Posts Tagged 'arance'

Commemorazione di Valarioti, Angela Napoli (Pdl): “Rosarno assente, assurdo e grave”

15/06/2010

14.58

MAFIE

La parlamentare, all’assemblea per i 30 anni dall’omicidio del giovane politico comunista ucciso dalla ‘ndrangheta, critica la mancanza di partecipazione: “La lotta alla mafia non ha colore politico”. Minniti (Pd): “L’omicidio fu atto di terrorismo politico

ROSARNO (RC) – C’era anche l’onorevole Angela Napoli, Pdl, membro della commissione parlamentare Antimafia, a commemorare il trentennale della morte del giovane segretario di sezione del Pci Giuseppe Valarioti, ucciso dalla ‘ndrangheta a Rosarno dopo la vittoria alle elezioni regionali del giugno 1980. “La lotta alla mafia non ha schieramento politico”, ha ribadito la deputata che è stata vittima di numerosi atti intimidatori per le sue denunce  anche contro il Pdl per le infiltrazioni della criminalità nelle liste elettorali presentate alle scorse elezioni regionali. “A 30 anni di distanza cosa è cambiato? – ha detto nell’auditorium del liceo Piria di Rosarno – anche le sedie vuote di questa sala mi portano al pessimismo”. All’assemblea e alla posa di una targa in Piazza Valarioti lo scorso 11 giugno erano presenti politici, amministratori locali, alcuni studenti e giornalisti (anche stranieri) ma è mancata la partecipazione dei rosarnesi. “Trovo assurdo che una realtà come Rosarno drammaticamente scossa non mostri la volontà di reagire – ha continuato Angela Napoli – è grave non essere qui presenti a ricordare un proprio concittadino che si è sacrificato nella lotta alla ‘ndrangheta”. Più volte, nel corso dell’incontro è stato ricordato un episodio di quegli anni, quando nel 1978, il procuratore di Palmi Agostino Cordova nel processo a 60 boss mafiosi convocò 33 sindaci della Piana di Gioia Tauro e 31 di loro negarono l’esistenza della ‘ndrangheta. “Oggi ci sono sindaci che dicono che c’è la mafia nel loro territorio ma poi sanno benissimo di conviverci insieme”, ha affermato la deputata Pdl e ha lanciato un duro monito. “Tutto il mondo politico è obbligato a fare un esame di coscienza, non è più possibile fare finta di niente e tacere sui connubbi che ci sono. Oggi la ‘ndrangheta è molto più pericolosa di 30 anni fa per quella sua capacità di non apparire. La ‘ndrangheta non fa scorrere solo sangue, fa scorrere tutte le vie della nostra regione di complicità e collusioni, vincola lo sviluppo del territorio”.

Un intervento condiviso da Marco Minniti, Pd, ex viceministro dell’Interno con il governo Prodi, anche lui presente a Rosarno. “Non sfuggono a nessuno i colpi militari inferti alla ‘ndrangheta – ha detto in riferimento agli ultimi arresti – ma la caratteristica principale della mafia calabrese è la sua capacità di condizionare e occupare la politica con un rischio elevatissimo in provincia di Reggio Calabria”. Secondo Minniti “ va tenuta alta e viva l’iniziativa militare ma per assestare un colpo mortale alle cosche si deve colpire il legame mafia-politica-istituzioni. Trent’anni fa come oggi il tema è lo stesso”. L’ex viceministro dell’Interno ha poi ricordato che “dopo 30 anni, anche se le ‘ndrine hanno subito colpi militari i nomi dei mafiosi sono sempre quelli denunciati da Peppe Valarioti, al nonno è seguito il figlio e il nipote”. Minniti ha definito l’omicidio Valarioti “un atto di terrorismo politico mafioso per segnare il controllo sulla società, per indebolire il fronte democratico nella Piana di Gioia Tauro, che da quell’assassinio non si è più ripreso”. (rc)

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Rosarno, prima della rivolta gli africani denunciarono lo sfruttamento

12.47 27 aprile 2010
IMMIGRAZIONE

Parla uno degli immigrati sulle cui dichiarazioni si basano le indagini: “Ci hanno dato 700 euro da dividere in dieci per sette giorni di lavoro è noi siamo andati a dire ai carabinieri che non volevano pagarci”

Roma – Prima che un commando su un suv scuro sparasse sui lavoratori africani di Rosarno, dando vita alla rivolta del 7 gennaio, gli stagionali immigrati avevano denunciato alle forze dell’ordine lo sfruttamento di cui erano vittime nei campi. E’ quanto emerge dalla testimonianza di uno dei migranti portati dalla Piana di Gioia Tauro nel centro di Sant’Anna di Crotone e qui arrestati e trasferiti nel Cie di Bari il 13 gennaio scorso. Un mese dopo è stato rilasciato proprio per le denunce che aveva sporto. Redattore Sociale ha raccolto la sua testimonianza a Castel Volturno, mantenendone l’anonimato per ragioni di sicurezza. Il ragazzo africano, infatti, è in attesa di entrare in un programma di protezione.

