Posts Tagged 'Ahmadinejad'

…E LE FEMMINISTE PIEGANO MAHMOUD su IL RIFORMISTA

Piccolo conflitto di civiltà sulla pratica sciita del matrimonio temporaneo. Ahmadinejad vuole una nuova codificazione misogina, ma le donne alzano la testa.

Si chiama muta’h in arabo e sigheh in persiano, ma la sostanza non cambia. Il matrimonio temporaneo sciita assolve, in tutti e due i casi, alcune importanti funzioni sociali nel mondo islamico: permette la prostituzione e offre a giovani, donne separate o vedove la possibilità di vivere la propria sessualità senza vincoli apparenti. Per un’ora oppure novantanove anni. Il tempo non è importante, quello che conta è che ci sia stato un contratto, anche verbale, e che l’uomo offra la classica “dote” alla donna. Nella Repubblica islamica dell’Iran a volte bastano poche banconote. “Mille tuman (circa 1 euro, ndr)” e, si legge su un blog specializzato in materia, “quando il mio ex ragazzo mi ha chiesto di rimetterci insieme ci siamo sposati per la durata di un giorno”.
Questa soluzione in equilibrio tra i limiti della sharī‘a, che svincola lui da obblighi nei con fronti della donna e permette a lei di continuare a essere indipendente, sta animando il dibattito politico in Iran, facendo segnare un piccolo gol ai gruppi di attiviste in rosa. Proprio mentre l’opinione pubblica internazionale si mobilita per Sakineh Mohammadi Ashtiani, condannata alla lapidazione per adulterio.
Un disegno di legge, già introdotto nel 2007 dal presidente Mahmoud Ahmadinejad, sta cercando infatti di trasformare in prassi ben codificata il matrimonio temporaneo, incontrando però sul suo cammino le ostilità delle femministe. Insieme a loro i riformisti, alcuni religiosi e una parte della società civile che vedono nella sigheh soltanto una forma di prostituzione legalizzata o a un escamotage per permettere ai mariti di avere diverse amanti, senza che la moglie possa opporsi, né vedersi riconosciuto il diritto al divorzio. Ciò che fa discutere della Legge di Protezione della Famiglia, ferma in parlamento, è in particolare la presenza di una clausola che facilita questa pratica, eliminando l’onere della dote e della registrazione. Il 19 agosto scorso, Zahra Rahnavard, moglie di Mir-Hossein Mousavi, ha chiesto al Majlis di cancellare dalla sua agenda la norma per “il bene delle famiglie”, sottolineando come i riferimenti coranici alla poligamia siano stati male interpretati; mentre per la giornalista e attivista iraniana Asieh Amini “tutti gli articoli del disegno di legge rafforzano le disparità giuridiche che di fatto discriminano le donne in Iran”.
La sigheh, in realtà, è una pratica già resa legale dall’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani e dall’ayatollah Khomeini, durante il conflitto contro l’Iraq; un modo per prendersi cura delle famiglie rimaste orfane di figure maschili. Ma adesso riceve un certo rigetto sociale perché il Corano specifica che l’uomo che ha più di una moglie deve assicurare loro lo stesso trattamento: “non potrete mai essere equi con le vostre mogli anche se lo desiderate. Non seguite perciò la vostra inclinazione fino a lasciarne una come in sospeso”, si legge in una delle sure.
Ahmadinejad sta riportando in Parlamento la proposta proprio mentre a livello internazionale infuria la polemica per la condanna a morte di Sakineh e per le dichiarazioni di Carla Bruni, definita “prostituta” dal quotidiano conservatore Kayhan, mettendo così in evidenza ancora una volta le forti contraddizione interne alla Repubblica islamica e rischiando di infastidire il suo elettorato tradizionalista. Il presidente spera forse di poter ottenere un’approvazione facile facile, di fronte a una camera dominata dai suoi, anche se alla fine della scorsa settimana questo stesso parlamento ha bloccato quella parte della legge che più aveva fatto arrabbiare le donne e cioè il paragrafo 21, relativo alla registrazione dei matrimoni temporanei.

Antonella Vicini
IL RIFORMISTA, 2 settembre 2010

Annunci

Roma- Teheran: Duello a distanza?

