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Rosarno, prima della rivolta gli africani denunciarono lo sfruttamento

12.47 27 aprile 2010
IMMIGRAZIONE

Parla uno degli immigrati sulle cui dichiarazioni si basano le indagini: “Ci hanno dato 700 euro da dividere in dieci per sette giorni di lavoro è noi siamo andati a dire ai carabinieri che non volevano pagarci”

Roma – Prima che un commando su un suv scuro sparasse sui lavoratori africani di Rosarno, dando vita alla rivolta del 7 gennaio, gli stagionali immigrati avevano denunciato alle forze dell’ordine lo sfruttamento di cui erano vittime nei campi. E’ quanto emerge dalla testimonianza di uno dei migranti portati dalla Piana di Gioia Tauro nel centro di Sant’Anna di Crotone e qui arrestati e trasferiti nel Cie di Bari il 13 gennaio scorso. Un mese dopo è stato rilasciato proprio per le denunce che aveva sporto. Redattore Sociale ha raccolto la sua testimonianza a Castel Volturno, mantenendone l’anonimato per ragioni di sicurezza. Il ragazzo africano, infatti, è in attesa di entrare in un programma di protezione.

“Un uomo, un proprietario terriero, ha chiamato me e altri, in totale dieci persone, per raccogliere le arance per due settimane – racconta il testimone parlando in inglese – ma poi non voleva pagarci, alla fine ci ha dato 700 euro da dividere in dieci per quindici giorni di lavoro”. Sono meno di sette euro a bracciante per lavorare nei campi per 12 ore, dalle sette del mattino fino alla sera. “Vivevamo a Rosarno ma il lavoro era a Gioia Tauro, dovevamo andare in macchina con i caporali e pagavamo 2 euro e 50 centesimi a persona al giorno per essere portati sui campi”, continua il bracciante africano. “Per cinque volte siamo andati a chiedere i soldi e l’italiano ci ha sempre risposto: domani, venite domani. Alla fine ci disse che non aveva i soldi e che se non ci stava bene saremmo dovuti andare a raccontarlo ai carabinieri”. Questo succedeva a dicembre del 2009. “Così in sette siamo andati a fare denuncia ai carabinieri, ci hanno dato un pezzo di carta e ci hanno detto che ci avrebbero fatto sapere ma non ci hanno mai telefonato”. Secondo il racconto del testimone africano, di queste sette persone, tre erano in regola con il permesso di soggiorno e quattro non avevano i documenti, ma avevano riferito ugualmente del mancato pagamento alle forze dell’ordine. Due di loro sono finiti in arresto e portati nel Cie nei giorni della rivolta. La persona intervistata da Redattore Sociale è uno di questi ultimi e racconta quello che è successo durante la caccia ai neri di Rosarno in stile Ku Klux Klan.

“Ero spaventato perché vivevo in un piccolo casolare ed eravamo solo in 15, per cui ho pensato fosse meglio andare alla fabbrica per nascondermi”. Dopo l’incendio della famigerata Cartiera di San Ferdinando avvenuto a luglio del 2009, la nuova ‘fabbrica’ per gli africani era l’oleificio ex Opera Sila sulla statale 18, nel comune di Gioia Tauro, in cui vivevano a gennaio ormai circa mille stagionali. A poca distanza, in località Spartimento, i rosarnesi avevano fatto una barricata armati di spranghe. La fabbrica era piantonata dagli agenti di polizia e presto arrivarono gli autobus per sgomberare gli occupanti. “Abbiamo detto alla polizia che volevamo andarcene, ma ci hanno risposto che non potevamo lasciare il posto da soli – racconta ancora il ragazzo – quindi ci hanno detto che ci avrebbero accompagnati alla stazione con il pullman. Invece siamo arrivati al campo di Crotone (il Cara- Cie di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, ndr.)”. Alla vista del centro, che molti conoscevano bene perché ci erano passati da richiedenti asilo all’arrivo in Italia, centinaia sono fuggiti a piedi dirigendosi alla stazione ferroviaria di Crotone, che dista 14 chilometri. Il ragazzo africano che aveva denunciato il suo aguzzino italiano però decise di rimanere, credendo alle parole degli operatori del centro. “Ci dissero: dormite qui stanotte e domani vi accompagnamo alla stazione. Il giorno seguente rimandarono all’indomani – continua – intanto ci identificavano facendoci le fotografie e il 13 gennaio siamo stati arrestati e mandati al Cie di Bari”. Reato commesso: inottemperanza a una precedente espulsione.

