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Tunisia, arresti di blogger dissidenti e siti oscurati

07/01/2011 17.41 DIRITTI

Appelli di Reporters sans frontieres e di Amnesty International dopo almeno cinque casi di oppositori del regime scomparsi. Avevano messo online la rivolta civile contro la corruzione e l’aumento dei prezzi

Il blogger Slim Amamou

ROMA – Almeno cinque blogger e militanti noti per il loro impegno per la libertà di espressione sul web sono scomparsi ieri in Tunisia, ma la lista potrebbe essere più lunga. A denunciarlo, sospettando che possano essere stati arrestati, è “Reporters sans frontieres” che chiede alle autorità il loro rilascio immediato. “Questi arresti destinati a intimidire gli internauti tunisini e i loro sostenitori internazionali, sono controproducenti e rischiano di alzare la tensione. Non è arrestando qualche blogger che le immagini delle proteste spariranno dalla rete” scrive sul suo sito l’ong francese, che si schiera contro la repressione governativa in risposta alla crisi attraversata dalla Tunisia in questo momento.
Tra gli arrestati c’è anche un rapper di 22 anni, Hamada Ben Amor, conosciuto con lo pseudonimo di “Generale” e autore di un brano musicale celebre su internet dal titolo “Presidente, il tuo popolo è morto”. Il musicista è stato arrestato a casa della sua famiglia a Sfax , 270 chilomentri a sud est della capitale, alle 5 e 30 del mattino, secondo quanto dichiarato alla France press dal fratello Hamdi. Da ieri non si hanno notizie di Hamadi Kaloutcha, blogger e militante, prelevato alle sei del mattino da sei poliziotti in abiti civili che si sono presentati a casa sua. Alla moglie hanno detto che l’avrebbero condotto al commissariato per fargli qualche domanda e che ci sarebbero volute solo alcune ore. Il ciberdissidente Sleh Edine Kchouk, militante dell’Unione generale degli studenti della Tunisia (Uget) è stato arrestato a Bizerte (60 chilometri a nord ovest di Tunisi) e il suo computer confiscato.

Slim Amamou ed El Aziz Amami, due blogger, sarebbero stati arrestati anche loro secondo quanto riferito a Rsf e all’Afp da attivisti per i diritti umani e da un loro amico giornalista. El Aziz Amami ha inviato un sms alla fidanzata dicendo di essere stato arrestato. Amami aveva seguito le proteste nella città di Sidi Bouzid. Il suo blog è stato reso inaccessibile (http://azyz404.blogspot.com/).
Le tracce di Slim Amamou si perdono ieri intorno alle 13, ora in cui, secondo il blog collettivo indipendente tunisino in lingua francese “Nawaat.org”, i suoi amici e colleghi non hanno più avuto sue notizie e in cui non è tornato a lavoro. Intorno alle 18, il blogger scomparso ha rivelato la sua posizione dal cellulare con un tweet sul social network “Foursquare” che permette ai suoi utenti di indicare la posizione geografica in cui si trovano. E il cellulare di Slim Amamou lo localizza a quell’ora dentro il ministero degli Interni tunisino. Il blogger, in precedenza, aveva detto ai suoi amici che la sua casa era sorvegliata dai poliziotti da un paio di giorni. Amamou era già stato arrestato il 21 maggio del 2010 alla vigilia di una manifestazione contro la censura sul web di cui era organizzatore e che aveva annunciato davanti al ministero dell’Informazione.

Ieri anche Amnesty International ha lanciato un appello per la libertà di manifestazione del popolo tunisino, condannando il giro di vite delle autorità tunisine contro l’ondata di proteste sociali seguite al suicidio di un fruttivendolo. Almeno due manifestanti, tra cui un diciottenne caduto sotto i proiettili della polizia, sono stati uccisi durante le proteste. Il 17 dicembre, Mohamed Bouazizi, un fruttivendolo di 26 anni ha tentato il suicidio e poi è morto in ospedale per le ferite riportate, nella città di Sidi Bouzid. Il gesto estremo dell’uomo è seguito al sequestro del suo carretto di frutta da parte dei vigili perché non aveva la licenza. Bouazizi è diventato il simbolo di una rivolta contro la precarietà sociale, l’aumento dei prezzi, la disoccupazione e la corrruzione. Proteste continuano a infiammare tutto il paese. E tra queste anche un attacco di hacker a cinque siti del governo, condotto da un gruppo anonimo di ciberpirati solidali con la piazza. Gli arresti, non confermati dal governo del presidente Ben Ali, sarebbero una risposta alla guerriglia informatica. (raffaella cosentino)
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Vite di cartone

Dalle baracche nel parco di Centocelle al prato di Villa De Sanctis. Da un ex deposito di birra occupato alla sala consiliare del municipio. La diaspora a tappe di quasi 500 rom rumeni, dopo il primo sgombero eclatante del Piano Nomadi. Nei prossimi sei mesi dovrebbero essere trasferite migliaia di persone e centinaia di bambini.

