di espulsione di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto hanno cancellato la speranza dagli occhi verdi di Maher. Ventitrè anni, tunisino. Dell’Italia ha visto solo il Cie. È finito dentro appena ha messo piede in Europa. A novembre del 2009, due giorni dopo lo sbarco in Sicilia. Ha pagato duemila euro per regalarsi questo incubo. Per arrivare sull’altra sponda del Mediterraneo passando dalla Libia. Maher ha rifiutato di chiedere asilo politico. Il suo sogno è andare in Germania dal fratello maggiore, che vive lì da quasi vent’anni. Il nostro paese doveva essere solo un luogo di transito. «Il mio programma è svanito – dice a testa bassa – anche moralmente non ho più forza. Mi sembra tutto un’illusione». Poche parole in arabo, pronunciate a stento con l’aiuto della mediatrice culturale. Un breve incontro dopo una lunga attesa. La richiesta alla prefettura di Crotone per visitare il Cie di Isola Capo Rizzuto è datata 29 settembre 2009. Tanti mesi per avere l’ok del ministero dell’Interno. Ci vengono concesse quattro ore. Tre delle quali le passiamo nel centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), scortati da un coordinatore e da un poliziotto. Negli ultimi preziosi sessanta minuti riusciamo a visitare il Cie. La prima cosa che chiediamo è di raccogliere le storie di alcuni immigrati reclusi. Ci assicurano che è possibile. Prima però bisogna parlare con la direttrice del centro, con il coordinatore, con l’assistente legale e con la mediatrice culturale. Visitiamo con la direttrice il cortile esterno dei due edifici che costituiscono il Cie, ma la polizia non ci permette di avvicinarmi a nessuno. «Potrebbero scoppiare dei disordini, il nostro lavoro qui è già abbastanza difficile» è la motivazione che danno. Non si può entrare nei dormitori. Al ritorno, per il poliziotto responsabile della sicurezza il nostro tempo è scaduto, dobbiamo andarcene. Solo dopo proteste e molte insistenze, ci permettono di incontrare Maher. Hanno scelto lui «perché è uno dei più tranquilli». Il ragazzo arriva nell’ufficio della direzione molto scosso. Trema di paura. Il suo disagio aumenta davanti alle nostre domande. Sa che ha davanti una giornalista ma per lui sono soprattutto una donna sconosciuta. L’ennesimo trauma dopo il viaggio che l’ha catapultato dalla Tunisia non in Europa, come pensava, ma in una dimensione senza tempo, di cui non comprende le regole. I giorni devono sembrare interminabili per un ragazzo che quasi non ha ancora la barba e condivide gli spazi di reclusione con altri 47 immigrati di diverse nazionalità, tanti con precedenti penali per spaccio e furto. L’orizzonte quotidiano sono due alte recinzioni. Una è in ferro. L’altra è un muro di cemento. In mezzo c’è un cortile presidiato dalle camionette delle forze dell’ordine. Due palazzine verdi, un tempo alloggi della vecchia base dell’aeronautica militare, poi cpt. Chiuse a maggio 2007 dal Viminale, abbandonate e infine riaperte d’urgenza il 20 febbraio 2009 per trasferirci parte degli immigrati dopo la rivolta e l’incendio nel Cie di Lampedusa.

E i posti aumentano
Le Misericordie d’Italia, che gestiscono il Cara da anni, hanno coordinato la riapertura nella fase di emergenza e poi formalizzato la gestione anche del Cie vincendo il bando del 26 maggio 2009. I due edifici sono divisi in un totale di quattro moduli. Al momento sono in corso i lavori di ristrutturazione. Una volta completati a fine aprile, i posti aumenteranno fino a 124. Se davvero i detenuti dovessero più che raddoppiare, la situazione potrebbe sfuggire di mano. Già così la tensione è alle stelle come la disperazione. La testimonianza inequivocabile dell’emergenza umanitaria e psicologica è uno squarcio di diversi metri nel muro esterno della prima palazzina. Un buco enorme fatto dai reclusi sbattendo contro la parete i letti e le reti metalliche a ripetizione fino a spaccare diverse file di mattoni. «Ogni giorno è una guerra, abbiamo scontri, feriti, moduli smontati, atti di autolesionismo» è lo sfogo di un poliziotto. Il coordinatore Salvatore Petrocca, delle Misericordie, vuole precisare che «non ci sono stati veri e propri tafferugli». Ma poi ammette: «Le persone soffrono e sfasciano tutto. Ad esempio le televisioni, ne abbiamo cambiate 17 in poco tempo». Al Cie di Sant’Anna le cose sono peggiorate dopo il pacchetto sicurezza. Lo dicono tutti quelli che ci lavorano. «Sei mesi sono troppi per l’identificazione. Gli immigrati accettano perfino l’idea della reclusione ma non così a lungo» racconta Auatif, mediatrice culturale marocchina. «I maggiori dissensi li abbiamo avuti quando sono entrati in vigore i 180 giorni, i detenuti non riescono a capire le ragioni di questa norma» afferma anche la direttrice Rosa Viola.

