Posts Tagged 'Badolato'

La favola dell’accoglienza che si può…Il volo

Doveva essere un cortometraggio, una sorta di “esperimento” di nove minuti, invece, come spesso capita con l’arte, i personaggi hanno preso per mano l’autore e l’hanno condotto in un “volo” di ventinove minuti lungo i percorsi tortuosi della propria storia.
L’autore in questo caso si chiama Wim Wenders e i personaggi hanno nomi come Rahmatullah, Mohammed o come Dimitrije, Abeba e Helen. Sono tutti quegli immigrati, rifugiati, profughi arrivati sulla costa ionica al termine di viaggi lunghissimi, duranti in alcuni casi anni, che hanno trovato a Riace, Badolato, Caulonia, una nuova casa. “Il volo” di Wenders racconta proprio questo, la favola dell’accoglienza, dell’integrazione che si può, nonostante a pochi chilometri da lì la cronaca ci abbia raccontato una realtà completamente diversa. Eppure, è dal 1997 che proprio lì curdi, iracheni, iraniani, afghani, africani fuggiti dalla propria patria sono stati integrati nella società civile, grazie alla lungimiranza delle amministrazioni locali, e hanno un lavoro ed un’abitazione laddove, un tempo, erano partite migliaia di persone a causa delle invasioni turche e, negli anni più recenti, i fenomeni migratori verso il nord Italia avevano provocato un forte impoverimento demografico ed economico. Un fatto di cronaca che è divenuto prima un racconto, quasi fiabesco nella fantasia di Eugenio Melloni, e poi un film in cui Salvatore Fiore interpreta l’ultimo bambino del villaggio e Ben Gazzarra e Nicola Zingaretti, rispettivamente il sindaco e il prefetto, gestiscono la folla di disperati appena sbarcati, che agli occhi del piccolo protagonista appaiono soltanto dei potenziali compagni di gioco.

“L’idea”, spiega Claudio Gabriele, produttore insieme alla Technos di Mauro Baldanza, alle Edizioni musicali Borgatti, alla Regione Calabria e alla Lilliwood, responsabili della stereoscopia,
“nasce da una sfida, quella di coniugare i film in 3D con l’autorialità, perché finora nessun autore si era mai cimentato con la stereoscopia. Questo tipo di film era riservato ”.
“Mauro Baldanza mi chiese se volevo partecipare alla riunione di un’associazione europea sulla stereoscopia e io, che conosco Wenders da “Al di là delle nuvole”, ho avuto la sfacciataggine di proporre a lui questo progetto”.
“La scelta del racconto di Melloni è stata casuale”, interviene Baldanza.
“Dopo l’incontro con Wenders – prosegue- lessi questa storia e mi piacque. Non c’è una ragione politica. È un racconto molto semplice che si basa su un ragionamento altrettanto semplice: della gente ha bisogno di case e ci sono delle case che hanno bisogno di gente. È una questione di logica. Basta fare 2+2”.
Al di là delle intenzioni iniziali, vicende simili hanno un potenziale di denuncia innato, tanto che, come sottolinea Gabriele, “all’improvviso è successo qualcosa di magico”.
Che cosa? “Incontrando i bambini, i rifugiati, siamo venuti in contatto con realtà devastanti. Una bella mattina, io e Wim avevamo appuntamento sul set, alle 7, per girare. Stavamo prendendo il caffè quando mi ha detto: ho fatto una rivoluzione. Io ho tremato perché sapevo che non avrei potuto dire di no, ma i soldi erano già finiti. Wim mi ha chiuso dentro il cinemobile, mi ha messo il suo computer sulle ginocchia e mi ha lasciato leggere quello che aveva scritto durante la sua notte insonne; una notte in cui racconta di essersi reso conto che, dopo aver parlato con alcuni bambini, il racconto del film era diventato per lui irrilevante rispetto a quelle esperienze vissute. Sento l’esigenza di cambiare rotta e di rendere centrale la realtà, disse”.
Il volo è diventato, così, una sorta di denuncia?
“Quella è una conseguenza”, prosegue Gabriele, “la cosa importante è l’onesta intellettuale di un uomo che ha capito che doveva raccontare attraverso le parole e le esperienze di queste persone, fuggite dai loro paesi d’origine per persecuzioni religiose, per le guerre, per la povertà. Ed ecco che il film è cambiato. Ed è cambiato in meglio”.
“Il volo”, visto l’argomento ha ricevuto anche il patrocinio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR).
“Siamo convinti”, sottolinea Baldanza, “che quando vedranno l’opera saranno molto soddisfatti”.
“Siamo ora a qualche ora dalla fine, al taglio del nastro”, ricorda Claudio Gabriele.
Wenders è a Roma, con la sua squadra, ma non parla del lavoro non ancora finito. Fa capolino, saluta, un sorriso e se ne va. Quello che pensa lo mostreranno le sue inquadrature e del resto già lo ha detto, a Berlino, in occasione del ventesimo anniversario del crollo del muro: “la vera utopia
non è la caduta del muro, ma quello che è stato realizzato in alcun paesi della Calabria”.

di Antonella Vicini per Altri http://www.altri.info/

Foto: gentile concessione della produzione.

Annunci

Badolato e Riace, l’dea dell’accoglienza e lo sforzo dell’integrazione

Sono i due comuni calabresi al centro della storia de ‘’Il Volo’’, la docu-fiction di una decina di minuti diretta da Wim Wenders. E della prima legge regionale sul ripopolamento dei borghi con i profughi

