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cuori e armi

..di Antonella Vicini, da Il Welfare dell’Italia

A conti fatti

L’ONU fa il conto dei morti palestinesinella Striscia di Gaza: 1.315. I feriti sono 5.320 nelle tre settimane di offensiva israeliana. È l’ultimo bilancio fornito alle Nazioni Unite dal sottosegretario con delega agli Affari Umanitari dell’Onu, John Holmes, in una conferenza stampa tenuta al Palazzo di Vetro. Sulla base dei dati forniti all’Onu dal ministero della Sanità palestinese, si apprende che tra i 1314 morti si contano 416 bambini, mentre tra i 5320 almeno 1855 sono bambini e 725 sono donne. Holmes ha inoltre aggiunto che l’offensiva israeliana ha costretto almeno 55.000 palestinesi a sfollare e ad abbandonare la propria abitazione. Dal lato israeliano, ha aggiunto il funzionario Onu, si contano quattro morti e 84 feriti. “Non è chiaro chi ha vinto il conflitto – ha detto Holmes, rilanciato dall’agenzia spagnola Efe – ma è certo chi lo ha perso: la popolazione civile”.

* dal forum palestina

Inserito da Vic

Assisi e Roma per Gaza

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi.Foto di Elisa Natalucci

Assisi.Foto di Elisa Natalucci

Chiedevano giustizia, anzi Giustizia. Sotto lo stesso cielo. Come diceva uno striscione ad Assisi. La città della marcia per la pace vestita di un velo di nebbia, che la rendeva forse più vicina all’aria di Gaza, ma di sicuro mai cupa quanto una città ininterrottamente sotto le bombe per tre settimane.
Così la processione di bandiere arcobaleno sembrava smarrita, incerta, attutita in un passo lieve, mentre arrivava alla sua meta: la basilica di San Francesco, solida pietra chiara che punta al cielo, riferimento certo in mezzo alla nebbia.
A Roma invece il cielo era terso, l’aria pungente, il tramonto limpido e netto. Il crepuscolo ha accolto il corteo all’arrivo su via dei Fori Imperiali e ne ha reso più accesi i colori. Anche qui la pietra è maestosa e lo scenario rende qualunque protesta solenne.
Assisi e Roma, due luoghi simbolo per l’Italia e per il mondo. Il 17 gennaio prestati a chi gridava ‘basta’ alla violazione della vita.
Una protesta raccolta quella umbra, più arrabbiata quella nella capitale. Con i cartelli sulle spalle che invitavano a boicottare i prodotti israeliani riconoscibili dalle prime cifre del codice a barre (729), cifre insanguinate disegnate sulla schiena dei manifestanti di Assisi. O con bambolotti in croce e orsacchiotti insanguinati, bambini che urlavano al megafono ‘Bush, Barak assassini’ e fotografie della Livni e di Barak che bruciavano sotto al cartello stradale di ‘Via del Tempio della Pace’ a Roma.
La marcia laica nella città di San Francesco è finita davanti alla basilica del poverello di Assisi.
Il corteo politico, civile, ma anche partitico e sindacale di Roma ha avuto il suo momento clou nella preghiera islamica spontanea davanti al Colosseo.
Perché, se la guerra di Gaza è un conflitto politico e non religioso, con fredde motivazioni elettorali e non di ‘fede’, tuttavia, quando non sembrano esserci azioni politiche ‘capaci’, ‘efficaci’, ‘sensate’ che prevalgano sulla ‘ragione armata’, in tanti si rivolgono a Dio.