Gli immigrati di Rosarno
In un anno dall’apertura, fino a marzo scorso, 631 persone sono state detenute nel Cie di Sant’Anna. Storie diverse, ma una costante: la maggioranza è in Italia da almeno dieci anni. Immigrati italiani. «Il marocchino di Isola Capo Rizzuto», un venditore ambulante da 25 anni in paese e conosciuto da tutti, si è fatto tre mesi in carcere. Ha raccontato di essere stato fermato dopo un controllo perché vendeva cd falsi. Un sessantenne, i cui figli già sposati vivono a Isola. È potuto uscire solo per motivi di salute. Con l’intimazione di lasciare il territorio nazionale entro 5 giorni. Ci sono poi sei immigrati trasferiti da Rosarno ai primi di gennaio dalle forze dell’ordine nei giorni della “caccia al nero” con i fucili a pallini. Lavoratori stagionali sfruttati per 25 euro nella raccolta delle arance, presi di mira da attacchi razzisti e sfuggiti agli agguati delle ‘ndrine con lo sgombero da parte degli agenti. Una pulizia etnica che ha segnato per sempre la vergogna dell’Italia nel mondo. In carcere non ci sono gli aguzzini, bensì le vittime. Reato commesso: avevano tutti a carico una precedente espulsione. Tre di loro sono richiedenti asilo. Vengono da Liberia, Burkina Faso ed Etiopia. «Con a carico un’espulsione, pur non avendo mai fatto prima la domanda per lo status di rifugiato, devono stare nel Cie» spiega l’avvocato Francesco Vizza. La commissione territoriale deciderà entro la settimana. Altri tre, due mauritani e un maliano, avevano già avuto la richiesta di asilo rifiutata proprio dalla questura di Crotone. «Non possono ripeterla perché non ci sono fatti nuovi» sostiene ancora l’assistente legale del centro. Un iter che contrasta con le richieste per il permesso di soggiorno ai migranti di Rosarno portate avanti da mesi dalle associazioni antirazziste con sit in e proteste come quella delle “arance insanguinate” davanti al Senato.

Da sette mesi senza fondi
Il centro di Sant’Anna è il più grande d’Europa, con circa 1500 posti. A dieci anni dalla sua apertura, la maggior parte degli immigrati dorme ancora nei containers con i servizi igienici in comune. Era una base dell’aeronautica militare, oggi contiene il Cie, il Cara e il Centro di accoglienza. In attesa della decisione della commissione territoriale per l’asilo ci sono al momento 700 aspiranti allo status di rifugiato. Ognuno di loro costa 28,88 euro al giorno alle casse dello stato. Sono oltre ventimila euro al giorno in totale. «Una miseria, una delle rette più basse in Italia. Riusciamo ad andare avanti solo perché si lavora su grossi numeri – afferma la direttrice del Cara, Liberata Parisi – sono sette mesi che il ministero dell’Interno non salda i conti del finanziamento che abbiamo vinto come ente gestore con il bando per il 2009-2012». Soldi che non arrivano neanche per il Cie, nonostante la proroga della permanenza a sei mesi. «Paghiamo i fornitori facendo mutui e prestiti» dice ancora Parisi. Per avere un’idea dei costi di questa gigantesca macchina che ruota attorno all’immigrazione e ai permessi di soggiorno, bisogna calcolare che in media ogni richiedente asilo rimane dai quattro ai sei mesi prima di avere il responso della commissione, i cui uffici sono all’interno del centro. A riprova che i respingimenti in mare non risolvono il problema, a Crotone ci sono ancora 100 nuovi ingressi al mese. Cambiano le rotte, è diversa l’umanità in fuga che arriva. Non più africani passati dalla Libia ma soprattutto kurdi, afghani e iracheni che transitano dal confine nord est dell’Italia. Amir è un kurdo iraniano arrivato fino a Bari in un camion. È fermo a Sant’Anna da quattro mesi. Hamidullah ha ancora la famiglia a Kandahar. Suo padre ha messo insieme quello che aveva per farlo partire. Afghanistan, Turchia, Serbia, Ungheria il suo tragitto. Un altro afghano dice di avere «forse 30 anni». In Ungheria è stato fermato e deportato indietro in Serbia. Da lì è arrivato a Patrasso e poi sotto un camion in Italia. Anche lui quattro mesi a Sant’Anna in un container. Sono tutti dublinanti e la loro situazione giuridica è ancora più complessa.
Gli alloggi in cemento hanno solo 256 posti, costruiti nel 2008. La precedenza va a chi sta nel centro da più tempo, ai bambini e alle 30 donne, di cui una decina incinta. I minori hanno anche pochi mesi di età. Per gestire la convenzione e tutti i servizi previsti serve un piccolo esercito. Tra gli altri, ci sono assistenti sociali, psicologi, educatrici, mediatori culturali, istruttori isef per le attività sportive, esperti per la banca dati informatizzata. In totale sono impiegati con contratti a tempo e interinali 150 lavoratori delle Misericordie di Isola Capo Rizzuto. A loro vanno aggiunti 70 lavoratori del comune che gestisce i servizi di pulizia e di manutenzione. Militari, carabinieri e poliziotti per la sicurezza. Il personale sanitario dell’Asp di Crotone per l’infermeria in servizio 24 ore. Una vera fabbrica di posti di lavoro con un indotto ‘prezioso’ in un’area tra le più povere d’Italia, ad altissima disoccupazione. Costi destinati ad aumentare ancora con i lavori in corso per rafforzare la recinzione esterna e per ristrutturare e ampliare i posti delle due palazzine del Cie.

