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Oltre l’inverno. A Roma, a Cagliari e a Locri il documentario che racconta la lotta contro la ‘ndrangheta di Liliana Carbone

di Raffaella Cosentino
Sabato 9 ottobre alle 21 due proiezioni concomitanti, a Roma con gli autori allo Spazio daSud (via Gentile Da Mogliano 170, zona Pigneto) e a Cagliari nell’ambito della rassegna Maya Film Festival, festival di cinema indipendente cofinanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali in collaborazione con l’Actor Center di Roma per la direzione artistica di Michael Margotta. Nel capoluogo sardo, al termine di una sei giorni di proiezioni, il regista Massimiliano Ferraina parteciperà all’incontro con gli autori, tra i quali Marco Amenta, regista di ‘Il Fantasma di Corleone’ su Bernardo Provenzano, e Rina Amato con il documentario ‘Cessarè’ sulla storia di Rocco Gatto a Gioiosa Jonica. L’8 ottobre prima proiezione di ‘Oltre l’inverno’ a Locri, nei luoghi in cui è stato girato, durante la manifestazione ‘Storie di vita’ alla cooperativa sociale Mistya, con la partecipazione di associazioni e gruppi impegnati sul territorio, come gli artisti di strada della ‘Gurfata’, la cui esibizione chiude il documentario. ‘Oltre l’inverno’ ha vinto il premio speciale fuori concorso al Gaiart and Video International Festival e la Ginestra d’Argento, sezione “contro la mafia movie” (parimerito con Cessarè) al quinto festival di Carlopoli (Cz).

Il Docu-Film ‘Oltre l’inverno’.

Una maestra che sfida la ‘ndrangheta. La violenza che scompagina in modo drammatico la vita di una famiglia. La resistenza quotidiana di Liliana Carbone all’oppressione mafiosa. Sono i temi al centro del documentario indipendente “Oltre l’inverno”, realizzato da tre giovani autori catanzaresi: Massimiliano Ferraina (regista), Claudia Di Lullo (dialoghista) e Raffaella Cosentino (giornalista freelance). Trenta minuti di immagini che si concentrano sui gesti quotidiani di mamma Carbone a Locri. Momenti carichi di ritualità e di significati perché esprimono il dramma di aver perso un figlio di 30 anni ucciso dalla ‘ndrangheta e il bisogno di andare ‘oltre’, di mantenere viva l’attenzione allargando il campo rispetto alla vicenda personale.

Liliana Esposito Carbone è una maestra elementare di Locri e ha visto uccidere suo figlio nel cortile di casa in un agguato la sera del 17 settembre 2004. Massimiliano stava rientrando con suo fratello da una partita di calcetto. Le ferite gravi riportate nell’agguato non gli hanno risparmiato 7 giorni di agonia prima di spegnersi in ospedale. E’ morto il 24 settembre di sei anni fa, esattamente nel giorno del compleanno di sua madre. Quel giorno segna il passaggio del testimone. A chi ha ucciso per affossare la verità in una tomba, Liliana risponde diventando uno straordinario megafono per chiedere giustizia, non solo per suo figlio ma per tutti i ragazzi e i bambini di Locri. E’ superfluo dire che Massimiliano era incensurato, amava il calcio. Aveva fondato una piccola cooperativa. Aveva una vita normale. Un giovane calabrese che aveva deciso di restare nella sua terra. La sua fine è ancora avvolta dal mistero. Il tribunale di quella città e i suoi inquirenti non hanno saputo dare una verità giudiziaria alla mamma di Massimiliano, perché la sua famiglia trovasse il conforto della giustizia giusta. Raccontare il caso Carbone è difficile perché non esiste una sentenza da riportare nelle cronache, una risposta a chi si chiede perché tanta violenza su un giovane al di fuori da qualunque contesto criminale. Una storia piena di buchi e di colpevoli reticenze.

Liliana Carbone non ha risparmiato risorse personali e forze fisiche nella ricerca della verità. Né si è preoccupata di esporsi ai rischi delle ritorsioni, dell’isolamento e della calunnia. Una vicenda che tira in ballo connivenze e omertà , visto che a Locri non si uccide senza il coinvolgimento di killer delle cosche o senza l’assenzo della ‘ndrangheta. Una storia che finora insegna che si può uccidere impunemente. Ma anche che non si può mettere a tacere la verità a fucilate. Perché dopo Massimiliano, c’è Liliana e dopo di lei ci siamo noi che continueremo a raccontare la sua lotta, perchè è la battaglia di tutti coloro che non si rassegnano, che non si chiudono nella paura e nel silenzio. Liliana ha fatto del dolore una battaglia civile. E in terra di ‘ndrangheta se chiedi a testa alta il rispetto dei tuoi diritti di cittadina, di madre, di maestra, chiedi di cambiare le cose. La rivendicazione individuale diventa una causa collettiva. Oltre l’inverno vuole combattere l’idea che ci sono “pezzi di paese dati per persi” dai giornali e dai politici.

