Archive for the 'Uncategorized' Category

Libano: Il Paese più inquieto per ora resta calmo, per Il Riformista

Intervista sulla situazione libica a Karim Mezran, per Il Messaggero

L’alpino Sanna ucciso da una divisa “amica”. Su Il Riformista

Il generale Camporini lascia e polemizza. Il Riformista

http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/328016_intervista_il_generale_camporini_lascia_e_polemizza_di_antonella_vicini/

Prima pagina/intervista
Il generale Camporini lascia e polemizza

di Antonella Vicini
Il capo di Stato maggiore lascia oggi l’incarico al generale Abrate e abbozza un bilancio dei tre anni trascorsi alla guida delle Forze armate. Con La Russa «si è montato un caso inesistente. Non c’è stata nessuna mancanza di informazioni da parte dell’esercito. La vera sfida è la Difesa europea. Ma non dipende dai militari».

Con una cerimonia presso il Museo dell’Aeronautica Militare, sul lago di Bracciano, il generale Vincenzo Camporini, dopo tre anni a capo dello Stato Maggiore della Difesa, passerà questa mattina il testimone al generale Biagio Abrate.
Sono trascorse meno di due settimane dall’attacco del ministro della Difesa Ignazio La Russa ai vertici militari, accusati di poca chiarezza sulla morte del caporal maggiore Matteo Miotto, e l’atmosfera in Via XX Settembre sembra essersi rilassata. Resta forte però la sensazione dell’inutilità di una simile polemica, tanto più gratuita di fronte all’evidenza che le informazioni provenienti dai teatri operativi arrivano sia allo Stato maggiore della Difesa, sia al gabinetto del ministro attraverso percorsi paralleli.
Ma non è certo per le nubi di fine mandato che verrà ricordato il generale Camporini, quanto per alcune aperture sorprendenti, come la scelta di parlare direttamente al mondo dei pacifisti.

Lo strappo tra vertici politici e quelli militari si è ricomposto, dopo il caso Miotto?
Non c’è stato nessuno strappo. In realtà si stava facendo una questione su qualcosa che non esisteva. Può esserci a volte qualche problema di comprensione dovuto all’impiego di termini tecnici, ma non c’è stata assolutamente nessuna mancanza di comunicazione da parte militare nei confronti del vertice politico. Il problema non sussiste. La trasparenza delle Forze armate nei confronti di ciò che avviene è una delle nostre regole, anche perché è funzionale alla nostra attività e al rapporto con l’opinione pubblica. Se il Paese sa cosa facciamo e come, noi possiamo continuare a chiedere le risorse e i sacrifici necessari per conseguire determinati obiettivi.

Sinteticamente, quando avvengono fatti del genere, qual è il percorso che seguono le informazioni?
Per eventi di carattere urgente, come può essere un incidente, le notizie arrivano in Italia tramite due catene: quella della pubblica informazione (P.I.) e quella operativa. Nel primo caso, il portavoce del contingente italiano avverte con ogni sollecitudine il capo ufficio P.I. dello Stato Maggiore della Difesa, che ne dà immediata comunicazione a me e, nel contempo, al gabinetto del ministro. Una volta confermata, la notizia viene diramata con immediatezza dall’ufficio P.I. tramite comunicato stampa ai media, in osservanza del principio di massima trasparenza.

A proposito di chiarezza della comunicazione. Si fa ancora molta confusione sull’Afghanistan. Cosa fanno lì i militari italiani?
Noi stiamo compiendo una missione di stabilizzazione in un’area dove la stabilità manca. L’attività che svolgono le forze Isaf in Afghanistan e in particolare gli italiani, responsabili della regione Ovest, è quella di creare le condizioni di sicurezza necessarie alla crescita della società civile.

In che modo?

Con un contrasto diretto con le parte più attive e indomite che vogliono assicurarsi il controllo del territorio con la forza. Ma che indirettamente, aiutando gli afghani a gestire da soli la propria sicurezza. Questa parte addestrativa credo sia cruciale per consentire l’avvio della transizione della responsabilità della sicurezza dalle forze occidentali a quelle locali.