il cancello del centro di Sant'Anna sulla statale jonica 106


difronte all'ingresso le scritte di protesta sul muro della stazione ferroviaria

l'entrata del Cie


le due palazzine che compongono il Cie con le recinzioni


lo squarcio nel muro fatto dai reclusi a fine marzo 2010m


il Cara all'interno


i containers in cui dormono oltre 400 richiedenti asilo

Rosarno, stagionale schiavizzato e pagato con soldi falsi

Una storia di sfruttamento quella di Joseph, ghanese. Con beffa finale: 100 euro falsi nella paga di due mesi di lavoro, dalle cinque del mattino alle otto di sera, accudendo animali e raccogliendo arance. La scoperta dopo la fuga dalla Piana

Castel Volturno – Davanti al centro Fernandes della Caritas, sulla via Domiziana, Joseph B. stringe in un pugno cento euro false. E’ quello che gli è rimasto del suo lavoro stagionale a Rosarno. Joseph ha 27 anni, è del Ghana, è sbarcato a Lampedusa un anno e mezzo fa. Non gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. Dopo la fuga precipitosa dalla Piana di Gioia Tauro è tornato a Castel Volturno, dove sapeva di riuscire a trovare un alloggio in qualche casa fatiscente, ospitato da amici ghanesi. Non sta lavorando, non riesce a trovare niente nemmeno con il caporalato a giornata. E ha finito i soldi. Il suo racconto dell’esperienza in Calabria è un altro tassello dello sfruttamento dei lavoratori stagionali immigrati nelle campagne, della loro invisibilità e del terrore con cui hanno vissuto i giorni della ‘caccia al negro’. Joseph è arrivato per la prima volta alla ‘Fabbrica’ – ex Opera Sila in autunno. Dopo due settimane, ha trovato lavoro presso un agricoltore, che lo ha portato a vivere nella casetta di campagna. “Era sulla strada per Vibo Valentia, in un posto chiamato Scieno (forse scineo, ndr.) – racconta Joseph – mi svegliavo alle cinque del mattino e fino alle sette curavo gli animali: capre, pecore e maiali, poi alle sette l’uomo, Antonio, mi veniva a prendere e mi portava a raccogliere le arance a Rosarno. La sera alle cinque mi riportava indietro e mi occupavo degli animali fino alle otto”. Totale pattuito: 20 euro a giornata. Joseph dice di essere rimasto per due mesi bloccato in questa contrada lontana dai centri abitati, in cui dipendeva in tutto da ciò che gli portava il padrone della terra. “Non potevo andare da nessuna parte, non c’era niente vicino e non avevo nemmeno il gas per cucinare da solo. L’italiano mi portava da mangiare”. Quasi tutti i giorni. Perché a volte, racconta ancora Joseph, l’uomo si assentava per quattro o cinque giorni per andare a Milano a vendere le arance raccolte. In quei casi, il lavoratore africano sostiene di essere rimasto recluso nella casetta di campagna, senza che nessuno gli facesse visita o gli portasse da mangiare. E senza essere pagato per quelle giornate in cui si occupava solo degli animali. In queste condizioni ha lavorato per due mesi. Per il primo ha ricevuto 620 euro, quasi tutti mandati alla moglie e alla figlia in Ghana. Per il secondo mese non era stato ancora pagato quando sono scoppiati i disordini a Rosarno. “A quel punto l’uomo è venuto a portare via il televisore per non farmi vedere cosa stava succendendo – dice ancora Joseph – ma io l’ho saputo da altri ghanesi che mi hanno telefonato sul cellulare”.
Il ragazzo africano racconta di essersi spaventato molto perché il suo datore di lavoro ha improvvisamente cambiato atteggiamento verso di lui, diventando aggressivo dopo la rivolta degli africani. “Avevo saputo che tutti i neri dovevano andare via da Rosarno, temevo per la mia vita e gli ho chiesto di pagarmi il secondo mese e farmi partire, ma lui non ha voluto”. Inizia una specie di trattativa. “Gli ho detto di darmi solo 250 euro, perché avevo urgenza di mandare i soldi alla mia famiglia in Ghana, la mia vita era più importante e volevo scappare”. Secondo il racconto di Joseph, il datore di lavoro rifiuta più volte di pagarlo e alla fine gli consegna solo 150 euro, di cui cento euro false. A quel punto, Joseph, una volta arrivato a Rosarno per le arance, è fuggito e ha raggiunto la stazione del treno. “Andando a lavorare a Rosarno ho perso – commenta – perché ho speso 25 euro di treno per andare e altrettante per tornare, altri dieci euro li ho pagati a chi mi ha trasportato dalla stazione alla fabbrica e venti euro per comprare una bombola di gas per prepararmi da mangiare alla fabbrica”. Ora non gli resta nulla, se non cento euro false. “Arrivato a Castel Volturno ho scoperto che i soldi erano falsi – dice – qui per fortuna un italiano buono di Marano, per cui ho lavorato in passato, mi ha aiutato. Gli ho raccontato che venivo da Rosarno e mi ha dato da mangiare”. (rc)
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Irregolare il 95% dei lavoratori extracomunitari nelle campagne calabresi