“ Nella vita personale e nella società ci sono periodi che assomigliano molto all’inverno- dice il regista Massimiliano Ferraina – Come nel ciclo delle stagioni l’inverno si trasforma in primavera così nella vita personale e nella società è necessaria una trasformazione. Quando ho incontrato per la prima volta Liliana Carbone, sono rimasto colpito dalla forza e dall’energia con cui questa donna portava avanti la sua richiesta di giustizia. Subito si rimane colpiti dai suoi argomenti mai banali e dalle citazioni letterarie, dalla capacità di analisi non comune e dal suo desiderio di trasformazione. Nessuno può comprendere il dolore di una madre per la perdita del figlio e altrettanto difficile è comprendere una lotta che spinge oltre i valori di una società che spesso pigramente rimane legata a disvalori che considera immutabili”. Su come vincere questa sottocultura mafiosa gli autori del documentario vogliono offrire spunti di riflessione. Un’intenzione che Liliana Carbone ben sintetizza nella frase:“Perché non c’è una evoluzione, che è già una forma di trasformazione, qui da noi? Perché per cambiare qualcosa c’è bisogno di vincere l’assuefazione e l’immobilismo, quella forma di conservazione che ci fa pensare di rischiare la nostra sicurezza ”. Oltre l’inverno racconta la ‘ndrangheta come un’immane sofferenza sociale, in cui le donne hanno un ruolo di primo piano, sia le donne di mafia che trasmettono i disvalori alle nuove generazioni, sia le donne che incoraggiano il cambiamento, offrendo per questo ideale la loro stessa vita. “L’esperienza più significativa è stata quella di vedere una mamma, che lotta senza tregua per proteggere la memoria di suo figlio- commenta Claudia Di Lullo – è la storia umana di Liliana che ha catturato la mia attenzione. La sua tenacia, il suo coraggio. Un prezioso incoraggiamento per tutte le donne calabresi”.

http://www.oltrelinverno.blogspot.com/

Commemorazione di Valarioti, Angela Napoli (Pdl): “Rosarno assente, assurdo e grave”

15/06/2010

14.58

MAFIE

La parlamentare, all’assemblea per i 30 anni dall’omicidio del giovane politico comunista ucciso dalla ‘ndrangheta, critica la mancanza di partecipazione: “La lotta alla mafia non ha colore politico”. Minniti (Pd): “L’omicidio fu atto di terrorismo politico

ROSARNO (RC) – C’era anche l’onorevole Angela Napoli, Pdl, membro della commissione parlamentare Antimafia, a commemorare il trentennale della morte del giovane segretario di sezione del Pci Giuseppe Valarioti, ucciso dalla ‘ndrangheta a Rosarno dopo la vittoria alle elezioni regionali del giugno 1980. “La lotta alla mafia non ha schieramento politico”, ha ribadito la deputata che è stata vittima di numerosi atti intimidatori per le sue denunce  anche contro il Pdl per le infiltrazioni della criminalità nelle liste elettorali presentate alle scorse elezioni regionali. “A 30 anni di distanza cosa è cambiato? – ha detto nell’auditorium del liceo Piria di Rosarno – anche le sedie vuote di questa sala mi portano al pessimismo”. All’assemblea e alla posa di una targa in Piazza Valarioti lo scorso 11 giugno erano presenti politici, amministratori locali, alcuni studenti e giornalisti (anche stranieri) ma è mancata la partecipazione dei rosarnesi. “Trovo assurdo che una realtà come Rosarno drammaticamente scossa non mostri la volontà di reagire – ha continuato Angela Napoli – è grave non essere qui presenti a ricordare un proprio concittadino che si è sacrificato nella lotta alla ‘ndrangheta”. Più volte, nel corso dell’incontro è stato ricordato un episodio di quegli anni, quando nel 1978, il procuratore di Palmi Agostino Cordova nel processo a 60 boss mafiosi convocò 33 sindaci della Piana di Gioia Tauro e 31 di loro negarono l’esistenza della ‘ndrangheta. “Oggi ci sono sindaci che dicono che c’è la mafia nel loro territorio ma poi sanno benissimo di conviverci insieme”, ha affermato la deputata Pdl e ha lanciato un duro monito. “Tutto il mondo politico è obbligato a fare un esame di coscienza, non è più possibile fare finta di niente e tacere sui connubbi che ci sono. Oggi la ‘ndrangheta è molto più pericolosa di 30 anni fa per quella sua capacità di non apparire. La ‘ndrangheta non fa scorrere solo sangue, fa scorrere tutte le vie della nostra regione di complicità e collusioni, vincola lo sviluppo del territorio”.

