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Costa d’Avorio, violenze fomentate dai ‘media dell’odio’

Il consiglio di sicurezza dell`Onu chiede la fine della diffusione di informazioni che incitano alla violenza da parte dell`emittente RTI

Allarme del Consiglio di Sicurezza dell`Onu per i “media dell`odio` in Costa D`Avorio. L`organismo internazionale ha esortato a smettere di diffondere “false informazioni` dirette a incitare la violenza etnica. “I membri del Consiglio di sicurezza dell`Onu hanno fortemente condannato e chiesto lo stop immediato dell`uso dei media, specialmente Radiodiffusion Television Ivoirienne (RTI) per propagare informazioni false che incitano all`odio e alla violenza anche contro le Nazioni Unite` è il testo di una dichiarazione letta alla stampa durante un incontro da parte di Mirsada Colakovic, l`ambasciatore Onu per la Bosnia.

Secondo l`Onu le violenze in Costa D`Avorio hanno già mietuto oltre 200 vittime da quando è esploso il conflitto presidenziale tra Laurent Gbagbo e Alassane Ouattara. Le violenze etniche hanno ucciso 33 persone e 75 sono rimaste ferite solo la scorsa settimana nella città occidentale di Duekoue.
(raffaella cosentino)

Tunisia, arresti di blogger dissidenti e siti oscurati

07/01/2011 17.41 DIRITTI

Appelli di Reporters sans frontieres e di Amnesty International dopo almeno cinque casi di oppositori del regime scomparsi. Avevano messo online la rivolta civile contro la corruzione e l’aumento dei prezzi

Il blogger Slim Amamou

ROMA – Almeno cinque blogger e militanti noti per il loro impegno per la libertà di espressione sul web sono scomparsi ieri in Tunisia, ma la lista potrebbe essere più lunga. A denunciarlo, sospettando che possano essere stati arrestati, è “Reporters sans frontieres” che chiede alle autorità il loro rilascio immediato. “Questi arresti destinati a intimidire gli internauti tunisini e i loro sostenitori internazionali, sono controproducenti e rischiano di alzare la tensione. Non è arrestando qualche blogger che le immagini delle proteste spariranno dalla rete” scrive sul suo sito l’ong francese, che si schiera contro la repressione governativa in risposta alla crisi attraversata dalla Tunisia in questo momento.
Tra gli arrestati c’è anche un rapper di 22 anni, Hamada Ben Amor, conosciuto con lo pseudonimo di “Generale” e autore di un brano musicale celebre su internet dal titolo “Presidente, il tuo popolo è morto”. Il musicista è stato arrestato a casa della sua famiglia a Sfax , 270 chilomentri a sud est della capitale, alle 5 e 30 del mattino, secondo quanto dichiarato alla France press dal fratello Hamdi. Da ieri non si hanno notizie di Hamadi Kaloutcha, blogger e militante, prelevato alle sei del mattino da sei poliziotti in abiti civili che si sono presentati a casa sua. Alla moglie hanno detto che l’avrebbero condotto al commissariato per fargli qualche domanda e che ci sarebbero volute solo alcune ore. Il ciberdissidente Sleh Edine Kchouk, militante dell’Unione generale degli studenti della Tunisia (Uget) è stato arrestato a Bizerte (60 chilometri a nord ovest di Tunisi) e il suo computer confiscato.

Slim Amamou ed El Aziz Amami, due blogger, sarebbero stati arrestati anche loro secondo quanto riferito a Rsf e all’Afp da attivisti per i diritti umani e da un loro amico giornalista. El Aziz Amami ha inviato un sms alla fidanzata dicendo di essere stato arrestato. Amami aveva seguito le proteste nella città di Sidi Bouzid. Il suo blog è stato reso inaccessibile (http://azyz404.blogspot.com/).
Le tracce di Slim Amamou si perdono ieri intorno alle 13, ora in cui, secondo il blog collettivo indipendente tunisino in lingua francese “Nawaat.org”, i suoi amici e colleghi non hanno più avuto sue notizie e in cui non è tornato a lavoro. Intorno alle 18, il blogger scomparso ha rivelato la sua posizione dal cellulare con un tweet sul social network “Foursquare” che permette ai suoi utenti di indicare la posizione geografica in cui si trovano. E il cellulare di Slim Amamou lo localizza a quell’ora dentro il ministero degli Interni tunisino. Il blogger, in precedenza, aveva detto ai suoi amici che la sua casa era sorvegliata dai poliziotti da un paio di giorni. Amamou era già stato arrestato il 21 maggio del 2010 alla vigilia di una manifestazione contro la censura sul web di cui era organizzatore e che aveva annunciato davanti al ministero dell’Informazione.