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Si sono rivolti al cielo, per ‘restare umani’. Così i due cortei, coscientemente o no, hanno cercato anche al di fuori e al di sopra della terra quella responsabilità per i destini del mondo che solo a noi esseri umani appartiene.
Nella ricerca di Giustizia e nel disperato tentativo di trasformare l’inferno in paradiso, il dolore in rispetto per l’altro, i luoghi hanno un senso profondo. Innanzitutto la Basilica, edificio dove duemila anni fa i romani già amministravano la giustizia e vi tenevano riunioni pubbliche. I cristiani ne fecero la casa della volontà divina per i secoli a venire. Quella di Assisi sorge dove fu sepolto il santo della fratellanza e della non violenza. Sulla collina inferiore della città, che era il Collis Inferni, dove venivano interrati i ‘senza legge’, i condannati, gli ultimi. Dopo San Francesco, quello divenne il Collis paradisi.
Anche il Colosseo nacque come arena di morte, divenne poi per i cristiani il luogo sacro in memoria dei martiri, e infine il monumento della Via Crucis. Negli ultimi anni è stato illuminato a sostegno dell’impegno italiano per la moratoria dell’Onu contro la pena di morte. Si è ‘acceso’ come simbolo di vittoria quando per un qualsiasi condannato la pena di morte veniva commutata in ergastolo. All’interno del Colosseo, nel 2002, alti dirigenti israeliani e palestinesi si sono stretti la mano e le fiaccolate per le torri gemelle e in ricodo della strage di bambini nella scuola di Beslan si sono concluse proprio lì davanti.
Ecco perché quei due cortei del 17 gennaio erano importanti: marciavano sulle strade della storia e dello spirito universale.

Testo di Raffaella Cosentino

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi.Foto di Elisa Natalucci

Assisi.Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Roma 17 gennaio. I had a dream

Roma. Foto di Antonella Vicini

Roma. Foto di Antonella Vicini


Bambina comunità palestinese. Roma. Foto di Antonella Vicini

Bambina comunità palestinese. Roma. Foto di Antonella Vicini


Avevo il sogno di vedere sventolare solo bandiere palestinesi alla manifestazione nazionale svoltasi oggi a Roma; una marea di bandiere della Palestina.
Invece, come temevo, troppi vessilli di gruppi e gruppuscoli; troppa autoreferenzialità e autopromozione, passata anche per i tentativi di vendere i propri fogli di partito.

Un gruppo di artisti di strada suona “Bella Ciao”. La stessa canzone che parte dal camion che guida il corteo. “Ai giornalisti che mi hanno chiesto se questa manifestazione è bipartisan– grida una voce dagli altoparlanti – noi rispondiamo “NO”, questa manifestazione è partigiana”.

La causa della Palestina, come tutte le cause giuste che hanno a che fare con il rispetto dei Diritti Umani, con la Legalità, con l’Umanità– come ci ricorda ogni giorno Vittorio Arrigoni dalla Striscia di Gaza: Restiamo umani!– è e dovrebbe essere di tutti. Per questo avrei voluto vedere solo bandiere della Palestina: nessun partito, nessuna sigla. Nessuna faziosità, purtroppo, tutta italiana.

E non avrei voluto vedere neanche bambini usati come strumento, urlare, fomentati ed eccitati dalla presenza di noi testimoni che un po’ vigliaccamente li fotografiamo, il loro odio, la loro rabbia per la morte di altri bambini come loro, vittime di un gioco incomprensibile.

Vic.

Speranze. Roma. Foto di Antonella Vicini

Speranze. Roma. Foto di Antonella Vicini

Miserie Nostrane. Roma. Foto di Antonella Vicini

Miserie Nostrane. Roma. Foto di Antonella Vicini

Scatto dal Libano

Villaggio di Frun. Cerimonia di consegna di un generatore elettronico donato dallesercito italiano. Foto di Raffaella Cosentino

Villaggio di Frun. Cerimonia di consegna di un generatore elettronico donato dall'esercito italiano. Foto di Raffaella Cosentino


Ricordo del Sud del Libano da embedded con i militari italiani dell’operazione Leonte, nella missione Unifil2


Dana dagli occhi vispi, scuri, ritagliati come due mandorle all’insù nel viso costretto nel velo. A undici anni ha le idee chiare: diventerà una giornalista per raccontare la verità sul suo Libano. Parla veloce in inglese perché sa che il tempo non le basterà per chiedere tutto quello che vorrebbe. La sua faccetta sorridente buca il ricordo. Chiudere gli occhi e ripensare al sud del Libano vuol dire sentire lei, il suo entusiasmo e il suo desiderio di giustizia più forti delle gigantografie dei martiri di Hezbollah, che tappezzano le strade a casa del ‘Partito di dio’.