BADOLATO (Cz) – Due storie sull’incontro tra diversi Sud del mondo, sui problemi e l’importanza della convivenza e della solidarietà. Ripopolare le case del borgo, svuotate dall’emigrazione degli ultimi cinquant’anni, ospitandovi i profughi arrivati con le carrette del mare. Fu questa l’idea che nel 1996 venne all’allora sindaco di Badolato, Gerardo Mannello, e a un comitato di suoi cittadini, quando, a una decina di chilometri di distanza, sulla spiaggia di Santa Caterina dello Jonio, nella notte del 26 dicembre, approdò la nave Ararat con il suo carico di quasi mille curdi in fuga dalle persecuzioni etniche. Fu il più grosso sbarco mai avvenuto nel sud Italia. Così Badolato balzò agli onori delle cronache per la sua solidarietà, dopo essere stato per tanti anni “un paese in vendita”, a causa della mancanza di abitanti. Venne aperto un piccolo ristorantino curdo, “L’Ararat” appunto e si fecero manifestazioni nei comuni della zona che mescolavano cultura e cucina curda con quella calabrese. Il gesto spontaneo di accoglienza di Badolato è stato il primo e per lungo tempo anche l’unico in Italia. Tuttavia, l’esperimento in questo comune non ha retto al passare degli anni. Un po’ perché il progetto migratorio dei curdi era di arrivare in Germania, dove la loro comunità è molto radicata, un po’ perché raggiungere il nord Europa era più semplice per gli immigrati quindici anni fa. Ma anche perché, nonostante i cospicui finanziamenti stanziati dal governo (ministro dell’Interno era Giorgio Napolitano che visitò i curdi a Badolato), non si riuscirono a creare le opportunità di lavoro e di insediamento per oltre 400 profughi. Né forse a coinvolgere tutta la comunità locale in progetti integrati con i nuovi arrivati. L’architetto Francesco Criniti fu tra i promotori di una petizione firmata alla fine degli anni Novanta da circa 350 persone. “Centinaia di curdi hanno vissuto per almeno un anno in condizioni igieniche indegne all’interno di un ex edificio scolastico – ricorda Criniti – per questo quasi tutti gli abitanti del borgo firmarono per cambiarne la sistemazione oppure mandarli via. Non ce l’avevamo con loro, dicevamo solo che non era giusto lasciarli in quellla situazione”. Risultato fu che in breve tempo la scuola venne chiusa e i curdi destinati ad altri centri di accoglienza in Calabria. Di quell’esperienza a Badolato resta la sede del Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) con una quindicina di rifugiati e richiedenti asilo di varie nazionalità con progetti per il loro inserimento, secondo il numero di posti stabilito dallo Spraar. Dice la coordinatrice Daniela Trapasso “altri 15 sono rimasti a Badolato alla fine dei progetti e una trentina di curdi vivono ancora nella frazione marina del comune”. Tuttavia, non si è riusciti nell’obiettivo finale di ripopolare il borgo con i nuovi arrivati.
Di questa esperienza ha fatto tesoro l’attuale sindaco di Riace, Domenico Lucano, che è riuscito a vincere per ben due volte le elezioni proprio perché ha convinto i suoi concittadini della bontà del progetto di ridare vita al paese in collina accogliendo i rifugiati. E la sua stessa comunità lo ha premiato conferendogli la fascia di primo cittadino nel 2004 e riconfermandogli la fiducia lo scorso giugno. L’idea Lucano l’ha presa da Badolato, comprendendo che essere solidali poteva creare un valore economico. “Dopo decenni di piani di sviluppo selvaggi con l’abbandono delle colline per una devastazione edile e ambientale della costa, mi aveva colpito l’idea di fare dell’arrivo di disperati la chiave per cambiare le cose, un’occasione per riscoprire la vita comunitaria”. Così, racconta il sindaco, con altri due amici iniziò, alla fine degli anni Novanta una sperimentazione spontanea a Riace, sempre con i profughi curdi, che nel frattempo continuavano ad arrivare sulla costa a bordo di barconi. Nonostante l’impegno, anche a Riace di curdi interessati dai progetti dal 1998 al 2001 non ne sono rimasti molti, solo due o tre famiglie. Quasi tutti gli altri sono ripartiti per il nord Europa. Ma Lucano non si è fermato qui, con la sua idea di un “piano regolatore a crescita zero perché prima di costruire si devono riempire le case lasciate vuote” ha vinto alle urne. Dal 2001 Riace è nel sistema Sprar con Badolato e Isola Capo Rizzuto. In seguito si sono aggiunti Carfizi, Cosenza e Acri. L’anno scorso per l’emergenza Lampedusa, Riace ha coinvolto anche i comuni vicini di Stignano e Caulonia, dove però non c’era l’esperienza maturata negli anni. Oggi a Riace borgo ci sono 100 persone con asilo politico o protezione umanitaria su 700 abitanti. 26 di loro sono bambini. Sono curdi, serbi, libanesi, palestinesi, eriteri, etiopi, somali e ghanesi. A fine Ottobre arriveranno altri 200 palestinesi di un campo profughi al confine tra Siria e Iraq. “A quel punto avremmo raggiunto il massimo, non potremo prenderne altri”, dice Lucano. Accoglienza e turismo, botteghe equo-solidali, tavernette e laboratori di ceramiche e tessitura. In questi progetti lavorano gli immigrati e circa 15 giovani di Riace, altrimenti disoccupati. “Con la vittoria alle elezioni del 2004 del gruppo promotore delle iniziative, le attività diventano stabili e inizia la ristrutturazione del paese” spiega Gianfranco Schiavone, giurista dell’Asgi, triestino ed ex consulente della giunta Illy. Da questa esperienza è nata una legge regionale, la prima nel suo genere in Italia, nel tentativo di farne un esperimento sociale ripetibile. Si finanziano progetti che possono essere presentati solo dai comuni per iniziative pluriennali con alla base un’idea per creare sviluppo accogliendo i rifugiati. La legge rimane tuttavia simbolica perché manca il piano attuativo e rischia di restare lettera morta se non lo si approva prima della fine della legislatura. A valutare le proposte è l’amministrazione regionale, sulla base del parere di un comitato di 5 garanti, di cui fanno parte un rappresentante dell’Acnur e 4 esperti di immigrazione ed economia solidale. Su tutta la vicenda dei nuovi residenti della locride sta lavorando anche il documentarista Vincenzo Caricari, già autore di ‘La guerra di Mario’ sull’impegno antimafia di Mario Congiusta dopo l’uccisione del figlio Gianluca, un giovane imprenditore di Siderno che non si era piegato alle richieste estorsive indirizzate al futuro suocero. Caricari segue da mesi con la sua videocamera l’interazione tra tutte queste culture diverse e i vecchi abitanti del paese. Grazie a Riace la locride, notoriamente terra di ‘ndrangheta e di delitti impuniti, risolleva la sua immagine e le sue sorti. Di certo al sindaco Lucano, del partito “della sinistra immaginaria, quella che non esiste”, come dice lui, non mancano le trovate originali. Ha accolto Wenders e la sua troupe con tre somarelli in piazza, che solitamente usa per la raccolta differenziata porta a porta. Su ognuno un cartello “noi la differenza la facciamo solo dei rifiuti”. È la politica di Riace contro i respingimenti. (raffaella cosentino)