La crisi tra Iran e comunità internazionale rischia di avere ripercussioni anche sui rapporti storicamente buoni tra Italia e Repubblica Islamica. E i recenti episodi di cronaca mostrano già l’esistenza di qualche spaccatura

L'ambasciatore iraniano in Italia Ali Hosseinia di qualche spaccatura

“Alta tensione tra Italia e Iran”. Così titolavano alcune testate all’inizio del mese di marzo alla notizia dell’arresto

di due iraniani, nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza su un presunto traffico di armi

attraverso il nostro Paese -e altre nazioni- destinate alla Repubblica Islamica. “Operazione Sniper” (dall’inglese “cecchino”) è il nome in codice di un lavoro iniziato nel giugno 2009 che ha portato all’emissione di nove ordinanze di custodia cautelare e all’arresto anche di cinque cittadini italiani, accusati di “associazione a delinquere finalizzata all’illecita esportazione di armi e sistemi di armamento verso l’Iran, in violazione del vigente embargo internazionale, con l’aggravante della transnazionalità”, recita un comunicato del Comando provinciale di Milano delle Fiamme Gialle.

Un atto che ha suscitato enorme risonanza a livello mediatico anche perché le manette sono scattate per il corrispondente della tv di stato iraniana Irib, Hamid Masoumi Nejad, accreditato in Italia da più di dieci anni e molto conosciuto nell’ambiente giornalistico della Capitale per un’attività professionale intensa e frenetica. Epilogo più che prevedibile della vicenda è stata l’immediata convocazione dell’ambasciatore italiano a Teheran, Alberto Bradanini, seguita da pesanti affermazioni delle autorità iraniane nei confronti del governo italiano. Il presidente del Parlamento iraniano, l’ex capo negoziatore per il nucleare Ali Larijani, ha parlato sen

za mezzi termini di “un piano infantile dell’esecutivo italiano” che “riporta in menteuna scena di satira politica più che una realtà e sta mettendo a repentaglio la sua fama sotto il profilo politico”, mentre il capo della diplomazia iraniana, Manouchehr Mottaki, molto più seccamente, ha condannato l’azione giudiziaria italiana come “una decisione irrazionale e un gesto politicamente immaturo e ridicolo”. Laconica la replica del ministro degli Esteri Franco Frattini: “reazione iraniana scomposta”. Ma il caso Sniper è soltanto l’ultima goccia che ha fatto traboccare un vaso riempitosi progressivamente, grazie al distillare costante di frizioni e botta-risposta a distanza, che negli ultimi mesi sembravano preannunciare un imminente scontro diplomatico, la cui sintesi si ritrova nel titolo di un articolo in lingua italiana della Irib, successivo agli arresti: “Una nuova messa in scena made in Italy contro la Repubblica islamica dell’Iran”.

Difficile ricordare un periodo più teso tra Roma e Teheran, il cui rapporto, fino a un paio di anni fa, era considerato così stabile da far ipotizzare l’ingresso italiano nel gruppo dei 5+1, all’interno del Palazzo di Vetro, per rendere più agevoli le negoziazioni sul nucleare, in virtù delle ottime relazioni commerciali e della vicinanza culturale fra i due Paesi. Ma allora non c’era ancora stata la cancellazione della visita in Iran del titolare della Farnesina, lo scorso 21 maggio, né il rifiuto di Teheran di partecipare al vertice del G8 svoltosi a L’Aquila, a giugno, e neppure le dichiarazioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in Israele sulla necessità di “ impedire e sconfiggere i disegni pericolosi del regime iraniano”. Anche in questo caso, Bradanini aveva ricevuto le proteste ufficiali del ministero degli Esteri per le parole pronunciate dal premier italiano e sempre lui era stato spettatore di una manifestazione di protesta di fronte all’edificio consolare di Neauphle Le Chateau Ave, a colpi di slogan quali “Morte a Berlusconi” e “Morte all’Italia”. Situazioni non nuove nelle vie di Teheran che, però, nella maggior parte dei casi, hanno sempre riguardato Stati Uniti e Gran Bretagna.

In attesa di ulteriori evoluzioni, nel campo italiano sembra essere stata scelta la strategia del silenzio diplomatico. Anche questo è un indizio della difficoltà di mantenere gli equilibri in un momento in cui anche l’Eni, per mezzo del suo amministratore delegato, Paolo Scaroni, ha annunciato che non saranno rinnovati contratti con l’Iran e che verranno rispettati i soli impegni presi nel 2000 e nel 2001. Eppure, a sentire Mohammad Ali Hosseini, l’ambasciatore iraniano da poco insediatosi a Roma, “le relazioni fra i due Paesi continuano a basarsi su una consonanza geografica, culturale e storica”, ed è con l’Italia che la Persia ha avuto “i legami più stretti fra tutti i Paesi europei”. Ma è questo uso del passato prossimo che fa riflettere, così come la sottolineatura che la Repubblica islamica sta portando avanti una serie di sforzi per “mantenere, anzi, incrementare, queste relazioni, a prescindere dallo schieramento politico che guida l’Italia”.

Lo scorso 7 aprile, Hosseini ha voluto conoscere i rappresentanti della stampa italiana e, durante un incontro informale presso la sua residenza, ha sottolineato alcune questioni importanti.