Il testimone intervistato da Redattore Sociale vive in Italia da cinque anni e ha sempre fatto il bracciante stagionale dal casertano a Foggia. Dal 2008 viveva stabilmente a Rosarno e ricorda l’episodio del dicembre di quell’anno, quando insieme ad altre centinaia di africani aveva protestato pacificamente per il ferimento di due di loro in un agguato di stampo mafioso con finalità di rapina da parte di un giovane del posto. Il colpevole fu identificato e arrestato grazie alle tante testimonianze rilasciate dagli immigrati. “In quell’occasione la polizia ci aveva detto che non sarebbe più successo niente del genere e invece lo ‘shooting’ si è verificato un’altra volta”. La totale mancanza di sicurezza in cui vivevano gli africani di Rosarno è testimoniata anche dal fatto che erano costretti a vivere in tuguri e vecchie fabbriche o casolari con il tetto sfondato. Ghetti molto ben identificabili da chi volesse commettere dei soprusi ai loro danni. “Ho provato ad affittare una stanza ma a Rosarno era troppo difficile e poi ci chiedevano affitti troppo alti, anche 500 euro per tre stanze”, ricorda infine il testimone dello sfruttamento e dello schiavismo della Piana di Gioia Tauro. (rc)
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`Ci dicevano sempre: domani vi paghiamo`

28 aprile 2010 – Rosarno. Una testimonianza
autore dell”articolo Raffaella Cosentino il manifesto

I lavoratori africani stanno denunciando da mesi – agli organi inquirenti italiani – le violenze e lo sfruttamento subito nella Piana di Gioia Tauro. Ma solo dopo i fatti di gennaio le loro parole si sono tramutate in provvedimenti concreti. L`odissea di un gruppo di lavoratori, da Rosarno al Cie di Crotone e di Bari fino a Caserta. “Vi faremo sapere”, dicevano i carabinieri fino a dicembre. Oggi per loro si parla di permesso per protezione umanitaria. E di galera per gli sfruttatori.

Caserta – Avevano denunciato spontaneamente alle forze dell`ordine lo sfruttamento che subivano nei campi. Lo avevano fatto per chiedere il rispetto dei loro diritti. Sono finiti ugualmente nel Centro di identificazione e di espulsione di Bari. Le dichiarazioni dei lavoratori stagionali africani sono all`origine della più grossa indagine giudiziaria realizzata in Calabria sulla rete del caporalato, che coinvolge stranieri e proprietari terrieri italiani dopo i fatti di Rosarno. Grazie alla collaborazione giudiziaria fornita, alcuni di loro hanno potuto lasciare il Cie ed essere inseriti in un programma di protezione. Ma dal racconto di uno di questi testimoni, viene fuori un particolare importante: alcune denunce erano state fatte prima della rivolta di gennaio, rompendo con l`omertà della Piana di Gioia Tauro.

Una possibile chiave di lettura per questa pagina nera della storia repubblicana di cui ancora non esiste una spiegazione chiara. Abbiamo incontrato a Caserta uno dei ragazzi rilasciati dal Cie pugliese e per ragioni di sicurezza ne manteniamo l`anonimato. La sua testimonianza parla di dieci braccianti africani, contattati da un proprietario terriero italiano, per raccogliere le arance per due settimane. Dopo essersi spaccati la schiena nei campi per dodici ore al giorno, hanno ricevuto in totale 700 euro. Da dividere fra tutti. E da cui bisogna sottrarre le 2,50 euro a testa che ogni volta dovevano pagare al caporale che li portava a lavorare in auto da Rosarno a Gioia Tauro. Era dicembre del 2009.

«Per cinque volte siamo andati a chiedere i soldi e l`italiano ci ha sempre risposto: tornate domani – racconta il ragazzo africano – alla fine disse che non aveva i soldi e che se non ci stava bene saremmo dovuti andare dai carabinieri». Secondo il testimone, andarono in sette a riferire del mancato pagamento alle forze dell`ordine, tre dei quali in regola con il permesso di soggiorno e quattro senza documenti. «I carabinieri ci hanno dato un pezzo di carta e ci hanno detto che ci avrebbero fatto sapere ma non ci hanno mai telefonato». Due di questi sette sono finiti nel Cie di Bari subito dopo la rivolta. Ecco com`è successo.