Oltre 9.000 extracomunitari irregolari sfruttati come ‘manodopera necessaria’. I numeri dietro il caso Rosarno. La denuncia nelle stime del primo rapporto dell’Istituto nazionale di economia agraria. Violati i diritti umani. Monnanni (Unar): “tutti sanno e tutti tacciono”.

Roma – Sfruttamento massiccio di immigrati disperati e senza permesso di soggiorno nelle aziende agricole per le raccolte stagionali. Forza lavoro indispensabile e a basso costo, reclutata in nero, che non ha accesso alle cure mediche e vive in condizioni disumane. Come a Rosarno e in tanti altri angoli bui della Calabria. Si stima che nel 2007 gli extracomunitari impiegati nell’agricoltura in tutta la regione siano stati circa 9.350. Di questi, il 95% lavora senza contratto, in genere soggetto allo schiavismo del caporalato. E’ il quadro desolante fornito dal primo rapporto dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria (Inea) dal titolo: Gli immigrati nell’agricoltura italiana. Dal 1989 al 2007, gli stranieri utilizzati in agricoltura in Italia sono aumentati di oltre 7 volte, passando da 23.000 ad oltre 172.000, su un milione di occupati in totale. A livello nazionale, una caratteristica costante del lavoro agricolo è la stagionalità della prestazione. Anche nelle altre regioni del Paese gli stranieri lavorano nel settore agricolo per brevi periodi, dai 15 giorni ai 3- 6 mesi, ma solo in Calabria si registra la quasi totalità di lavoro nero. Al contrario, nel resto d’Italia cresce la percentuale degli stranieri assunti con contratti: la media nazionale degli irregolari è scesa al 30% e nel nord si arriva appena al 10-15%.

A rendere più cupa la fotografia del lavoro agricolo nella regione è la discrepanza tra i dati ufficiali e la realtà. Per raccontare il fenomeno dello sfruttamento degli stranieri nelle campagne, l’indagine dell’Inea affianca ai dati ufficiali dell’ Inps, dell’ Istat e dei ministeri del Lavoro e dell’Interno, informazioni basate su interviste a testimoni privilegiati, tra cui associazioni, sindacati, immigrati, imprenditori agricoli, Prefetture e Questure. “Secondo i dati ufficiali, pochi stranieri regolarizzati hanno uno sbocco lavorativo in agricoltura” spiega Giuliana Paciola, della sede regionale Inea Calabria. Gli stranieri residenti nella regione al 2007 sono più di 35 mila. Sempre secondo le statistiche ufficiali, la maggiorparte, circa settemila persone, è occupato nell’assistenza agli anziani e sono soprattutto donne dell’Est. “Al contrario le stime Inea ci dicono che gli immigrati in Calabria impiegati prevalentemente in agricoltura sono sempre più numerosi e con condizioni di vita e di lavoro preoccupanti”, prosegue Paciola. Non sono tutti stagionali, ci sono anche gli assunti nelle aziende zootecniche per l’allevamento. Pure per i regolari, la situazione non è limpida: vengono denunciati all’Inps con il numero minimo delle giornate (102) e invece lavorano tutto l’anno integrando il reddito con l’indennità di disoccupazione. Il salario non è quello sindacale e per le donne è addirittura inferiore.