Copyright Redattore Sociale
Pubblicato il 21 settembre 2009

Il realismo di Wenders: il regista e l’incontro con un bambino afghano a Riace

Diventa una docu-fiction ‘’Il Volo’’, ultima opera del regista tedesco, girata in Calabria. Il genio del cinema commosso dal vissuto dei rifugiati: “Mi si è spezzato il cuore, qui l’utopia è vera”. La rivoluzione della vita reale in 3D

RIACE (Rc) – Dalla favola alla realtà. Dal cortometraggio alla docu-fiction. Il backstage de “Il Volo” è a sua volta una storia da raccontare. Protagonista Wim Wenders e la sua sensibilità di genio del cinema che, arrivato in Calabria per girare secondo un copione, lo ha completamente stravolto dopo aver conosciuto i rifugiati che vivono a Riace. Dopo aver incontrato lo sguardo di un bambino afghano. Lo ha spiegato lui stesso con una lettera pubblicata da “Il Quotidiano della Calabria” al termine delle riprese. “L’idea di modificare la sceneggiatura mi è venuta pochi giorni fa sulla spiaggia di Scilla, quando il piccolo Ramadullah mi ha guardato negli occhi e mi ha chiesto: Verrai a Riace?”, scrive Wenders. “Insomma, quando ho visto i bambini veri, le persone vere il cuore mi si è spezzato. In confronto con quello che loro hanno dovuto sopportare la nostra storia mi è sembrata quasi irrilevante – continua la lettera – vengono da paesi lontani e adesso vivono qui, in Calabria. E’ strano, ma l’utopia che noi raccontiamo io l’ho vista viva, vera sui loro volti, molto più che nella nostra fiction. Da qui l’idea di aggiungere alla nostra storia un tocco di realtà”. Dice ancora il regista: “Ma c’è un altro motivo importante che mi spinge a modificare il racconto: stiamo girando in 3D e allora mi sono chiesto: cosa c’è di più rivoluzionario che raccontare la vita reale in 3D? Non è mai stato fatto finora”. A far cambiare idea a Wenders è stata un’esigenza di “più realtà, più verità”. Gli otto minuti de “Il Volo”, che potrebbero diventare il doppio in fase di montaggio, sono un concentrato di umanità, con alla base il tema chiave della convivenza.“Sono convinto che in futuro gli uomini dovranno vivere insieme, condividere. Altrimenti sarà la fine per tutti!Vivere insieme è molto meglio che morire insieme..” Con queste parole, il regista di “Paris, Texas” si congeda da Riace e Badolato, i due comuni della costa jonica calabrese protagonisti delle storie di accoglienza a migranti e rifugiati sbarcati sulla costa calabrese e a Lampedusa. Un viaggio che ha arricchito in primis lo stesso Wenders, il quale, nel confronto con la realtà calabra ha cambiato la sua opera nel corso dei dieci giorni di lavorazione. Così “Il Volo” è diventato una docu-fiction di una decina di minuti e non più un cortometraggio, grazie all’inserimento di interviste ai piccoli rifugiati afghani che vivono a Riace e al sindaco del comune della locride, Domenico Lucano, che da dieci anni si occupa dell’integrazione dei migranti. In origine era una favola, protagonisti un sindaco e un bambino che decidono di accogliere gli extracomunitari per ripopolare il paese abbandonato in seguito all’emigrazione degli abitanti originari. La sceneggiatura scritta da Eugenio Melloni era nata da un fatto di cronaca realmente accaduto, vale a dire l’accoglienza a Badolato dei mille curdi sbarcati con la nave Ararat nella notte del 26 dicembre 1996 sulla spiaggia di un altro comune della zona, S.Caterina dello Jonio. La maggiorparte delle riprese ha avuto come location proprio Badolato, tranne per la scena dello sbarco, girata a Scilla per rispettare il copione che parlava di un paese a picco sul mare.
Inaspettatamente gli ultimi ciack sono stati a Riace, dove Wenders ha voluto inserire anche un momento di gioia, con tutti gli immigrati e gli abitanti del paese che dai vicoli corrono convergendo nella piazzetta centrale in un abbraccio al primo cittadino Domenico Lucano, al centro della scena. Poco dopo, al regista è stata conferita dal sindaco la cittadinanza onoraria. Una conclusione da ‘favola vera’, dopo che l’incontro tra Lucano e la troupe alcuni giorni prima sul set a Scilla non era stato dei migliori. Il sindaco infatti si era battuto per fare avere un compenso ai rifugiati che lui stesso aveva accompagnato sulla spiaggia per la scena dello sbarco portandoli all’alba con due autobus dalla costa jonica a quella tirrenica. La produzione infatti non aveva previsto di pagare le comparse, né quelle italiane né gli stranieri. Ma grazie alle proteste di Lucano, i ‘suoi’ rifugiati hanno ottenuto una piccola somma come rimborso per la fatica di avere atteso con i bambini sulla spiaggia per un giorno intero. (raffaella cosentino)
Copyright Redattore Sociale
pubblicato il 21 settembre 2009