Un intervento condiviso da Marco Minniti, Pd, ex viceministro dell’Interno con il governo Prodi, anche lui presente a Rosarno. “Non sfuggono a nessuno i colpi militari inferti alla ‘ndrangheta – ha detto in riferimento agli ultimi arresti – ma la caratteristica principale della mafia calabrese è la sua capacità di condizionare e occupare la politica con un rischio elevatissimo in provincia di Reggio Calabria”. Secondo Minniti “ va tenuta alta e viva l’iniziativa militare ma per assestare un colpo mortale alle cosche si deve colpire il legame mafia-politica-istituzioni. Trent’anni fa come oggi il tema è lo stesso”. L’ex viceministro dell’Interno ha poi ricordato che “dopo 30 anni, anche se le ‘ndrine hanno subito colpi militari i nomi dei mafiosi sono sempre quelli denunciati da Peppe Valarioti, al nonno è seguito il figlio e il nipote”. Minniti ha definito l’omicidio Valarioti “un atto di terrorismo politico mafioso per segnare il controllo sulla società, per indebolire il fronte democratico nella Piana di Gioia Tauro, che da quell’assassinio non si è più ripreso”. (rc)

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Pisacane, si attende la decisione dell’ufficio scolastico sulle prime classi

24/03/2010
16.50
IMMIGRAZIONE

Dibattito sul tetto del 30% all’università di Roma Tre. La preside Marciano: “Se non ci sarà una deroga colpiti i diritti di tutti”. E intanto la scuola di Tor Pignattara è stata accorpata alla scuola media con maggior numero di stranieri
Roma – E’ stata presentata ieri la richiesta per le prime classi per il prossimo anno scolastico del municipio VI, quello in cui ricade la scuola elementare Carlo Pisacane con quasi il 90% di bambini stranieri, quasi tutti nati in Italia. Si attende nelle prossime tre settimane il responso dell’ufficio scolastico regionale, da cui si apprenderà se gli alunni di cittadinanza non italiana nati nel nostro paese vengono considerati stranieri oppure se c’è una deroga al tetto del 30% stabilito dalla circolare del ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. “Sappiamo che la circolare prevede una deroga per allievi nati in Italia o che parlino l’italiano, la scuola Carlo Pisacane ha chiesto la deroga e ci aspettiamo che l’ufficio scolastico regionale la conceda”, ha detto la preside della Pisacane, Nunzia Marciano, intervenuta a un convegno dell’università di Roma Tre.

“Se non ci sarà la deroga, a essere colpiti saranno i diritti di tutti, perché ci sono anche gli italiani nella scuola e come gli stranieri saranno privati del loro diritto di scelta se non dovessero formarsi le prime classi”, ha continuato la dirigente scolastica. “Alla seconda conferenza sull’immigrazione con il ministro Maroni e anche sulla rivista Libertà civili del ministero dell’Interno, la Pisacane è stata additata come scuola modello” ha ricordato Marciano davanti agli studenti della facoltà di Scienze della Formazione dell’ateneo capitolino. “Non è stato fatto nulla perché la scuola fosse fuori da questo tetto”- ha continuato – ricordando che a dicembre la Pisacane è stata accorpata con un altro istituto del territorio perché conta un numero non sufficiente di iscritti. “Avevamo chiesto che la scuola con più stranieri fosse accorpata alla scuola con più italiani – ha spiegato – ma comune, provincia e regione non hanno ascoltato il nostro parere tecnico di dirigenti scolastici e hanno accorpato la Pisacane con la scuola media con il maggior numero di stranieri”. Si tratta della scuola media Pavoni, che al momento è anche la scuola Polo che ha presentato la richiesta per le prime classi del territorio all’ufficio scolastico regionale. “Questa situazione poteva essere risolta molto prima di arrivare a parlare di esclusione del diritto di scelta da parte dei genitori”, ha affermato la preside.