Diritti umani negati per la fetta più consistente di manodopera straniera. Sono nomadi all’interno della regione. Si spostano da una zona all’altra inseguendo le raccolte stagionali di agrumi, olive, uva e patate. Le aree più interessate dal fenomeno sono la Piana di Gioia Tauro, quella di Sibari e la Piana di Cirò e Crotone, ma anche zone interne coma la Sila. “Gli stranieri sono necessari e complementari alla manodopera locale, non rubano il lavoro a nessuno, anzi le raccolte stagionali, intensive e per brevi periodi, non possono essere soddisfatte dalla manodopera familiare neanche nelle aziende più piccole”, spiega ancora la curatrice del rapporto Inea per il caso Calabria. Questo anche a causa dell’invecchiamento degli agricoltori. Il 51% delle aziende calabresi ha un conduttore ultrasessantenne.

Sono soprattutto marocchini, tunisini, senegalesi, ghanesi, maliani a lavorare nelle campagne dall’alba al tramonto, prelevati direttamente sulla strada o nei ricoveri di fortuna dai caporali. “In genere i caporali sono calabresi – continua Paciola – e spesso la paga è corrisposta a loro. Si stanno sviluppando anche network di sfruttamento diversi in cui i caporali sono stranieri che fanno questo lavoro da più anni e con più esperienza”. Dal rapporto Inea emerge che in regioni come il Piemonte e la Toscana ha vinto l’opera di dissuasione e di sanzione condotta dalle autorità contro il lavoro nero, con i controlli nelle campagne battute a tappeto dalle forze dell’ordine. Una politica regionale e sindacale attenta ha portato alla regolarizzazione degli immigrati e ad accordi per corsi di formazione direttamente nei paesi di origine, come la Romania e l’Albania. “In Calabria l’immigrazione non è stata né prevista, né programmata. Il modello calabrese è spontaneo, nonostante il costante aumento di immigrati residenti – conclude Giuliana Paciola – c’è scarsa attenzione del potere politico, la società civile risponde meglio con 164 organismi che hanno sportelli e corsi per gli stranieri”. Le fa eco Massimiliano Monnanni, direttore generale dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali Unar del Dipartimento Pari opportunità: “Un caso come quello della Calabria rappresenta la situazione in cui tutti sanno e tutti tacciono, nessuno denuncia”.

Steve, David, i volti dei ragazzi dell’Africa nera che alloggiavano nell’ex cartiera di Rosarno e che ancora affollano le baracche della Piana di Gioia Tauro. Hanno dai 20 ai 35 anni. A dicembre dell’anno scorso marciarono per protesta fino al municipio della città. Due di loro erano stati feriti per la strada in un agguato. Roberto Saviano e tanti altri commentatori hanno ricordato che quella è stata la prima rivolta spontanea contro la ‘ndrangheta in tanti anni. A guidarla, africani senza diritti della Piana. Le storie e le vite reali dietro i numeri del rapporto Inea.

Raffaella Cosentino pubblicato a dicembre 2009 su Il quotidiano della Calabria

A ISOLA CAPO RIZZUTO È GUERRA CON I «NIGRI»

IL MANIFESTO – 15 TERRITORI
26.02.2010

* APERTURA | di Raffaella Cosentino – S. ANNA DI ISOLA CAPO RIZZUTO (KR)
altra italia –
Centro AD ALTA TENSIONE

In provincia di Crotone, sorge il centro per richiedenti asilo più grande d’Europa. Una convivenza difficile in una piccola contrada. Tra disoccupazione, babele delle lingue, violenze e razzismo, rischia di esplodere un altro caso Rosarno