“Abbiamo un buon terreno di lavoro per quel che riguarda questioni bilaterali, regionali, ma anche internazionali, come la lotta al terrorismo, al traffico di droga, alla criminalità organizzata; la gestione di problematiche come quella afghana e mediorientale. E speriamo che alcuni episodi non possano deteriorare i rapporti”, ha detto. Gli episodi sono quelli ricordati finora, l’arresto di Hamid Masoumi Nejad in primis che nelle parole dell’ambasciatore diventa “un sicuro fraintendimento che ci auguriamo sarà presto chiarito”.

Il concetto ricorrente nelle affermazioni dell’ex vice ministro degli Esteri iraniano è quello di dialogo: “necessità di comunicare”, “sottolineare le somiglianze piuttosto che le divergenze,” “colmare le distanze”. Eppure, c’è uno spettro che continua da aggirarsi: “le posizioni negative creano un clima buio e nell’oscurità la ruota della diplomazia fatica a girare”.

di Antonella Vicini per “Theorema”, tutti i diritti a

Elezioni in Iran, esplode la rabbia Moussavi chiede l’annullamento

E’ una bufera,un’esplosione di rabbia e di dissenso e una dura repressione,  il vero risultato delle decime elezioni presidenziali in Iran.

La riconferma del presidente Mohamoud Ahmadinejad alla guida della Repubblica islamica, sorprendente per la percentuale bulgara di voti, il 62,63%, pari a circa 24 milioni di persone, ha scatenato ieri a Teheran

DSC_0891

un’ondata di proteste che si è andata gonfiando nel corso di tutta la giornata.

Migliaia di giovani iraniani hanno sfilato nelle piazze e nella strade, inizialmente in modo pacifico, per manifestare contro l’esito delle urne che ha penalizzato in modo netto, e dubbio, il candidato dell’area riformista dato per favorito, Mir Hossein Moussavi, uscito dallo spoglio con il 33,75 % dei voti, circa 13 milioni su un totale di 39 milioni di elettori. Agli altri due, Mohsen Rezai e Mehdi Karroubi sono andate le briciole:  1,73%  a uno e lo  0.85 % all’altro.

DSC_0808

Dura la risposta delle forze dell’ordine che già dalla sera prima erano state allertate e sistemate a presidio  dei punti di possibile raduno. Per ordine del capo della Polizia, infatti, ogni assembramento era stato vietato nel corso delle ore successive alla chiusura delle urne; provvedimento confermato ieri dal  Mi

nistero dell’Interno che ha dato via libera a una repressione che ha causato decine di feriti. Chiuso anche il giornale di Karroubi.

Ieri, da Vanak Square fino a Valiasr Square, dal nord al centro della capitale, passando per la via principale, cariche delle forze dell’ordine hanno accolto le manifestazioni che dalla tarda mattinata fino alla sera si sono susseguite senza interruzione.

“Allah Akbar”,  “Meglio morire, piuttosto che essere umiliati” e “ Morte al regime che inganna” risuonavano per le strade;  gli stessi motti che trent’anni fa venivano intonati contro lo scia’.

I giovani hanno chiamato all’unita’ tutti gli altri iraniani, “Non abbiate paura; restiamo uniti”, scoperchiando un pentola tenuta per troppo tempo sotto pressione.

Il timore che la festosa onda verde che nei giorni precedenti al voto ha intasato Teheran si trasformi in un’ondata di protesta difficilmente gestibile ha spinto il governo alla repressione militaresca. In molti, qui, temono che la situazione degeneri.

Ieri mattina, prima che scoppiasse il caos, a Teheran si respirava un’atmosfera quasi irreale: mesta e raggelata. Una calma, preludio di quello che sarebbe accaduto poche ore dopo, aggravata dal silenzio delle comunicazioni telefoniche bloccate da quasi quarantotto ore. Ai brevi festeggiamenti dei sostenitori del presidente rieletto la sera prima, ha risposto l’amarezza di volti ancora increduli.

“Non e’ possibile! E matematicamente impossibile!” ripetevano alcuni: “Tutti i miei amici, gli amici degli amici, i miei familiari hanno votato per Moussavi. E ora?” facevano eco altri.

DSC_0501d

“Dov’è il mio voto?” e’ la frase che ricorre anche sulla rete, attraverso network come Facebook che a differenza di altri siti, come quello della Bbc e o blog che pubblicano notizie su possibili brogli, ha funzionato per gran parte della giornata, pr

ima di subire lo stesso blocco degli altri.

Sulla community più utilizzata del momento, moltissimi giova

ni iraniani, nel Paese e all’estero, hanno postato video delle manifestazioni di ieri mattina, degli scontri con la polizia e messaggi di protesta contro le elezioni,  mettendo in dubbio con varie argomentazioni tutte le operazioni di voto.