Che la polemica intorno alla Pisacane sia soprattutto una guerra tra italiani è chiaro per Andrea Priori, dell’Osservatorio sul razzismo e le diversità “M.G.Favara” di Roma Tre. “Se la campagna diffamatoria contro la scuola è stata portata avanti da genitori di bambini italiani, la campagna di difesa è portata avanti da altri genitori di bambini italiani – ha dichiarato l’esperto – ad esempio i genitori bengalesi che hanno i bambini a scuola prendono posizione ma non si espongono e con il clima molto teso che c’è in Italia verso gli stranieri, comunità come quelle del Bangladesh sono molto preoccupate di non dare fastidio e di non esporsi”. Alla conferenza, dal titolo “Quale scuola per quale cittadinanza? Il futuro dell’istituto Pisacane tra conflitti di simboli ed esclusione delle seconde generazioni” hanno preso parte anche Imran Uddin Munna, preside della Bangla Academy di Tor Pignattara e Shamim Kabir, editore di alcune pubblicazioni in lingua bengali. “Ho parlato con i genitori ma questo davvero non è un problema dei bambini, è un problema del governo italiano che ha fatto questa norma del 30%” , ha detto Munna.
Intanto è partito il ricorso al Tar dell’associazione Progetto Diritti. Sono dieci i genitori che hanno aderito al ricorso, tra cui un italiano, Federico Angelucci. “Ho fatto ricorso perché temo la scuola chiuda e mi sento leso nel mio diritto di scegliere per mio figlio in base all’offerta formativa che considero migliore e anche colpito come cittadino che vede chiudere una scuola del quartiere”, ha raccontato Angelucci. Il papà di Tor Pignattara ha detto di avere visto “un buon piano formativo e insegnanti molto motivati alla Pisacane” e di essere rimasto stupito “dalle tante interviste richieste da telegiornali e telvisioni per il solo fatto di avere iscritto un figlio in quella scuola”. Secondo l’avvocato Arturo Salerni che cura il ricorso, “la circolare della Gelmini dell’8 gennaio e quella successiva dell’ufficio scolastico regionale del Lazio violano le norme sulla discriminazione razziale, le disposizioni comunitarie, la convenzione dei diritti del fanciullo e l’art. 3 della Costituzione che prevede tra i compiti della Repubblica rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza dei cittadini, non di crearne altri”.

Parole dure che motivano il ricorso al tribunale amministrativo del Lazio. Tuttavia non è stata chiesta la sospensiva della circolare, perché prima si aspetta di sapere come si pronuncerà l’ufficio scolastico regionale sulla formazione delle prime classi per l’anno prossimo. “Abbiamo deciso di parlarne all’università perché la vicenda della Pisacane non è una questione locale – ha commentato Francesco Pompeo, docente di Antropologia Culturale – è stata trasformata in un conflitto di simboli sulle politiche educative. Non è un modello praticabile pensare di risolverlo slegando le persone dal territorio in cui vivono”. (raffaella cosentino)
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“Alla scoperta del tuo paese”. Scuole gemellate in gita

E’ arrivato alla seconda edizione su tre anni sperimentali, il progetto “Alla Scoperta del Tuo Paese” , nato da un’intesa tra il Ministero dell’Istruzione e quello delle Attività Culturali, che hanno approvato un progetto dell’associazione Mecenate 90. L’iniziativa è rivolta alle scuole secondarie di I e II grado, per favorire gli scambi culturali e soprattutto gemellaggi e gite scolastiche sul territorio italiano. Alla base c’è la decisione di due scuole, ognuna delle quali organizza la visita dell’altra nella propria città. L’idea nasce dal Manifesto “Italia, Paese della cultura e della bellezza”, promosso da Mecenate 90 e dalla Fondazione Rosselli nell’aprile del 2008. Una riscoperta dell’Italia a partire dalle giovani generazioni in vista dei 150 anni dell’Unità d’Italia. “Per scoprire le radici comuni”, si legge in un comunicato, e “stimolare gli studenti e i docenti a riconsiderare le città italiane quali mete privilegiate dei loro viaggi di istruzione”. Secondo l’Osservatorio sul Turismo Scolastico del Touring Club ad oggi, infatti, i viaggi più gettonati sono quelli all’estero che raggiungono il 59,7% del totale, contro il 51,3% dei viaggi in Italia, nonostante rispetto al 2006-2007 il costo medio del viaggio è rimasto stabile a 195 € se la destinazione è italiana ed è invece aumentato a 348 € contro i 332 € se la meta è estera. Nel 2009 sono stati selezionati 101 progetti di viaggio tra le 167 candidature presentate dalle scuole, per un totale di 10.040 studenti. I gemellaggi attivi sono 95, per un totale di 190 Istituti coinvolti, di cui 73 Istituti secondari di I grado e 117 Istituti secondari di II grado, per un totale di 8.260 studenti. Le scuole che hanno già realizzato il viaggio di istruzione a novembre 2009 sono 54, di cui 22 Istituti secondari di I grado e 32 Istituti secondari di II grado, per un totale di 2.460 studenti. Per questi viaggi l’Associazione Mecenate 90 sta curando un’attività di monitoraggio. Le restanti scuole effettueranno il viaggio nel periodo marzo/aprile 2010. Nel mese di novembre 2009 è stato lanciato un concorso rivolto ai soli istituti partecipanti al progetto per la premiazione dei migliori video, fotografie e racconti realizzati dalle scuole e dai singoli ragazzi in occasione del loro viaggio di istruzione. In questi giorni è partita una nuova edizione del concorso relativo all’anno scolastico 2010/2011, a cui è possibile partecipare inviando la propria candidatura di gemellaggio fra scuole entro il 20 febbraio p.v. Per le modalità di partecipazione si può consultare il sito internet http://www.allascopertadeltuopaese.it.

