Archive for the 'Sicilia' Category

Palermo, in un docu-film la Sicilia che resiste alla mafia

La regia è di Paolo Maselli, scritto con Daniela Gambino, racconta la rivoluzione della società civile siciliana da Addio Pizzo e l’antiracket a Telejato a Libera Terra. Gli autori: “il consumo critico nuova frontiera dell’antimafia”

Palermo – L’esperienza dei ragazzi di Addio Pizzo e l’antiracket, i giornalisti minacciati dalla mafia e le cooperative sorte sui beni confiscati ai clan. La lotta non istituzionale alla criminalità organizzata a Palermo per la prima volta viene raccontata in video da un documentario indipendente, Storie di resistenza quotidiana, presentato in anteprima alla libreria Feltrinelli di via Cavour in un incontro dal titolo: “L’importanza di sporcarsi le mani” Gli autori, il regista Paolo Maselli e la scrittrice palermitana Daniela Gambino, hanno voluto mettere insieme sullo schermo in 52 minuti le tante esperienze positive di lotta alla mafia e al racket degli ultimi anni in Sicilia.

Un docu-film in cui il giornalista Pino Maniaci di Telejato di Partinico dice che “siamo sulla buona strada”. Storie di resistenza quotidiana si dipana attraverso una serie di interviste. Da Vincenzo Agostino, padre di Antonio, il poliziotto ucciso insieme alla moglie Ida Castellucci, il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini, a Enrico Colajanni imprenditore e presidente dell’associazione antiracket nata dall’esperienza di Addio Pizzo. Da Lirio Abbate a don Luigi Ciotti. Le immagini documentano il lavoro sui campi delle cooperative di Libera Terra, ma anche gli attentati mafiosi come l’auto della redazione di Telejato incendiata per intimidire Maniaci. In una sequenza si vede un mimo vestito da pagliaccio mentre in sottofondo scorre l’audio del famoso intervento televisivo di un giovane Totò Cuffaro che attacca violentemente il giudice Giovanni Falcone ospite di Maurizio Costanzo. Seguono poi le riprese in bianco e nero dei crateri delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Queste ultime immagini hanno suscitato gli applausi spontanei del pubblico palermitano presente alla proiezione, anche a ormai 18 anni dalla morte dei giudici Falcone e Borsellino.
Il documentario mette al centro dell’attenzione il consumo critico, l’elaborazione di strategie di contrasto pacifico alla criminalità organizzata da parte di persone della società civile, testimoniando la forte volontà e l’impegno di fare fronte comune contro il fenomeno del racket. E’ stato girato a Palermo e in alcune zone dell’Alto Belice corleonese. La presentazione nel capoluogo siciliano è stata l’occasione per una riflessione sui cambiamenti che attraversa la società siciliana. “E’ il racconto di una Sicilia che resiste” commenta il giornalista Giuseppe Lo Bianco, autore di “L’agenda rossa di Paolo Borsellino”. E continua: “Purtroppo non è vero che il pizzo è imposto, in Sicilia è dato per scontato, si paga ovunque come un costo d’impresa, per questo Addio Pizzo ha affondato il coltello nella piaga con lo slogan: un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Un’esperienza che è andata ben oltre i confini siciliani, come spiega la sociologa Francesca Forno dell’Università di Bergamo, autrice di una ricerca su consumo critico e lotta alle mafie. “Addio Pizzo e Libera Terra costituiscono una nuova forma di pressione, dando a tutti la possibilità di compiere piccoli atti quotidiani che vanno contro l’indifferenza – afferma la sociologa – Quando i prodotti di Libera Terra o Pizzo free arrivano nelle nostre botteghe, la problematica locale diventa nazionale”.