A luglio dovrebbe iniziare il disimpegno statunitense e nel 2014 la transizione dovrebbe essere conclusa. Agenda politica e agenda militare coincidono?
Noi siamo persone concrete che devono guardare la realtà, per operare e pianificare. Qualsiasi pianificazione che si fa in ambito militare viene rispettata se a quella data si sono realizzate le condizioni attese. Io credo che parlare del 2014 sia molto realistico, non solo auspicabile, ma possibile e estremamente probabile.

Lo scorso maggio, lei ha partecipato a un incontro della Tavola della Pace. Una scelta inconsueta, che ha suscitato molto scalpore. Da dove è nata l’esigenza di questo confronto?
Deriva certamente dal cambiamento del quadro strategico rispetto al passato e al mondo della guerra fredda. Le Forze armate non sono più impegnate a vincere la battaglia sul terreno, ma a generare situazioni di stabilità. Questo risultato non lo si può ottenere solo con l’impiego della forza, ma con il coinvolgimento di tutti coloro che hanno qualcosa da fare o da dire in merito. Quindi, credo che quell’incontro sia stato un passo nella giusta direzione.

Questa apertura è stata condivisa dai vertici politici?
Non credo si possa parlare di “iniziative improvvide” o di “valutazioni non convergenti”. Questa evoluzione è nella natura delle cose. E il vertice politico in modo bipartisan ha dato dei riscontri naturali. Il problema non si pone.

Lei aveva detto che la politica non può pensare che i militari risolvano i problemi della politica stessa.
Sì, ma qui io vorrei distinguere tra la politica del Paese, cioè la gestione del potere attraverso le istituzioni, e la grande politica internazionale – che sovente non ha le idee molto chiare sui risultati che deve conseguire e quindi non utilizza gli strumenti che ha a disposizione, militari o civili, nel modo più efficace. Tutto ciò genera una difficoltà nel passare da uno stato di crisi a uno stato di stabilità. Vorrei citare il caso dei Balcani, che sembra ormai risolto. Ma noi siamo in Kosovo dal 1999 e la presenza militare internazionale è ancora necessaria, anche se in forma ridotta, per garantire quel minimo di sicurezza che consenta uno sviluppo democratico del Paese.

I tagli alle Forze armate influiscono sulla nostra sicurezza?

Le strategie militari che stanno vivendo questa fase di ristrettezze ci hanno costretto a definire una serie di priorità. Oggi la priorità è la partecipazione dei nostri reparti alle missioni internazionali, ovviamente a scapito di altre componenti del mondo militare che potrebbero divenire necessarie se cambiasse la situazione strategica. È un rischio che stiamo correndo. In questo senso esiste un problema che dovrà essere affrontato per non farci trovare impreparati di fronte a situazioni che si possono realizzare anche in tempi molto rapidi.

Quali sfide troverà il suo successore?
Quello che mi lascia anche un pochino frustrato è il non essere riuscito a far progredire, con la velocità che ritengo necessaria, il processo di integrazione fra le Forze armate, in modo da poter utilizzare al meglio le risorse.

E sul piano internazionale?
La sfida che non possiamo perdere è quella della progressiva integrazione degli strumenti militari dei Paesi dell’Unione. Ma questo ha come prerequisito irrinunciabile la convergenza delle politiche estere dei singoli Paesi. Quando mi si chiede a che punto siamo con l’esercito europeo, la mia risposta è sempre: noi siamo pronti già da oggi. È una sfida che noi vogliamo vincere, ma che non dipende da noi.