Sui gommoni Unifil a Naqoura. Foto di Raffaella Cosentino

Sui gommoni Unifil a Naqoura. Foto di Raffaella Cosentino

A sud di Beirut, varcato il fiume Litani, il viaggio nel cuore dell’operazione ‘Leonte’ si snoda su un fazzoletto di terra lungo meno di 40 Km. La nostra meta non è Tiro, la città dei fenici che scorgiamo da lontano stesa al sole sulle acque trasparenti del Mediterraneo. Andiamo a Tibnin, a circa 110 chilometri da Beirut. E’ il quartier generale del settore ovest, dove la Brigata Garibaldi svolge con professionalità il suo lavoro in mezzo a un nulla fatto di colline brulle, punteggiate di villaggi grigi e anonimi che sembrano senza storia. Li attraversiamo scortati da mezzi blindati su cui torreggiano bersaglieri con il mitra puntato. Le misure di sicurezza sono d’obbligo per l’esercito. Per un giornalista, però, questo vuol dire sentirsi a disagio, invadente. Provare imbarazzo perchè la colonna armata di cui facciamo parte manda in tilt il traffico in un piccolo centro, dove è sabato sera, con i negozi aperti sulla via principale e le ragazze, sempre velate, che passeggiano tenendosi a braccetto.
Facciamo su e giù per ore sulle strade sconnesse. I 34 giorni di guerra dell’estate 2006 hanno distrutto 600 km di strade, 73 ponti e l’aeroporto Rafik Hariri di Beirut. Il sistema viario messo in ginocchio a poco a poco viene ricostruito, ma i collegamenti sono ancora tortuosi. Ciò che un conflitto lascia dietro di sé, la crudeltà delle bombe a grappolo, che trasformano i campi in una roulette con la morte, seminandoli di piccoli ordigni inesplosi, ci si para davanti assieme al coraggio degli sminatori del genio militare italiano. Dopo mesi di lavoro sotto un sole cocente, vestendo tute protettive claustrofobiche, tanto pesanti da rendere difficoltoso il passo, stanno per restituire a un agricoltore la sua chance per il futuro: un bananeto bonificato dalle bombe.
Le ferite dei bombardamenti sono visibili, quelle di decenni di guerre sono sicuramente nell’anima del popolo libanese. Non c’è stato tempo per condividere la sofferenza, per saziare la nostra fame di contatto vero con la popolazione. Rimane la sensazione di guardare dall’alto di una collina e vedere l’erba del vicino israeliano sempre più verde. Di là campi arati e fertili, di qua sassi, pietre e wadi, profonde insenature nel terreno.

Al gate di Ras Naqoura, unico passaggio tra Israele e Libano. Foto di Raffaella Cosentino

Al gate di Ras Naqoura, unico passaggio tra Israele e Libano. Foto di Raffaella Cosentino

Il presidio italiano sulla Blue Line. Foto di Raffaella Cosentino

Il presidio italiano sulla Blue Line. Foto di Raffaella Cosentino

‘Blue Line’ è un nome color del cielo per chiamare la serie di 198 bidoni con la scritta UN che divide il territorio libanese da quello israeliano, che delimita la fine di un mondo e l’inizio di un altro. Quei paletti dipinti di blu non sembrano abbastanza solidi per fare da spartiacque tra la paura armata di Israele e quella del mondo arabo. Trasmettono l’idea che tutto il Libano sia un confine incerto che nessuno voleva tracciare, incancrenito dalle guerre, paralizzato nella sua danza immobile ma sempre sul punto di esplodere.
L’occasione di dare una sbirciatina al futuro del popolo libanese viene dalla Civil military cooperation, attività chiave per i militari italiani, a sostegno dei civili e del consenso necessario a una forza di interposizione. Incrociando gli sguardi curiosi dei bambini all’orfanotrofio di Tibnin si può guardare negli occhi e nel cuore di Dana. È lì che si vedono le opportunità negate da decenni di conflitti, è lì che prende forma una sensazione dal sapore amaro, che in una guerra bambini e giornalisti non siano poi così lontani, entrambi pedine di un gioco più grande di loro.
Testo di Raffaella Cosentino

Foto di Raffaella Cosentino

Foto di Raffaella Cosentino


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