Rifugiati attori nel corto di Wenders

In una scena si simula uno sbarco sulle coste calabresi. L’incontro del regista con i piccoli afghani di Riace cambia la sceneggiatura. Lo sceneggiatore Melloni: “Vogliamo porre un argine all’alzata di muri nel nostro paese”
BADOLATO (Cz) – “Quanto è durato il tuo viaggio?” “ Poco, solo un anno”. È la risposta data da Hamadzai Ramadullà, un bambino afghano di dieci anni a Wim Wenders e alla sua troupe, quando si sono incontrati a Scilla sul set dell’ultima fatica del regista tedesco, il cortometraggio dal titolo “Il volo” sull’accoglienza dei migranti in alcuni paesi della costa jonica calabrese. “Non avevamo un’idea precisa di cosa volesse dire essere dei rifugiati – racconta il produttore bolognese Mauro Baldanza – quando abbiamo conosciuto sulla spiaggia di Scilla i rifugiati venuti da Riace, ci siamo resi conto delle violenze che hanno subìto queste persone e dell’importanza dell’accoglienza così com’è concepita in Calabria, in piccole comunità gestibili”. Nel film i migranti interpretano se stessi. Uno sbarco è stato simulato sulla spiaggia di Scilla, perché secondo copione, l’arrivo dei profughi avviene in un paese a picco sul mare. La location principale è stata però a Badolato, in provincia di Catanzaro, sul versante opposto della Calabria, quello jonico.
“Wim ha capito i profughi guardandoli negli occhi e ce li ha fatti sentire vicini con poche, semplici parole – continua Baldanza – Prima sapevamo di lavorare per una causa giusta, oggi lo sentiamo”. La finalità sociale dell’opera è sottolineata anche dallo sceneggiatore, Eugenio Melloni, che ha tirato fuori dal cassetto un soggetto scritto anni fa dopo aver letto sui giornali la storia di Badolato e dei curdi ospitati al borgo in abbandono. “E’ una scelta in controtendenza rispetto a quanto accade oggi nel nostro paese – dice Melloni – una decisione dettata dal buon senso, non da ragioni ideologiche o di sicurezza, che si basa sulla considerazione che anche i nostri emigranti colmavano posti lasciati vacanti”. Tanto tempo è passato da quando lo sceneggiatore scrisse questa storia, i cui protagonisti sono un vecchio sindaco e un bambino. “Mi interessava ricordare che anche il Sud nel dopoguerra è stato fortemente colpito dall’emigrazione, è una cosa che fa parte del nostro Dna e un vecchio lo interpreta perché l’ha vissuto anagraficamente”, dice Melloni, “mentre attraverso lo sguardo dei bambini ci sembra più facile accettare l’altro”. Così, l’autore del soggetto si augura di “porre un argine all’alzata di muri nel nostro paese, perché le cose sono peggiorate rispetto a dieci anni fa e l’atteggiamento prevalente oggi rende questa favola ancora più attuale”. Sempre secondo Melloni “Wenders ha affrontato il soggetto con questo spirito: la convivenza è l’elemento cardine nel mondo”.
L’incontro con i piccoli afghani e libanesi, con le donne eritree ed etiopi e con i ghanesi passati dalle carceri libiche, sbarcati a Lampedusa la scorsa estate e approdati con i programmi di accoglienza a Riace, ha profondamente influenzato il lavoro di Wenders, che, pur partendo dalla favola dell’accoglienza, ha inserito sempre più dettagli della realtà dei viaggi della disperazione. Attraverso interviste ai rifugiati di Riace e, secondo indiscrezioni, sarebbe stato aggiunto un incubo fatto da uno dei protagonisti in cui gli immigrati invece di essere accolti, vengono respinti brutalmente. “Il cinema è una continua riscrittura e la sceneggiatura è una parte importante di essa , aperta a tutte le irruzioni possibili, sia quelle creative, sia quelle della realtà”, afferma Melloni. “Il Volo” è stato realizzato con dieci giorni di riprese e ha impegnato 140 persone tra attori e comparse per un costo complessivo di 183.700 euro iniziali. Un budget risicato che la produzione prevede salirà ancora. La Regione Calabria ha cofinanziato il progetto con 70mila euro. Il cortometraggio, che ha il patrocinio dell’Acnur sarà distribuito in tutte le sale stereoscopiche d’Europa e parteciperà alla Mostra del Cinema di Venezia l’anno prossimo, nella categoria riservata alle opere in 3D. Del cast fanno parte: Ben Gazzara nel ruolo del sindaco di Badolato, Luca Zingaretti che interpreta il prefetto, Giacomo Battaglia e Caterina Mannello nei panni della mamma del piccolo protagonista calabrese. (raffaella cosentino)
Cppyright: Redattore Sociale

pubblicato il 21 settembre 2009

Il Volo della verità, l’anteprima del film di Wenders

32 minuti contro il reato di clandestinità e i respingimenti in mare. Al centro della storia non c’è più Badolato ma Riace. Il Sindaco di Badolato, dopo la proiezione e la conferenza stampa, lascia la sala infuriato.