Ieri anche Amnesty International ha lanciato un appello per la libertà di manifestazione del popolo tunisino, condannando il giro di vite delle autorità tunisine contro l’ondata di proteste sociali seguite al suicidio di un fruttivendolo. Almeno due manifestanti, tra cui un diciottenne caduto sotto i proiettili della polizia, sono stati uccisi durante le proteste. Il 17 dicembre, Mohamed Bouazizi, un fruttivendolo di 26 anni ha tentato il suicidio e poi è morto in ospedale per le ferite riportate, nella città di Sidi Bouzid. Il gesto estremo dell’uomo è seguito al sequestro del suo carretto di frutta da parte dei vigili perché non aveva la licenza. Bouazizi è diventato il simbolo di una rivolta contro la precarietà sociale, l’aumento dei prezzi, la disoccupazione e la corrruzione. Proteste continuano a infiammare tutto il paese. E tra queste anche un attacco di hacker a cinque siti del governo, condotto da un gruppo anonimo di ciberpirati solidali con la piazza. Gli arresti, non confermati dal governo del presidente Ben Ali, sarebbero una risposta alla guerriglia informatica. (raffaella cosentino)
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su Theorema n.6


su Theorema, n.6

Gli atenei d’Iran temono le riforme. su Il riformista

Voci. Nel mirino materie poco compatibili con i precetti dell’Islam

università di teheran durante i comizi pre-elettorali, giugno 2009


Università e universitari sono da parecchie settimane le parole chiave per analizzare ciò che sta succedendo in Italia e in Europa. Ciò che accade negli atenei è infatti la cartina tornasole dei cambiamenti sociali e politici. Ovunque. La repubblica islamica dell’Iran non fa eccezione.
Nei giorni scorsi si era diffusa la notizia circa la volontà di mettere al bando dalle facoltà corsi e materie di studio troppo filo-occidentali. Il grido d’allarme è subito rientrato, perché le autorità di Teheran non hanno mai confermato e neanche smentito, eppure è da alcuni mesi che la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, esprime la preoccupazione che “molte discipline delle scienze umane, basandosi sui principi cardine del materialismo, contraddicono gli insegnamenti islamici”.
Timori raccolti da qualcuno all’interno del Ministero dell’Educazione se Abolfazl Hassani, membro di spicco del dicastero, ha dichiarato in diverse occasioni che “le aperture effettuate nell’ambito delle scienze sociali saranno riviste” perché basate sulla cultura occidentale. Nel mirino potrebbero finire, quindi, materie come diritti umani, filosofia, scienze politiche, psicologia, giurisprudenza e studi femministi, poco compatibili con gli insegnamenti islamici.
Per il momento a Teheran tutto sembra essere rimasto immutato, anche se una decisione del genere non stupirebbe chi ha già vissuto gli sconvolgimenti del 1979. A sentire un ex-preside di una delle facoltà di scienze umane della capitale, infatti, “già nei primi anni successivi alla rivoluzione è accaduto qualcosa di simile. Allora, gli atenei sono stati addirittura chiusi, il tempo necessario a modificare i programmi e mandare in pensione quei docenti la cui linea politica non piaceva al regime. Ma per quanto riguarda la situazione di oggi, tutto continua come sempre”.
“Queste voci – prosegue un altro docente dell’università di Lettere di Teheran – hanno forse a che fare con il recente intervento della Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei che ha chiesto una revisione negli insegnamenti delle scienze umane”. “Se anche fosse possibile attuare un progetto simile, questo impiegherebbe molto tempo perché la società iraniana di oggi non assomiglia a quella post rivoluzionaria di trent’anni fa”. Il tempo e i tempi, dunque, sembrano giocare dalla parte dei giovani che intanto, al di là di divieti o minacce, rendono vive e ferventi le principale città iraniane, che poi sono quelle che ospitano gli atenei: Teheran, Shiraz, Tabriz, Mashhad, Esfahan.