“Where is my vote?”, “Liar, Liar”,  “Cheaters” gli status più diffusi.

Una delle ipotesi che sta prendendo piede tra la gente comune e’ che i conteggi siano stati falsati dal Ministero dell’Interno, che si sarebbe occupato direttamente dello spoglio delle schede. Ma si tratta di voci che rimbalzano senza tregua e difficilmente controllabili, in un momento in cui la delusione di molti rischia di trasformarsi in contro-propaganda. A confortare queste  accuse e’ stato, comunque, lo stesso candidato sconfittoche, ieri mattina, nel corso di una conferenza stampa, ha lanciato un messaggio chiaro al popolo iraniano, infiDSC_0730dammando gli animi già carichi di rabbia.

Mir Hossein Moussavi, pare, dalle ultime frammentarie notizie, bloccato in casae assediato dalla polizia o da milizie paramilitari, si e’ rivolto al popolo iraniano: “so che hanno tradito il vostro voto”, ma “secondo  ciò che mi impone il mio ruolo e la mia religione, io non cederò”.

L’ex primo ministro, prima, e la moglie Zahra Rahnavard, poi, nelcorso di un’intervista telefonica alla Bbc Persian, hanno minacciato di svelare i meccanismi nascosti che hanno portato ai risultati elettorali.

Nessuno dubbio sulla regolarità delle  operazioni di voto, ne’ sullo spoglio elettorale, invece, sia per il Ministero dell’Interno, sia per la Guida Suprema Ali Khamanei che ha benedetto l’esito delle urne, proclamando Ahmadinejad “presidente di tutta la nazione” e invitando alla calma i sostenitori dei candidati sconfitti.

“La partecipazione di più dell’ottanta per cento degli iraniani al voto e i 24 milioni di preferenze sono motivo di festa e simbolo della volontàdi Dio. Tutto questo assicurerà il progresso e la sicurezza del Paese”.

Celebrazioni che però non si sono viste, sopraffatte dal suono dei clacson, da grida di protesta e dagli scontri nelle strade.

Antonella Vicini

(Il Tempo, 15/06/2009)

E’ una bufera, un’esplosione di rabbia e di dissenso e una dura repressione, il vero risultato delle decime elezioni presidenziali in Iran.

La riconferma del presidente Mohamoud Ahmadinejad alla guida della Repubblica islamica, sorprendente per la percentuale bulgara di voti, il 62,63%, pari a circa 24 milioni di persone, ha scatenato ieri a Teheran un’ondata di proteste che si è andata gonfiando nel corso di tutta la giornata.

Migliaia di giovani iraniani hanno sfilato nelle piazze e nella strade, inizialmente in modo pacifico, per manifestare contro l’esito delle urne che ha penalizzato in modo netto, e dubbio, il candidato dell’area riformista dato per favorito, Mir Hossein Moussavi, uscito dallo spoglio con il 33,75 % dei voti, circa 13 milioni su un totale di 39 milioni di elettori. Agli altri due, Mohsen Rezai e Mehdi Karroubi sono andate le briciole: 1,73% a uno e lo 0.85 % all’altro.

Dura la risposta delle forze dell’ordine che già dalla sera prima erano state allertate e sistemate a presidio dei punti di possibile raduno. Per ordine del capo della Polizia, infatti, ogni assembramento era stato vietato nel corso delle ore successive alla chiusura delle urne; provvedimento confermato ieri dal Ministero dell’Interno che ha dato via libera a una repressione che ha causato decine di feriti. Chiuso anche il giornale di Karroubi.

Ieri, da Vanak Square fino a Valiasr Square, dal nord al centro della capitale, passando per la via principale, cariche delle forze dell’ordine hanno accolto le manifestazioni che dalla tarda mattinata fino alla sera si sono susseguite senza interruzione.

“Allah Akbar”, “Meglio morire, piuttosto che essere umiliati” e “ Morte al regime che inganna” risuonavano per le strade; gli stessi motti che trent’anni fa venivano intonati contro lo scia’.

I giovani hanno chiamato all’unita’ tutti gli altri iraniani, “Non abbiate paura; restiamo uniti”, scoperchiando un pentola tenuta per troppo tempo sotto pressione.

Il timore che la festosa onda verde che nei giorni precedenti al voto ha intasato Teheran si trasformi in un’ondata di protesta difficilmente gestibile ha spinto il governo alla repressione militaresca. In molti, qui, temono che la situazione degeneri.

Ieri mattina, prima che scoppiasse il caos, a Teheran si respirava un’atmosfera quasi irreale: mesta e raggelata. Una calma, preludio di quello che sarebbe accaduto poche ore dopo, aggravata dal silenzio delle comunicazioni telefoniche bloccate da quasi quarantotto ore. Ai brevi festeggiamenti dei sostenitori del presidente rieletto la sera prima, ha risposto l’amarezza di volti ancora increduli.