Un’analisi condivisa dallo scrittore siciliano Aldo Penna. “Nel 1980 morirono 200 persone a Palermo tra orrore e sangue – racconta – sembrava una guerra tra forze del male e del bene, questi ultimi erano i giudici e gli eroi. La gente era spettatrice impotente, quello che è cambiato è che la gente ora si sente protagonista di piccoli gesti di resistenza. Libero Grassi fu ucciso perché era un isolato. Questa vicenda invece contiene i germi di una rivoluzione”. Per l’autrice palermitana Daniela Gambino, il soggetto del documentario è “un allenamento al coraggio”. Secondo la scrittrice “la cosa più pericolosa a Palermo è che ancora non ci rendiamo conto di vivere in uno stato di paura e abbiamo introiettato il condizionamento”. Gambino ha annunciato che sull’argomento uscirà anche un libro per l’Altra Economia in cui si parlerà del consumo critico come frontiera contro le mafie. (raffaella cosentino)
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I TRENTA CAMPI LIBICI PIENI DI MERCE DI SCAMBIO su IL RIFORMISTA

Censimento impossibile; non esistono dati ufficiali; spesso dei detenuti non viene neanche chiesta l’identità

Cinque miliardi di euro l’anno per “fermare l’immigrazione clandestina” e impedire che l’Europa diventi Africa. È questo il prezzo che secondo Muammar Gheddafi dovrebbe pagare il Vecchio Continente perché la Jamahiryia non apra le porte dei suoi campi di detenzione sovraffollati. Il leader libico gioca col ruolo del suo Paese, definito nel rapporto della missione Frontex del maggio- giugno 2007, “un luogo di transito dal Nord Africa per l’Italia, Malta e il resto dell’UE”. Ma, secondo questo stesso rapporto, “la Libia è anche chiaramente un paese di destinazione per la migrazione illegale” e un polo di attrazione “per la manodopera straniera”.
Anche per questa ragione centinaia di migranti, partendo dall’Africa subasahariana, affrontano viaggi che possono durare fino a sei mesi, per arrivare laddove il rischio di essere trasferiti nei campi di detenzione è altissimo. Ma, nella maggior parte dei casi, coloro che si sottopongono a una simile via crucis fuggono da guerre e da persecuzioni politiche. L’approdo è quasi sempre la Libia dove ad attenderli ci sono poliziotti o agenti locali che fanno il resto. Non esistono dati, né testimonianze ufficiali di ciò che avviene una volta che si entra nel circuito della legalità libica. Esistono solo resoconti di chi quest’esperienza l’ha vissuta o di chi è riuscito a fotografarla, come fa il sito Fortresse Europe che dal 2006 racconta ogni giorno le rotte dell’emigrazione: “ammassati uno sull’altro. A terra vedo degli stuoini e qualche lercio materassino in gommapiuma. Sui muri qualcuno ha scritto Guantanamo. Ma non siamo nella base americana. Siamo a Zlitan, in Libia”.
Secondo Frontex, “le condizioni di queste strutture possono essere descritte come rudimentali e prive dei servizi di base”. Al di là delle perifrasi utilizzate nei rapporti ufficiali, i campi di detenzione appaiono come vere e proprie prigioni; terra di nessuno, se per nessuno si intende il diritto e la legalità internazionali. Le forze di polizia libiche che li gestiscono sono accusati spesso di violenze sui detenuti (l’ultimo episodio che ha suscitato polemiche riguarda i 400 eritrei reclusi e infine rilasciati), ma tutto questo è difficilmente provabile. Ai delegati dell’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati, non è concesso l’ingresso e l’attività di monitoraggio è resa ancora più difficile dalla recente decisione delle autorità libiche di chiudere l’ufficio dell’Alto Commissariato che ha sede a Tripoli. L’organizzazione continua a seguire dei progetti insieme all’ong libica International Organisation for Peace Care and Relief (IOPCR) che, invece, ha diritto di accesso.
Ancora più difficile farne una mappatura e soprattutto censire le persone che vi sono detenute, visto che non sempre si procede alle identificazioni.
Chi li ha visitati ne ha contati una trentina, sparsi per tutto il paese. Sebha, Zlitan, Misratah. Brak, Ganfuda, Marj, Khums, Garabulli e Bin Ulid; sono solo alcuni. Concentrati per lo più sulla costa, “ci sono dei veri e propri centri di raccolta, come quelli di Sebha, Zlitan, Zawiyah, Kufrah e Misratah, dove vengono radunati i migranti e i rifugiati arrestati durante le retate o alla frontiera. Poi ci sono strutture più piccole, come quelle di Qatrun, Brak, Shati, Ghat, Khums, dove gli stranieri sono detenuti per un breve periodo prima di essere inviati nei centri di raccolta. E poi ci sono le prigioni: Jadida, Fellah, Twaisha, Ain Zarah”, racconta Gabriele Del Grande sul sito Fortresse Europe. Queste ultime sono prigioni comuni, nelle quali esistono delle aree dedicate agli stranieri privi di documenti. Quel che è certo è che non esiste un tempo massimo di permanenza, come nei Cie italiani, e che la situazione è peggiorata da quando ha avuto inizio la politica dei respingimenti. Stando all’ultimo rapporto del Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR), almeno 1300 immigrati e rifugiati sono stati ricondotti dallo Stretto di Sicilia alla Libia, da maggio ad ottobre 2009, senza fare alcuna distinzione di nazionalità, genere, età e stato fisico. Una situazione che ha favorito una gestione irregolare, tanto che non mancano testimonianze di vere e proprie cessioni di essere umani immessi poi nelle rotte della prostituzione. Gli immigrati rispediti indietro finiscono per ingolfare stanze, già colme, che stipano anche 50/60 persone in 12/13 metri quadri. A Zliten ne sono detenuti 233; circa 600 a Sebha; 394 a Ganfuda. È la merce di scambio che Gheddafi pare voglia usare con l’Europa, Italia soprattutto.