C’è però chi come Leila, già laureata in sociologia e ora specializzanda, fa una riflessione che va oltre .“Coloro che guidano un Paese – sostiene- dovrebbero aumentare i pregi e diminuire i difetti di un sistema scolastico, ma ciò che sta succedendo in Iran è il contrario. Invece di rafforzare la nostra identità culturale, cercano di eliminare la cultura antica. L’ultimo tentativo è stato quello di togliere i riferimenti alle monarchie dai libri di storia”. Il loro obiettivo, conclude “è rimanere al potere mantenendo la gente ignorante”.
Dopo la Rivoluzione Islamica del 1979, l’istruzione iraniana ha vissuto un periodo buio durato almeno quattro anni: scontri, chiusure di molti istituti (circa 200) e epurazioni di insegnanti e studenti troppo poco vicini agli insegnamenti islamici. Attualmente l’Iran conta quasi 300 atenei, tra pubblici e privati, che ospitano circa 3 milioni e mezzo di studenti. Bisogna considerare che stiamo parlando di una Paese di 70 milioni di abitanti, il 70% dei quali ha meno di trent’anni. Il 96, 6% dei giovani, secondo l’Unesco, è alfabetizzato.
Ma è stato proprio l’United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, durante le scorse settimane, a ritirare il proprio sostegno alla Giornata Mondiale della Filosofia che quest’anno si è svolta a Teheran. Secondo fonti diplomatiche il motivo della scelta risiederebbe proprio nella presunta volontà di rivedere i programmi universitari iraniani in chiavi anti-occidentale, anche se da parte dell’agenzia delle Nazioni Unite non è giunta alcuna dichiarazione in merito.
Gli atenei sono da sempre il luogo del dissenso e chi non ricorda la strage degli studenti nel 1999, sotto la presidenza Khatami, ricorderà certamente le manifestazione scoppiate all’indomani dei risultati elettorali, il 13 giugno 2009, proprio al centro di Teheran. Tra Viale Azadi e Viale Enqelab, troviamo l’Università Sharif, l’Università di Theran e l’Amir Kabir. Poco più avanti è stata uccisa Neda.
Sadegh, laureando in ingegneria, è chiaro: “dopo le elezioni dell’anno scorso, i conservatori cercano di mantenere il potere. E come? Attraverso la repressione, intimidendo gli intellettuali e i giovani. Credo però che se si attuasse una legge del genere, il fuoco che cova sotto la cenere divamperebbe. In questo momento qualsiasi passo sbagliato può riaccendere il vulcano di rabbia che avete visto lo scorso anno per le strade”. “L’Iran – spiega ancora- è un Paese imprevedibile: se ti dicono che è vietata la musica, il giorno dopo tutti andranno a comprare uno strumento; se ti dicono che non si parlerà più della storia dei Re persiani nelle scuole, le famiglie la insegneranno ai loro ragazzi nelle proprie case ”. Come dire che leggere Lolita a Teheran sarà sempre possibile.

di Antonella Vicini
con la collaborazione di Mehran Cl.

Grecia, MSF denuncia la situazione critica per migranti e richiedenti asilo nelle strutture di detenzione nella regione di Evros

MSF chiede al governo greco misure immediate per garantire condizioni di accoglienza dignitose per i migranti

Roma/Atene, 14 Dicembre 2010 – Migranti e richiedenti asilo detenuti nella regione di Evros, nel nord della Grecia, si trovano in una situazione critica. Negli ultimi due mesi il numero dei migranti senza documenti che ha attraversato il confine dalla Turchia verso la Grecia è aumentato significativamente, fino a 300 nuovi arrivi al giorno. A seguito del recente afflusso, le strutture di detenzione sono sovraffollate mentre le condizioni delle celle sono spaventose. Per rispondere agli urgenti bisogni dei migranti detenuti, Medici Senza Frontiere (MSF) ha avviato un intervento di emergenza nella regione di Evros, fornendo assistenza medica e umanitaria.