lunedì, 17 gennaio 2011


foto di Antonella Vicini

Gli atenei d’Iran temono le riforme. su Il riformista

Voci. Nel mirino materie poco compatibili con i precetti dell’Islam

università di teheran durante i comizi pre-elettorali, giugno 2009


Università e universitari sono da parecchie settimane le parole chiave per analizzare ciò che sta succedendo in Italia e in Europa. Ciò che accade negli atenei è infatti la cartina tornasole dei cambiamenti sociali e politici. Ovunque. La repubblica islamica dell’Iran non fa eccezione.
Nei giorni scorsi si era diffusa la notizia circa la volontà di mettere al bando dalle facoltà corsi e materie di studio troppo filo-occidentali. Il grido d’allarme è subito rientrato, perché le autorità di Teheran non hanno mai confermato e neanche smentito, eppure è da alcuni mesi che la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, esprime la preoccupazione che “molte discipline delle scienze umane, basandosi sui principi cardine del materialismo, contraddicono gli insegnamenti islamici”.
Timori raccolti da qualcuno all’interno del Ministero dell’Educazione se Abolfazl Hassani, membro di spicco del dicastero, ha dichiarato in diverse occasioni che “le aperture effettuate nell’ambito delle scienze sociali saranno riviste” perché basate sulla cultura occidentale. Nel mirino potrebbero finire, quindi, materie come diritti umani, filosofia, scienze politiche, psicologia, giurisprudenza e studi femministi, poco compatibili con gli insegnamenti islamici.
Per il momento a Teheran tutto sembra essere rimasto immutato, anche se una decisione del genere non stupirebbe chi ha già vissuto gli sconvolgimenti del 1979. A sentire un ex-preside di una delle facoltà di scienze umane della capitale, infatti, “già nei primi anni successivi alla rivoluzione è accaduto qualcosa di simile. Allora, gli atenei sono stati addirittura chiusi, il tempo necessario a modificare i programmi e mandare in pensione quei docenti la cui linea politica non piaceva al regime. Ma per quanto riguarda la situazione di oggi, tutto continua come sempre”.
“Queste voci – prosegue un altro docente dell’università di Lettere di Teheran – hanno forse a che fare con il recente intervento della Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei che ha chiesto una revisione negli insegnamenti delle scienze umane”. “Se anche fosse possibile attuare un progetto simile, questo impiegherebbe molto tempo perché la società iraniana di oggi non assomiglia a quella post rivoluzionaria di trent’anni fa”. Il tempo e i tempi, dunque, sembrano giocare dalla parte dei giovani che intanto, al di là di divieti o minacce, rendono vive e ferventi le principale città iraniane, che poi sono quelle che ospitano gli atenei: Teheran, Shiraz, Tabriz, Mashhad, Esfahan.
C’è però chi come Leila, già laureata in sociologia e ora specializzanda, fa una riflessione che va oltre .“Coloro che guidano un Paese – sostiene- dovrebbero aumentare i pregi e diminuire i difetti di un sistema scolastico, ma ciò che sta succedendo in Iran è il contrario. Invece di rafforzare la nostra identità culturale, cercano di eliminare la cultura antica. L’ultimo tentativo è stato quello di togliere i riferimenti alle monarchie dai libri di storia”. Il loro obiettivo, conclude “è rimanere al potere mantenendo la gente ignorante”.
Dopo la Rivoluzione Islamica del 1979, l’istruzione iraniana ha vissuto un periodo buio durato almeno quattro anni: scontri, chiusure di molti istituti (circa 200) e epurazioni di insegnanti e studenti troppo poco vicini agli insegnamenti islamici. Attualmente l’Iran conta quasi 300 atenei, tra pubblici e privati, che ospitano circa 3 milioni e mezzo di studenti. Bisogna considerare che stiamo parlando di una Paese di 70 milioni di abitanti, il 70% dei quali ha meno di trent’anni. Il 96, 6% dei giovani, secondo l’Unesco, è alfabetizzato.
Ma è stato proprio l’United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, durante le scorse settimane, a ritirare il proprio sostegno alla Giornata Mondiale della Filosofia che quest’anno si è svolta a Teheran. Secondo fonti diplomatiche il motivo della scelta risiederebbe proprio nella presunta volontà di rivedere i programmi universitari iraniani in chiavi anti-occidentale, anche se da parte dell’agenzia delle Nazioni Unite non è giunta alcuna dichiarazione in merito.
Gli atenei sono da sempre il luogo del dissenso e chi non ricorda la strage degli studenti nel 1999, sotto la presidenza Khatami, ricorderà certamente le manifestazione scoppiate all’indomani dei risultati elettorali, il 13 giugno 2009, proprio al centro di Teheran. Tra Viale Azadi e Viale Enqelab, troviamo l’Università Sharif, l’Università di Theran e l’Amir Kabir. Poco più avanti è stata uccisa Neda.
Sadegh, laureando in ingegneria, è chiaro: “dopo le elezioni dell’anno scorso, i conservatori cercano di mantenere il potere. E come? Attraverso la repressione, intimidendo gli intellettuali e i giovani. Credo però che se si attuasse una legge del genere, il fuoco che cova sotto la cenere divamperebbe. In questo momento qualsiasi passo sbagliato può riaccendere il vulcano di rabbia che avete visto lo scorso anno per le strade”. “L’Iran – spiega ancora- è un Paese imprevedibile: se ti dicono che è vietata la musica, il giorno dopo tutti andranno a comprare uno strumento; se ti dicono che non si parlerà più della storia dei Re persiani nelle scuole, le famiglie la insegneranno ai loro ragazzi nelle proprie case ”. Come dire che leggere Lolita a Teheran sarà sempre possibile.