Ieri sera c’è stata l’anteprima del Volo di Wim Wenders. Roma, Casa del Cinema a Villa Borghese. C’era il regista, tutta la produzione, gli assistenti, la Regione Calabria che per ora ha la faccia di Agazio Loiero. Sicuramente un’abile operazione d’immagine a una settimana dal voto. Presenti varie personalità. Il sindaco di Riace Mimmo Lucano e in sala anche il primo cittadino di Badolato Giuseppe Nicola Parretta. Che a fine della proiezione e della successiva conferenza stampa è andato via addirittura infuriato. Tanto che mi stava quasi mandando al diavolo quando mi sono avvicinata per salutarlo tutta sorridente perché a me il film è piaciuto molto. A quanto mi è sembrato di capire, il sindaco di Badolato non condivide il lavoro finale di Wenders perché la storia è stata stravolta e al centro dell’opera non c’è più Badolato ma Riace.
Il paese, ex dei Bronzi ora dell’accoglienza, inizialmente non doveva proprio comparire. Solo i suoi nuovi cittadini rifugiati di ogni parte del mondo dovevano essere semplici ‘comparse’ sulla spiaggia di Scilla e per giunta non retribuite. Così non è stato. Perché quando il regista ha incontrato il piccolo afghano Ramadullah durante le riprese con Zingaretti, questo bambino gli ha detto: “noi, tutti i giorni facciamo 3 ore di pullman per arrivare sul set e veniamo qui per te, se ora tu non vieni a Riace non sei una persona seria”. Questa frase era profondamente vera. Ha colpito il regista fino a farlo stare male.
Wenders si è reso conto che c’era una storia di quindici anni fa, quella di Badolato e una di oggi, di questo momento. Così ha voluto dare spazio alla seconda. “Le persone sono sempre più importanti delle storie”. In questa frase detta da Wenders durante il film c’è davvero il mondo. E’ una riflessione sul cinema, sul 3D, sulla finalità sociale e politica dell’arte. Potremmo parlarne per ore. Ma non è questo che mi preme sottolineare su GilBotulino.
Scrivo questa pagina per parlare direttamente ai badolatesi e al loro sindaco. Detto che Il Volo non è più un corto di 9 minuti, ma un vero film di 32 minuti. Detto che la prima opera d’autore in 3D al mondo basata su una storia vera e una delle prime girate in Italiaè un film contro il reato di clandestinità e contro i respingimenti in mare (questa non è una mia interpretazione, sono le parole di Wenders all’interno del film), passiamo a Badolato.
Come si sviluppa la pellicola? Badolato non è più al centro, ma fa da cornice, sta all’inizio e alla fine. E qui la cornice è importante quanto la storia centrale. Il regista non ha sconfessato il suo lavoro, l’ha modificato in corso e ce ne ha resi partecipi tutti. Con lo stesso candore delle parole di quel bambino afghano.
Si comincia con lo sbarco degli immigrati sulla spiaggia di Scilla che per un sapiente gioco cinematografico rende l’idea che Badolato sia esattamente a picco sul mare. Sulla spiaggia c’è il prefetto (Zingaretti) che trova in mano ai profughi dei volantini gialli, su cui c’è scritto in quattro lingue ‘Benvenuti a Badolato’. Gli immigrati dicono che gli sono povuti dal cielo. Zingaretti guarda in alto e si vede Badolato. Il bambino calabrese, Salvatore Fiore, con indosso la maglia di Kakà, comincia a fare il messaggero tra il prefetto sulla spiaggia e il sindaco Ben Gazzara in comune. Il sindaco di Badolato ha riunito tutto il consiglio comunale (e riconosciamo anche Liberto). Nella seduta straordinaria decide: “abbiamo case per duemila persone e qui siamo rimasti 350, tutti vecchi e un bambino che non ha nessuno con cui giocare, gli diamo le case”. Il bambino corre dal prefetto e gli comunica che in paese ha riaperto anche l’asilo. Conta i bambini sulla spiaggia e pensa “vai, si gioca!”. Il prefetto sarà irremovibile e i bambini con tutti gli sbarcati saranno portati via. Ma all’arrivo del barcone successivo, c’è sempre Ben Gazzara su un deltaplano a motore che va a lanciare i volantini di benvenuto. Ora capiamo perchè si chiama “Il Volo”.
Innanzitutto, un grazie perchè in questo film riusciamo a vedere una Badolato da sogno, immaginando come sarebbe se fosse a picco sul mare. E in tutto il mondo penseranno che lo sia. Ma al di là di questo escamotage, devo dire che mi hanno profondamente emozionata le riprese della vera Badolato. Che ha anche scorci e angoli più belli di quelli che si vedono nel film. Tuttavia, il modo delicato in cui sono svolte le riprese, l’occhio della cinepresa che si posa dolcemente sui gradini di pietra, mentre Salvatore fa su e giù per il paese, mi hanno fatto vedere il borgo da un’angolazione diversa. E penso che questo acquisire un nuovo punto di vista non abbia prezzo.
L’occhio di un grande regista si è posato sui muri secolari e sulle strade di Badolato. Ha spaziato sui tetti dalla torre dell’orologio. E ha lasciato una traccia indelebile. Una certa emozione c’è anche quando si vede la targa “municipio di Badolato”. A questo punto si inserice Wenders protagonista. Lo vediamo in fase di montaggio, alle prese con il girato. E qui racconta di Ramadullah, del suo incontro sulla spiaggia, e della decisione di raccontare la straordinaria avventura del “coraggioso sindaco di Riace Mimmo Lucano” (parole sue). Il momento è toccante. Perché riesce bene a comunicarci quanto sarebbe triste e brutta Riace senza i suoi nuovi abitanti da ogni parte del mondo.
C’è anche la ‘ndrangheta. Che è due fori di proiettile sulla vetrata dell’associazione fondata dal sindaco Lucano per gli immigrati. Il tentativo di chi trama nell’ombra per bloccare ogni forma di libertà e di sviluppo. Ma anche la risposta di un murales in piazza a Riace: “contro la ‘ndrangheta ni tingimu i mani”.
Dopo avere sentito le storie dei piccoli abitanti, come Elvis, Dennis e Valentino, i tre bimbi rom serbi. E quella di Ramadullah, che racconta di avere visto i Talebani bruciare la sua casa, in cui ha perso la sua famiglia, torniamo a Badolato. Nel finale il sindaco Ben Gazzara, doppiato da Giancarlo Giannini, racconta il suo incubo: gli immigrati invece di accoglierli li respingiamo.
Sicuramente quest’opera, per gli spunti che ha, finirà negli annali della storia del cinema. E Badolato ne farà parte a tutti gli effetti. Il ritorno di immagine, per essere co-protagonista in una storia così commovente, penso sarà grande. E’ vero che purtroppo è stata tagliata la parte con Caterina Mannello. Mi dispiace, anche se l’artista badolatese viene ricordata nei ringraziamenti finali. Però la storia così è più lunga, più bella, più diretta e forte. E’ diventata l’incontro tra un regista e un bambino. Il racconto di un genio del cinema che dice a tutto il mondo: “ok, mi sono sbagliato”. E cambia tutto solo per le parole vere di un bambino. Chi di noi lo avrebbe fatto, portando il cambiamento fino in fondo? E’ una prova di coraggio e di verità a tre dimensioni. La verità è sempre la cosa giusta. Questa è la lezione di Wenders con Il Volo. Dobbiamo valorizzarla e non averne paura. Per dircelo, il film parte dalla finzione, poi rompe tutto e va sulla realtà personale del regista, dei profughi e del sindaco di Riace, infine ritorna a una doppia finzione (incubo e fiction) per raccontarci la realtà incomprensibile dei respingimenti in mare.
“Adesso che il filmè fatto, quella piccola fiction mi piace ancora”, ha detto in conferenza stampa Wenders riferendosi al soggetto originale, al primo progetto. E infatti quella parte nonè stata eliminata. E’ lì a rivendicare il suo ruolo in questa storia, che è innanzitutto l’incontro tra un grande regista e la nostra Calabria.
Spero di cuore che questo film porti tutto il bene possibile a Badolato e a Riace. Lo dico con gli occhi di chi ha visto e vissuto per mesi l’emergenza umanitaria di Rosarno. Di chi è precipitata per mestiere nell’inferno dei dormitori lager della Piana di Gioia Tauro, dove ha visto dei calabresi massacrare gli africani. Confermo che la Calabria è una terra profondamente artistica, perché è bella e feroce al tempo stesso. Sono felice che Wenders abbia realizzato questa opera, che forse continuerà. Mi auguro che qualcuno faccia lo stesso per Rosarno. Un’altra storia di cui c’è necessità si parli con altrettanta forza artistica. Per dare il giusto riconoscimento alla rivolta degli africani contro i Pesce e i Bellocco. Immigrati nuovi schiavi in marcia per i diritti umani. Come è raccontato nel libro di Antonello Mangano, sia nella prima edizione “Gli africani salveranno Rosarno” (edito da Terrelibere), sia nella seconda stesura per Bur, dal titolo “Gli africani salveranno l’Italia”.
E infine ringrazio il sindaco Parretta, perché il suo scatto di collera di ieri sera alla Casa del Cinema è stato fondamentale per decidermi a scrivere questa lettera ai badolatesi. Desidero che cambi idea e capisca il valore di questa pellicola. Che a Badolato si facciano grandi proiezioni pubbliche del film.
Spero che presto anche sui muri di Badolato e di Isca qualcuno scriva: “abbasso la mafia”. E che le piazze dei nostri paesi, invece che a un castello che non c’è, vengano intitolate alle vittime innocenti delle ‘ndrine. Sui muri ci saranno altri murales come quello di Riace e ai nostri discendenti potremo dire “c’era una volta la ‘ndrangheta”. In questo momento sono buonista, come Il Volo. Ma ogni tanto ci vuole. Come dice Wenders: “siamo realisti, puntiamo all’utopia”. Grazie per la pazienza se avrete letto fino a qui. Cosa si può volere di più dalla vita? Un Lucano.