«Ero spaventato perché vivevamo solo in 15 in una casetta, per cui ho pensato fosse meglio andare alla fabbrica (l`ex oleificio Opera Sila) per nascondermi – ricorda – abbiamo detto alla polizia che volevamo andarcene, ma ci hanno risposto che non potevamo lasciare il posto da soli e che ci avrebbero accompagnati alla stazione con il pullman. Invece siamo arrivati al campo di Crotone (il Cara- Cie di Isola Capo Rizzuto, ndr)». Appena scesi dall`autobus, in centinaia sono fuggiti a piedi dirigendosi alla stazione ferroviaria di Crotone, che dista 14 chilometri. Ma il ragazzo africano che intervistiamo a Caserta racconta di essere rimasto nel centro. «Perché gli operatori ci dicevano: dormite qui stanotte e domani vi accompagnamo alla stazione. Il giorno seguente rimandarono all`indomani, intanto ci fotografavano per identificarci e il 13 gennaio siamo stati arrestati e mandati al Cie di Bari». Reato commesso: inottemperanza a una precedente espulsione.

Simona Moscarelli, responsabile dell`ufficio legale dell`Oim, l`Organizzazione internazionale per le migrazioni, che ha seguito il caso con i suoi avvocati spiega: «su 43 reclusi a Bari, benché tutti vittime dello sfruttamento, solo 9 hanno ottenuto di essere messi sotto protezione secondo l`articolo 18». I legali hanno raccolto dagli africani denunce accurate e gli sfruttatori sono stati identificati con numeri di cellulare e targhe delle automobili.

Rosarno, LA SICUREZZA FA AFFARI

casa del centro di Rosarno affittata a braccianti africani - aprile 2010

15 TERRITORI – IL MANIFESTO
28.04.2010

* APERTURA | di Raffaella Cosentino, Antonello Mangano – ROSARNO
altra italia – DOPO LA CACCIA AL NERO I PROGETTI A SEI ZERI

Fiumi di denaro per progetti sui migranti, pochissimo per risolvere l’emergenza alloggi durante la raccolta delle clementine. La Rognetta, luogo simbolo dello schiavismo nella piana di Gioia Tauro, diventerà una piazza con mercato settimanale, parcheggi e un campo da tennis. Nel frattempo alcune centinaia di immigrati sono rientrati e vivono dispersi nelle campagne, in condizioni peggiori di prima. E per l’autunno si prepara una nuova emergenza

Chiusa la stagione della raccolta delle arance, a Rosarno si apre quella dei fiumi di denaro pubblico in nome della “sicurezza”. Progetti a sei zeri nati con le due rivolte degli africani che a dicembre 2008 e a gennaio 2010 crearono attenzione sulle condizioni miserevoli dei braccianti stagionali. Soldi che arrivano in un territorio dominato dalle ‘ndrine dei Pesce e dei Bellocco con il comune sciolto per infiltrazioni mafiose. La misura è stata anche prorogata di altri sei mesi per le stesse motivazioni, il pericolo di inquinamento delle istituzioni da parte della ‘ndrangheta. I tre milioni di euro in arrivo dal ministero dell’Interno erano saltati fuori già alla fine della caccia ai neri che è stata la vergogna dell’Italia nel mondo. Finanziamenti elargiti una manciata di giorni prima della guerriglia urbana dei rosarnesi contro i lavoratori africani che per la seconda volta in due anni si erano ribellati alla violenza delle ‘ndrine.
In comune c’è un’attività febbrile di studi di fattibilità, progettazioni, consultazioni per presentare progetti sui migranti dalle finalità più varie. Corsi di formazione per istruire gli africani nella raccolta di clementine e agrumi, avviamento al lavoro nei campi, laboratori, esposizioni e perfino un “albergo diffuso” su tutta la Piana di Gioia Tauro. Salta all’occhio la sproporzione tra il volume dei finanziamenti e il numero di alloggi previsti per gli immigrati, considerato che l’emergenza umanitaria che vivono ogni inverno duemila braccianti stagionali stranieri è dovuta in gran parte ai tuguri in cui alloggiano. Secondo quanto afferma il commissario Rosario Fusaro, tra un anno, quando sarà costruito il centro polifunzionale da due milioni di euro, nell’annessa foresteria dormiranno 60 immigrati.
Il commissario non sa dire sulla base di quali criteri verranno scelti i lavoratori a cui dare un tetto, a parte il possesso del permesso di soggiorno. Ma la prossima stagione agrumaria inizia a ottobre. Quindi in attesa della foresteria, tra poco il comune presenterà un progetto con moduli abitativi prefabbricati in comodato gratuito da parte del Viminale. Non oltre 150 posti letto, per i quali i migranti pagheranno un canone minimo, gestito dal comune in partnership con associazioni non meglio specificate, tra cui dovrebbero esserci anche i gesuiti. Tutti alloggi riservati a chi è in regola con il permesso di soggiorno.