Durante una valutazione effettuata nel mese di novembre in due centri di detenzione (Venna, Fylakio) e in tre stazioni di polizia di frontiera (Soufli, Tychero e Feres), MSF ha documentato le condizioni dure e disumane in cui vengono tenuti i migranti trattenuti. Molte delle strutture sono sovraffollate e operano con una capacità due o tre volte superiore alle loro possibilità. A causa della mancanza di spazio, uomini, donne, giovani e minori non accompagnati vengono tenuti insieme nelle stesse celle. Molti dormono sul pavimento accanto alle toilette. Strutture di detenzione capaci di ospitare più di 100 persone hanno soltanto due toilette e due docce e manca il materiale per la pulizia e l’igiene personale. Nonostante la presenza dello staff medico del Ministero della Sanità in molte strutture (inclusi medici, infermieri e uno psicologo), i servizi medici sono ancora inadeguati per le esigenze dei detenuti a causa del numero insufficiente di medici, l’assenza di interpreti e la mancanza di uno screening medico dei nuovi arrivati. In più, migranti e richiedenti asilo ricevono informazioni scarse o nulle sul loro status legale e sul sistema di detenzione.

“La situazione è critica per tutte le persone trattenute. I migranti non hanno un posto per dormire, non possono uscire nel cortile e molti di loro sono costretti a vivere per settimane o persino per mesi in condizioni di vita inaccettabili,” dice Ioanna Pertsinidou, coordinatrice dell’emergenza per MSF. “Abbiamo deciso di intervenire immediatamente per offrire assistenza medica e umanitaria.” Dall’inizio di dicembre, un team di MSF si trova nella regione di Evros per fornire assistenza sanitaria e migliorare le condizioni di vita e igiene nelle strutture detentive. Due medici di MSF stanno lavorando nelle stazioni di polizia di frontiera a Tychero e Soufli, per curare i pazienti per lo più affetti da patologie respiratorie e infezioni della pelle causate dalle dure condizioni di vita. Un logista lavora per migliorare le condizioni igieniche all’interno dei centri e un team di MSF sta inoltre distribuendo sacchi a pelo.

“Quello che vediamo ogni giorno nei centri di detenzione è indescrivibile. In alcuni giorni, nella stazione di polizia di Soufli, pensata per ospitare 80 persone, si possono trovare più di 140 migranti. A Tychero, che ha una capacità di 45 persone, ne abbiamo contate 130. A Feres la notte scorsa abbiamo distribuito sacchi a pelo a 115 migranti, nonostante la capacità sia di sole 35 persone. Una donna con seri problemi ginecologici, ci ha detto che non c’era spazio per dormire e non ha avuto altra scelta che dormire in bagno. Nel centro di detenzione di Fylakio, pochi giorni fa le celle sono state allagate dai liquami provenienti dai bagni rotti. MSF ha assicurato la disinfezione delle celle e delle toilette. A Soufli, dove gli inverni sono famosi per la loro durezza, con temperature sotto lo zero, il riscaldamento non funziona e non c’è acqua calda. In molte strutture di detenzione, abbiamo visto minori non accompagnati detenuti nelle celle insieme agli adulti per diversi giorni, senza che fosse consentito loro di uscire in cortile”, racconta Ioanna Pertsinidou di MSF.

E’ necessaria una risposta immediata e coordinata per affrontare questa situazione inaccettabile e garantire che i migranti detenuti vivano in condizioni umane e dignitose. MSF chiede al governo greco di attuare immediatamente misure che assicurino un’accoglienza di migranti e richiedenti asilo che rispetti la loro dignità. MSF chiede inoltre all’Unione Europea e ai suoi Stati membri di condividere le responsabilità nell’accoglienza di migranti e richiedenti asilo, invece di concentrarsi solo sulle misure restrittive, come lo schieramento delle squadre di intervento rapido di FRONTEX lungo i confini.