Vite di cartone

Dalle baracche nel parco di Centocelle al prato di Villa De Sanctis. Da un ex deposito di birra occupato alla sala consiliare del municipio. La diaspora a tappe di quasi 500 rom rumeni, dopo il primo sgombero eclatante del Piano Nomadi. Nei prossimi sei mesi dovrebbero essere trasferite migliaia di persone e centinaia di bambini.

Ottanta baracche si accasciano al suolo, afflosciate come scatole di cartone. La pala meccanica della ruspa si abbatte sul tetto. Legno e lamiere contorte crollano senza opporre resistenza. Le casette se ne vanno senza fare troppo rumore, come i loro proprietari qualche ora prima. Tra i cumuli di macerie e la vegetazione, un vecchio e sua moglie ritornano spingendo un passeggino vuoto. Vorrebbero riprendere le cose lasciate al momento della fuga. Gli agenti di polizia glielo impediscono. Niente può essere portato via. Non si può rientrare nel fosso. La ruspa è al lavoro. A mezzogiorno è tutto finito. In quattro ore il campo rom del Parco di Centocelle è stato abbattuto. Altrettanto velocemente sui giornali questo diventa “lo sgombero del Casilino 700”. In realtà un campo con questo nome non esiste da anni. Da quando fu raso al suolo per volere delle amministrazioni di centro-sinistra. Ma la parola “Casilino” fa effetto. E’ un fantasma che riporta alla memoria della gente il “Casilino 900”, il campo rom più grande d’Europa, da quarant’anni a poche centinaia di metri di distanza. Il parco di Centocelle confina con il Casilino 900 e con degli sfasciacarrozze. Gli atti vandalici sono stati numerosi.



Per due anni, 500 rom romeni hanno vissuto in due campi nel parco. Fino all’alba dell’11 novembre scorso. All’irruzione della polizia, le famiglie rom fuggono, lasciando le baracche deserte e portandosi dietro quello che possono. 69 persone vengono identificate e 19 denunciate per reati ambientali e di costruzione abusiva. Sei finiscono al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. Uomini dell’Ama e del corpo forestale vengono chiamati per la bonifica, che avrà tempi lunghi. Le operazioni sono guidate dal dirigente della Questura Raffaele Clemente e seguite dal vice capo di gabinetto del sindaco Alemanno, Tommaso Profeta. Ai rom offrono il rimpatrio assistito in Romania o l’accoglienza per sole donne e bambini. Le famiglie rifiutano entrambe le proposte e soprattutto si oppongono all’idea di dividersi.

Florin è uno di loro. Ha 14 anni, è esile e con il braccio sinistro malato. Lo tiene appeso al collo con un pezzo di stoffa, come se fosse rotto. Ma non ha ingessature. Dopo la distruzione della sua baracca, insieme agli altri si è accampato a Villa De Sanctis. Ovunque, a vista, sul prato, ci sono pacchi, valigie, donne con bambini piccoli. “Perché ci fai le foto?” mi domanda Florin da lontano, mentre il mirino della mia macchina fotografica inquadra una bicicletta rosa e un uomo sullo sfondo. E’ suo padre, mi dice. Si avvicina e cominciamo a parlare.”Dove dormiamo stanotte?”, chiede. Prima che faccia buio, molte delle persone sgomberate occupano un ex deposito di birra. Florin mi accompagna dentro. Lo stabile è composto da alcuni edifici e magazzini disposti a quadrato attorno a un grande cortile interno. Le strutture non hanno porte. Saliamo le scale. In ogni stanzone fatiscente c’è già qualcuno. Tutti si affrettano ad accaparrarsi un posto. Qualcuno cerca di fare pulizia con una vecchia scopa. Ci affacciamo dalla finestra senza vetri. Nel cortile di sotto è appena arrivato un camion carico di materassi. C’è l’assalto, uomini e donne si lanciano alla conquista. “Sono dei poveretti. Non vedi come si battono?”, mi dice Florin. Povertà e dignità hanno fatto a pugni. Chi non ha una casa non può vivere da essere umano.