Da dormitorio a mercato
La Rognetta, un tempo fabbrica di trasformazione del succo d’arancia, poi rudere senza tetto in cui d’inverno si riparavano tra gli stenti almeno 400 africani in gran parte francofoni, è stato uno dei luoghi simbolo dello schiavismo della Piana. Prima che le ruspe la buttassero giù, era la casa senza elettricità e senz’acqua degli africani di Rosarno. Proprio di fronte alla scuola media “Scopelliti-Green”. Sotto gli occhi di tutti, si riempiva di fantasmi dalla pelle nera a ottobre per svuotarsi a marzo. È l’unico dei dormitori lager a essere stato completamente demolito. Il primo a essere sgomberato dalle forze dell’ordine la sera dell’8 gennaio sotto la pressione delle ronde e delle barricate armate dei rosarnesi. Il primo luogo da cui dare un segnale alla popolazione locale e da cui i neri dovevano sparire per sempre. Ma il suo destino era già segnato. Meno di un mese prima, a dicembre, il ministero dell’Interno aveva approvato un progetto comunale di riqualificazione urbana per la sicurezza del territorio. L’area diventerà una piazza con un anfiteatro che ospiterà un mercato settimanale con box per i vigili, parcheggi e anche un pallone tensostatico con all’interno un campo da tennis. Costo dell’operazione: 930 mila euro.
Il progetto esecutivo è in fase di approvazione e presto andrà a gara. L’altro intervento già finanziato dal Viminale per due milioni di euro con i fondi del Pon Sicurezza, obiettivo 2.5 per il riutilizzo dei beni confiscati, è un centro polifunzionale con la foresteria per soli 60 stranieri regolari. Dovrebbe sorgere tra un anno all’interno dell’ex cementificio Beton Medma, un bene confiscato ai clan D’Agostino e Bellocco. Ci sarà un edificio su due piani, da costruire ex novo, con posti letto, sale comuni e strutture per la formazione professionale dei braccianti agricoli. «Tutte iniziative presentate al ministero all’inizio del 2009 – racconta Fusaro – per individuare un centro per l’accoglienza e la formazione, per affrontare l’emergenza umanitaria, progetti nati dopo la manifestazione pacifica degli africani di dicembre 2008 per il ferimento di due loro compagni da parte di un giovane di Rosarno». Chiarita l’origine, vale a dire la richiesta del rispetto dei diritti umani da parte degli africani, quale sarà il risultato? A lavorare sui progetti in corso saranno tutte imprese locali.
«Ci saranno sicuramente un indotto e una forte ricaduta per l’occupazione di Rosarno» evidenzia il commissario. E questi sono solo gli appalti certi. Perché ci sono almeno altri due grossi progetti allo studio. Il primo da presentare sempre al ministero di Roberto Maroni per la ristrutturazione di un vecchio cinema di proprietà comunale per farne un centro di aggregazione per stranieri con laboratori artigianali e sale espositive. Al momento si trova in fase di approvazione preliminare da parte della prefettura di Reggio Calabria. L’altro, di cui si sta studiando la fattibilità con la Provincia, eventuale ente capofila, è per un sistema di “albergo diffuso” su tutta la Piana. Allo stato dei fatti, sembra una soluzione che richiede molto tempo e tanti soldi. Si devono individuare gli immobili, ristrutturarli e darli in gestione. Inoltre, per ora, solo i comuni di Rosarno, Galatro e San Ferdinando si sono resi disponibili.

demolita la Rognetta, quest'area diventerà un mercato

gli ultimi oggetti personali dei braccianti lasciati tra cumuli di macerie

Che fine ha fatto la task force?
Stando così le cose, in autunno l’emergenza abitativa per gli stagionali rischia di ripresentarsi. «Devono muoversi anche gli altri comuni, Rosarno non può risolvere un problema che è di tutta la Piana», sostiene ancora il commissario Rosario Fusaro. Un’intesa con la Compagnia del Gesù maturata lo scorso autunno per realizzare un villaggio da 500 posti su un’area del comune è stata congelata dai fatti di gennaio. «Quello che è successo l’abbiamo visto tutti, ma perché è successo qualcuno l’ha capito?» si chiede il componente della commissione straordinaria che guida il comune dal 2008. Troppi africani tutti insieme in un posto non ci devono stare. Non solo e non tanto per non creare ghetti. Infatti questa linea è quella seguita a Rosarno dopo gli scontri che hanno spazzato via migliaia di stagionali di pelle nera in soli tre giorni. I braccianti schiavi sono tornati alla spicciolata già a partire dalla settimana seguente alla rivolta. Circa 400 persone, anche i media li hanno notati. Ma vivono in case fatiscenti del paese a gruppi di dieci, pagando cinquanta euro di affitto a testa più le utenze.
O dispersi nelle campagne, adesso davvero invisibili e difficili da raggiungere per chi volesse monitorare la situazione. Si incontrano per le strade in bicicletta o nelle agenzie di money transfer. Tanti sono senegalesi che arrivano dal nord Italia, dove, dicono, non c’è più lavoro. La fine della raccolta li porterà in altre campagne del sud. E quando i sindacati marceranno per il primo maggio a Rosarno, la maggioranza degli africani non ci sarà. Ma il fatto che i proprietari terrieri li abbiano richiamati per lavorare in nero, nonostante le indicazioni della task force di Maroni, e che siano stati lasciati fare dalle istituzioni e dalla ‘ndrangheta, conferma che gli stranieri sono indispensabili all’agricoltura della zona. Per giustificare i corsi di formazione in raccolta degli agrumi, Fusaro dice: «L’avviamento al lavoro lo faranno le istituzioni e questo dovrebbe incidere sul caporalato». Tuttavia è evidente che le dinamiche di caporalato sono legate a un problema di sottosviluppo dell’economia agrumaria con le arance pagate ai produttori appena sei centesimi al chilo. «La politica agricola così com’è strutturata non ha sviluppo – ammette in un secondo momento Fusaro – abbiamo ampiamente segnalato questo aspetto agli europarlamentari venuti in visita a Rosarno, alle commissioni parlamentari e alla task force del ministro Roberto Maroni».