“Non e’ possibile! E’ matematicamente impossibile!” ripetevano alcuni: “Tutti i miei amici, gli amici degli amici, i miei familiari hanno votato per Moussavi. E ora?” facevano eco altri.

“Dov’è il mio voto?” e’ la frase che ricorre anche sulla rete, attraverso network come Facebook che a differenza di altri siti, come quello della Bbc e o blog che pubblicano notizie su possibili brogli, ha funzionato per gran parte della giornata, prima di subire lo stesso blocco degli altri.

Sulla community più utilizzata del momento, moltissimi giovani iraniani, nel Paese e all’estero, hanno postato video delle manifestazioni di ieri mattina, degli scontri con la polizia e messaggi di protesta contro le elezioni, mettendo in dubbio con varie argomentazioni tutte le operazioni di voto.

“Where is my vote?”, “Liar, Liar”, “Cheaters” gli status più diffusi.

Una delle ipotesi che sta prendendo piede tra la gente comune e’ che i conteggi siano stati falsati dal Ministero dell’Interno, che si sarebbe occupato direttamente dello spoglio delle schede. Ma si tratta di voci che rimbalzano senza tregua e difficilmente controllabili, in un momento in cui la delusione di molti rischia di trasformarsi in contro-propaganda. A confortare queste accuse e’ stato, comunque, lo stesso candidato sconfitto che, ieri mattina, nel corso di una conferenza stampa, ha lanciato un messaggio chiaro al popolo iraniano, infiammando gli animi già carichi di rabbia.

Mir Hossein Moussavi, pare, dalle ultime frammentarie notizie, bloccato in casa e assediato dalla polizia o da milizie paramilitari, si e’ rivolto al popolo iraniano: “so che hanno tradito il vostro voto”, ma “secondo ciò che mi impone il mio ruolo e la mia religione, io non cederò”.

L’ex primo ministro, prima, e la moglie Zahra Rahnavard, poi, nel corso di un’intervista telefonica alla Bbc Persian, hanno minacciato di svelare i meccanismi nascosti che hanno portato ai risultati elettorali.

Nessuno dubbio sulla regolarità delle operazioni di voto, ne’ sullo spoglio elettorale, invece, sia per il Ministero dell’Interno, sia per la Guida Suprema Ali Khamanei che ha benedetto l’esito delle urne, proclamando Ahmadinejad “presidente di tutta la nazione” e invitando alla calma i sostenitori dei candidati sconfitti.

“La partecipazione di più dell’ottanta per cento degli iraniani al voto e i 24 milioni di preferenze sono motivo di festa e simbolo della volontà di Dio. Tutto questo assicurerà il progresso e la sicurezza del Paese”.

Celebrazioni che però non si sono viste, sopraffatte dal suono dei clacson, da grida di protesta e dagli scontri nelle strade.