Ottanta baracche si accasciano al suolo, afflosciate come scatole di cartone. La pala meccanica della ruspa si abbatte sul tetto. Legno e lamiere contorte crollano senza opporre resistenza. Le casette se ne vanno senza fare troppo rumore, come i loro proprietari qualche ora prima. Tra i cumuli di macerie e la vegetazione, un vecchio e sua moglie ritornano spingendo un passeggino vuoto. Vorrebbero riprendere le cose lasciate al momento della fuga. Gli agenti di polizia glielo impediscono. Niente può essere portato via. Non si può rientrare nel fosso. La ruspa è al lavoro. A mezzogiorno è tutto finito. In quattro ore il campo rom del Parco di Centocelle è stato abbattuto. Altrettanto velocemente sui giornali questo diventa “lo sgombero del Casilino 700”. In realtà un campo con questo nome non esiste da anni. Da quando fu raso al suolo per volere delle amministrazioni di centro-sinistra. Ma la parola “Casilino” fa effetto. E’ un fantasma che riporta alla memoria della gente il “Casilino 900”, il campo rom più grande d’Europa, da quarant’anni a poche centinaia di metri di distanza. Il parco di Centocelle confina con il Casilino 900 e con degli sfasciacarrozze. Gli atti vandalici sono stati numerosi.



Per due anni, 500 rom romeni hanno vissuto in due campi nel parco. Fino all’alba dell’11 novembre scorso. All’irruzione della polizia, le famiglie rom fuggono, lasciando le baracche deserte e portandosi dietro quello che possono. 69 persone vengono identificate e 19 denunciate per reati ambientali e di costruzione abusiva. Sei finiscono al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. Uomini dell’Ama e del corpo forestale vengono chiamati per la bonifica, che avrà tempi lunghi. Le operazioni sono guidate dal dirigente della Questura Raffaele Clemente e seguite dal vice capo di gabinetto del sindaco Alemanno, Tommaso Profeta. Ai rom offrono il rimpatrio assistito in Romania o l’accoglienza per sole donne e bambini. Le famiglie rifiutano entrambe le proposte e soprattutto si oppongono all’idea di dividersi.

Florin è uno di loro. Ha 14 anni, è esile e con il braccio sinistro malato. Lo tiene appeso al collo con un pezzo di stoffa, come se fosse rotto. Ma non ha ingessature. Dopo la distruzione della sua baracca, insieme agli altri si è accampato a Villa De Sanctis. Ovunque, a vista, sul prato, ci sono pacchi, valigie, donne con bambini piccoli. “Perché ci fai le foto?” mi domanda Florin da lontano, mentre il mirino della mia macchina fotografica inquadra una bicicletta rosa e un uomo sullo sfondo. E’ suo padre, mi dice. Si avvicina e cominciamo a parlare.”Dove dormiamo stanotte?”, chiede. Prima che faccia buio, molte delle persone sgomberate occupano un ex deposito di birra. Florin mi accompagna dentro. Lo stabile è composto da alcuni edifici e magazzini disposti a quadrato attorno a un grande cortile interno. Le strutture non hanno porte. Saliamo le scale. In ogni stanzone fatiscente c’è già qualcuno. Tutti si affrettano ad accaparrarsi un posto. Qualcuno cerca di fare pulizia con una vecchia scopa. Ci affacciamo dalla finestra senza vetri. Nel cortile di sotto è appena arrivato un camion carico di materassi. C’è l’assalto, uomini e donne si lanciano alla conquista. “Sono dei poveretti. Non vedi come si battono?”, mi dice Florin. Povertà e dignità hanno fatto a pugni. Chi non ha una casa non può vivere da essere umano.

Florin e la sua comunità sono profughi nella periferia della città. Una diaspora a tappe, con l’esodo delle famiglie rom, forzatamente nomadi, da un angolo all’altro del VI, VII e X municipio. La mattina seguente un cordone di agenti e furgoni della polizia sbarra l’accesso a via dei Gordiani. Al di là c’è l’ex deposito di birra occupato.