Florin e la sua comunità sono profughi nella periferia della città. Una diaspora a tappe, con l’esodo delle famiglie rom, forzatamente nomadi, da un angolo all’altro del VI, VII e X municipio. La mattina seguente un cordone di agenti e furgoni della polizia sbarra l’accesso a via dei Gordiani. Al di là c’è l’ex deposito di birra occupato.

E’ il secondo sgombero in 24 ore nei confronti delle stesse persone. Davanti agli agenti ci sono gli insegnanti e la preside della scuola elementare Iqbal Masih. Circa 40 bambini frequentavano regolarmente negli istituti del quartiere, accompagnati dai genitori. “Questa comunità di romeni è la più attenta alla scolarizzazione che abbiamo mai avuto – dice la preside Simonetta Salacone – sono bambini pulitissimi e costanti a scuola, i genitori facevano un grandissimo sforzo nonostante vivessero nelle baracche. Non rubano, riciclano i materiali che trovano nei cassonetti. Sono come i nosti immigrati meridionali di cinquant’anni fa che si spostavano per sfuggire alla povertà e vivevano nelle baraccopoli”. La preside cerca di fare filtrare attraverso i poliziotti una lista con dei nomi. E’ quella dei genitori dei bambini che sono a scuola. Non si sa che fine abbiano fatto le loro famiglie, né se qualcuno verrà a riprenderli. Quando un autobus su cui sono stati fatti salire alcune decine di rom tenta di partire, il vicepresidente del VI municipio Antonio Vannisanti, alcuni consiglieri e i ragazzi dell’associazione Popica provano inutilmente a bloccarlo. Momenti di tensione, ma il bus se ne va e nessuno sa dire dove è diretto.

Florin intanto si è disperso nei campi adiacenti a Villa De Sanctis. Lo ritrovo il giorno seguente. Dorme con altre trenta persone nella sala consigliare del municipio, alla Marranella. Lo incontro per l’ultima volta. Non sono più riuscita a sapere che fine abbia fatto. Non è tra quelli che hanno trovato alloggio a Metropoliz, uno stabile occupato sulla via Prenestina. Potrebbe essere tra i cento portati dal comune sulla via Salaria. “E’ una struttura protetta e segreta, non identificabile”, mi dice al telefono lo staff dell’assessore alle Politiche Sociali Sveva Belviso. I giornalisti non possono visitarla. In realtà è un’ex cartiera sgomberata a settembre. Una soluzione temporanea che arriva solo dopo l’appello mondiale lanciato da Amnesty International sulle violazioni dei diritti umani commesse ai danni dei rom, ai quali non era stato notificato lo sgombero e che dovrebbero essere risarciti dei beni perduti. Giorni dopo, quando una delegazione di politici riesce a entrare, Daniele Ozzimo, consigliere Pd in Campidoglio racconta: “Anche se dormono in due grandi ambienti riscaldati in condizioni dignitose tutto lo stabile circostante cade a pezzi, con le vetrate spaccate e i muri semidistrutti”. Secondo il consigliere Pd, “è un’accoglienza non prevista che l’amministrazione ha concesso obtorto collo. Con due sgomberi in 24 ore l’intento era quello di disperdere ed esasperare quella gente al punto di portarli ad accettare il rimpatrio assistito”. E’ stata la prima operazione eclatante del Piano Nomadi del prefetto Giuseppe Pecoraro, commissario straordinario per l’emergenza rom. Pochi giorni prima era finito sui giornali un documento riservato dei consiglieri Pdl che sollecitavano il sindaco ad accelerare la chiusura del Casilino 900. Con La Martora e Tor De Cenci dovevano essere i tre campi da dimezzare entro ottobre 2009 e chiudere nei primi sei mesi del 2010. Significa trasferire 1500 persone, di cui almeno 500 bambini. Ma secondo il piano, nei prossimi sei mesi dovrebbero essere sgomberate altre duemila persone da 80 baraccopoli ‘abusive’. Un esodo interno alla città, per arrivare a 13 campi attrezzati, vigilati e videosorvegliati, chiamati ‘villaggi’.