vestititi da lavoro e stivali sul balcone dell'alloggio dei braccianti agricoli senegalesi

I vecchi fondi, chi ben comincia…
Intanto, con i primi 200 mila euro mandati dal ministro Maroni a maggio dell’anno scorso, sono stati comprati dalla ditta Tubes di Polistena 15 servizi igienici. Sono moduli bagno-container con doccia che potrebbero essere allacciati alla rete idrica e fognaria. Costo totale: 132 mila euro. Rosarno, ente capofila per l’emergenza immigrazione, dopo gli incontri con gli altri comuni coinvolti, Gioia Tauro, San Ferdinando e Rizziconi, è riuscita a fare un bando in extremis a metà dicembre per non perdere il finanziamento che scadeva a fine 2009. Il risultato è che giacciono inutilizzati nell’area industriale di Gioia Tauro perché sono arrivati troppo tardi, a fine gennaio, quando ormai le baraccopoli erano sparite. Avrebbero dovuto sostituire i bagni chimici che sono stati noleggiati da aprile a dicembre del 2009 al costo complessivo di altri 29 mila euro.

Memoria
Per velocizzare i tempi e per far sì che tutto sia realizzato prima della prossima stagione agrumaria molti interventi saranno avviati con affidamenti fiduciari, in quanto al di sotto del limite fissato per legge. Ma siamo a Rosarno, e basta guardarsi intorno per trovare i segni dello spreco del denaro pubblico, per esempio la vasta area industriale fantasma oppure i ruderi degli edifici destinati a sontuosi progetti industriali e diventati rifugi per sans papiers. La “Cartiera” era teoricamente un edificio destinato alla produzione di moduli per telescriventi, ma nei fatti è stata una casa da incubo per i lavoratori stranieri per una quindicina d’anni. I progetti risalgono al 2007, quando con un solenne protocollo alla Prefettura di Reggio Calabria si decise di trasformarla in centro d’aggregazione sociale (cosa mai avvenuta, la Cartiera fu mestamente sgomberata la scorsa estate in seguito a un incendio). Ora si ricomincia. Da queste parti pure un riot dagli echi planetari può trasformarsi in una richiesta di finanziamenti.

Centro sociale ex Canapificio: “Su 130 audizioni per le richieste di asilo, 94 dinieghi”

16/02/2010
16.00
IMMIGRAZIONE
Nel centro sociale di Caserta, che è anche gestore di progetti Sprar e sportello Cir, la Camera di commercio vorrebbe fare sorgere un centro commerciale. Ma il collettivo ha ricevuto l’approvazione regionale per la ristrutturazione