E’ il secondo sgombero in 24 ore nei confronti delle stesse persone. Davanti agli agenti ci sono gli insegnanti e la preside della scuola elementare Iqbal Masih. Circa 40 bambini frequentavano regolarmente negli istituti del quartiere, accompagnati dai genitori. “Questa comunità di romeni è la più attenta alla scolarizzazione che abbiamo mai avuto – dice la preside Simonetta Salacone – sono bambini pulitissimi e costanti a scuola, i genitori facevano un grandissimo sforzo nonostante vivessero nelle baracche. Non rubano, riciclano i materiali che trovano nei cassonetti. Sono come i nosti immigrati meridionali di cinquant’anni fa che si spostavano per sfuggire alla povertà e vivevano nelle baraccopoli”. La preside cerca di fare filtrare attraverso i poliziotti una lista con dei nomi. E’ quella dei genitori dei bambini che sono a scuola. Non si sa che fine abbiano fatto le loro famiglie, né se qualcuno verrà a riprenderli. Quando un autobus su cui sono stati fatti salire alcune decine di rom tenta di partire, il vicepresidente del VI municipio Antonio Vannisanti, alcuni consiglieri e i ragazzi dell’associazione Popica provano inutilmente a bloccarlo. Momenti di tensione, ma il bus se ne va e nessuno sa dire dove è diretto.

Florin intanto si è disperso nei campi adiacenti a Villa De Sanctis. Lo ritrovo il giorno seguente. Dorme con altre trenta persone nella sala consigliare del municipio, alla Marranella. Lo incontro per l’ultima volta. Non sono più riuscita a sapere che fine abbia fatto. Non è tra quelli che hanno trovato alloggio a Metropoliz, uno stabile occupato sulla via Prenestina. Potrebbe essere tra i cento portati dal comune sulla via Salaria. “E’ una struttura protetta e segreta, non identificabile”, mi dice al telefono lo staff dell’assessore alle Politiche Sociali Sveva Belviso. I giornalisti non possono visitarla. In realtà è un’ex cartiera sgomberata a settembre. Una soluzione temporanea che arriva solo dopo l’appello mondiale lanciato da Amnesty International sulle violazioni dei diritti umani commesse ai danni dei rom, ai quali non era stato notificato lo sgombero e che dovrebbero essere risarciti dei beni perduti. Giorni dopo, quando una delegazione di politici riesce a entrare, Daniele Ozzimo, consigliere Pd in Campidoglio racconta: “Anche se dormono in due grandi ambienti riscaldati in condizioni dignitose tutto lo stabile circostante cade a pezzi, con le vetrate spaccate e i muri semidistrutti”. Secondo il consigliere Pd, “è un’accoglienza non prevista che l’amministrazione ha concesso obtorto collo. Con due sgomberi in 24 ore l’intento era quello di disperdere ed esasperare quella gente al punto di portarli ad accettare il rimpatrio assistito”. E’ stata la prima operazione eclatante del Piano Nomadi del prefetto Giuseppe Pecoraro, commissario straordinario per l’emergenza rom. Pochi giorni prima era finito sui giornali un documento riservato dei consiglieri Pdl che sollecitavano il sindaco ad accelerare la chiusura del Casilino 900. Con La Martora e Tor De Cenci dovevano essere i tre campi da dimezzare entro ottobre 2009 e chiudere nei primi sei mesi del 2010. Significa trasferire 1500 persone, di cui almeno 500 bambini. Ma secondo il piano, nei prossimi sei mesi dovrebbero essere sgomberate altre duemila persone da 80 baraccopoli ‘abusive’. Un esodo interno alla città, per arrivare a 13 campi attrezzati, vigilati e videosorvegliati, chiamati ‘villaggi’.

Raffaella Cosentino

Copyright Altri

nota: l’articolo si riferisce allo sgombero del campo rom del parco di Centocelle (Roma) a novembre 2009

Mostra “Costruttori di pace tra XX e XXI secolo”