Raffaella Cosentino

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nota: l’articolo si riferisce allo sgombero del campo rom del parco di Centocelle (Roma) a novembre 2009

LA MIA STORIA DA CLANDESTINO di Antun Blazevic

Tratto dal libro “Oltre la rete”, a cura di Serenella Pesarin (Direttore generale per l’attuazione dei provvedimenti giudiziari presso il Dipartimento di Giustizia Minorile) e Raffaele Bracalenti, psicoanalista, presidente dell’Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali , Edizioni Edup, marzo 2009

Questa è la mia storia, ho 47 anni, sono venuto in Italia 28 anni fa come clandestino. Uno straniero, una persona non di cittadinanza italiana. Se però provate a chiedermi di quale Paese sono originario, a quale nazionalità appartengo, vi risponderò che è troppo difficile per me poter dire: “Io sono croato, sebo o macedone”. E’ una storia complicata, una storia che accomuna tutti coloro che vengono dalla ex-Jugoslavia e, in particolare, gli zingari. Mia madre è una gagè (una ‘non-zingara’), una bosniaca cattolica, mentre mio padre è uno zingaro di religione ortodossa. I miei nonni materni sono uno zingaro e una bosniaca musulmana, quelli paterni un ortodosso e una cattolica. A ripercorrere tutto il mio albero genealogico, si rischia di perdersi. E io chi sono? Io sono solo un mezzo zingaro, un meticcio, un miscuglio, sono come il ‘pesto’. Da ragazzo ho vissuto in Slovenia, vicino Vinkovci, nella casa dei nonni: adesso è territorio serbo, ma quando ci abitavo io era zona croata, e ho avuto anche modo di giraare un pò per il paese; poi la decisione di andare in Italia in cerca di fortuna. Era il 17 gennaio 1980: un giorno dopo il mio diciannovesimo compleanno. Un bel modo di festeggiare! Non sono venuto con una carretta del mare: ho attraversato la frontiera a piedi, attraverso i boschi. Da Capo d’Istria ho raggiunto Trieste e da lì, in treno, sono arrivato a Roma. Per quasi sette mesi ho dormito nei treni o nelle stazioni della metropolitana, quasi sempre da solo, senza alcun punto di riferimento nella città. L’inserimento è stato molto lento e faticoso, finchè non ho iniziato a lavorare come restauratore di mobili presso un vecchio artigiano dei Parioli, che però morì solo qualche mese dopo. Per alcuni anni ho continuato a tirare avanti tra un lavoretto e l’altro. Non rubavo all’inizio, ma poi, quando non hai la possibilità di lavorare, di sopravvivere, non hai niente..devi per forza cominciare, e sono stato anche incarcerato. All’inizio degli anni Novanta sono rientrato in Jugoslavia per i fatti della guerra. Da che parte? Non importa più ormai, è storia passata. Comunque, mi sono fatto cinque anni di guerra. Poi, quando ho capito che ra una guerra inutile, che si moriva solo per avere due o tre metri quadrati di terra in più, che tutto sarebbe rimasto come prima, ho deciso di tornare in Italia. Così ho ripreso quella vita di espedienti e piccoli lavoretti.

Poi ho cominciato a stringere i rapporti con gli zingari di Roma e nona vendo la casa avevo deciso di trasferirmi nel campo Casilino 700. “Mi sono subito reso contyo dlele condizioni in cui vivono gli zingari in Italia e ho detto ragazzi svegliamoci, non si può viver così, dobbiamo fare qualcosa!”. Così ho iniziato a impegnarmi nell’associazionismo: facevo parte della A.R.G. ( Amicizia tra Rom e Gagé) ma non avevamo una sede ed era difficili trovare appoggi per le nostre iniziative. Comunque facevamo quel che potevamo, e per un bel pò ho tirato avanti. Finchè un bel giorno, nel 2000, mi hanno preso e mi hanno portato al Centro di permanenza temporanea di Ponte Galeria vicino Roma. Ricordo un impiegato che mi diceva: “Tu devi essere espulso, devi andare via, devi tornare al tuo Paese!” e io: “Scusa, se mi sai dire qual’è il mio paese, io ci torno volentieri!”. Il mio Paese, in realtà, non esiste più: prima si chiamava Jugoslavia, ora si chiama Croazia, Macedoonia, Montenegro…