di Antonella Vicini
con la collaborazione di Mehran Cl.

360 mila euro a una giovane oncologa per restare in Italia

30/11/2010

16.19
RICERCA

Premiata al Senato la ricercatrice Tiziana Vavalà, emigrante calabrese passata da Roma a Torino. Grazie ai fondi, studierà nuove cure del tumore al polmone basate sulla farmaco gnomica. L’85% dei candidati al bando di ricerca internazionale erano donne
ROMA – Per ogni giovane ricercatore che l’Italia si lascia sfuggire, la perdita di valore potenziale è di 63 milioni di euro. Per evitare la fuga dei giovani talenti, la Fondazione Lilly Onlus, con il contributo della Fondazione Cariplo, per il terzo anno consecutivo premiano con una borsa di studio di 360mila euro una ricercatrice italiana under 35, il cui progetto di ricerca è stato scelto da un ente di valutazione internazionale. Tiziana Vavalà, 30 anni, nata a Catanzaro, laureata e specializzata in Oncologia all’università La Sapienza di Roma, ha vinto il progetto “La ricerca in Italia: un’idea per il futuro” e grazie alla borsa vinta resterà in Italia per studiare nuove cure del tumore al polmone basate sulla farmaco genomica. La premiazione è avvenuta nella sala Zuccari del Senato della Repubblica. La sua ricerca, che si svolge presso l’ospedale universitario San Luigi Gonzaga di Orbassano (To), ha vinto fra i 31 progetti presentati da 21 centri oncologici italiani, di cui 13 del Nord, 13 del Centro e 5 del Sud. Nel 2009 i progetti presentati erano stati 16. L’85% dei talenti candidati alla borsa erano donne. Anche l’80% degli iscritti alle facoltà di Medicina sono donne. Il progetto di Vavalà è stato valutato dall’Università di Mannheim in Germania, estratto a sorte fra i tre migliori istituti al mondo. Dei 360mila euro il 50% va al ricercatore, cioè 45mila euro l’anno, il resto serve per coprire i costi della ricerca. Il prossimo bando sarà dedicato alle neuroscienze. La ricercatrice è stata premiata dai senatori Ignazio Marino, presidente della Commissione d’inchiesta sul Sistema sanitario nazionale, e Tomassini, presidente della Commissione Sanità del Senato.

“360 mila euro possono sembrare tanti, ma è importante che siano dati a un solo ricercatore perchè vuol dire iniziare a fare qualcosa” ha detto il professor Marco Venturini, presidente dell’Aiom, l’Associazione italiana di oncologia medica, contrario ai finanziamenti a pioggia frammentati in tante ricerche diverse. “In Italia i dati ci dicono che l’oncologia clinica è il settore medico più innovatore e sperimentale, abbiamo un’oncologia di eccellenza – ha continuato – di cui le principali fonti di finanziamento sono le aziende farmaceutiche”.