Dal 16 al 20 marzo 2009
Auditorium Ennio Morricone, Facoltà di Lettere e Filosofia,
via Columbia 1
Fiducia, impegno e non violenza:
la responsabilità ai giovani per vincere sulle crisi.
L’Università di Roma “Tor Vergata” si trasforma in un’arena di Pace per una settimana. Dal 16 al 20 marzo la facoltà di Lettere e Filosofia ospiterà la mostra “Costruttori di Pace tra XX e XXI secolo”. Le strade e le esperienze di protagonisti, grandi e piccoli, del cambiamento sociale, da Gandhi a Martin Luther King, da Daisaku Ikeda ai premi Nobel per la Pace e alle persone comuni che si sono impegnate nella difesa dei diritti umani, si incontreranno grazie alle immagini e alle storie che verranno esposte all’interno dell’Auditorium “Ennio Morricone”.
I Sentieri dell’impegno, dell’accoglienza, dell’accesso equo alle risorse, dell’integrazione, dei diritti, della scienza per la pace, della convivenza sociale, del’informazione, dell’economia solidale, della creazione artistica: sono soltanto alcuni dei percorsi che verranno indicati agli studenti con l’intento di fare germogliare nel campo della conoscenza il seme dei “rivoluzionari disarmati”. “Non si vuole offrire una soluzione a scatola chiusa – affermano gli organizzatori dell’evento Marika D’Adamo e Simone Migliorato, studenti di Lettere a “Tor Vergata” – ma riaprire il dibattito su quegli uomini che hanno mostrato al mondo la potenzialità e l’importanza di non delegare ad altri davanti alle difficoltà, di ‘alzarsi da soli’ per affermare i diritti, usando tutte le risorse dell’accrescimento democratico a disposizione”.

LE TAVOLE ROTONDE
In occasione dell’apertura (16 marzo) e della chiusura (20 marzo) dell’evento, il mondo accademico e la società civile si incontrano all’Università “Tor Vergata” per affermare l’importanza del dialogo come unica chiave d’accesso a un futuro di pace. L’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, Amnesty International, Banca Etica, Onlus, esperti, docenti, studenti e giornalisti si confronteranno sui percorsi da seguire per una diffusione della cultura della non violenza, a livello individuale, locale e globale. Due le Tavole Rotonde in programma per “Costruire la Pace”: lunedì 16 marzo ore 10.00 e venerdì 20 marzo ore 16.00 (Auditorium “Ennio Morricone”, facoltà di Lettere e Filosofia).
Gli sbarchi degli immigrati a Lampedusa, le ronde e le discriminazioni degli stranieri, l’emarginazione dei rom, l’imposizione di quote nelle classi per i bambini immigrati, le guerre per accaparrarsi le risorse idriche: i relatori che partecipano al dibattito hanno, in molti casi, affrontato direttamente queste situazioni e possono indicare agli studenti percorsi alternativi al muro contro muro, senza rinunciare al dialogo.
A conclusione dell’evento, l’esibizione dei cori: Schola cantorum della Cappella di San Clemente, Coro Giovani e Coro Dante dell’Istituto buddista italiano Soka Gakkai e lo spettacolo di hip hop multietnico dell’associazione Ali Onlus (Arte, Lavoro, Integrazione).

IL PROGRAMMA

LUNEDI’ 16 MARZO

L. Rino Caputo, preside Facoltà di Lettere e Filosofia
Renato Lauro, Rettore dell’Università Roma “Tor Vergata”

Laura Boldrini, rappresentante dell’UNHCR – United Nations High
Commettee for Refugees
«Il sentiero dell’accoglienza per i rifugiati»

Marta Arkerdar e Francesco Santangelo
membri della Consulta Giovanile Interreligiosa
«Il sentiero del dialogo fra giovani di fedi diverse»

Nunzia Marciano, preside della Scuola elementare “Carlo Pisacane” di Roma
«Il sentiero dell’integrazione multietnica»

Paolo Carsetti, Luca Falloni e Simona Savini,
rappresentanti di Geologia Senza Frontiere onlus
«Il sentiero dell’accesso equo alle risorse»

Interviene e coordina Marcello Massenzio, docente di Storia
delle Religioni, Università di Roma “Tor Vergata”

VENERDI’ 20 MARZO ore 16.00

Raffaella Cosentino
giornalista, «Raccontare la pace: Il sentiero dell’informazione al servizio
del dialogo»

Danilo Bruschetti studente della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e
Naturali, Università di Roma “Tor Vergata”
«Il sentiero della scienza per la pace: la scelta di Joseph Rotblat»

Teresa Campi, docente di Diritti umani
«Il sentiero dell’Educazione alla non violenza»

Stefano Pratesi vicepresidente di Amnesty International – Italia
«Il sentiero della tutela dei diritti dell’uomo»

Paolo Ciani Comunità di Sant’Egidio
«Il sentiero della convivenza sociale»

Andrea Baranes Fondazione culturale Responsabilità Etica di Banca Etica
«Il sentiero dell’economia solidale»

Esibizione musicale dei Cori polifonici
Schola cantorum della Cappella di San Clemente
Coro Giovani dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai
Coro Dante dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai
Spettacolo di danza dei ragazzi dell’Associazione Ali Onlus


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