Antonella Vicini

IL RIFORMISTA, 1 sett. 2010.

Matite contro la mafia, Giuseppe Fava e I Siciliani diventano un fumetto

04/06/2010

16.10

MAFIE

“Pippo Fava, lo spirito di un giornale” è stato presentato alla Fnsi nell’ambito delle iniziative contro il ddl Alfano. Abbate, simbolo dei giornalisti minacciati al Sud: “Con le intercettazioni scoperte le azioni della mafia contro di me”

Roma – Una finestra verso i giovani per raccontare a fumetti la storia dell’antimafia e di chi ha dato la vita per opporsi alle cosche, non perché fosse un eroe, ma solo facendo quotidianamente il proprio mestiere. Esce il secondo volume delle graphic novel nate dalla collaborazione dei reporter di daSud onlus con la casa editrice Round Robin. “Pippo Fava, lo spirito di un giornale” del giornalista Luigi Politano e del disegnatore Luca Ferrara segue il primo volume della collana “Per amore del mio popolo” su don Peppe Diana, ucciso dal clan dei casalesi. 70 tavole illustrate raccontano la storia di Giuseppe Fava, direttore del giornale antimafia “I Siciliani”,assassinato a Catania dalla mafia il 5 gennaio del 1984, con contributi scritti, tra gli altri, di Riccardo Orioles, Claudio Fava (figlio del giornalista ucciso) e Roberto Morrione.

E’ stato presentato nella sala Tobagi della Federazione nazionale della stampa italiana nell’ambito del calendario di eventi della Fnsi contro il ddl Alfano. “Un giornale come I Siciliani con la legge sulle intercettazioni sarebbe fuori legge” ha dichiarato Claudio Fava. “Grazie alle intercettazioni la magistratura e le forze dell’ordine sono arrivate prima che la mafia compiesse azioni contro di me” ha detto il giornalista Lirio Abbate, presente per ricordare che ancora oggi in Italia ci sono tantissimi cronisti che pagano per avere raccontato verità nascoste o semplicemente per il lavoro che fanno. “Quello che succedeva al tempo di Fava e di mio fratello Giovanni succede ancora oggi in Calabria, in Sicilia e in Campania, dove la grande informazione si gira dall’altra parte”, ha sottolineato Alberto Spampinato direttore di Ossigeno per l’informazione, l’osservatorio della Fnsi e dell’ordine dei giornalisti sui cronisti minacciati dalle mafie. “In Italia sono almeno 50 – ha detto Spampinato – la situazione più grave è in Calabria, dove abbiamo registrato 16 colleghi intimiditi in 4 anni, 8 nell’ultimo anno di cui 6 in sole tre settimane”.