CASERTA – “Da maggio a ottobre del 2009, su 130 audizioni della commissione territoriale per i richiedenti asilo, 94 sono stati i parei negativi, solo tredici positivi e altri sono ancora in attesa”. In queste cifre riportate da Giampaolo Mosca del centro sociale ex Canapificio c’è tutto il muro legislativo con cui si scontra l’umanità proveniente dall’Africa Subsahariana parcheggiata sine die nell’area di Castel Volturno. Una situazione di illegalità che alimenta a dismusura lo sfruttamento e il caporalato a giornata. “Noi facciamo da filtro tra queste persone schiavizzate e le istituzioni, sperando nella protezione umanitaria, ma riceviamo tantissimi dinieghi”, dice Mosca. Come questa assoluta carenza di diritti civili e sul lavoro risulti utile ai clan è evidente a Caserta. “Senza permesso non accedono al contratto regolare e sono facilmente sfruttabili”, sottolinea l’avvocato Daria Storia dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni che da metà gennaio ha esteso il progetto ‘Praesidium’ a Castel Volturno. Un primo intervento sperimentale fino a fine febbraio per prendere contatto con le associazioni sul campo. “Abbiamo notato la necessità di assistenza legale che c’è – continua – ma la nostra permanenza qui dipende dal rifinanziamento del progetto da parte del ministero”. L’Oim sta anche monitorando il post-Rosarno collaborando con l’ex Canapificio.
A ridosso della stazione ferroviaria, nell’ex fabbrica occupata, ogni mercoledì si riunisce un’assemblea informativa del movimento auto-organizzato di immigrati e rifugiati, con uno staff di 30 immigrati e 10 italiani. Il centro sociale ne è parte integrante e da circa quindici anni porta avanti le rivendicazioni e le vertenze con le istituzioni, dalla questura alla provincia, alla regione. “Abbiamo iniziato nel 1995 con le vertenze di lavoro dei senegalesi, allora eravamo cinque- sei persone, oggi il collettivo ne conta 25 – spiega Mosca – dal 2000 seguiamo anche ghanesi, togolesi, nigeriani e africani in genere, concentrandoci su richiedenti asilo e rifugiati”.
Fino al 2007 il problema principale erano i tempi di attesa fino a due-tre anni per accedere alla commissione nazionale, prima dell’istituzione di quelle territoriali. A Caserta è sempre stata molto alta la presenza di richiedenti asilo. “Rispetto a dieci anni fa, la forza di questo movimento è stata la crescita educativa degli immigrati, sull’idea che le vertenze si vincono solo lottando insieme, per questo si fanno gli incontri settimanali e una volta al mese visite nelle case”.
Sono tantissime le attività pro-migranti svolte in questo centro sociale. Uno sportello informativo di assistenza legale, l’accompagnamento nei rapporti con la questura per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno, un appuntamento settimanale in questura per cinquanta persone. E ancora, audizioni di preparazione per la commissione territoriale, corsi di italiano. L’ex canapificio è anche ente gestore del progetto di Accoglienza richiedenti asilo tramite lo Sprar con la provincia e il comune di Caserta per un totale di 15 posti con progetti biennali. Da ottobre scorso, ha anche un progetto Sprar per persone vulnerabili di cinque posti, riservati a vittime di torture, violenze e schock migratorio. Inoltre il centro sociale è sportello Cir (Consiglio italiano per i rifugiati) per il progetto ‘Domus’, di sostegno economico e burocratico nell’affitto di una casa per beneficiari di protezione umanitaria, sussidiaria o status di rifugiato. Per dieci persone sono disponibili alcune migliaia di euro per avviare l’affitto di una casa, ad esempio per la caparra e le prime mensilità o per l’acquisto dei mobili.
E’ l’unico centro sociale a partecipare al tavolo nazionale asilo con Cgil, Arci, Acnur e Cir. E’ spesso convocato in audizioni con il ministero dell’Interno, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati e con il presidente della commissione nazionale per le richieste di asilo politico. Come componente della rete antirazzista ha partecipato all’organizzazione delle manifestazioni nazionali a Roma nel 2004, 2005, 2006 e l’ultima a settembre del 2009. Attualmente fa parte del coordinamento per il primo marzo. Nell’estate del 2008 ha presentato alla regione Campania un progetto per la riqualificazione della struttura, che necessita interventi soprattutto sul tetto. Il progetto è stato approvato dalla regione ed è in attesa dei successivi step burocratici. Ma anche altri interessi si muovono sull’ex canapificio. Recentemente, Tommaso De Simone, neo-presidente della locale Camera di Commercio ha dichiarato di voler proporre alla regione, ente proprietario dell’immobile, un comodato d’uso di 99 anni per farci un centro commerciale e una sala congressi, in cui solo una parte dovrebbe essere destinata com’è oggi all’assistenza agli immigrati.
Il centro sociale ha operato anche sul quartiere disagiato di Acquaviva e sta lottando con il movimento studentesco per la destinazione a parco pubblico dell’ex deposito militare Macrico. Oltre trenta ettari in centro dove dovrebbero sorgere invece un residence e un polo commerciale.
Tante anche le attività culturali, come la nascita, dopo la strage degli immigrati del 2008, dei Kalifoo Ground, una band reggae che si chiama come le rotonde stradali dove si va al caporalato. Il gruppo è composto da un irregolare e due richiedenti asilo che abitano a Castel Volturno e da Gianluca Castaldi, un ex padre comboniano che gestisce il centro di accoglienza Caritas ‘La tenda di Abramo’.Gli altri tre sono Kwadwo e Ben del Ghana e Zongo del Burkina Faso, dove era sindacalista in fabbrica. Dicono: “Sembra che in questo paese se sei nero non puoi fare niente, non puoi avere idee. Noi vogliamo dire che non è così ed esprimere il nostro desiderio di giustizia”. (raffaella cosentino)
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Castel Volturno, la paura degli africani per i blitz delle forze dell’ordine