Autobus di linea che non si fermano se alla piazzola ci sono immigrati. Ancora discriminazioni stile Alabama degli anni Cinquanta , questa volta nel quartiere Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto. A ridosso dell’ex aeroporto militare oggi Cara – Cie (Centro di accoglienza per richiedenti asilo e Centro di identificazione e di espulsione). Dopo la tragedia degli africani della Piana di Gioia Tauro, si squarcia il velo su altri episodi di razzismo, altre Rosarno. Sempre nel ventre molle di un Calabria in cui lo Stato e l’Europa sembrano solo giganti lontanissimi. Un territorio calabrese disagiato che l’assenza delle istituzioni ha trasformato in una polveriera di incidenti e gravi episodi di intolleranza tra italiani e immigrati. Dopo la Statale 18 della Piana, teatro degli scontri e dei linciaggi degli africani delle clementine, è di nuovo una strada a raccontare l’esodo degli stranieri: la 106 jonica, la «via della morte» per i tanti incidenti automobilistici fatali. E’ stato proprio il doppio investimento di un richiedente asilo somalo, la sera del 17 ottobre scorso (mentre a Roma si svolgeva il grande corteo antirazzista), travolto da due diversi pirati della strada, a fare emergere il comportamento razzista degli autisti. Le testimonianze di tanti immigrati, tra cui l’interprete somalo della questura, sono state raccolte da Antonio Anastasi del «Quotidiano della Calabria». Il cronista ha raccontato che nei mesi scorsi gli autobus non si fermavano nel tratto da Sant’Anna a Isola Capo Rizzuto, costringendo i richiedenti protezione umanitaria ad andare a piedi per 10 chilometri su una statale buia e senza marciapiedi, percorsa dalle auto a velocità elevata. «E’ una tratta non servita dai bus navetta del Cara, che arrivano solo a Crotone», spiega Anastasi. Grazie alle sue denunce, ora gli autobus della ditta Romano si fermano. «Si configurava un’interruzione di pubblico servizio, ma la direzione delle autolinee ha richiamato gli autisti con un atto ufficiale, minacciando provvedimenti disciplinari», dice ancora Anastasi che ha raccolto sia le lamentele dei passeggeri per comportamenti indecorosi degli immigrati, sia i racconti degli stranieri sui tanti gesti razzisti di cui sono vittime sui bus. Da chi si tura il naso a chi apre il finestrino «per non sentire la puzza dello straniero».
Ma a Sant’Anna basta parlare con gli abitanti per capire che cova una rabbia pericolosa. Alimentata da incomprensione, paura, assenza delle istituzioni. I residenti si barricano in casa perché si sentono minacciati dalla presenza massiccia di gente povera e straniera. Centinaia di richiedenti asilo che di giorno vanno alla fermata dell’autobus o a comprare da mangiare in un piccolo negozio di alimentari. In autunno raccolgono lumache e le vendono sul ciglio della 106. Parcheggiati per mesi in attesa che la commissione territoriale esamini la loro richiesta di protezione umanitaria. Eccoli di nuovo sulle strade della Calabria «i nigri» (così li chiamano tutti a Sant’Anna). A 200 chilomentri da Rosarno, anche qui i cittadini si sentono «abbandonati dalle istituzioni». Mal sopportano «l’invasione degli stranieri» che dal 2007 possono possono entrare e uscire liberamente dal Centro.
Dopo la chiusura della Pertusola e della Montedison a metà degli anni Novanta, il Centro di Sant’Anna, attivo dal 1999, è diventato la nuova «fabbrica», la più grossa fonte di occupazione di tutta la provincia. Centinaia di posti di lavoro gestiti dalle Misericordie d’Italia, sede di Isola Capo Rizzuto. Il quartiere ha fame di lavoro, ma si sente esasperato. Non capisce le storie, le culture e le differenze di gente che viene dall’Iraq, dall’Afghanistan, dalla Turchia, dall’Africa. Che non parla italiano, come a S.Anna non parlano inglese o francese. «Dovremmo fare come a Rosarno, quando escono, i negri, sono pericolosi», dice Pasquale Pullano, idraulico di mezza età. Racconta che sono entrati in casa e hanno rubato la borsa a sua moglie. Motivi di tensione costante sono le violazioni della proprietà con i piccoli furti di abiti stesi ad asciugare in giardino. «Erano in cinque, sono dovuto scappare sennò gli dovevo sparare», esclama. Parole pesanti che sono di casa al circolo Uisp in piazzetta, dove si radunano i residenti. Gianfranco Leone è un altro abitante. «Solo il buonsenso ci ha salvati – dice – di spunti per scontri ce ne sono stati tanti». Un’altra analogia con Rosarno, le aggressioni a una donna e a un uomo del posto a maggio del 2009. Dell’accaduto esistono due versioni. Una pro e una contro immigrati. Pare che un gruppo di stranieri abbia chiesto un passaggio in auto per uno di loro ferito. Insultati dall’uomo alla guida, si sarebbero scagliati contro il proprietario della macchina e contro una donna venuta in suo soccorso. Ma per gli abitanti c’è stata una violenza senza motivo da parte degli immigrati. I gruppi di stranieri che camminano insieme è la cosa che più spaventa il quartiere. «Hanno messo in difficoltà la nostra contrada – spiega Leone – siamo 1500 persone su 27 chilometri quadrati, quando il centro era pieno ci siamo ritrovati pari numero con loro. Abbiamo dovuto chiudere il circolo perché arrivavano ubriachi, occupavano i campetti». Al centro delle proteste anche i bivacchi e la prostituzione delle nigeriane (con i clienti calabresi) a Villa Margherita, un parco botanico. «Il giorno stesso del ferimento dei due residenti, abbiamo bloccato la 106 in modo spontaneo – racconta – fino a una telefonata del prefetto che ci rassicurava un suo intervento con il governo». Sono seguiti un consiglio comunale all’aperto in piazza a Sant’Anna con il senatore Giuseppe Esposito del Pdl e una visita del sottosegretario Nitto Palma per il governo. La promessa fatta di dimezzare gli immigrati da 1500 a 700 è stata mantenuta con la politica dei respingimenti in mare. Quella di illuminare la strada no. Avevano chiesto qualche lampione della luce per il tratto di 106 vicino all’ingresso del Cie. Ma non hanno mai avuto risposta. «E’ pericoloso, per noi e per loro – continua Leone – ci sono stati diversi feriti in incidenti dovuti al buio».
In estate ha preso forma un tentativo di avvicinamento con una festa etnica in piazza e una partita di calcio «S.Anna contro Ospiti del centro». Leone, che aveva organizzato l’iniziativa insieme al parroco, è rimasto deluso dai suoi stessi concittadini. «La contrada non ha partecipato e nemmeno gli operatori della Misericordia sono stati presenti con le loro famiglie», dice amareggiato. Ma l’insofferenza per il Centro più grande d’Europa con 1458 posti ha raggiunto anche Crotone, a 15 chilomentri di distanza. Attualmente ci sono 682 richiedenti asilo e 50 detenuti nel Cie, riaperto a febbraio 2009 dopo la rivolta e l’incendio di quello di Lampedusa. In città i richiedenti asilo andavano a fare accattonaggio. A marzo 2009 è arrivata un’ordinanza antibivacco del sindaco Peppino Vallone, che vieta anche di «mendicare con insistenza e petulanza». Nìguri, stranieri a Sant’Anna è il film documentario uscito un mese fa, di cui è autore Antonio Martino, 32 anni, film maker originario del quartiere.
Nìguri è costruito su una lunga serie di interviste «ai bianchi e ai neri», ai calabresi e agli ospiti del centro. «Non sai a chi dare ragione – spiega Martino – sono da comprendere gli abitanti che sono stati invasi e hanno visto gli aspetti peggiori della globalizzazione, ma anche questi poveri fantasmi. Molti di loro a cui non viene accordato l’asilo politico sono quella gente rifiutata che approda nella Piana di Gioia Tauro». Un film dopo la Libia delle carceri di Gheddafi e prima di Rosarno. «La tensione, nel momento clou degli sbarchi, quando nel centro c’erano 2000 persone, è stata altissima, si è sfiorato il morto», dice l’autore calabrese. Anche lui è rimasto deluso dai vicini di casa. «Ho provato a organizzare una proiezione e un dibattito nel quartiere, ma i due comitati dei cittadini non hanno risposto – racconta – è lo stesso atteggiamento di diffidenza verso ciò che non si conosce attuato nei confronti dei migranti». Luci per la strada e un proiettore in piazza. Potrebbero bastare a illuminare il buio di Sant’Anna? «L’esasperazione degli animi deriva da una visione criminogena dello straniero fomentata da un’ondata mediatica- dice Carmen Messinetti del Coordinamento migranti Cgil provinciale – unita a un approccio emergenziale del fenomeno e all’assoluta latitanza e indifferenza delle istituzioni». Secondo Messinetti: «Dopo la giusta decisione governativa di rendere liberi l’ingresso e l’uscita dal centro di accoglienza, è mancata la creazione di centri di aggregazione e culturali, di servizi – continua la sindacalista – questo ha creato un’esplosione di rabbia della popolazione, con la destra che, cavalcando l’ottica di esclusione dello straniero, ha rafforzato a Sant’Anna il bacino di voti per la vittoria alle elezioni provinciali”.