Giuseppe Fava, personaggio scomodo e controcorrente, è stato ricordato nei tanti interventi. “Il suo giornale non aveva alle spalle un editore, né un partito, quindi dava fastidio perché era un uomo libero che voleva fare il suo mestiere fino in fondo senza piegarsi al sistema” ha detto la figlia Elena.  Per Nando Dalla Chiesa, “ Fava era un intellettuale di rottura, poliedrico, capace di produrre teatro, libri e giornalismo”. Roberto Morrione, presidente di Libera Informazione, ha sottolineato che il fondatore dei Siciliani “si è rivolto direttamente e indirettamente ai giovani, come Don Diana a Casal Di Principe, con insegnamenti contro il potere e contro le mafie, per questo il linguaggio del fumetto è adatto a raccontarlo”.  Enrico Fierro, del Fatto Quotidiano, si è soffermato sul suo valore di esempio per chi fa lo stesso mestiere: “ha insegnato a una generazione di giornalisti quello che si doveva fare nel Sud”.

L’iniziativa “Matite contro la mafia” non sarà l’ultima. “Parleremo anche di Giancarlo Siani, di Natale De Grazia e delle navi dei veleni, di Jerry Masslo” ha annunciato Raffaele Lupoli per l’associazione daSud riguardo ai prossimi fumetti della serie. L’idea è quella di legare un linguaggio accessibile ai giovani con temi importanti per raccontare i territori. L’associazione Stampa Romana ha acquistato 500 copie del volume da diffondere nelle scuole. “Questo lavoro è un omaggio al giornalismo italiano, purtroppo proprio Catania ha dimenticato uno dei suoi figli migliori e uno degli esempi più alti di giornalismo nel nostro paese” ha concluso Luigi Politano, co-autore che ha raccolto le testimonianze per scrivere il racconto. (rc)

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“Cantieri Letali”, documentario sull’operaio licenziato per lotte sindacali

La storia di Salvatore Palumbo, ex operaio dei Cantieri Navali di Palermo, raccontata dalla freelance Francesca Mannocchi. Accuse ai sindacati palermitani di restare in silenzio davanti alla mancanza di tutele sul lavoro

Roma – Licenziato ingiustamente perché lottava per la sicurezza sul posto di lavoro ai Cantieri Navali di Palermo. E’ ciò che racconta “Cantieri Letali”, un documentario indipendente della giornalista free lance Francesca Mannocchi. La storia è quella di Salvatore Palumbo, ex operaio di Fincantieri nel capoluogo siciliano. Il filmato, ripercorrendo la vicenda, lancia accuse ai sindacati palermitani di non essere al fianco dei lavoratori, bensì al servizio degli imprenditori e di interessi poco chiari. Come nei casi di “sindacato giallo”.
Operaio scomodo per avere denunciato il degrado delle strutture e la mancanza di tutele per i lavoratori, Palumbo è impegnato da quattro anni in una battaglia legale con Fincantieri condotta da solo, senza il sostegno di alcuna organizzazione sindacale. L’operaio è stato licenziato con l’accusa di abbandono del posto di lavoro. “Per essere stato sorpreso di notte con l’intenzione di pescare, quindi non mentre effettivamente pescava ma solo perché aveva una canna richiusa in mano” spiega l’avvocato difensore Nadia Spallitta. “Sono state prese in considerazione le testimonianze di due vigilantes di Fincantieri che asserivano questa versione e non sono state accettate quelle di alcuni pescatori che si attribuivano la proprietà della canna da pesca”, continua il legale. Il giudice del lavoro del Tribunale di Palermo, l’11 marzo scorso, ha rigettato il reintegro di Palumbo in Fincantieri. Una sentenza che la Rete per la sicurezza sul lavoro ha definito “vergognosa” in un comunicato.