“Un uomo, un proprietario terriero, ha chiamato me e altri, in totale dieci persone, per raccogliere le arance per due settimane – racconta il testimone parlando in inglese – ma poi non voleva pagarci, alla fine ci ha dato 700 euro da dividere in dieci per quindici giorni di lavoro”. Sono meno di sette euro a bracciante per lavorare nei campi per 12 ore, dalle sette del mattino fino alla sera. “Vivevamo a Rosarno ma il lavoro era a Gioia Tauro, dovevamo andare in macchina con i caporali e pagavamo 2 euro e 50 centesimi a persona al giorno per essere portati sui campi”, continua il bracciante africano. “Per cinque volte siamo andati a chiedere i soldi e l’italiano ci ha sempre risposto: domani, venite domani. Alla fine ci disse che non aveva i soldi e che se non ci stava bene saremmo dovuti andare a raccontarlo ai carabinieri”. Questo succedeva a dicembre del 2009. “Così in sette siamo andati a fare denuncia ai carabinieri, ci hanno dato un pezzo di carta e ci hanno detto che ci avrebbero fatto sapere ma non ci hanno mai telefonato”. Secondo il racconto del testimone africano, di queste sette persone, tre erano in regola con il permesso di soggiorno e quattro non avevano i documenti, ma avevano riferito ugualmente del mancato pagamento alle forze dell’ordine. Due di loro sono finiti in arresto e portati nel Cie nei giorni della rivolta. La persona intervistata da Redattore Sociale è uno di questi ultimi e racconta quello che è successo durante la caccia ai neri di Rosarno in stile Ku Klux Klan.

“Ero spaventato perché vivevo in un piccolo casolare ed eravamo solo in 15, per cui ho pensato fosse meglio andare alla fabbrica per nascondermi”. Dopo l’incendio della famigerata Cartiera di San Ferdinando avvenuto a luglio del 2009, la nuova ‘fabbrica’ per gli africani era l’oleificio ex Opera Sila sulla statale 18, nel comune di Gioia Tauro, in cui vivevano a gennaio ormai circa mille stagionali. A poca distanza, in località Spartimento, i rosarnesi avevano fatto una barricata armati di spranghe. La fabbrica era piantonata dagli agenti di polizia e presto arrivarono gli autobus per sgomberare gli occupanti. “Abbiamo detto alla polizia che volevamo andarcene, ma ci hanno risposto che non potevamo lasciare il posto da soli – racconta ancora il ragazzo – quindi ci hanno detto che ci avrebbero accompagnati alla stazione con il pullman. Invece siamo arrivati al campo di Crotone (il Cara- Cie di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, ndr.)”. Alla vista del centro, che molti conoscevano bene perché ci erano passati da richiedenti asilo all’arrivo in Italia, centinaia sono fuggiti a piedi dirigendosi alla stazione ferroviaria di Crotone, che dista 14 chilometri. Il ragazzo africano che aveva denunciato il suo aguzzino italiano però decise di rimanere, credendo alle parole degli operatori del centro. “Ci dissero: dormite qui stanotte e domani vi accompagnamo alla stazione. Il giorno seguente rimandarono all’indomani – continua – intanto ci identificavano facendoci le fotografie e il 13 gennaio siamo stati arrestati e mandati al Cie di Bari”. Reato commesso: inottemperanza a una precedente espulsione.

Il testimone intervistato da Redattore Sociale vive in Italia da cinque anni e ha sempre fatto il bracciante stagionale dal casertano a Foggia. Dal 2008 viveva stabilmente a Rosarno e ricorda l’episodio del dicembre di quell’anno, quando insieme ad altre centinaia di africani aveva protestato pacificamente per il ferimento di due di loro in un agguato di stampo mafioso con finalità di rapina da parte di un giovane del posto. Il colpevole fu identificato e arrestato grazie alle tante testimonianze rilasciate dagli immigrati. “In quell’occasione la polizia ci aveva detto che non sarebbe più successo niente del genere e invece lo ‘shooting’ si è verificato un’altra volta”. La totale mancanza di sicurezza in cui vivevano gli africani di Rosarno è testimoniata anche dal fatto che erano costretti a vivere in tuguri e vecchie fabbriche o casolari con il tetto sfondato. Ghetti molto ben identificabili da chi volesse commettere dei soprusi ai loro danni. “Ho provato ad affittare una stanza ma a Rosarno era troppo difficile e poi ci chiedevano affitti troppo alti, anche 500 euro per tre stanze”, ricorda infine il testimone dello sfruttamento e dello schiavismo della Piana di Gioia Tauro. (rc)
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