Passaggio a Sud – Pensieri per uscire dalla crisi

Quattro giorni di libri, film, fotografie, testimonianze, assemblee, dibattiti

25/28 febbraio 2010

Spazio daSud

Via Gentile da Mogliano, 170 – Pigneto – Roma

Giovedì 25 febbraio – ore 19,30

Crisi e giustizia – Le mafie del Sud e la Quinta Mafia nel Lazio

Il libro. “Ius Sanguinis” di Paola Bottero

Il film. “La guerra di Mario” di Vincenzo Caricari

La testimonianza Mario Congiusta, presidente ass. Gianluca Congiusta

L’inchiesta. La quinta mafia di Alessio Magro

Venerdì 26 febbraio ore 20,30

Crisi e democrazia

Il fumetto. Anteprima della graphic novel sulla storia del giornalista Pippo Fava della collana Libeccio di daSud e Round Robin Editrice

L’evento. Roma si mobilita per il No Mafia day a Reggio Calabria: incontro con i promotori della manifestazione nazionale del 13 marzo

L’assemblea. Dal Caso Calabria al No Mafia day: Rosarno, Ponte, Bombe, Elezioni Regionali

Incontro con Claudio Fava

Sabato 27 febbraio 2010 ore 20,30

Crisi ed emergenza

Quando la storia d’Italia si scrive in deroga a legalità e trasparenza

Il libro. “Potere assoluto – La protezione civile al tempo di Bertolaso” con Emanuele Bonaccorsi
Le videoinchieste. Anteprima di “Comando e controllo” (sul terremoto in Abruzzo) con Alberto Puliafito
e “I furbetti della vasca” (sui mondiali di nuoto a Roma) con Vittorio Romano

Le immagini. “C.a.s.e.” – Proiezione degli scatti di Arianna Catania e Pietro Guglielmino

Le testimonianze.
I comitati aquilani raccontano – con Angelo Venti, Antonio Musella / No discarica Chiaiano

Domenica 28 febbraio 2010 ore 19

Crisi e identità – Da Rosarno a Roma. E ritorno. Verso il primo marzo nella Capitale

Il concerto. Musiche migranti per raccontare il sud e la contaminazione delle identità

Nino Foresteri unplugged

Il racconto. Come nasce e cresce un progetto musicale, la musica come spazio di intercultura.