12 giugno 2009: La sfida di Teheran

C’è chi lo ha definito Super Friday, guardando al Super Tuesday statunitense. È indubbio cheDSC_0032 il venerdì elettorale in Iran, il decimo dalla nascita della Repubblica islamica, abbia portato con sè qualcosa di grande. A partire dai numeri. Più di quarantasei milioni gli iraniani con dirtto di voto; quasi quarantaseimila le urne elettorali in tutto il Paese, un’affluenza che, stando al Ministero dell’Interno, ha superato il 70 per cento. Dalla mattina alle 8, ieri, fuori dai seggi, costituti da scuole, moschee, banche e postazioni mobili, si sono formate lunghe file che hanno costretto il Comitato speciale per le elezioni a rimandare di volta in volta la chiusura delle urne. Tra i primi a votare i quattro candidati: il presidente in carica Mahmoud Ahmadinejad; l’ex primo ministro, Mir-Hossein Moussavi, accompagnato dalla immancabile moglie con cui si è presentato mano nella mano; l’ex speaker del Majlis Mehdi Karroubi e il segretario del Consiglio degli esperti, capo storico dei Guardiani della Rivoluzione, Mohsen Rezaei. Insieme a loro, il presidente del Parlamento e la Guida Suprema Ali Khamanei, il quale ha lanciato un appello alla partecipazione, chiedendo di votare la persona «migliore e più competente». «Chiamo tutta la popolazione iraniana a esercitare il diritto di voto e a giocare il loro ruolo determinante nella scelta della più alta carica politica del Paese», ha sottolineato l’ayatollah Khamanei, evitando quella presa di posizione che gli era stata chiesta, invece, da Hashemi Rafsanjani. Nei giorni precedenti al voto sui telefonini cellulari erano circolati sms che raccomandavano ai sostenitori di Moussavi di non recare con sé nessun segnale distintivo, come nastrini verdi, spillette e simili, che potessero far intuire le loro intenzioni di voto. Alcuni messaggi consigliavano anche di portare una penna per il timore che quelle fornite ai seggi fossero cancellabili. Una serie di accorgimenti al fine di evitare i brogli che, nelle precedenti elezioni, potrebbero aver aiutato il presidente in carica ad ottenere la poltrona che ora cerca di difendere. Da ieri mattina, però, le linee telefoniche quasi bloccate hanno impedito ulteriori comunicazioni. Secondo alcDSC_0642uni si tratterebbe di una precisa strategia governativa per frenare nuovi tam tam su cui il Ministero delle Telecomunicazioni ha annunciato che verrà fatta chiarezza. Gli sms hanno rappresentato, in queste settimane, una forma di comunicazione al di fuori dei canali ufficiali molto intensa e difficilmente controllabile con cui i sostenitori di Moussavi, e non solo, hanno monitorato le affermazioni di Ahmadinejad e si sono dati appuntamento nelle principali piazze della città. Anche ieri sera avevano in programma di riunirsi sotto il Ministero dell’Interno, ma la pioggia e i controlli di polizia intensificati non hanno facilitato i loro progetti. Agli allarmi su eventuali brogli, ha fatto eco nei giorni scorsi il Comitato speciale per elezioni, assicurando che tutto si sarebbe svolto sotto gli occhi di osservatori imparziali, grazie anche alla presenza di rappresentanti esterni, uno per ogni candidato, in 368 seggi. Nel corso di un’intervista, però, Moussavi ha denunciato che ad alcuni suoi rappresentati è stato impedito di fare ingresso nei seggi. Poco prima, dal quartier generale dello stesso candidato e da quello di Karroubi era giunta la notizia della fine delle schede elettorali, ancor prima che finissero le operazioni di voto, in alcune località fuori Teheran e nel sud della capitale, a Shahre Rey. Per votare in Iran basta presentarsi ad uno dei tanti seggi distribuiti un po’ ovunque nelle città e registarsi lasciando la propria impronta digitale. Non esistono cabine elettorali chiuse. Il voto è un momento comunitario, a partire dalle file – una per gli uomini e una per le donne – durante le quali gli elettori continuano a scambiarsi le impressioni dell’ultimo minuto, fino all’atto del voto che avviene nella stessa stanza in cui si è ritirata la scheda, poggiati su un tavolo insieme ad altri elettori e scambiandosi le penne all’occorrenza. In questo contesto un controllo capillare delle operazioni di voto sembra difficile. I risultati dovrebbero arrivare già nella serata di oggi, ventiquattro ore dopo la chiusura dei seggi. Ma già ieri sera c’è stata la corsa alla proclamazione: a seggi ancora aperti Moussavi dichiarava d’aver ottenuto il 65% dei voti, mentre l’agenzia di stampa ufficiale Irna annunciava la vincita di Ahmadinejad. A notte inoltrata la commissione elettorale iraniana ha affermato che, con quasi la metà delle schede scrutinate, il presidente Ahmadinejad risultava vincitore nelle elezioni presidenziali con circa due terzi dei voti. Un distacco spiegato, in quel momento dagli osservatori esteri, con il fatto che a essere scrutinate per prime fossero le schede di collegi in aree rurali, dove l’attuale capo dello stato Ahmadinejad è considerato più forte di Mousavi. Questi, a metà dello spoglio, era accreditato del 30% dei voti. Un risultato immediatamente contestato. Nella centrale Piazza Fatimi si sono subito registrati i primi tafferugli tra la polizia e i sostenitori di Moussavi.

di Antonella Vicini

segnali segreti fuori le urne..sud di Teheran

segnali segreti fuori le urne..sud di Teheran

(Il Tempo, 13/06/2009)

9 giugno 2009… – 3 al voto

DSC_0460Finiti i confronti televisivi, in Iran le ultime parole di questa campagna elettorale sono rimaste alle piazza e alle citta’ di provincia, battute a tappeto dagli avversari di Ahmadinejad.

Mousavi e la moglie Zahra hanno raggiunto il Lorestan, nel nord ovest, supportati dall’ex presidente Khatami ad Isfahan, mentre il conservatore Mohsen Rezai si e’ spostato da Ahvaz, in Khuzestan, a Shiraz.