La mancanza di precauzioni prese per tutelare i lavoratori nei Cantieri Navali è venuta alla ribalta lo scorso 26 aprile quando sono stati condannati per le morti bianche da amianto nell’azienda palermitana tre ex amministratori di Fincantieri. Per omicidio colposo plurimo e lesioni gravi colpose sono stati condannati in primo grado dalla prima sezione del tribunale di Palermo Luciano Lemetti, con una pena di 7 anni e mezzo di carcere, Giuseppe Cortesi a 6 anni e Antonino Cipponeri a 3 anni. La sentenza stabilisce che i dirigenti della Fincantieri non hanno tutelato gli operai utilizzando per anni un materiale a basso costo come l’amianto, pur sapendo che era pericoloso per la salute. Sono stati 37 i morti nei Cantieri Navali per mesotelioma pleurico e asbestosi, malattie provocate dall’inalazione di fibre di amianto con cui erano quotidianamente a contatto per lavoro. Altri 24 operai sono ancora oggi ammalati e si sono costituiti parte civile nel processo, assieme ai familiari dei colleghi scomparsi. Risarcimenti milionari: 4,2 milioni di euro vanno solo all’Inail.
“Queste condanne dimostrano che la battaglia di Palumbo è una lotta di legalità – commenta l’autrice del documentario Francesca Mannocchi – ora per lui l’unica possibilità è ricorrere in Cassazione ma a Palermo non trova chi voglia difenderlo e soprattutto non ci sono cause collettive rispetto alla questione”. Nel suo lavoro, la giornalista ha inserito le riprese che mostrano il degrado, l’incuria e la mancanza di controlli ai Cantieri Navali. “Nelle mie giustificazioni scrivevo che i pescatori entravano indisturbati nel bacino del cantiere e così sarebbe potuto entrare chiunque, anche i latitanti” – afferma Palumbo sullo schermo. “Fincantieri è vittima di quel che succede attorno allo stabilimento – sostiene un altro operaio sindacalista intervistato – subisce l’influsso della mafia cittadina”.

Salvatore Palumbo, 36 anni, emigrato all’età di 17 a Bologna, dove ha lavorato come muratore, saldatore e carpentiere meccanico. “L’Emilia Romagna mi ha dato la professionalità e la cultura del lavoro. Sono cresciuto nelle fabbriche”, racconta. Nel capoluogo emiliano lavorava come operaia anche sua moglie Angela Arancio e avevano una piccola casa di proprietà. “Una bomboniera – spiega lei – piccola, compatta e graziosa”. Tornando ogni estate in vacanza a Palermo, matura la decisione di cercare lavoro in Sicilia. E arriva l’assunzione ai Cantieri Navali, dove avevano lavorato suo padre e i suoi parenti. Il tentativo di Palumbo è quello di portare la lotta sindacale appresa a Bologna anche dentro la più importante azienda palermitana: “Mi dicevano: il cantiere è così da cento anni, ora arrivi tu da Bologna e vuoi cambiare le cose?”. Il 2 settembre del 2004 muore un collega, Enzo Viola. “Un’emorragia cerebrale dopo un volo di 40 metri da una scala in vetroresina su cui si è staccato un gancio – dice Palumbo – stava salendo su una nave per avvisare i colleghi che lavoravano in condizioni di non sicurezza. Ha lasciato una figlia di pochi mesi e una moglie di 27 anni”. Da quel momento si intensificano le sue denunce. “Valvole di chiusura degli impianti che sembravano reperti bellici, gabinetti come cloache. Andai dal direttore del personale e chiesi come mai i sindacalisti non si fossero accorti di questa situazione. Lui mi disse: vola basso che ti tagliano le ali”. Dopo tre giorni il licenziamento. E in seguito due proposte di Fincantieri. La prima informale, fatta attraverso un sindacalista: 25mila euro e riassunzione a Genova. Un’altra durante il processo. 80mila euro lorde per chiudere la vicenda. Entrame rifiutate da Palumbo.
“Nessun sindacato è mai intervenuto per tutelarlo. Né durante il rapporto di lavoro, né per partecipare all’impugnativa di licenziamento, né per costituirsi parte civile”, sottolinea l’avvocato Spallitta. “Ho rotto un patto storico tra l’azienda e il silenzio dei sindacati” dice ancora Palumbo, al momento disoccupato con moglie e un figlio a carico. (rc)
(Vedi lancio successivo)

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Cantieri Navali di Palermo: dalla dismissione al tentativo di intesa con la regione