Di Raffaella Cosentino
Copyright: http://www.gilbotulino.it

la locandina del film

IMMIGRAZIONE Sbarcano in Calabria 41 migranti, 21 sono minori: le testimonianze

14/12/2009 17.55 Sono turchi di etnia curda e afgani. Si sono imbarcati su una nave portacontainer in Turchia, i trafficanti li hanno fatti scendere con i gommoni. Viaggio costato fino a 18 mila dollari. I minori raccontano di essere scappati dalle torture dei talebani

Badolato (Cz) – Sono sbarcati ieri sera sulla costa ionica calabrese, tra i comuni di Santa Caterina sullo Ionio e Guardavalle 41 profughi, di cui 21 minori e due donne. Sono turchi di etnia curda e afghani, che si sono imbarcati su una nave portacontainer in Turchia, forse a Istanbul. I minori sono tutti afghani, diciotto sono arrivati in Italia da soli. Secondo la ricostruzione fatta dai migranti e dai carabinieri, la nave che li trasportava si è avvicinata alla costa, navigando da nord verso sud. Per non dare nell’occhio, i trafficanti hanno fatto sbarcare i profughi con un gommone, a più riprese, con una serie di sbarchi, a pochi chilometri di distanza. I migranti sono stati intercettati dalle forze dell’ordine mentre camminavano a piedi sulla strada statale jonica 106. Erano tutti in buone condizioni di salute. Della nave si erano perse le tracce. Accolti nel presidio della Croce Rossa di Badolato (Cz) e dagli operatori del Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir), le 41 persone hanno passato la notte sul pavimento, senza materassi, con il solo conforto di stufe elettriche e coperte. Per gli adulti, c’è già all’ingresso del presidio sanitario un autobus in attesa di portarli al centro di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo (Cara) di Sant’Anna a Isola Capo Rizzuto (Kr). I minori soli, secondo quanto previsto dalla legge italiana, restano nel comune di Badolato. Nella zona non esistono, però, strutture di accoglienza per minori non accompagnati. E’ in corso un vertice tra la prefettura, la questura, i carabinieri e il comune per allestire un centro di emergenza, all’interno di un agriturismo privato. “In Calabria c’è un solo centro per minori stranieri soli, si trova ad Acri, in provincia di Cosenza, e su dieci posti totali, otto sono già occupati”, spiega Daniela Trapasso, responsabile della sede Cir di Badolato. Dietro il viaggio dei profughi, durato anche tre mesi in molti casi, c’è al solito un’organizzazione internazionale ramificata in molti Stati. E’ quanto emerge dal racconto dei ragazzi afghani, che parlano di cifre molto alte pagate per arrivare in Europa. Dai 15mila ai 18mila dollari a persona. Sono partiti da Kabul, Herat, Kandahar, Mazar i Sharif, viaggiando con ogni mezzo, dalle automobili ai cavalli. “Abbiamo cavalcato tra le montagne, camminato a piedi anche dentro l’acqua”- racconta Suleiman. Il tragitto passava per l’Iran e la Turchia, dove poi si sono imbarcati “up to Europe”, senza sapere in quale stato europeo sarebbero arrivati. Vogliono raggiungere la Germania, l’Olanda, la Norvegia, dove hanno fratelli, cugini, parenti. “Le guide cambiavano di paese in paese e parlavano quattro o cinque lingue, farsi, inglese, turco e altre”, spiegano. L’ultimo tratto del viaggio, chiusi all’interno dei container di una nave nel Mediterraneo, è durato nove giorni. Dicono che i trafficanti non erano italiani. “Ci davano pochissimo cibo, giusto per non morire – dice Zahir – poi ci hanno fatti sbarcare con delle piccole barche, il viaggio fino alla riva è stato di cinque, dieci minuti, e ci hanno detto di andare fino alla stazione del treno e che sarebbe stato facile andare dove volevamo parlando in inglese”. La sua espressione è piena di speranza e sollevata, per essere arrivato vivo fin qui. Per essersi lasciato alle spalle le violenze della guerra, anche se non sapeva di venire in Italia. Delle storie tragiche che raccontano, i giovani afghani portano la testimonianza sulla pelle. Suleiman ha 22 anni, e faceva l’elettricista. “Lavoravo per Isaf ma quando i talebani hanno scoperto che ero al servizio degli americani mi hanno rapito sulla strada da Kabul a Farah”, dice. Sulle braccia mostra i segni delle ferite di coltello. Il suo racconto è un fiume in piena: “Mi hanno torturato, sono riuscito a scappare, ho venduto la macchina, un piano della casa di famiglia, altri amici mi hanno prestato soldi e sono partito perché mi avrebbero ucciso”. Ma questo è stato soprattutto lo sbarco dei minori soli. Sayd, 15 anni, è al suo secondo viaggio fuori dalla trappola afghana e di quello precedente porta sulla gamba destra la cicatrice molto grande di un proiettile. Dice che i talebani gli hanno sparato, dopo che era stato rimpatriato a Herat dalla Turchia. Un anno fa, era partito per la prima volta, ma in Turchia, subito dopo la partenza, l’imbarcazione è affondata. Nel naufragio sono morte quattro persone. Sayd racconta di essere stato catturato dalla polizia turca, rispedito a Herat e punito dai Talebani che l’hanno gambizzato. E’ arrivato a Badolato portandosi dietro un fratello di 13 anni, Alì. Un altro fratello vive in Olanda e gli ha mandato i soldi per il viaggio. (rc) © Copyright Redattore Sociale