E’ difficile dirlo esattamente quante persone eravamo all’interno del campo. C’era un continuo via vai; in media direi circa 80-90 persone, quando più, quando meno. Gli uomini dormivano da una parte, le donne e i bambini dall’altra. All’internod el centro operavano diversi corpi dello Stato: Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, e a fianco delle forze dell’ordine operava anche un gruppo di volontari della Croce Rossa Italiana. Proprio tra questi volontari ho conosciuto quella che sarebbe diventata la mia compagna. Le giornate nel centro trascorrevano senza uno scopo apparente. Ogni tanto, due o tre immigrati, quelli dalla situazione giuridica più complessa, venivano portati presso diverse ambasciate, per capire in quale paese avrebbero dovuto essere rimpatriati. Io, lo zingaro jugoslavo, dovevo peregrinare per tutte le sedi diplomatiche dei paesi balcanici: Macedonia, Croazia, Bosnia, Romania..Da ogni parte dicevano: ” No, questo non è nostro, non possiamo riprendercelo noi!”. Un girono, per sbaglio, mi hanno portato pure in quella di Algeria, insieme ad un ragazzo nordafricano! Al campo ho conosciuto anche un mio compaesano, trasportatod a Rimini a Ponte Galeria, per essere espatriato. Dopo qualche giorno, viene messo sull’aereo  e portato a Sarajevo. A quanto pare hanno combinato qualche pasticcio con l’ambasciata perchè dopo poche ore l’hanno rimandato in Italia, a Ponte Galeria, dicendo che non era cittadino bosniaco!  […]

Noi zingari in questo siamo speciali, perchè prendiamo queste cose come un destino . e contro il destino non puoi combattere, l’unica cosa è accettarlo e prendere da ogni evento, da ogni luogo, quel poco di buono che ti può insegnare. So di essere fortunato ad avere questo carattere e questa storia. ma se penso a molti ragazzi, venuti per esempio dall’Africa, che si sono venduti le quattro cose che avevano per poter andare in quello che ritenevano un Paese civile, per costruire qualcosa. Dopo un paio d’anni devono tornare a casa senza un soldo, senza neanche i vestiti addosso, umiliati, senza il coraggio di presentarsi davanti alla propria famiglia. E’ per questo che alcuni immigrati di Ponte Galeria avevano le braccia fasciate, perchè si ferivano intenzionalmente con i vetri delle bottiglie, come estremo gesto di autolesionismo e disperazione.

Una volta uscito dal campo, scaduti i trenta giorni massimi di detenzione, sono tornato alle ambasciate jugoslave “Nons ei dei nostri – mi ripetevano tutti – non sei iscritto nel registro dei cittadini!” allora mi sono impuntato “Se è così scrivetemelo nero su bianco, metteteci un timbro e facciamola finita!”. Così, con questi documenti, sono andato al tribunale di Civitavecchia e ho presentato un ricorso scritto di mio pugno: “Sentite – ho detto – io sono un signor nessuno, sono un fantasma che vive da 22 anni in Italia. Mi volete mettere in regola o no?”. All’inizio pensavano che scherzassi, ma poi hanno capito che facevo sul serio e nel giro di poco tempo mi hanno dato lo status di apolide. Allora sono andato al comune di Anguillara dove risiedevo: ho dovuto raccontare all’impiegata la storia della mia vita, ma tre giorni dopo mi hanno convocato per darmi la carta d’identità. Quando ho preso questo pezzo di carta, me lo sono guardato, me lo sono rigirato tra le mani e ho pensato: “tutto qua? e ora che diavolo devo farci con questa?”

la mia storia di Toni è probabilmente una storia atipica, estrema, quella di un immigrato che nessuno voleva e che quindi nessuno ha potuto espatriare. Una delle poche storie di Ponte galeria conclusesi con un lieto fine. Dopo neppure una settimana dal mio rilascio ho partecipato a una manifestazione di protesta, davanti a Ponte Galeria. Poi mi sono iscritto a un partito politico, ma anche lì, dopo un pò, preferisco non andare nei particolari. “non so, per noi zingari queste cose non funzionano mai in questo paese”. Ora lavoro come mediatore culturale presso le scuole che frequentano i bambini rom. L’attività in cui però metto più passione è quella di attore in compagnia teatrale autodidatta. I monologhi in cui racconto la mia storia, delle mie origini, di questo groviglio di nazionalità che la vostra burocrazia ha deciso di chiamare “apolidia”, sono i momenti più applauditi.

 

Nota: lo status di apolide è regolato dalla legge e viene concesso nei casi in cui una persona abbia perso la sua cittadinanzadi origine, senza poterne acquisire una nuova; è una procedura molto difficile da ottenere, spesso perchè l’ambasciata del paese di nascita non riconosce la persona come proprio cittadino, ma non rilascia un documento scritto di diniego, necessario per l’Italia ai fini  del riconoscimento delllo status di apolide. In molto casi si ricorre quindi al giudizio in tribunale.


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