LAVORO

I cantieri hanno oltre un secolo di storia. La battaglia isolata di Palumbo ricorda quella decennale del sindacalista Gioacchino Basile che nel 1997 portò a un’inchiesta per mafia della Procura di Palermo
ROMA – I Cantieri navali di Palermo hanno oltre un secolo di storia, fondati nel 1897 dall’imprenditore siciliano Ignazio Florio. Dal 1966 la proprietà passa alla società Cantieri Navali del Tirreno e Riuniti. Fincantieri subentra nel 1973. Si tratta dell’industria più importante della città e una delle più grandi di tutto il mezzogiorno. Le maestranze dei Cantieri Navali sono anche quelle che hanno costruito il monumento “ai caduti nella lotta contro la mafia” che si trova in piazza Tredici Vittime a Palermo. Una stele in acciaio corten disegnata dallo scultore Mario Pecoraino ed eretta nel 1983 per iniziativa del primo coordinamento antimafia dopo le uccisioni di Pio La Torre e di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nel cantiere navale di Palermo lavorano oggi circa 545 lavoratori di cui quasi 400 operai specializzati e 1300 nell’indotto interno. Di questi 545, quasi 200 sono in cassaintegrazione dal primo settembre. Da anni infatti il Cantiere è in fase di dismissione. Non arrivano nuove commesse dal 2007 e le ultime si esauriranno entro la fine dell’anno. A fine aprile gli operai avevano protestato bloccando i cancelli dell’azienda contro la cassaintegrazione di altri colleghi, che sarebbe stata comunicata solo al momento dell’ingresso in fabbrica. Lo scorso 21 maggio è stata raggiunta un’intesa tra la Regione, il Comune e i vertici aziendali per nuovi investimenti. Il protocollo definitivo e ufficiale dovrebbe essere firmato il prossimo 7 giugno. L’intesa si basa sulla disponibilità di Fincantieri di restare in Sicilia e della Regione a investire risorse per la riattivazione dei bacini di carenaggio da 19 e 52 mila tonnelate. La Regione sembra puntare di nuovo sull’industria navale, al suo posto non saranno costruiti i residence e gli alberghi previsti in un primo tempo. La vertenza riveste un ruolo importante per tutto il Meridione.
Sulla presenza della mafia nell’azienda fece luce un’inchiesta della Procura di Palermo che nel 1997 portò all’arresto dei mafiosi e dei loro complici. Le indagini nascevano da dieci anni di denunce dell’operaio e sindacalista Gioacchino Basile che per questo fu licenziato da Fincantieri. “Gioacchino Basile ha cominciato a denunciare la presenza mafiosa nel Cantiere nel 1987 e da allora ha vissuto un vera e propria via crucis, le cui stazioni principali sono state l’espulsione dalla CGIL, il licenziamento della Fincantieri e il forzato esilio lontano da Palermo, per sfuggire alla ritorsione mafiosa” scrive Umberto Santino del Centro Impastato in un dossier sul caso.

Nel passato dei Cantieri Navali c’è anche un ruolo di prima linea nel movimento antimafia dei lavoratori. Nel secondo dopoguerra, gli operai si opposero alla gestione mafiosa delle assunzioni e questo portò nel 1947 gli uomini del boss dell’Acquasanta Nicola D’Alessandro a sparare sugli operai ferendone due: Francesco Paolo Di Fiore e Antonino Lo Surdo. Tuttavia, negli anni più recenti, quelli di Basile, scrive ancora Santino: “ I mafiosi hanno spadroneggiato nel Cantiere gestendo i subappalti, ma ciò non sarebbe potuto accadere senza il consenso, e la convenienza, della Fincantieri”. Tutto nacque da un primo esposto che denunciava il ruolo dei mafiosi nel Cantiere alla Procura di Palermo, del maggio del 1987, firmato da 120 lavoratori. Successivamente Basile fu eletto nel Consiglio di fabbrica, ma la sua battaglia non divenne una lotta collettiva guidata dalla Fiom Cgil. Isolato dal sindacato, dal Partito Comunista (rimase senza risposta una lettera dei lavoratori ai dirigenti nazionali dell’allora PCI ) e anche dagli altri operai. “Per nulla scoraggiato dagli inquietanti silenzi che circondavano la mia battaglia civile; nel mese di maggio del 1989, scrissi e feci sottoscrivere ai miei compagni di lavoro, un accorato appello al Sindaco Leoluca Orlando” ricorda Basile nel suo blog. Un appello firmato da oltre 750 lavoratori. L’appello ebbe un’eco nazionale. Basile trasformò il giornale aziendale, “Dopolavoro Notizie”, in uno strumento di denuncia.