Ladri di Sabbia

Il relitto di un barcone della speranza accasciato su un fianco all’imboccatura di un porticciolo fantasma. In questo scenario di desolazione senza tempo si intrecciano le tante anime di Badolato, uno dei comuni calabresi scelti dal regista Wim Wenders per girare il suo nuovo cortometraggio sull’accoglienza ai richiedenti asilo. Del ritratto fanno parte un borgo medievale sempre in lotta per uscire dall’abbandono che ospita la sede calabrese del Consiglio italiano per i rifugiati. E la determinazione della squadra di pallamano femminile arrivata in serie A allenandosi al buio in piazzetta, senza un palazzetto dello sport, né uno straccio di campetto. Infine, quell’ammasso di ferraglia del mare, approdato anni fa con il suo carico di migranti. In attesa di essere demolito, è rimasto sine die nella darsena che condivide lo stesso destino di abbandono.

Ma a morire di incuria è un intero tratto di costa mediterranea. Un sito di interesse comunitario, uno dei rari luoghi in Calabria scelti dalle tartarughe Caretta Caretta per deporre le uova, devastato dalla costruzione di un porto inutile. La struttura “Bocche di Gallipari” doveva essere l’unico approdo turistico nel raggio di 150 chilometri. In realtà ha funzionato solo per pochi mesi nell’arco di quasi dieci anni dall’inizio dei lavori, dopo essere stato al centro di un caso giudiziario del pm Luigi De Magistris. Da miraggio dello sviluppo economico, con la concessione a suo tempo di un contributo europeo di oltre un milione di euro, a eco-mostro responsabile della distruzione della spiaggia. I conti della spesa comunitaria sono già saliti di altri 800mila euro di fondi per interventi di salvaguardia ambientale. Si prevede di arrivare a chiederne due milioni e mezzo in totale. Questo paradosso dello sperpero europeo ha per casa il litorale della provincia di Catanzaro. Vittima dei danni economici e ambientali causati dal porto è il comune di Isca sullo Ionio, che condivide con Badolato il tratto di costa e il torrente Gallipari, confine naturale tra i due paesi.

Dieci anni fa, a Isca, nessuno avrebbe immaginato che si potesse rubare un’intera spiaggia. Sostene Ferraiolo, operatore turistico, non se ne capacita. Suo padre ha aperto il primo stabilimento balneare del paese negli anni Settanta. “Nel 2007 sulla spiaggia avevamo una passerella di 30 metri, cui seguivano 12 metri di ombrelloni disposti su 4 file e infine c’erano 8 metri di fascia di rispetto tra la prima fila di ombrelloni e la battigia, il totale fa 50 metri”, dice Sostene, che di professione fa il commercialista. Ma in questo caso i conti non tornano. Della distesa interminabile di sabbia bianca finissima che si immergeva dolcemente nello specchio d’acqua blu cristallino dello Jonio, oggi non rimane che una sottile lingua di terra. La gravità del problema si è vista con le ultime mareggiate primaverili, che hanno portato via parte degli stabilimenti balneari lasciando a riva un dislivello anomalo. I dati in possesso dell’ufficio tecnico del comune restituiscono in cifre esatte la portata del disastro ambientale. La riva è arretrata di oltre 50 metri negli ultimi 5 anni. E’ stata divorata “con una progressione allarmante per intensità ed estensione”. Ed è solo l’inizio di un effetto domino, “ormai destinato a interessare anche il litorale dei comuni limitrofi”. L’erosione avanza fino al retrospiaggia, intaccando anche le infrastrutture balneari. Lo dice uno studio ambientale redatto da un pool di ingegneri guidati da Paolo Contini, che ha progettato l’intervento per la difesa del litorale. La relazione individua chiaramente le responsabilità: “il marcato fenomeno erosivo è facilmente riconducibile al porto turistico realizzato a partire dal 2001- argomenta lo studio – Le strutture portuali sono state realizzate in assenza di una visione generale del problema”. Una “drastica variazione della linea di riva” ha compromesso la spiaggia e le Dune di Isca, che si sollevano parallele al litorale. Sono collinette di sabbia tenute insieme da una vegetazione pioniera, abituata a vivere in condizioni climatiche difficili. Ci sono piante ormai rare come l’efedra e la porcellana di mare. O il papavero delle sabbie, che resiste caparbio dispiegando al sole i suoi splendidi fiori gialli. Le dune stanno conducendo una guerra impari per la sopravvivenza. Si sono sacrificate perché hanno alimentato la spiaggia in erosione, assolvendo al compito di fare da barriera naturale tra il mare e l’abitato. I cambiamenti sono visibili dal 2002. Il porto non l’avevano ancora tirato su tutto che già il tratto a nord dell’imboccatura (Isca), detto tecnicamente sottoflutto, iniziava ad arretrare. Contemporaneamente, il tratto a sud, quello badolatese (sopraflutto rispetto al porto), era avanzato di oltre 60 metri rispetto al 1998 “fino ai valori massimi di quasi 100 metri” negli anni a seguire. A Isca la spiaggia e le dune si sono progressivamente consumate di circa 10 metri l’anno. Persa questa ‘protezione’ naturale, oggi le mareggiate ordinarie causano ingenti danni. Al contrario, alle spalle del porto, nel comune di Badolato, la sabbia si è accumulata progressivamente, formando una distesa di centinaia di metri fino alla battigia. La spiaggia ‘scomparsa’ si è andata a nascondere dietro al molo del porto, nel territorio di Badolato. Tanto che alla fine, con il finanziamento di 800mila euro, il sindaco di Isca Pier Francesco Mirachi, ha mandato le ruspe a riprendersene una parte per fare il ripascimento, quasi rivendicandone la proprietà al suo comune. L’intervento ha visto anche la costruzione di due scogliere artificiali a forma di T, poste a circa un chilometro e mezzo l’una dall’altra. In gergo tecnico si chiamano ‘barriere soffolte’ perché sono in gran parte sommerse o a pelo d’acqua. Il finanziamento è nell’ambito di un accordo di programma quadro, per cui l’amministrazione di Isca pensa di richiedere successivi contributi Ue fino a due milioni e mezzo di euro complessivi, per realizzare almeno altre due barriere semisommerse. L’operazione serve soltanto a “mantenere la situazione ai livelli attuali”, ammette l’ing. Maurizio Benvenuto, capo dell’ufficio tecnico del Comune di Isca. La sabbia continuerà ad accumularsi alle spalle del braccio di avamporto.