Le regole elettorali impongono che da oggi cali il silenzio su questa accesa competizione, fino alla chiusura delle urne. Stessa regola per i media a cui gia’ da alcuni giorni e’ stato proibito di fare propaganda pro o contro i candidati, mentre ieri il Consiglio dei Guardiani ha fatto appello agli osservatori elettorali di restare neutrali. Accorgimenti che non sono riusciti a mettere a tacere le voci di dissenso nei confronti dell’attuale presidente, soprattutto da parte dei giovani sostenitori di Mir Hossein Moussavi, in giro per il centro della capitale fino a notte fonda affollano, addobbati di verde e urlanti “Ahmadi Bye Bye” o “Morte al governo che inganna il popolo”. Anche ieri, la città e’ rimasta bloccata, dal vecchio aeroporto Meharabad fino a Azadi Square e Enghelab Square, luoghi simbolo della Rivoluzione islamica.

Ma non c’e aggressivita’ negli atteggiamenti di chi scende in piazza a Teheran,  piuttosto voglia di sfogare il malcontento trattenuto in questi quattro anni, in un momento in cui alla polizia o ai gruppi paramilitari e’ stato chiesto di lasciare la briglia piu’ sciolta. Incidenti, invece, potrebbero essere avvenuti a Shiraz, ma, come spesso accade in Iran, e’ difficile avere notizie certe.

La rivalita’, che nelle strade ha assunto una forma quasi carnevalesca, ha un significato ben piu’ serio tra le alte sfere e tra gli stessi i contendenti.

Le pesanti accuse di Ahmadinejad dei giorni scorsi hanno spinto, infatti, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani (ex presidente dal 1989 al 1997 e attualmente a capo del Consiglio per i pareri di Conformita’, che dirime le controversie tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani, e membro del Consiglio degli Esperti, nonche’ uno degli uomini piu’ ricchi in Iran) a scrivere, martedi, una lettera aperta all’ayatollah Ali Khamanei, chiedendogli di esprimerDSC_0434dsi in merito al quadro politico attuale, prima del voto.

Rasfanjani, che insieme a Mohammad Khatami appoggia Moussavi, ha definito le affermazioni del presidente in carica “infondate e irresponsabili”, richiamando alla memoria gli stessi atteggiamenti dei gruppi  anti-rivoluzionari tra il 1978 e il 1979.

La scelta di tirare in ballo Khamanei rappresenta un gesto dal valore politico piuttosto chiaro se si considera che il leader iraniano e’ uno degli sponsor, forse non troppo convinto, di Ahamdinejad e che queste elezioni vanno interpretate  anche come una lotta per la spartizione del potere fra due personaggi storici nella Repubblica islamica, ai vertici del Paese sin dai tempi di Khomeini, e cioe’ proprio Ali Khamanei e Hashemi Rasfanjani.

Ma il timore della perdita di sostegno da parte della Guida Suprema non ha convinto Ahmadinejad a moderare i toni, al punto che ieri, nel corso dell’ultimo discorso pubblico all’universita’ Sharif di Teheran, ha alzato nuovamente il tiroDSC_0426d.

“Nessuno ha il diritto di insultare il presidente e loro lo hanno fatto. Questo e’ un crimine e la punizione dovrebbe essere la prigione”, ha dichiarato, senza mezzi termini, in merito alle smentite dei suoi dati relativi all’economia che gli sono fruttate non poche critiche dagli avversari e una serie di caricature per le strade che lo ritraggono come un Pinocchio che non sa far di conto.

di Antonella Vicini (Il Tempo 10/06/2009)

Uno sguardo sull’Iran…articoli scritti da Teheran: La voglia di cambiare

DSC_01277 giugno 2009… – 5 alle presidenziali…

Mancano pochi giorni all’apertura delle urne per l’elezione del presidente in Iran, il prossimo 12 giugno, e le intenzioni di voto della popolazione appaiono piuttosto chiare.  A vedere i poster elettorali, le foto dei candidati che le persone attaccano sulle proprie automobili o portano appese al collo, le piccole manifestazioni piu o meno spontanee che affollano le già trafficatissime strade di Teheran, Mahmoud Ahmadinejad e Mir-Hossein Mousavi saranno i due contendenti finali. Salvo sorprese che le elezioni iraniane hanno gia’ riservato in passato. Per gli altri due aspiranti alla guida dell’esecutivo, il conservatore Mohsen Rezaii e il riformista Mehdi Karroubi sembra, sembra invece essere rimasto ben poco spazio, a parte quello che e’ stato assegnato loro dal Consiglio dei Guardiani in dibattiti televisivi che, dal 2 giugno, catalizzano l’attenzione degli iraniani.

E’ proprio questa la vera novita’ di questo voto che per la prima volta vede i candidati confrontarsi in duelli tv, trasmessi in diretta, che hanno avuto il potere di accendere i toni del confronto e gli animi degli elettori, grazie soprattutto alle accuse di corruzione lanciate negli ultimi due appuntamenti da Ahmadinejad contro l’ex presidente Hashemi Rasfanjani, personaggio controverso, quanto popolare in Iran, che sostiene il riformista Mousavi. Una polemica che si dirige contro una parte dell’establishment e non risparmia il clero e si rivolge anche a  Zahra Rahnavard, moglie del candidato azero e ex preside dell’Università dell’arte di Teheran, tacciandola di non essere in regola con gli studi dichiarati.