“Su “Dopolavoro Notizie” nel mese di agosto del 1989 denunciai lo scandalo delle tavole per ponteggi regalate attraverso fittizia documentazione al boss Vincenzo Galatolo” racconta ancora. Seguiranno minacce e intimidazioni. Ma le denunce di Basile non si fermarono. Il 2 novembre del 1989 organizzò, contro il parere del sindacato, un’assemblea sciopero ad oltranza per denunciare la presenza mafiosa dentro lo stabilimento navale, unitamente alla forte compromissione sindacale ed alla totale assenza Istituzionale. Il 26 maggio del 1990, vent’anni fa, durante una riunione del Consiglio di Fabbrica chiese le dimissioni dei segretari sindacali accusandoli di contiguità con la mafia. Nel luglio dello stesso anno Basile fu espulso dalla Cgil, con la motivazione di voler costituire un nuovo sindacato. Il sindacalista non si arrese: scrisse una lettera al presidente della Repubblica Francesco Cossiga, denunciò lo smaltimento irregolare di rifiuti tossici. Licenziato dalla Fincantieri e querelato per diffamazione, fu in un primo tempo reintegrato nel posto di lavoro dalla Pretura. Basile non potè comunque rientrare in fabbrica fino all’ottobre del 1994. L’azienda preferì pagargli lo stipendio senza svolgimento di mansione lavorativa, fino a quando il Tribunale di Palermo, riformando la precedente sentenza, dichiarò legittimo il licenziamento. Stessa cosa in appello. Dopo l’incendio del negozio di calzature della moglie di Basile nel 1996 , un collaboratore di giustizia, Francesco Onorato, confermò le accuse mosse da anni dal sindacalista sulle attività mafiose nei Cantieri, e rivelò che sulla testa di Basile pesava la condanna a morte della mafia. Arrivò un’ordinanza di custodia cautelare per 29 persone. Il sindacalista e la sua famiglia furono messi sotto protezione e costretti a lasciare Palermo per molti anni. (rc)

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Marocchino pestato a sangue a Cassibile

5/05/2010

10.56
IMMIGRAZIONE
L’aggressione è avvenuta ieri sulla via Nazionale, nel quartiere siracusano noto per il fenomeno del caporalato nella raccolta stagionale delle patate L’uomo è stato accerchiato da un gruppo di italiani mentre camminava a piedi, insultato e preso a calci

Via Nazionale, Cassibile (Sr)

Cassibile (Sr) – Aggressione razzista a Cassibile. Un bracciante stagionale marocchino di trent’anni è stato accerchiato e poi pestato a sangue con calci e pugni da un gruppo di italiani. Il grave episodio di violenza razziale è avvenuto ieri sulla via Nazionale, nel quartiere siracusano noto per il fenomeno del caporalato nella raccolta stagionale delle patate. A darne notizia oggi è il quotidiano locale “La Sicilia”. Secondo quanto riportato dalla testata siciliana, l’uomo stava camminando a piedi sulla strada principale di Cassibile quando è stato bloccato da un gruppo di uomini che gli ha sbarrato la via. Dopo averlo insultato ripetutamente, gli aggressori gli hanno impedito di fuggire e si sono scagliati contro il marocchino con violenza. La vittima ha solo cercato di difendersi riparandosi dai colpi con le mani. L’intervento verbale di altri residenti, che hanno urlato e chiesto aiuto, ha fermato e fatto allontanare gli aggressori. Il ragazzo marocchino, lasciato dolorante e sanguinante sull’asfalto, è stato soccorso da un’unità del 118, chiamata dai passanti. Il lavoratore maghrebino è stato medicato al Pronto Soccorso e dimesso. Nel frattempo gli aggressori hanno fatto perdere le loro tracce.

E’ il primo episodio di violenza per le strade contro gli immigrati a Cassibile dall’inizio dell’anno. Ma il quartiere siracusano non è nuovo ai pestaggi. In passato altre aggressioni si erano verificate a causa dell’intolleranza di una parte dei residenti verso i lavoratori stagionali stranieri, una parte dei quali sono alloggiati in una tendopoli gestita dalla Croce Rossa. (rc)

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Cassibile, i residenti non vogliono la tendopoli dei braccianti