“Bocche di Gallipari” è ancora chiuso al pubblico. I sigilli alla darsena scattarono il 4 agosto del 2004, quando l’attività della ditta S.AL.TE.G. finì sotto inchiesta con l’accusa di avere ospitato nel bacino d’ormeggio numerose imbarcazioni senza l’autorizzazione tecnica e il collaudo. Successivamente le indagini si allargarono, fino alla richiesta da parte del pm De Magistris, titolare dell’inchiesta, del rinvio a giudizio di 11 persone. Tra loro amministratori pubblici del comune di Badolato, il direttore dei lavori e progettista Gianfranco Gregorace e il presidente della Salteg Srl, Mario Grossi. Tra i capi di imputazione, truffa, estorsione, falso ideologico, distruzione di bellezze naturali. Al centro del’indagine c’era l’erogazione alla Salteg di fondi europei. Oltre un milione di euro (pari al 45% della spesa ritenuta ammissibile) del Piano operativo plurifondo (Pop) 1994-1999, che la Salteg aveva ottenuto dopo essersi costituita come associazione temporanea di imprese calabresi e dell’Emilia Romagna. Gli amministratori dell’azienda hanno sostenuto che solo una prima parte del finanziamento fu effettivamente erogata. L’accusa di estorsione era motivata, fra l’altro, per avere imposto la concessione dei sub-appalti a ditte riconducibili alla criminalità organizzata, per la guardiania affidata a Vincenzo Gallelli, alias “Macineddu”, presunto “braccio operativo” della cosca Gallace-Novella di Guardavalle. L’ex pm di Catanzaro accusava Gregorace e Gallelli di aver fatto pressioni sul personale del comune di Badolato per rilasciare la concessione edilizia e tutta la documentazione necessaria. Il 14 novembre 2007, mentre sui giornali e in procura infuriava il caso De Magistris, gli imputati furono tutti prosciolti per i reati di truffa ed estorsione “perché il fatto non sussiste”, su richiesta del pm Alessia Miele, a cui nel frattempo era passata l’indagine. Un altro filone del processo, stralciato da quello principale, riguarda le violazioni sulle concessioni demaniali ed edilizie e i vincoli paesaggistici del comune di Badolato. Per queste imputazioni che riguardano 7 persone, la prossima udienza è prevista per il 13 novembre. Per la distruzione dell’ecosistema della spiaggia di Isca marina, per i danni incalcolabili al patrimonio ambientale e all’economia di un’intera comunità, nessuno ha pagato e non ci sono processi aperti né imputati. Anche dopo il dissequestro, l’odissea del porto non ha risparmiato colpi di scena. Nel 2007 il braccio di ferro tra Gregorace e la nuova amministrazione comunale di Badolato ha portato infine al rilascio della concessione edilizia in variante al Piano regolatore. Dopo il commissariamento del comune, nel 2008 si è insediato un altro sindaco. Nell’estate del 2008 è stata un’esecuzione di stampo mafioso a macchiare la nuova apertura del porto, sotto la gestione della “Ranieri Boats Service”. Il 12 agosto Cosimo Ierinò, ruspista 39enne incensurato di Stignano (Rc), viene freddato in un agguato con due fucili caricati a pallettoni al termine del suo turno di lavoro, nel parcheggio del porto. Nessuno per ora ha messo in relazione l’omicidio di Ierinò con le vicende legate alla darsena. A febbraio 2009, Gregorace ha rinunciato all’incarico di direttore dei lavori.

L’ultimo atto della vicenda “Bocche di Gallipari” è una diffida del sindaco di Badolato nei confronti della Salteg, in cui si intima alla ditta di effettuare i lavori per la messa in sicurezza del porto e presentare la Dia necessaria, pena la revoca della concessione entro tre mesi. Per la prima volta il comune di Isca è stato coinvolto in un incontro. I tecnici chiedono di modificare l’imboccatura del porto, facendone una “a moli convergenti”, che però potrebbe solo diminuire l’erosione, non risolvere il problema. Intanto l’eco-mostro aspetta di conoscere la sua sorte, mentre una doppia ordinanza della Capitaneria di Porto e del comune di Badolato ne vietano l’accesso per questioni di sicurezza, sia dal mare, sia via terra.

Di Raffaella Cosentino

Copyright “Il Manifesto”, pubblicato l’11 agosto 2009


Mail

rightstories@yahoo.it
gennaio: 2018
L M M G V S D
« Mar    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

Pagine