16/02/2010
12.15
IMMIGRAZIONE

Dopo Rosarno si sono intensificati i controlli verso gli irregolari. Autobus fermati per chiedere i documenti, retate: i racconti degli immigrati e delle associazioni. Viaggio sulla Domiziana, tra business degli alloggi e caporalato

CASTEL VOLTURNO – Blitz delle forze dell’ordine, controlli sui documenti, retate alla ricerca degli stranieri senza permesso di soggiorno. Le operazioni contro gli irregolari intensificate dopo i fatti di Rosarno. Autobus di linea fermati per controllare i documenti dei passeggeri, tra cui ci sono molti lavoratori stagionali africani. Operazioni anche nelle case private in cui alloggiano, spesso in nero, gli africani. Sono le testimonianze frequenti che si raccolgono in questi giorni sulla via Domiziana. Con la statale 18 degli scontri della Piana di Gioia Tauro e la 106 jonica dell’esodo dei rifugiati del Cara di Sant’Anna a Crotone, un’altra strada dei fantasmi con la pelle nera. Ma qui gli invisibili sono una moltitudine. Un vero popolo che nessuno sa quantificare. Si stima dai seimila ai tredicimila senza permesso di soggiorno, spalmati su 27 chilometri di Domiziana. Un nome arrivato dall’antica roma degli imperatori che fa a pugni con il degrado ambientale e sociale di oggi nell’area di Castel Volturno. L’abusivismo edilizio, l’inquinamento dei fiumi e della costa, lo strapotere dei clan della camorra hanno reso questi luoghi una polveriera dell’ennesima guerra tra poveri. Hanno paura gli africani di Castel Volturno. Basta parlare con loro alla fermata degli autobus per sentire le storie dei blitz continui delle pattuglie. Testimonianze raccolte frequentemente da tante associazioni di volontariato e di assistenza legale che prestano la loro opera in zona. Ma anche dall’ex Canapificio di Caserta, ai cui sportelli si rivolgono migliaia di immigrati e rifugiati. Tantissimi hanno raccontato degli autobus di linea fermati per strada dalle forze dell’ordine per controllare chi è senza documenti. Questo soprattutto spaventa gli stranieri, perché, dicono, non era mai successo prima.

La rivolta di Rosarno e le violenze contro i lavoratori stagionali prima e dopo le proteste, con la successiva deportazione dei migranti, hanno avuto una eco profonda anche qui. Sia per le notizie diffuse dalla televisione, sia per i racconti di tanti ragazzi in fuga che hanno trovato rifugio a Castel Volturno ospitati dai connazionali. Gli africani sono convinti che almeno dieci o quattordici di loro siano morti a Rosarno. Una leggenda metropolitana che alimenta il clima di paura in chi ha una vita totalmente precaria.

L’ american palace, Pescopagano, destra Volturno sono alcuni dei luoghi in cui abita l’esercito dei nuovi schiavi. A differenza della Piana di Gioia Tauro, sulla Domiziana non c’è un’emergenza abitativa assoluta, né una concentrazione di lavoratori stagionali nelle bidonville. Anche chi è senza permesso di soggiorno riesce ad affittare una casa. Si tratta di migliaia di villette e palazzi costruiti vicino al mare inseguendo la chimera del turismo di massa. Il miraggio del polo turistico si è infranto con la devastazione ambientale, i rifiuti, gli scarichi industriali e i traffici dei clan. Ruota dunque un grande business dietro la presenza di migliaia di africani che dormono a Castel Volturno e poi vanno a lavorare nell’hinterland Casertano, come stagionali agricoli, magazzinieri sottopagati o nei cantieri. Case fatiscenti e umide, senza riscaldamento e non ristrutturate, che altrimenti non avrebbero mercato, vengono affittate a stranieri senza permesso di soggiorno per 300 o 500 euro al mese. Un posto letto costa dai 120 ai 150 euro. Anche i commercianti guadagnano tutto l’anno per la presenza di questa popolazione ‘aggiuntiva’, non registrata dalle statistiche ufficiali che parlano di circa 23mila abitanti e duemila stranieri regolari. Tantissimi africani sono approdati nel casertano dopo la stagione degli sbarchi a Lampedusa. Altri si sono stabiliti da molti anni e hanno famiglia e bambini piccoli che frequentano le scuole. Molti non parlano la lingua italiana e sono lontanissimi dall’ integrazione. Il territorio su cui insistono le tante comunità e nazionalità è lo stesso, ma ognuno tende a fare gruppo a sé. Sono nati anche tanti piccoli negozietti africani. Alcuni sono sulla strada, altri sono spacci improvvisati nelle case in cui si concentrano gli stranieri. Ad esempio all’American Palace, un palazzone con decine di appartamenti affittati ad africani, una signora che vive in Italia da circa sei anni, con un figlio di otto, aveva aperto uno spaccio. Racconta che ha dovuto chiudere per le denunce fatte ai vigili urbani da un negoziante italiano.
Gli uomini lavorano a giornata con il caporalato. Alle quattro di mattina prendono gli autobus di linea fino alle rotonde stradali che sono fuori dal paese e che loro stessi hanno ribattezzato ‘Kalifoo Ground’, il terreno dove si trovano gli schiavi a giornata (i kalifoo). Lì ci sono i caporali ad attenderli. Va avanti così da anni, sotto gli occhi di tutti, nella terra di nessuno. E’ per questo che qui l’idea di uno sciopero il primo marzo sembra un paradosso lontano e improponibile. (raffaella cosentino)
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Il doppio volto di Rosarno: razzismo mafioso e il volontariato che accoglie