04/05/2010

10.19
IMMIGRAZIONE
Ancora alta tensione per la tendopoli che ospita 130 braccianti stagionali con il permesso. Il coordinamento del primo maggio: “Si chiede regolarità per il posto letto ma non ci sono tutele sindacali”

tendopoli Croce Rossa vicino l'uscita dell'autostrada

CASSIBILE (RS) – Il primo maggio migrante a Cassibile ha raccolto associazioni antirazziste da quasi tutta la Sicilia ma la gente del paese non ha partecipato. Come a Rosarno, anche nel quartiere siracusano noto per il fenomeno degli stagionali immigrati che arrivano a centinaia ogni primavera per raccogliere le patate, la festa del lavoro dedicata ai diritti dei migranti è stata disertata dai residenti. A dare una valutazione sulla convivenza tra italiani e braccianti africani è Giampaolo Crespi, un commerciante originario di Busto Arsizio che vive da vent’anni a Cassibile dove gestisce un negozio di alimentari frequentato dai migranti. Crespi fa parte del coordinamento che ha organizzato un primo maggio migrante a Cassibile con aderenti tra i quali la Rete antirazzista catanese, la confederazione Cobas di Siracusa e Catania, l’Arci di Messina, i Laici missionari comboniani di Palermo, l’associazione Siqillyàh e tante realtà del siracusano e di altre province. Obiettivo: “costruire una campagna di rilievo nazionale a difesa dei diritti dei migranti stagionali in Sicilia dopo i terribili giorni di Rosarno”. L’iniziativa ha avuto luogo nell’istituto comprensivo “Falcone Borsellino” di Cassibile, con musiche, balli, prodotti biologici, banchetti informativi e la proiezione del documentario “La terra (E)Strema” con gli autori Enrico Montalbano e Angela Giardina.

Come in molte altre realtà del sud in cui imperano il caporalato e lo sfruttamento dei braccianti agricoli immigrati, Crespi si è trovato solo nella sua battaglia per i diritti sul lavoro. “Diciamo che i commenti al bar non erano buoni e che altre persone più ricettive non si espongono per paura del giudizio dei compaesani”, racconta nella sua casa sulla via Nazionale di Cassibile. Il paese, circa 4 mila abitanti, si sviluppa lungo la strada statale che negli anni è stata teatro del reclutamento della manodopera africana da parte dei caporali e anche di scontri ed episodi di tensione. Molti di questi scaturivano dal fatto che i braccianti stranieri andassero a lavarsi nella fontana pubblica al ritorno dal lavoro nei campi. Ad acuire i dissapori in passato, anche le leggende metropolitane su donne che sarebbero state violentate o molestate dagli immigrati. Voci rivelatesi prive di fondamento.

“Qui nessuno si sente razzista, eppure secondo la gente del posto gli africani devono venire a lavorare ma non si devono vedere” spiega il commerciante. Un atteggiamento che spiega come ogni anno l’installazione di una tendopoli del ministero dell’Interno gestita dalla Croce Rossa per alloggiare i braccianti stranieri diventi il pomo della discordia. In un articolo pubblicato a marzo dal quotidiano “La Sicilia”, con il titolo “Non siamo razzisti, ma niente tendopoli”, il segretario del locale circolo del Pd, Orazio Musumeci, dichiarava: “La tendopoli se la facciano le associazioni umanitarie a Siracusa, noi la gente a bivaccare qui non la vogliamo”. E ancora: “Così si danneggia la nostra economia turistica: la gente non viene neanche a mangiare una pizza”. Anche quest’anno la prefettura aveva siglato un protocollo con i produttori agricoli che impegnava le aziende a preoccuparsi di trovare un alloggio ai lavoratori. Ma non è andato a buon fine.

Crespi ricorda la lunga querelle sulla tendopoli. “Nel 2005 ci fu la prima e poi venne trasformata in Cpt. Nel 2007 ne venne fatta una a Cassibile, nel 2008 per le proteste fu spostata ad Avola, che è a 16 chilometri per cui furono gli immigrati a disertarla per la distanza. L’anno scorso non è stata fatta, adesso ce n’è una difronte all’uscita dell’autostrada”. Nel documento affisso dalle associazioni per il primo maggio a Cassibile si legge: “da anni si aspettano le ultime settimane per provvedere a un’accoglienza sempre d’emergenza e per i regolari, addirittura l’anno scorso neanche quella e quest’anno solo per 130 migranti; una regolarità pretesa per offrire loro un posto letto, ma ignorata quando si tratta delle garanzie contrattuali e delle tutele sindacali”. (rc)

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