Faith Come Sakineh, ma l’Italia l’ha espulsa

22/11/2010 13.49 IMMIGRAZIONE
Nessuna notizia della ragazza rimpatriata in Nigeria. Rischia la pena di morte

È calato il silenzio sul caso di Faith Aiworo, espulsa senza esaminare la richiesta d’asilo. Aveva ucciso un uomo per difendersi da una violenza sessuale ed era fuggita in Italia. L’avvocato: “Farò ricorso a Strasburgo”

ROMA – Dopo che l’Italia ha rispedito in Nigeria Faith Aiworo, non si hanno più notizie della ragazza di 23 anni espulsa a luglio dal Centro di identificazione e di espulsione di Bologna. Letteralmente sparita nel nulla. Il suo avvocato Alessandro Vitale e le associazioni umanitarie hanno lanciato ripetuti appelli perché nel suo paese Faith rischia la pena di morte. Ma finora nemmeno l’ambasciata italiana in Nigeria ha mai risposto al Consiglio italiano per i rifugiati che aveva sollecitato mesi fa la nostra rappresentanza diplomatica a interessarsi del caso per capire dove fosse stata portata la ragazza e spingere per un suo rientro in Italia. Faith Aiworo era fuggita dalla Nigeria spinta dalla sua famiglia, dopo essere stata rilasciata su cauzione per aver ucciso un uomo che aveva tentato di stuprarla. “Il timore è che la famiglia facoltosa dell’uomo possa influenzare il fragile sistema giuridico nigeriano attribuendole un omicidio volontario invece di una legittima difesa” spiega Shukri Said, attivista e giornalista, fondatrice dell’osservatorio Migrare. Said chiede “un intervento del ministro degli Esteri Frattini perché il caso non è stato né risolto, né chiarito e, nonostante sia calato il silenzio su questo problema, noi non ci siamo arresi”.

L’avvocato Alessandro Vitale minaccia un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo perché Faith è stata imbarcata sul volo Frontex per il rimpatrio, nonostante quel giorno stesso fosse stata presentata la richiesta di asilo politico. Vitale ha incontrato per la prima volta Faith Aiworo nel Cie di Bologna, dove la ragazza era stata portata lo scorso 30 giugno. Nel capoluogo emiliano era stata di nuovo vittima di un tentativo di violenza sessuale da parte di un altro nigeriano e la polizia era accorsa su segnalazione dei vicini di casa, allarmati dalle urla. Ma gli agenti hanno arrestato anche la vittima dell’abuso perché non aveva ottemperato a precedenti decreti di espulsione. Per Vitale è stata una lotta contro il tempo, in 20 giorni ha dovuto ricostruire il passato della sua assistita, che non aveva mai chiesto asilo e non parlava l’italiano. “I documenti richiesti agli avvocati in Nigeria tardavano ad arrivare, perché, fiutato il bisogno urgente che ne avevamo, al fidanzato di Faith è stato chiesto di pagare per avere le informazioni”, spiega il legale. Anche avere la firma della ragazza sulla richiesta di asilo è stato complicato perché lei era nel Cie.

“La richiesta d’asilo può essere espressa in qualsiasi forma e la persona non può essere espulsa – continua Vitale – saputo che la stavano portando via, ho contattato la questura di Bologna per segnalare che stavano facendo un’espulsione illegittima e ho inviato la richiesta di asilo via fax alle polizie di frontiera degli aeroporti di Bologna e di Fiumicino”. Questi sono “comportamenti illegali” secondo l’avvocato perché “questo modo di fare viola costantemente l’art.3 della convenzione europea dei diritti dell’uomo che impedisce il rimpatrio se c’è il rischio di torture o della pena di morte”. Vitale aggiunge che “solo ottenendo una condanna dell’Italia alla Corte europea per i diritti dell’uomo sarà possibile coinvolgere le istituzioni per sapere dove e come sta la ragazza”. Intanto si sono perse le tracce anche del fidanzato nigeriano di Faith, che era l’unico contatto di Vitale. Potrebbe essere tornato in Africa per cercare la ragazza. Il 15 settembre c’è stata l’udienza al Giudice di Pace sul ricorso al decreto di espulsione ma ancora non è stata emessa la sentenza. In caso di pronuncia negativa, Vitale farà ricorso a Strasburgo. Faith è stata espulsa così velocemente che neanche una richiesta di permesso temporaneo per motivi di giustizia, come persona offesa e unica testimone del tentato stupro, ha avuto modo di essere esaminata dalla procura di Bologna. Ora si teme che lei venga impiccata. (raffaella cosentino)
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