15/02/2010
14.58
IMMIGRAZIONE
Dossier “Arance insanguinate”. Già alla fine degli anni Novanta i migranti si appellavano al sindaco: “Per paura la brava gente rifiuta di affittarci le loro case, quindi siamo obbligati a dormire in modo disumano nei ghetti senza acqua e senza elettricita’”

Reggio Calabria – Dal dossier Arance Insanguinate emerge anche il doppio volto di Rosarno. Violenza xenofoba da un lato, reazioni del volontariato laico e cattolico dall’altro. L’impegno di pochi volontari per l’accoglienza dei migranti che ad ogni stagione invernale arrivavano a raccogliere le clementine della Piana. “Rosarno è anche tra i primissimi paesi calabresi ad avere progettato politiche di sostegno ai migranti già nel 1995”, si legge nel documento. Nel 1994 viene eletto sindaco di Rosarno Peppino Lavorato, comunista da sempre impegnato nella lotta alle cosche. Lavorato mostra sensibilità umana e istituzionale verso gli immigrati. Le ‘ndrine non tardano a presentare il conto. La notte di Capodanno lanciano un’offensiva a colpi di mitragliatore contro il Comune e gli edifici scolastici. La risposta è una festa dei popoli che dal 6 gennaio del 1995, per tutti gli anni del doppio mandato del sindaco Lavorato, ogni Epifania distribuirà pasti caldi agli immigrati sulla piazza intitolata al giovane dirigente comunista Giuseppe Valarioti, trucidato dalla ‘ndrangheta a Rosarno nel 1980.

Le violenze ovviamente non si fermano. A ottobre del 1996 il rinvenimento del cadavere senza volto nelle campagne di Laureana di Borrello. Nel gennaio del 1997 un raid punitivo ferisce a sprangate tre marocchini. E ancora, un’altra sparatoria il 9 novembre del 1999 lascia sul terreno tre feriti gravi. “Non tutti i rosarnesi sono razzisti e mafiosi, ma tutti i mafiosi rosarnesi sono razzisti” è il commento del giornalista Alessio Magro di daSud Onlus, a conclusione del lungo elenco di crimini contro gli africani. Tra cui le aggressioni con le spranghe in motorino agli immigrati che passano sulla via Nazionale. Ma un altro aspetto che emerge chiaramente è quello delle rivendicazioni dei migranti, stanchi di subire angherie. Negli anni si sono susseguiti gli appelli e le lettere dei lavoratori stagionali al sindaco. Già nel lontano 1999, all’indomani dell’ennesimo agguato nelle bidonville, gli africani denunciano il clima di terrore scrivendo: “ Per paura la brava gente rifiuta di affittarci le loro case, quindi siamo obbligati a dormire in modo disumano nei ghetti senza acqua e senza elettricità”. Il 15 novembre del 1999 il consiglio comunale vara un pacchetto di misure pro immigrati, corsi di lingue e una mensa. “Nel 2003 finisce l’era del sindaco antimafia”, conclude Magro. Il problema cresce a dismisura, il comune viene commissariato per le infiltrazioni della criminalità. Nessuno riesce a dare attenzione ai migranti, se non pochi generosi volontari e Medici senza frontiere. (vedi lanci successivi) (raffaella cosentino)
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