La ricercatrice premiata, Tiziana Vavalà, è già un’emigrante. Figlia di un’insegnante e di un impiegato, la sua famiglia non ha niente a che fare con il mondo della scienza. Ha lasciato la Calabria per studiare Medicina all’età di 18 anni. Dopo la specializzazione a Roma, per trovare lavoro ha dovuto trasferirsi ancora a Milano e a Torino. “L’aspetto più faticoso è la continua necessità di spostarsi e di cambiare città, fare la ricercatrice in Italia è un’avventura, un atto di coraggio” commenta la dottoressa Vavalà. Nell’ambito del tumore al polmone, non esistono studi di farmaco genomica nei pazienti anziani. Il progetto vincitore ha l’obiettivo di scegliere la terapia migliore per il singolo ammalato in una popolazione di pazienti nella quale le possibilità di cura sono limitate. Questi i dati forniti dalla ricercatrice: in Italia ci sono ogni anno 35mila nuovi casi di tumore al polmone di cui il 70% inoperabili. La ricerca ha allungato la sopravvivenza dei pazienti dai 5 mesi degli anni Settanta ai due anni di oggi.

Sono state premiate con 15 mila euro ciascuna le tre migliori pubblicazioni scientifiche sulle patologie vascolari nel diabete. Fra i tre vincitori, un’altra catanzarese, Elena Succurro, del dipartimento di Medicina sperimentale e Chirurgia dell’Università Magna Grecia di Catanzaro. Gli altri due atenei premiati sono l’università Federico II di Napoli e l’ateneo di Padova. (raffaella cosentino)

© Copyright Redattore Sociale

30/11/2010

15.40
RICERCA
Italia: l’esodo dei “cervelli” è costato 4 miliardi in 20 anni

Presentato al Senato uno studio dell’Icom. L’espatrio delle eccellenze della ricerca costa caro all’Italia. La top 20 degli scienziati italiani all’estero, accolti principalmente negli Usa. Premiato Ferrara, potenziale Nobel
ROMA – La fuga di cervelli è costata all’Italia 4 miliardi di euro negli ultimi 20 anni, pari all’ultima ‘manovrina’ annunciata dal governo pochi mesi fa per i conti pubblici. Il 35 per cento dei 500 migliori ricercatori italiani lascia il Paese perchè non trova condizioni di lavoro adeguate. Fra i migliori 100, uno su due sceglie l’estero, nei top 50 solo 23 sono rimasti in Italia, il 54% è fuggito in paesi stranieri. I dati sull’esodo dei “top scientist” italiani sono stati forniti nella sala Zuccari del Senato da uno studio dell’ICom (Istituto per la Competitività) che ha quantificato la perdita dell’Italia in termini di ricchezza economica. Valore che è stato ricavato sulla base dei brevetti prodotti dai nostri 20 migliori scienziati che lavorano all’estero in tre campi: Chimica, Ict e Farmaceutica. I top 20 della classifica, che lavorano quasi tutti negli Stati Uniti (17 su 20), hanno prodotto dal 1989 al 2009 un numero di brevetti pari a 301. Di questi, in 155 casi sono anche i principali inventori della ricerca brevettata. Negli altri casi sono comunque parte del team scientifico che ha realizzato i brevetti. Considerando in media il valore di un brevetto in 3 milioni di euro e che un top scientist produce in media 21 brevetti nell’arco della sua carriera, si arriva a 148 milioni di euro persi dall’Italia per ogni cervello in fuga. Ma ci sono brevetti, come quelli chimici, che possono valere fino a 942 milioni di euro. La cifra potrebbe dunque essere sottostimata. Il valore attuale dei brevetti diretti dai top 20 italiani fuggiti all’estero, e accolti principalmente negli Usa, è di 861 milioni di euro netti. Su 20 anni il dato si attesta a due miliardi e raddoppia, 4 miliardi, se si considerano tutti i 301 brevetti, anche quelli di cui le nostre eccellenze non sono solo gli inventori ma a cui hanno contribuito come parte dei team di ricerca.