Non si era mai visto in Iran qualcosa del genere, cosi’  come mancava da tempo, almeno dalle elezioni di Khatami nel 1997, uDSC_0189n tale coinvolgimento della popolazione anche se, non va dimenticato,  questa volta, il candidato riformista numero uno, primo ministro durante la guerra contro l’Iraq, manca del sostegno degli strati sociali più bassi  e degli iraniani che vivono nelle cittadine e nei villaggi, dove Ahmadinejad sembra essere invece più forte. I giovani, le donne e in generale coloro che hanno un reddito e un’istruzione superiore, appartenenti alle classi medio-alte di Teheran, sono con Mousavi;  sugli altri fanno certamente presa i messaggi diretti e inclini al populismo del presidente in carica.

È anche per questo che, sabato sera, durante il dibattito con Karroubi, Ahmadinejad ha sfoderato una serie di grafici per sottolineare la buona politica del governo in tema di economia e inflazione, prontamente smentita la sera succesiva, con grafici altrettanto eloquenti, dall’avversario più temuto, durante un altro faccia a faccia che ha visto ancora una volta Karroubi spettatore quasi  anomino di un duello ormai a due. Tanto più che se si andrà al ballottaggio, l’ex presidente del Majlis (il Parlamento iraniano ) sosterrà Mousavi.

I temi economici e la politica DSC_0107internazionale sono i due punti cardine di questa campagna infuocata e lo sono stati fino a che l’attuale presidente non ha virato sul tema della corruzione, tentando di distrarre la platea elettorale, sempre piuttosto attenta a ciò che si dice.

I comizi di piazza sono la cartina tornasole del coinvolgimento  della società iraniana in questo momento politico. Ieri, per il discorso pubblico di Ahmadinejad alla moschea di Mosala, la più grande di Teheran, migliaia di persone si sono radunate nelle strade antistanti il luogo di culto. Molti uomini e ragazzi, che a sentire alcuni iraniani hanno tutto l’aspetto dei basiji o sepah (gruppi paramilitari), donne di tutte le età con il tradizionale chador nero e bambini, coinvolti nelle manifestazioni politiche con la stessa naturalezza con cui in Italia si portano i bimbi al parco, sono arrivati in auto, taxi, motorino e autobus addobati per l’occasione con l’effige del loro leader. Dai finestrini sventolava la bandiera iraniana (presa a simbolo da chi vuole riconfermare l’attuale presidente alla guida del Paese), urlando slogan a favore di Ahmadinejad e contro Mousavi. Sono in molti, tra la gente comune, a pensare che questa affluenza non sia spontanea, ma sia frutto di un’organizzazione capillare del Governo e di qualche touman regalato facilmente.  Anche se ieri, il numero dei partecipanti al comizio era davvero elevato.

Meno dubbi per quanto riguarda i sostenitori del candidato riformista. Da molti giorni si riuniscono nelle principali piazze del centro-nord di Teheran, le zone meno popolari, per esprimere la propria voglia di cambiamento. E’ questa la parola che piu’ di tutte risuona di bocca in bocca, dal giovane tassista al proprietario di un negozio di ricambi auto, fino all’ interior design che dice di amare l’Italia.

Le donne, che ammirano Zahra Rahnavard, paragonata già a Michelle Obama per il ruolo che sta giocando nella campagna elettorale del marito, e i giovani che guardano all’Occidente affollano le strade,  sfoggiando vessilli  verdi, simbolo del sostegno a Mousavi:  nastri legati al polso, fascette sulla fronte, ma anche roosari sDSC_0207ul capo e mantoo verdi per le ragazze o maglie verdi per gli uomini, sventolati come fossero bandiere.

Hanno manifestato anche ieri a Teheran, bloccando il traffico da nord a sud, con una catena umana partita dalla stazione di Tajrish Square fino a Rah Ahan Square, proprio mentre a Mosala Ahmadinejad teneva il  suo discorso.

Sicuramente, cio’ che accumuna entrambi, è la voglia di cogliere l’occasione che questo evento politico sta dando ai giovani soprattutto, cioè quella di esprimersi, urlare, girare in auto con i clacson  impazziti e riunirsi fino a tardi nel Parco Mellat, senza le limitazioni di sempre.

di Antonella Vicini

(Il Tempo 10/06/209))


Mail

rightstories@yahoo.it
luglio: 2018
L M M G V S D
« Mar    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  

Pagine

Annunci