Il dossier. Arance insanguinate di daSud e Stopndrangheta.it

Da giovedì 25 a domenica 28 dalle 17

La mostra. “Per amore del mio popolo” – il fumetto su Don Peppe Diana

Tutte le sere cenaperitivo

Raccolta fondi in beneficienza per i lavoratori migranti di Rosarno che vivono a Roma

Una mobilitazione nazionale a Rosarno dietro lo striscione censurato


Dossier “Arance insanguinate”. Una grande protesta civile che unisca cittadini calabresi, associazioni antirazziste, movimento antimafia, forze politiche e sindacali, la chiesa e il volontariato. Associazione daSud: “La ‘ndrangheta protagonista dei fatti

Reggio Calabria – Una mobilitazione nazionale verso Rosarno, dietro lo striscione censurato “Speriamo un giorno di poter dire: c’era una volta la mafia”. Dalla Piana di Gioia Tauro a Roma e ritorno. Una grande protesta civile che unisca cittadini calabresi, associazioni antirazziste, movimento antimafia, forze politiche e sindacali, la chiesa e il volontariato. A lanciare la proposta è il documento di analisi “Arance Insanguinate – Dossier Rosarno”, presentato dall’associazione calabrese antimafie daSud onlus. L’iniziativa parte da un editoriale dell’ex sindaco Giuseppe Lavorato, dal titolo “Rosarnesi aprite gli occhi: è la ‘ndrangheta che ci infanga”, con un appello alla maggioranza onesta del paese. L’analisi dell’ex primo cittadino racconta del crollo del mercato agricolo dagli anni Settanta in poi, causa dei meccanismi di sfruttamento. Dalla caduta del prezzo delle arance sul mercato europeo per l’ingresso di altri paesi produttori alle politiche errate che hanno incentivato le truffe, alla mancanza di controlli e allontanamento violento dei commercianti onesti che compravano gli agrumi a un prezzo equo per i produttori. “Con intimidazioni e minacce li allontanò la ‘ndrangheta per rimanere unica acquirente e imporre un prezzo sempre più basso al produttore – scrive Lavorato – E nel corso degli anni si è impossessata di tutta la filiera agricola. Dalle campagne ai mercati: deruba tutti”.

Il dossier è “Un punto di partenza per ricordare e per capire che a macchiare l’immagine di Rosarno non sono i media, ma le cosche della ‘ndrangheta”, dice il giornalista Danilo Chirico. Una raccolta di documenti a sostegno di una mobilitazione per affermare che anche Rosarno fa parte dell’Europa, che non può esistere “un pezzo di territorio off limits e non attraversabile”. All’insegna di un concetto semplice che nella provincia di reggio Calabria si scontra con il muro dell’omertà: “Le strade e le piazze di Rosarno sono territorio libero in un paese libero”. L’associazione sottolinea che “la deportazione di una razza in stile Shoah è qualcosa di grave che non ha paragoni in Italia”. Da oltre un mese, la sede romana di daSud è aperta a un’assemblea permanente con associazioni, partiti, movimenti, centri sociali, artisti per tenere alta l’attenzione sul caso. Tutta la campagna ha preso il nome “Arance insanguinate”, da un sit in di protesta contro il ministro dell’Interno Roberto Maroni davanti al senato.

“La ‘ndrangheta è stata protagonista dei fatti di Rosarno. Chi lo nega è in malafede o non capisce nulla di ciò che accade in Calabria – dicono Celeste Costantino e Danilo Chirico – La ‘ndrangheta ha stracciato la democrazia: è questo che rende Rosarno un caso nazionale”. Secondo gli attivisti antimafie, le cosche hanno guidato la ‘caccia al negro’ “e la manifestazione del comitato civico, nella quale non ha avuto cittadinanza lo striscione antimafia degli studenti, ne è solo una conferma”. Per questo l’associazione di calabresi emigrati, ha riportato in piazza a Roma lo stesso striscione. E daSud smentisce chi dice che a Rosarno il razzismo non c’entra. La verità non sono “venti anni di accoglienza”, ma venti anni di soprusi, come emerge dall’inchiesta di daSud, che afferma: “Il razzismo c’è , è forte e rappresenta la benzina su cui divampa il fuoco della subcultura mafiosa”. (rc)
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