La migliore ricercatrice italiana è Silvia Franceschi e si colloca al quindicesimo posto della top 20 dei ricercatori italiani all’estero. Lavora in Francia. Diciotto provengono da regioni del Nord e del Centro, solo due dal Sud. La città che ha ceduto più ricercatori è Milano, la prima regione più ‘disertata’ è la Lombardia, che si è lasciata sfuggire 704 milioni di euro come valore attuale dei suoi brevetti, 1,7 miliardi dal 1989. I settori di ricerca in cui lavorano i nostri cervelli sono in particolare la medicina (12 su 20), soprattutto oncologia e immunologia. Seguono l’informatica, le neuroscienze la biologia cellulare. La classifica è stata stilata sulla base delle citazioni fatte dalla comunità accademica internazionale. Nel corso dell’iniziativa al Senato è stato premiato Napoleone Ferrara, considerato il terzo miglior cervello italiano all’estero. Ferrara, laureato in Medicina e Chirurgia a Catania, si è trasferito a San Francisco nel 1988. Ha vinto il Laskar Award 2010, un premio internazionale che spesso prelude al Nobel, per i suoi studi su un farmaco che blocca la perdita della vista nei pazienti con degenerazione maculare senile umida, patologia che in passato conduceva alla cecità.

Secondo il professor Andrea Lenzi, presidente del Consiglio universitario nazionale, “in rapporto alle risorse scarse e al più basso numero di ricercatori tra i paesi del G7, i nostri ricercatori hanno un indice di produttività individuale eccellente con il 2,28% di pubblicazioni scientifiche”. In Italia ci sono 70mila ricercatori contro i 155mila della Francia, i 240mila della Germania e gli statunitensi che sono un milione e 150mila. In Giappone sono 640mila, in Canada 90mila, nel Regno Unito 147mila. Ma nonostante il più basso numero di ricercatori, la ricerca italiana è superiore alla media dei principali paesi europei, al terzo posto (2,28%) dopo l’Inghilterra (3,27%) e il Canada (2,44%), considerando i paesi del G7. “La perdita economica non è solo nel fatto di avere formato un ottimo ricercatore e averlo dato all’estero, ma anche perchè abbiamo perso la sua produttività – spiega Lenzi – non c’è scambio, non c’è reciprocità con l’estero, noi non attraiamo i loro ricercatori”. (raffaella cosentino)

© Copyright Redattore Sociale

Kabul fra droga e mercato «10 anni lunghi un secolo». Intervista all’ambasciatore afghano. IL Riformista

di Antonella Vicini
Musa Maroofi, ambasciatore afghano a Roma. «La riconciliazione è necessaria. Pronti ad accogliere chiunque accetti la Costituzione. E la denuncia dei brogli è positiva perché indica la volontà di combatterli». Storia di una transizione mal rappresentata.

«La guerra è qualcosa di innaturale. I terremoti sono un fenomeno naturale. Le inondazioni lo sono. La guerra no: per questo sono certo che la guerra finirà». Mohammad Musa Maroofi rappresenta la Repubblica islamica dell’Afghanistan in Italia dal 2007 e, prima di allora, ha lavorato alla stesura della sua Costituzione. Oggi, a nove anni dall’inizio delle operazioni internazionali, dipinge così il suo Paese.
«L’ Afghanistan presenta due situazioni differenti. Da un lato ci sono stati enormi progressi civili, sociali ed economici. Dall’altro ci sono ancora la guerra e la violenza. Sfortunatamente i media internazionali si concentrano solo su quest’ultimo lato».
Quali sono gli aspetti positivi?
In dieci anni sono stati compiuti dei passi avanti che per noi valgono un secolo. Un terzo dei seggi in parlamento è ora destinato alle donne. Abbiamo un presidente eletto e una maggiore partecipazione popolare alla vita politica. Abbiamo università, tv e banche private. L’apertura al mercato in termini economici comporta un grande salto, l’abbandono di un sistema rurale e agricolo. Sei milioni di ragazzi vanno a scuola ogni giorno, ci sono organizzazioni femminili, radio, giornali, esistono unioni dei lavoratori. Molte cose sono cambiate.
E gli elementi negativi?
L’economia è rimasta in rovina per trent’anni, mentre il traffico di droga prospera. Ciò vuol dire che molti dei soldi che entrano in Afghanistan sono illegali e non possono essere utilizzati dal governo. In questi anni il mondo è cambiato così rapidamente che è difficile per un paese come il nostro non rimanere indietro. Le nuove tecnologie hanno creato un nuovo stile di vita e la gente aspira a ciò che non può permettersi. La corruzione è legata anche a questo.
Come combattete questa piaga a Kabul?
Il governo sta tentando di introdurre il concetto di “rule of law”, ma non è facile quando attorno a te gli altri sono corrotti. Tutto ciò richiede tempo, perché per far prevalere la legalità è necessario avere un buon sistema giudiziario, giudici e avvocati preparati, processi brevi. Si stanno facendo molti sforzi in questa direzione anche all’interno delle forze di polizia. È una delle nostre sfide, ma abbiamo bisogno di tempo.
Cosa ci dice riguardo alle vittime civili?
Le vittime nel fuoco incrociato della Nato e dei talebani sono uno dei problemi più gravi. Il nostro governo e lo stesso presidente hanno sollevato più di una volta la questione. È la guerra. Questa certo non è una giustificazione.
Il 2011 è una data troppo vicina per l’inizio del disimpegno degli alleati?
C’è una differenza tra ritirata e transizione. In Afghanistan non si parla di ritiro, ma di un riposizionamento, di un cambio tattico e di strategia. La strategia va rimodulata in relazione al livello di forza dei nemici. Sarebbe un errore abbandonare il Paese come dopo la ritirata sovietica, ma gli alleati Nato, inclusa l’Italia, non hanno alcuna intenzione di farlo. La questione è quella dell’ “afghanizzazione”, cioè del passaggio di responsabilità alle istituzioni afghane, e la nuova tattica rientra in questa logica.
Durante le elezioni la Commissione elettorale ha denunciato brogli diffusi. Si era parlato persino del coinvolgimento del fratello di Karzai in alcuni frodi.
Mi lasci dire prima di tutto che le accuse al fratello del presidente sono un’invenzione giornalistica. Il fatto poi che la Commissione elettorale- che è una commissione afghana con supervisione internazionale- abbia ammesso che ci sono state delle frodi elettorali è un segnale positivo. Ha detto: abbiamo un problema e dobbiamo confrontarci con questo. Questo vuol dire che si stanno facendo dei passi in avanti verso la legalità. Io mi sarei preoccupato se la commissione avesse detto che tutto era andato per il meglio e avesse nascosto le frodi. Quindi si tratta di una buona notizia.
Reintegrazione e riconciliazione, due parole impronunciabili fino a qualche tempo fa. È la soluzione giusta?
La riconciliazione è davvero l’unica strategia. Questa non è stata una decisione presa solo dal nostro governo, perché sarebbe una responsabilità enorme, ma è frutto di una grande assemblea di riconciliazione nazionale. Il governo afghano sarà pronto ad accogliere i talebani che accetteranno la nostra costituzione, che è un contratto con il popolo.
Ci sono voci di negoziati con la rete di Haqqani e la shura di Quetta. Non trova sia un ritorno al passato?
Abbiamo bisogno di iniziare qualcosa di nuovo all’insegna del rispetto della legalità, della costituzione e delle vittime del fuoco incrociato. Ci sono diversi gruppi talebani con cui stiamo negoziando, ma le informazioni in proposito sono contrastanti. Quel che è certo è il fermento in atto per migliorare la situazione in Afghanistan.
venerdì, 12 novembre 2010


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